Costretto a districarsi tra i capricci della connessione audio-video con il ministro dello sport Andrea Abodi, e dopo aver indossato gli abiti del bravo presentatore che prende tempo intrattenendo un impaziente e distratto parterre (preso dalla fretta di ripartire e dalla voglia di chiuderla lì) «ci riproviamo, vediamo se riusciamo a ristabilire il collegamento, non dipende da noi», il presidente dell’Aia Antonio Zappi s’è rifugiato in una storica citazione bellica (“Non mancò il coraggio, ma la fortuna”) proprio nel rush finale dell’assemblea tecnica-organizzativa destinata ai 206 presidenti di sezione oltre che agli stati generali dei fischietti tricolore. Tutti di stanza in un resort a cinque stelle in Cilento, tutto compresso in un clima autoreferenziale e di auto-compiacimento se non di auto-assolvimento, tra qualche brusio, malumore strisciante e nodi irrisolti. Più che la scritta commemorativa del reggimento Bersaglieri posta su un cippo nel sacrario di El Alamein, ci sarebbe un’altra storica citazione bellica da utilizzare, almeno per l’osservatore neutrale, come obiettiva sintesi della tre giorni arbitrale: “Il dado è tratto”, cioè la celebre frase che Giulio Cesare pronunciò quando varcò il Rubicone.
Il dado è tratto: la decisione è presa, non si torna indietro. Vale a dire: avanti col professionismo arbitrale, avanti con la trasmigrazione della Can A-B in un board sotto l’egida (e i denari) della Figc e delle due principali leghe professionistiche, avanti con il progetto di riforma voluto dal presidente federale Gravina, anche sotto la spinta e le istanze del gruppo arbitrale racchiuso nell’attuale squadra del designatore Rocchi, destinato a dirigere dall’1 luglio 2026 il nascente organismo che – formalmente o no – comunque e inevitabilmente vivrà di vita propria e diversa rispetto a ciò che resterà dell’Aia.
Senza additivi e privato di qualsiasi accidentale nocciolo, è questo il succo che resta nel bicchiere, dopo la blindata centrifuga di discorsi, incontri, ospitate e carrellata d’interventi che ha caratterizzato (blindato anche all’interno: alcuni presidenti avrebbero voluto prender parola o quantomeno sottoporre un documento, ma niente da fare) l’evento annuale dell’associazione italiana arbitri. È questo l’amaro calice dal quale toccherà bere al presidente Zappi, ai suoi vice Affinito e Massini, al resto del Comitato Nazionale, ai suoi sostenitori ma anche ai suoi (non pochi) detrattori: dopo la giustizia domestica e dopo il voto federale, l’Aia perderà anche il suo principale gruppo arbitrale.
Prendere o lasciare, farsene una ragione: inutile sperare in ripensamenti, inutile confidare in appigli e interventi dall’alto. Lo avrà ben compreso il presidente Zappi che pure sperava di arrestare, frenare, drenare, questa deriva. Amaramente l’ha ben compreso, tanto che, nel congedare Abodi, sul palco e microfono in mano, avrebbe poi ripetuto (più a beneficio di sé o dei presidenti presenti?) un brevissimo passaggio utilizzato dal ministro nell’algido saluto (solo via audio, per la connessione video proprio nulla da fare) pronunciato da Roma, cioè a trecento chilometri di distanza dal convivio di Ascea. «Spero ti sia arrivato questo scrosciante applauso, avremmo voluto ospitarti qui, ti ringrazio per le belle parole tra cui quelle dette sull’autonomia dello sport e sull’invasione della politica sportiva nelle dinamiche dello sport». Un passaggio accentuato, estrapolato dal saluto che il ministro aveva appena finito di rivolgere (prima di rifugiarsi in stereotipate citazioni canore “sempre dalla stessa parte mi troverai” e “siamo chi siamo…”) ai presenti, un saluto nel corso del quale, dopo aver ricordato la normativa introdotta per il contrasto ai fenomeni di violenze contro i (giovani) arbitri, Andrea Abodi aveva detto, testualmente: «Noi cerchiamo sempre di evitare che la politica sportiva meno nobile entri nella vostra comunità»: parole risuonate nella sala conferenze del resort il giorno dopo l’intervento, questo però tenuto in presenza, di Gabriele Gravina accompagnato ad Ascea dal “pacificatore-normalizzatore” Giancarlo Abete, presidente della Lega Dilettanti.
La provvidenziale riunione del Consiglio dei Ministri aveva così impedito di venerdì un imbarazzante incrocio dal vivo tra presidente federale e ministro: alla presenza del ministro Zappi aveva lavorato parecchio, e nella quale ancor di più confidava, proprio nel momento più delicato e tormentato che l’Aia sta vivendo. Un invito che pare non fosse stato particolarmente apprezzato dai vertici Federcalcio (compreso l’avvocato Giancarlo Viglione), un invito in presenza che il ministro non ha raccolto nemmeno il giorno dopo: niente incrocio venerdì perché doveva presenziare al Consiglio dei Ministri, e niente presenza nemmeno il giorno dopo, complice prima una riunione col presidente del Coni Luciano Buonfiglio e poi, come avrebbe spiegato a Zappi e presenti in sala, «perché mi sono concesso dopo tanto tempo una sana e combattuta partita di calcetto, nel rispetto delle regole pur senza un arbitro in campo…». Assenza giustificata anche da un’inevitabile posizione di “real politik”? Chissà. Di certo, quel brevissimo passaggio sulle interferenze della politica sportiva meno nobile nelle vicende sportive sono apparse più come un atto dovuto, il minimo sindacale, che come invece ineludibile punto fermo, un baluardo su cui poggiare le residue speranze dell’attuale governance arbitrale. Ineludibile, già.
È proprio questo l’aggettivo che Gravina aveva utilizzato il giorno prima, utilizzato come barriera invalicabile a difesa del progetto di riforma che porterà all’avvento del professionismo arbitrale e al distacco della Can A-B dall’Aia. Inutile appellarsi a ministri e santi in paradiso, inutile paventare proteste o innalzare bandiere (aleggia sempre l’ombra del commissariamento mentre prosegue l’indagine del procuratore federale Chinè, approfondimento che lascia aperte anche possibili soluzioni clamorose, si indaga su presunte pressioni esercitate nei confronti di organi tecnici affinchè rimettessero il proprio incarico; il giorno prima della convention era stato ascoltato Emanuele Marchesi, componente del Comitato Nazionale). Leggere, per credere. Ecco il passaggio (testuale) dell’intervento di Gravina. «Siamo davanti a processi evolutivi che dobbiamo considerare ineludibili. Affermare che un arbitro di A viva le stesse condizioni di un arbitro di calcio giovanile o regionale è un concetto anti storico; per questo vanno adeguate regole e compensi, ma di sicuro non si può immaginare un arbitro di serie A senza che il vostro lavoro sul territorio, il lavoro dei presidenti di sezione e delle sezioni stesse, venga adeguatamente valorizzato».
Poche parole, ma chiare; parole non interpretabili, parole pronunciate dopo l’intervento di Guida, il rappresentante degli arbitri in attività. Un significato evidente e per nulla nascosto, in quelle parole di Gravina. Accompagnate certo da frasi di circostanza rivolte ai presidenti di sezione, «il vostro compito è sempre più centrale, perché nelle sezioni si avvia la carriera di arbitro ma soprattutto si forma l’uomo, anche se non tutti arriveranno in A; le nostre proposte puntano a rafforzare il ruolo del vertice nelle diverse funzioni che l’arbitro oggi svolge nel mondo federale e non è vero, come ho letto da qualche parte, che puntano alla disgregazione dell’Aia, o a scissioni dall’Aia», e poi proseguite con l’elenco d’interventi compiuti, «abbiamo aggiornato il settore della designazione del rimborso chilometrico per un costo complessivo di 3,5 milioni di euro. Abbiamo accelerato i processi di rendicontazione, fissato il rimborso a trenta giorni e dato regole certe che preservino l’incolumità fisica degli arbitri, inasprendo tutte le sanzioni». Il vero succo sta tutto in quella frase: «Siamo davanti a processi evolutivi che dobbiamo considerare ineludibili. Affermare che un arbitro di A viva le stesse condizioni di un arbitro di calcio giovanile o regionale è un concetto anti storico».
A nome dell’Aia, il presidente Zappi avrebbe poi donato a Gravina una penna, con questa dedica: «Sono certo che con questa penna scriverai ancora pagine importanti per il calcio italiano». Certo che a pensarci, scapperebbe pure da ridere (o da piangere): e se fosse proprio quella penna a firmare la scissione della Can A-B e l’avvio del professionismo arbitrale, con tanti saluti all’Aia che fu?





