Salernitana, un primato e quattro cose da rivedere

L'esultanza di Ferrari (foto M. Arminante)

Cose da rivedere (per ammirarle, senza stancarsi mai). L’imperioso e vincente stacco di Ferrari, la prepotente torsione e l’affilata precisione con le quali impatta e poi incorna il pallone, indirizzandolo violentemente all’incrocio. Un gesto atletico e tecnico da applausi, così come quel gesto d’abbraccio che rivolge subito dopo correndo verso compagni e tifosi, come a dire: siete voi la mia catapulta, siete voi la mia energia.

Cose da rivedere (per cancellarle, subito). Il prolungato e plateale diverbio-litigio in panchina (nella ripresa) tra Raffaele e il suo vice, Ferrari. Sarà stata pure la tensione della gara, sarà stata anche la trance agonistica, sarà stata qualche incomprensione, ma l’animata e inusuale scena non può passare inosservata (il tecnico nel finale se l’è presa anche con un altro dello staff in panca) e nemmeno può essere giustificabile, specie in un campionato professionistico. Certi comportamenti possono nuocere, e non si tratta certo di pura immagine: chi deve assumersi scelte, e trarre letture dal campo, perde serenità e lucidità. E chi riceve in campo (cioè i giocatori), può restarne disorientato. In generale, sarebbe da rivedere un po’ tutto l’atteggiamento a bordo campo, anche nella gestione delle cards per la chiamata al fvs (a volte i giocatori, ma questo è un dato che vale per tutte le squadre, tendono a ingigantire inducendo erroneamente alla chiamata), risorsa che non deve diventare appiglio, ricordando sempre ad alta voce che non è mica il Var (e pure lì…): c’è solo una telecamera, e se l’immagine (o l’errore) non è chiarissima, è soltanto tempo sprecato.

Cose da rivedere (per correggerle, al più presto). «Subiamo troppe reti ed è un dato di fatto. Dobbiamo sistemare alcune situazioni che non sono di tattica generale, ma di tattica individuale». Sono le parole utilizzate ieri da Raffaele. Stessi concetti più o meno espressi una settimana fa dal suo vice Ferrari e da Golemic a Casarano, parole più o meno spese alla stessa maniera nel post Cerignola (in sintesi: sono errori di lettura a volte, a volte di concentrazione, dobbiamo lavorarci in settimana)…e si potrebbe pigiare ancora il tasto rewind.

Intanto i numeri dicono che dopo 8 turni la Salernitana ha già incassato 10 gol (vero, ne ha realizzati 15), di cui ben 7 nelle ultime 3 giornate, e inoltre ha subito gol in azioni-ribaltamenti in fotocopia (il secondo gol a Casarano e il secondo subito in casa dalla Cavese). È stato già più volte sottolineato come nell’organico difensivo ci siano giocatori prestanti (il termine strutturato, abusatissimo, meglio cancellarlo), poco versatili (ad eccezione di Cabianca) e non certo fulmini di guerra; così come è giusto ripetere a voce alta come le crepe coinvolgano tutta la fase difensiva che comprende in prima battuta i cosiddetti “quinti” e naturalmente la mediana (basta avvolgere il nastro delle immagini di queste prime 8 gare). È vero, la squadra è tutta nuova; è vero, l’organico è stato completato solo negli ultimi giorni di mercato; è vero, la Salernitana ha giocato 5 gare in 14 giorni (prima della gara con la Cavese) e non ha avuto tempo materiale per “allenare” muscoli e tattica. È vero pure che gli infortuni (Cabianca in difesa o come quinto: il suo utilizzo equilibrava un po’ tutta la fase) e le carenze a centrocampo (con l’infortunio di De Boer – ne avrà ancora per almeno un mese e mezzo – i centrocampisti puri a disposizione sono quattro, con Knezovic che ha caratteristiche molto offensive e con Varone in palese difficoltà atletica) riducono al minimo le scelte del tecnico e indeboliscono un reparto strategico (ieri Capomaggio ha dovuto cambiare spartito e si è visto…): sono una seria attenuante, anche perché l’unico mediano di corsa (Tascone) dopo 60’ pare andare sempre in riserva (vedi liscio su secondo gol ospite). Un’attenuante seria che però non deve diventare alibi, ma che piuttosto deve spingere a migliorare, correggere, rivedere, aggiustare, limare. Non è solo questione tattica. Si ha quasi l’impressione che la Salernitana, magari (troppo) consapevole della propria potenza offensiva (e sempre determinata, ogni volta che va sotto: questo è un aspetto molto importante), esca a tratti dalla partita, come prigioniera di se stessa, concedendosi leggerezze letali per chi vuole recitare una stagione da protagonista. È impensabile che non esista nel corso della gara (specie quando si è in vantaggio) una gestione del ritmo, della palla e dell’avversario. Migliorare, per crescere: farlo dall’alto della classifica deve essere un pungolo in più.

Cose da rivedere (per migliorare). Certo, i quindicimila dell’Arechi sono una inestimabile cartolina d’affetto, amore, passione. Gonfiarsi il petto è però esercizio sterile, meglio invece gonfiare di più le ugole: specie durante la partita, soprattutto nei momenti di stanca o più delicati, piuttosto che a fine gara. La Sud è piena, ma pare ormai da tempo mancarle la carica, come priva di uno spartito capace di coinvolgere la gran parte del proprio settore e gli altri settori dello stadio, dimentica persino di quei cori e quel ritmo che l’avevano eletta a tempio infuocato del tifo italiano.

 

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