Il papocchio serie B e il caso Brescia: il pallone italiano, la “monarchia” di Gravina e l’enclave Figc

Gravina e Abodi

«Che estate sarà? Un’estate abbastanza infuocata per ragioni che dovremo affrontare e risolvere in maniera decisiva, una volta e per tutte. Pensare ogni anno che i campionati italiani debbano subire un impatto negativo per colpa di chi ha perso o di chi non rispetta le regole e per giunta intenta giudizi contro chi ha vinto, attendendo riammissioni o ripescaggi: non fa bene allo sport e ai suoi valori. E fa pure un danno al brand del calcio italiano, proprio quando stiamo cercando di valorizzarlo. Ci vuole coraggio e rispetto, bisogna accettare le sconfitte sul campo e non creare problemi a chi ha vinto e agli altri club costretti a star fermi. È evidente che c’è qualcosa che non va… Dobbiamo mettere mano alle riforme, e se non lo capiscono…».

22 luglio 2023: Gabriele Gravina, sotto le stelle del suo amato Abruzzo (leggi qui), dal palco allestito da L’Espresso all’epoca di proprietà del patron della Salernitana Danilo Iervolino, pronuncia queste solenni parole. Si è nel bel mezzo di un altro pasticcio-papocchio, l’ennesimo sfornato dal sistema calcistico italiano da anni guidato proprio da lui (a febbraio un voto plebiscitario gli ha donato il terzo mandato di fila): è in quel momento il presidente federale che si ritrova con la B bloccata, coi calendari riempiti da una x e da una y, ben 14 società tra cadette, Lega Pro e serie D (anche loro bloccate) sospese nel limbo, un nodo che sarà sciolto “appena” settanta giorni dopo il là al primo groviglio (giudizio Covisoc e susseguente presa d’atto federale), esattamente il 30 agosto, quando cioè la Lega Pro avrebbe dovuto disputare già due gare mentre la serie B è partita zoppa: disputate tre giornate monche, una x, una y e due squadre a turno però ferme ad attendere il verdetto della giustizia amministrativa, al solito refugium peccatorum degli infernali gangli della giustizia federale. Il via libera – nota di cronaca – quell’estate arriverà infatti solo grazie a una sentenza del Consiglio di Stato che così, ancora una volta, metterà mano alla compilazione dei campionati e anche alla vita (e alla morte) dei club, non senza ricollocare sotto piena luce le nomine, i conflitti di interesse e gli intrecci tra giustizia federale (retta dal braccio destro e sinistro di Gravina l’avvocato lucano Viglione) e giustizia amministrativa, intrecci su cui mai nessuno è intervenuto o almeno speso una parola….

Era l’estate, per chi non lo ricordasse, del caso Reggina e del caso Lecco (Abodi aveva plaudito alla sentenza che lo aveva escluso, salvo cambiare idea dopo la riammissione del Tar), Perugia, Brescia e via cantando (leggi qui e qui): ben 14 società in attesa di una parola, tutte intente nei giudizi più che al pallone. Un’estate come quella precedente, e come quella di due anni prima: come dimenticare ad esempio il caso Campobasso o quello del Chievo? Anche allora campionati fermi, calendari varati e poi sospesi, giudizi interminabili, verdetti che (spesso) fanno a cazzotti con la logica sprofondando nel metaverso, e che ogni santa volta avrebbero fatto gridare al consueto “due pesi e due misure”, termini perentori ed esigibilità a cambiare senso e direzione a seconda del… caso. Anche allora però, solenni parole e promesse: “riforme, controlli, mai più estati calcistiche calde” (che poi mica solo le estati, pensiamo ad esempio al caso Catania quasi a ridosso dei playoff, o ad esempio la vicenda plusvalenze col processo bis alla Juve o alle penalizzazioni in corso d’opera in B e Lega Pro, e addirittura alle esclusioni e fallimenti nel bel mezzo dei campionati).

Ogni anno, la stessa storia. E, ogni anno, lo stesso copione: si dà una confusa mescolata ai manuali delle licenze, si anticipano i termini, si usano parole anglosassoni ma poi tutto torna punto e daccapo, in perfetto italian-style. Ogni volta deroghe, rinvii, scorciatoie, ogni anno rimandato a quello successivo. In una catena senza fine che non si è interrotta – poteva mai esserlo? – anche questa stagione. Pensate, ad esempio, all’Audace Cerignola. Era in testa al campionato di Lega Pro, sognava la storica promozione in serie B e invece all’improvviso si è ritrovato secondo, sorpassato dall’Avellino, soltanto perché due squadre del campionato sono state escluse per inadempienze economico-finanziarie e la classifica è stata così riscritta. Ma che colpa ne aveva il Cerignola (certo non si può nemmeno accusare l’Avellino di aver indebitamente ricevuto regali o favori)? Semplicemente, l’hanno stabilito le Noif e il codice di giustizia sportiva Figc. E tanto per restare alla stringente attualità delle ultime ore, oggi udienza fallimentare dall’esito scontato per la Lucchese, Foggia in amministrazione giudiziaria per presunte infiltrazioni mafiose, il Trapani (che si è portato avanti annunciando denuncia) e forse altre società di Lega Pro coinvolte (o raggirate?) nell’operazione dei falsi crediti fiscali che riguarda il Brescia. Domanda: perché la solerte Procura federale di Chinè non ha aperto (e chiuso) le indagini anche per questi club?

Un brand (parola di Gravina), in questo caso sì, davvero unico e inimitabile. Brand che evidentemente ha sempre bisogno di generare nuovi casi, per ribadirne supremazia e unicità planetaria. Si spiega così – perdonate l’ironia – il papocchio uscito dal cilindro del campionato di serie B? Al fondo di questo cilindro, a ben vedere, ci sarebbero tanti soggetti (in primis i tifosi di tutti i club coinvolti e anche i semplici spettatori) che potrebbero, a giusta ragione, sentirsi penalizzati; sì, persino il Brescia (che davanti alla giustizia sportiva non avrà scampo: sarà -4) di Cellino che si vede truffato, raggirato, da una società che gli aveva assicurato la capienza dell’operazione fiscale-finanziaria (consentita dalle norme federali) per poter adempiere ad una scadenza federale e che invece tre mesi dopo “scopre” che quel credito era fasullo e che quindi rischia la retrocessione dopo aver conquistato (faticosamente) la salvezza sul campo perché il responso sul controllo, demandato a un organo federale (la Covisoc) è arrivato a stagione conclusa, ben tre mesi dopo quell’operazione (perché l’Agenzia delle Entrate, che dipende dal Mef, solo tre mesi dopo ha risposto e, lo ribadiamo non è uno scherzo, è stata addirittura celere): un controllo che, nell’epoca della telematica, potrebbe avvenire quasi in tempo reale.

Adesso però, più che tornare nel merito di una vicenda già trattata, spiegata e cristallizzata ieri l’altro (leggi qui), ritorniamo al Palazzo. Che non è solo quello di “vetro” della Figc in via Allegri a Roma. Perché qui la questione si allarga ai quartieri, ai centri di potere. In primis la Figc. Ma che dire ad esempio di Palazzo H, zona stadio Olimpico, dove hanno sede Coni e Procura generale presso lo Sport?

Da anni impassibili, a cominciare dal presidente (uscente) Malagò e dal procuratore capo (il prefetto Taucer) alle “evoluzioni“ calcistiche. Ogni tanto qualche parolina di ammonimento, ma poi tutto torna sotto la sabbia (leggi, ad esempio, qui). E che dire del Dipartimento dello Sport dove risiede (lavorativamente parlando) il ministro dello Sport Andrea Abodi? Esattamente un anno fa otteneva (tra gli strepiti di Figc e Coni, via libera solo dalla Fip di Petrucci) con un decreto legge l’istituzione di una Autority che avrebbe dovuto occuparsi delle vicende economico-finanziarie dei club professionistici, prendendo così il posto della Covisoc che, dunque, avrebbe dovuto nei mesi restanti (da maggio 2024 a inizio 2025 al massimo) passare le competenze alla Commissione. Un anno dopo, l’Autority esiste ancora solo sulla carta e nei desideri del ministro: i nomi dei componenti sono stati posti al voto delle commissioni parlamentari (leggi qui), ma ancora non sono operativi. Che la Covisoc fosse inutile lo aveva capito anche lui, ma non è servito a nulla, perché ancora oggi il manuale Cencelli ha impedito che il nuovo organismo di controllo potesse cominciare a operare. E che dire poi proprio dei componenti della Covisoc (nominati dal consiglio federale su proposta del presidente federale, bandi per le candidature – solo per chi ha determinati requisiti – pubblicati sempre a ridosso delle scadenze…)? Dal 2021 sembra di stare all’ingresso (o all’uscita) di uno di quei grandi magazzini dell’epoca.

Porte girevoli in entrata e in uscita: cambi, dimissioni singole e dimissioni di massa, brevissime e travagliate esperienze. Negli ultimi mesi persino gli ispettori della Covisoc hanno vissuto come precari (leggi qui): erano tutti in scadenza al 31 marzo (periodo cruciale per i controlli) e hanno continuato in regime di proroga. Con quale animo, con quale fervore?

La Covisoc, per inciso, è quella commissione che da anni ha sempre espresso parere favorevole alla concessione della licenza alla Sampdoria, ottenuta con l’avallo del consiglio federale. Già quando (ad esempio 2020 e 2021), le sue azioni erano contenute in un trust (la vicenda qui e qui e qui) nell’intricata galassia Ferrero (il valore dell’alienazione delle quote societarie della Samp confluite nel “Rosan trust” fissato con un plafond minimo di 33 milioni di euro), staccava i tagliandi d’iscrizione superando i rigidi paletti fissati per la licenza, mentre intanto le procedure al tribunale di Roma per le società di Ferrero ballavano tra richieste di fallimento, parere del comitato creditori, omologhe e ipotesi di ammissione a concordati. Un piano inclinato, azzardato. Traballante la posizione della Samp, del trust, e persino della Figc, posizioni non scalfite nemmeno dopo il crac delle aziende di Ferrero e l’arresto del patron. Il rischio di un coinvolgimento penale (concorso esterno) della Federcalcio scongiurato, anche dopo il default. Nemmeno la nuova (ri)partenza societaria doriana avrebbe però eliminato la questione. Tornata prepotentemente d’attualità adesso. Eppure risale a due stagioni fa, cioè alla retrocessione della Sampdoria in serie B quando, a fronte di una posizione debitoria del club (150 milioni di euro e spiccioli) la società presentò un piano di ristrutturazione del debito (ricorso legittimato da una modifica normativa intervenuta dopo la domanda presentata dalla Reggina allo steso istituto, la Reggina però poi sarebbe stata esclusa dopo esser stata penalizzata in corso d’opera…) al tribunale di Genova legandone l’approvazione a due requisiti: il ritorno immediato in serie A subito, e la permanenza in A anche l’anno successivo. Piano approvato, e avallato dalla Figc che aveva concesso la licenza. La realtà ha superato però ogni immaginazione: il primo anno la Samp è rimasta in B, mentre al termine di questo è addirittura retrocessa in Lega Pro trascinando nel baratro anche la situazione economico-finanziaria. Servono (pare) 40 milioni di euro per ottenere la licenza, in questo momento, per la Lega Pro…

Al lettore libera interpretazione, con un’aggiunta: mettersi nei panni del giudice dell’ex sezione fallimentare di Genova. Dopo le intemperanze di un gruppo di tifosi a Bogliasco verso i calciatori, e dopo la devastazione dello shop doriano, potrebbe vivere serenamente se decidesse – come è scritto nelle carte, e seguendo così la legge – di decretare il fallimento della gloriosa Samp se non arrivasse una corposa ricapitalizzazione e una nuova approvazione al mutato scenario di ristrutturazione?

Intanto, mentre a Brescia, ma anche a Genova e Salerno (a Frosinone giustamente mantengono il silenzio: mai sottovalutare il peso politico-economico e non solo sportivo del patron Stirpe, un nome a caso? Francesco Storace) è agitazione, mentre l’Italia incredula assiste all’indecoroso ed ennesimo papocchio calcistico, il presidente federale Gravina (l’ultima parola sulla serie B l’aveva pronunciata dopo la retrocessione della Sampdoria: «Una perdita incredibile per il calcio di A e B. Apre una ferita nel racconto dei valori del nostro sport. Ma le leggi del calcio sono queste. Dispiace ma siamo convinti che una società così blasonata avrà modo di poter risalire in tempi molto rapidi») e la Figc, dopo un assordante silenzio, ieri ha detto, of course, sul rinvio dei playout: «Si tratta di applicazione delle regole, la federazione ha il dovere di garantire il rispetto delle norme e l’equilibrio competitivo. Il nostro compito è tutelare l’integrità del campionato. Il verdetto dipenderà unicamente dalle decisioni della giustizia sportiva. Non ci sono favoritismi, ma solo il rispetto di un quadro regolamentare». Da par suo il ministro Abodi ha commentato come «la decisione di Bedin di sospendere la disputa del playout sia stata una scelta saggia ed equilibrata». Potevano mai dire diversamente? Il ministro per otto anni è stato presidente di Lega serie B e per anni ha avuto come suo braccio destro l’allora dg Paolo Bedin? Eletto in autunno, dopo persino in questo caso un’infuocata estate (leggi, ad esempio, qui) tra ricorsi e interrogazioni parlamentari, presidente della Lega B grazie anche alle “sponsorizzazioni” proprio del ministro e del presidente federale Gravina? Questa però è materia di retroscena da retrobottega.

Torniamo dal palco alla realtà. Il “caso Brescia” e il “caos serie B” pongono ancora una volta all’attenzione (per chi è interessato e non abbia paraocchi) una questione di fondo. È possibile che, dopo tanti anni, ancora non siano stati fissati dei criteri per i quali – quando il campionato finisce – il risultato sia quello del campo? È possibile, è accettabile, che si continui invece a intervenire (e modificare) sui risultati del campo, con interventi ex post? E con la Figc che impartisce le misure (le sanzioni) con ampia discrezionalità? Ad esempio: quanti punti do al Cosenza, o alla Lucchese, o alla Ternana, o ancora al Brescia? Perché non considerare invece sanzioni economiche pesantissime nei confronti dei club, o meglio dei loro azionisti? Perché continuare a sacrificare, vanificare e mortificare gli sforzi dei giocatori, la passione dei tifosi, il cambiamento delle classifiche (a beneficio o detrimento di un club piuttosto che di un altro, e solo per le responsabilità di altri club: vedasi il girone C di Legapro di quest’anno)? Basta, sono anni, sono decenni, che va così. Questa illogica differenziazione di disciplina quando si fanno differenze tra imprese calcistiche e imprese comuni (con manuali di centinaia di pagine che crescono ogni anno e che ricordano le grida si cui parla il Manzoni nei Promessi sposi) ha creato il caos. Basta.

E basta ad esempio con evidenti disparità (e incongruenze) tra l’ordinamento statale e quello della federazione, che pare una sorta di enclave, di monarchia. Torniamo al caso Brescia. Premesso che Cellino si è assunto tutte le responsabilità e i rischi del caso con l’operazione di cessione del credito fiscale (su diversa scala, l’operazione è stata fatta anche dal governo Conte col 110%), bisogna almeno ricordare che l’operazione è ammessa dalle norme federali. Però, a differenza dell’ordinamento statale per il quale un truffato può denunciare il truffatore ma non viene mica “eliminato” o doppiamente penalizzato e anzi può chiedere al truffatore il risarcimento, quello federale prevede una penalizzazione che rischia anche di provocarne la fine (Campobasso e Chievo docet): come è possibile che ciò che non è punito nell’ordinamento statale diventi invece oggetto di punizione nell’ordinamento sportivo? E come è possibile che i responsi ai controlli sulle operazioni economico-finanziarie-fiscali dei club arrivino dopo mesi: non si concede così anche il beneficio del dubbio (e se quel provvedimento stazionava? E se quel responso è uscito fuori alla bisogna?)? E come è possibile che non spetti agli enti fiscali e previdenziali comunicare immediatamente agli organi di controllo federali l’esito di operazioni te-le-ma-ti-che? La risposta a questo ennesimo guazzabuglio qual è stata? Sospendere la disputa dei playout a 24 ore dall’inizio e procrastinarli sine die (Salernitana-Sampdoria resta l’ipotesi più probabile), in attesa del giudizio…Dopo il quale arriverà, statene certi, l’ennesima solenne promessa: dall’anno prossima si cambia registro….

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