Figc, la corsa elettorale è il solito intrigo tra potere e poltone. Gravina tra due fuochi, Tommasi fa capolino in via Allegri e la serie A si conta…

Manovre, veleni e ricerca di intese per la presidenza Federcalcio: tutto alla faccia della trasparenza. L'ex presidente federale si muove tra la pista di un ex calciatore e quella che porta a Malagò. Abete sonda il terreno, il ministro Abodi riflette e Soro, più di Giorgetti, prova a sbarrare la strada all'ex numero uno del Coni
La "tribuna azzurra" nella sfida della Nazionale contro la Bosnia: in primo piano Abodi, La Russa, Buonfiglio e Gravina

Per convenienza o per convinzione? È questa la domanda che ha cominciato a circolare, subito dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, nelle stanze (che contano) del potere, non solo calcistico (la prima puntata è qui). È questo l’interrogativo che da una settimana viene veicolato negli incontri riservati, nelle chiacchierate telefoniche e negli scambi di messaggi tra i grandi papaveri del tremolante panorama calcistico tricolore, ormai di retroguardia in Europa e nel Mondo e adesso in cerca di un nuovo messia, senza però (ancora) darsi cura a riflettere sul perché, da ormai un ventennio, il calcio italiano sia di quarta serie.

Candidare, e votare, per convenienza, oppure candidare, e votare, per convinzione? Il dilemma è destinato a durare sino al 22 giugno quando, davanti alle urne, i 274 delegati dovranno esprimersi (per complessivi 516 voti) eleggendo il nuovo presidente federale oppure annullando l’esito (se non si troverà una maggioranza) dando così facile sponda a chi (esponenti nel Governo, ma non solo) punta invece a un (lungo) commissariamento prima di aspettare nuovamente la risposta dalle urne. O forse, e meglio ancora, il dilemma durerà sino al 13 di maggio, tra un mese esatto, quando cioè le componenti federali dovranno aver espresso ufficialmente le proprie candidature: troveranno una sintesi (per convenienza o per convinzione?) oppure andranno in ordine sparso (sempre col suddetto dilemma)?

Per convenienza, o per convinzione. I giochi sono appena cominciati, la partita è lunga, logorante: il rischio è bruciarsi, il tentativo resta sempre il solito, mettere in fuorigioco l’avversario, tagliargli le gambe prima ancora che la grande (rin)corsa abbia inizio. Per il momento è stata “tappata” solo una buca: Silvio Baldini sarà il ct della Nazionale per le due amichevoli di inizio giugno. Tre settimane dopo, toccherà – se mai si farà – al nuovo presidente federale (e responsabile del Club Italia) affidare le chiavi della rinascita azzurra a un nuovo allenatore (De Rossi è molto più di una semplice suggestione…). Adesso la partita è solo elettorale.

Al momento però, tra scenari improbabili e candidature soffiate a mezzo stampa, sul terreno si discute dei soliti nodi: ricavi, stadi, normative, decreti, vincoli; nodi che rimbalzano da anni, tra richieste rispedite al mittente e proposte deboli, inefficaci, inutili. Tutto giusto per carità, anche perché senza soldi non si cantano messe. A proposito, l’altolà di Giorgetti capo del Mef all’amico Marotta risuona ancora: se voi portate avanti quel candidato, se volete Malagò in Figc, potete scordarvi iniziative, aperture, appoggi, soldi. Inciso: ma sarà proprio Giorgetti a non volere (o a ostacolare) la presidenza Malagò, oppure il vero nemico è Francesco Soro (già braccio destro di Malagò col quale poi si sono rotti i rapporti) che da due giorni è entrato (anche) nel cda di Leonardo?

A proposito di messe e preghiere, ma perché, per provare a riportare “la chiesa al centro del villaggio”, ovvero il pallone al centro di tutti i pensieri e tutti gli sforzi, non partire proprio da qualcuno che il pallone lo conosce bene, che ci ha giocato, e che potrebbe rivestire la carica di presidente federale?

È una domanda, un pensiero e anche una pista. Tra domande e pensieri, c’è già chi l’ha buttata lì. Qualcuno come idea da far diffondere (per vedere l’effetto), qualcun altro invece l’ha proprio detto. E così, ecco subito venir fuori l’almanacco degli ex calciatori che potrebbero rivestire il ruolo. Albertini, Baggio, Costacurta, Maldini, Tommasi, ad esempio e in rigoroso ordine alfabetico (qualcuno tra questi potrebbe anche avere un ruolo tecnico nel nuovo assetto federale). Il primo, dicono, sarebbe nei pensieri di Giancarlo Abete (nel caso l’attuale presidente della Lnd ed ex presidente federale non decidesse di scendere in campo, e nei pensieri anche di Franco Carraro), il secondo sarebbe solo un’affascinante ipotesi in realtà possibilità pari allo zero, il terzo e soprattutto il quarto affascinerebbero, pare, il ministro dello sport Andrea Abodi (che però pensa sempre al commissariamento come soluzione più utile e adatta in questo momento; e magari, in un futuro ravvicinato, potrebbe chissà correre anche lui dopo l’esperienza governativa), e il quinto solo qualche giorno fa aveva ricevuto un inaspettato endorsement dalle colonne di “Repubblica”: «Gravina ha sbagliato a dimettersi. Chi al suo posto? Se un bravo calciatore ha sviluppato una certa esperienza manageriale se ne può parlare. Un esempio è Damiano Tommasi che, amministrando la città di Verona, ha dimostrato di essere una figura ormai strutturata. Un calciatore va bene se ha imparato a fare il manager, altrimenti no».

Parole e musica di quella “vecchia volpe” di Franco Carraro. Un paio di giorni fa l’86enne presidente della divisione paralimpica federale è tornato sulla questione, sollecitato in un’intervista pubblicata dal “Corriere della Sera” due giorni fa. «Ora che la federazione ha bisogno di trovare porte aperte si appoggi a un ex calciatore che ha un approccio più immediato con la gente. Il Cio lo ha fatto nominando presidenti ex atleti come Thomas Bach e ora Kirsty Coventry. E noi?». L’articolo si concludeva, senza però un virgolettato riferibile al sempiterno Carraro, a Demetrio Albertini…

Demetrio Albertini che è già stato in Figc, come vice del commissario Guido Rossi nel 2006; per anni, fino alla scorsa stagione, è stato presidente del Settore Tecnico di Coverciano ma in verità non si ricordano interventi e segni epocali nella sua (lunga) presidenza: presidenza chiusa non senza trambusti e veleni con il presidente federale Gravina. L’ex presidente federale, rimasto in carica come reggente fino alle elezioni, e il suo braccio destro (l’avvocato Giancarlo Viglione) continuano a muoversi dietro le quinte: vengono segnalati come assai manovrieri. Il primo (dicono) per assicurarsi che la Figc finisca in buone mani (mai in quelle di Abodi e della politica), il secondo, suggeritore delle più disparate strategie in questi anni, per cercare di non perdere il posto (dicono i maligni) o quantomeno per restare a via Allegri, magari come segretario generale (sostiene qualche bene informato, sfruttando anche la sintonia con Marotta).

Entrambi sono comunque allineati sulla linea del Piave: evitare in ogni modo – scongiurare – il commissariamento, inevitabile dopo un eventuale esito elettorale infruttuoso. Il rischio sarebbe perdere il controllo indiretto di via Allegri dando così via libera al ministro Abodi (e a Giorgetti) che conta di avviare iniziative di trasparenza all’interno dei meccanismi (e dei contratti) della Federcalcio. A questo proposito, va aperta una riflessione seria, non una semplice parentesi: ma per fare le elezioni non bisogna sapere cosa c’è dentro la Figc? C’è qualcuno che finalmente voglia imporre una operazione di trasparenza sui contratti, sugli incarichi, sulle competenze? Solo così si scoperchierebbe la casta e solo così si risponderebbe all’opinione pubblica che ha il diritto di sapere chi e come si vota. Gravina ha detto,e ripetuto: “della Nazionale italiana non frega a nessuno”. Ma come non importa a nessuno? E i quasi sessanta milioni di italiani? A questo punto deve intervenire il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: deve intervenire e deve per una volta intervenire con forza. La Nazionale rappresenta l’italia; quello che viene intonato è l’inno italiano. Non gliene frega nulla a nessuno che la Figc sia una associazione privata. Se una associazione privata rappresenta l’italia è tenuta a regole anche non scritte che impongono certi standard di comportamento e di trasparenza.. Basta con i giochi di palazzo, di potere e di poltrone: questo dovrebbe essere il filo conduttore di questa campagna elettorale.

E invece. Si continua.

Pur di non darla vinta ad Abodi e alla politica, pur di non subire l’onta del commissariamento, il pallone italiano cerca così di trovare una faticosa intesa.

Ci lavora di sicuro Gravina, dall’alto della sua reggenza, dall’alto della sua vice-presidenza Uefa, dall’alto di un incarico (che si aspetta) in vista di Euro 2032 come presidente del comitato, dall’alto della sua influenza su (quasi) tutte le componenti federali: di sicuro ha dalla sua la Lnd, l’Aic, l’Assoallenatori, una parte consistente dell’elettorato della serie C. Con questo blocco, i giochi sarebbero già fatti per l’eventuale candidato, quello espresso appunto da queste componenti. Gravina ci ragiona, e si spinge persino oltre: pur di non darla vinta ad Abodi, pur di non arrivare al commissariamento, sarebbe disposto a “favorire” l’intesa per la candidatura (e l’elezione) con largo consenso di Giovanni Malagò (pare che tra i due ci siano stati contatti e che il “dialogo” continui). Che Gravina veda di buon occhio l’ingresso di un ex calciatore di sostanza (non solo calcistica) oppure quella di Malagò lo si rinviene – se ce ne fosse stato ancora bisogno – in una sibillina risposta data a una domanda nell’intervista pubblicata proprio stamattina dal “Corriere della Sera”. A domanda (“È il momento che il calcio finisca in mano ad un ex calciatore”), la risposta è stata: «Non bisogna avere preclusioni, neppure verso un grande dirigente. Non è questione di uomini, contano i programmi e il valore delle persone. E bisogna relazionarsi con la politica in modo diverso». Una frase che tiene in vita la doppia soluzione: nel finale Gravina chiude con un «continuerò la mia esperienza in Uefa, non sarò mai un ex presidente ingombrante». C’è da credergli, almeno per la contesa che sta scatenandosi per ricevere il suo (scomodo) testimone?

Torniamo al punto di partenza: per convenienza, o per convinzione? Per convenienza o convinzione si sta procedendo in questi primi giorni di pre-candidature.

Scegliere e appoggiare il candidato migliore, o scegliere e appoggiare il male minore? Sulla scena si muovono le pedine mentre i “giocatori” veri restano coperti, si muovono e muovono dietro le quinte. Giancarlo Abete, il 75enne ex presidente federale, resta a mezza strada: non scioglie le riserve, astutamente sonda il terreno (l’incontro con Calcagno non avrebbe lasciato il segno), lascia ovviamente intendere come qualunque proposta (o candidato) debba per forza fare i conti col 34% della sua Lnd. Proprio sicuri però che Gravina, ad esempio, possa favorire e caldeggiare la (ri)discesa in campo dell’amico (pur se negli ultimi tempi qualche distinguo e qualche discussione tra i due ci sia stata) Giancarlo Abete? Una sua eventuale candidatura non pare produrre salti di gioia, né negli ambienti calcistici e forse nemmeno in quelli governativi (ma anche qui si scommette: se fosse il male minore?), e certo non sarebbe (non certo per capacità ed esperienza) una soluzione nel segno della “novità” da esporre all’esterno.

Ecco allora che la soluzione dell’ex calciatore potrebbe trovare nuove (e insospettate) spinte. Tra queste, emerge la figura di Damiano Tommasi. È stato consigliere federale al tempo del Gravina I, è stato nel consiglio nazionale del Coni, è stato per molti anni presidente dell’Associazione italiana calciatori; nell’inverno del 2018 si candidò al soglio federale ma la sua corsa finì senza esiti nello scontro a tre con Sibilia e Gravina. Corsa a tre finita senza vincitori, e così l’allora presidente del Coni (Malagò) fu costretto a nominare un commissario (Fabbricini, che nelle ultime ore ha dato valore all’ipotesi Malagò presidente Figc), commissariamento che poi si chiuse con la corsa elettorale a due tra Gravina e Sibilia. Tornando a Tommasi. Dal 2022 è sindaco di Verona, è al suo ultimo anno di mandato e non ha ancora sciolto le riserve sulla sua ricandidatura. L’ipotesi Tommasi troverebbe di certo l’appoggio e l’adesione dell’Aic che certo non potrebbe fare come nel 2024, quando glissò sulla proposta Del Piero. Insieme all’Aic, molto probabile che possa coagularsi anche il 10% dell’Assoallenatori di Ulivieri. Un 30% di base alla quale potrebbe arrivare il sostegno della Lnd di Abete (non tutta la Lnd comunque segue il presidente, diversi sono i mugugni): col 64% di partenza, ci sarebbe qualche candidato pronto a sfidare un ex calciatore che, magari, potrebbe ricevere l’appoggio mediatico e persino quello governativo, pur se Tommasi è di area centrosinistra e non proprio nelle grazie del governo di centrodestra? E però, in aggiunta: se Tommasi decidesse di accettare la candidatura e di non ripresentarsi alle comunali di Verona, l’area di centrodestra potrebbe trovare nuovo slancio e la speranza di “riprendersi” la città scaligera. Chissà che questo vorticoso giro…

Intanto, dopo aver ricevuto l’endorsement di Carraro, nei corridoi di via Allegri, qualche giorno fa, sarebbe stato notato proprio Tommasi, accompagnato da Umberto Calcagno (presidente Aic) e da Gianni Grazioli, dg dell’Aic e dal 2019 coordinatore delle Relazioni istituzionali della Federcalcio. Una visita occasionale, oppure un incontro premonitore? Chissà, di certo, se anche Gravina decidesse di appoggiare Tommasi, anche una parte (se non tutta) dei club di Lega Pro sarebbe a favore. Per convenienza o per convinzione?

Intanto, mentre le domande ballano e rimbalzano, si avvicina il gran giorno. A Milano domani la Lega di serie A, che ha il 18% di voto federale e che stavolta chiede di contare nella decisione sul futuro presidente federale, dovrebbe esprimersi (ma che si arrivi al voto in via Rosellini non è sicuro, molto più probabile si vada alla conta) sull’ipotesi di candidatura dell’ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Che, dall’alto della sua esperienza, e dall’alto delle sue profonde conoscenze delle dinamiche sportive e politiche, se ne sta ancora in disparte: lascia fare, sorride, non si esprime, attende. Non gli dispiacerebbe certo, e nemmeno lo spaventerebbe, “prendere il toro per le corna” e cioè dare impulso, sviluppo e riforme al calcio italiano dal quinto piano di via Allegri. Non vuole né autocandidarsi, né essere il candidato solo di qualcuno: solo davanti a un’ipotesi unitaria (o largamente unitaria) prenderebbe la strada della candidatura. Sulla quale, si era registrato, proprie nelle ore a caldo delle dimissioni di Gravina, il frettoloso endorsement di De Laurentiis, proprietario del Napoli che ieri è tornato a percuotere a testa bassa, proferendo un secco no alla possibile candidatura di un ex calciatore: «Non serve un ex giocatore, deve essere qualcuno che possa parlare politicamente al Governo per ottenere qualcosa che non abbiamo mai avuto. Abbiamo bisogno di collaborare, se abbiamo bisogno di risolvere i problemi fiscali, burocratici, ci devi aiutare. Abbiamo bisogno di persone con credibilità, che possano parlare con i ministri e risolvere i problemi».

Chissà cosa deve passare per la testa del patron azzurro che si cimenta sulla carenza di giocatori italiani (eppure il suo Napoli scudettato era pieno zeppo di stranieri) che dà consigli a destra e manca (eppure il Napoli di quest’anno, dopo un mercato super, è finito dietro il Pafos in Champions), che boccia la candidatura di un ex calciatore (eppure sportivi come la Salis e proprio Tommasi stanno dimostrando capacità amministrative e politiche) e che spinge invece per la candidatura di un profilo che possa dialogare e ottenere (soldi e interventi) dal Governo, eppure il profilo che caldeggia (Malagò) è proprio quello che il Governo non vuole e con il quale non vuole sedersi al tavolo.

Al tavolo continua a lavorare il presidente dell’Inter (e consigliere federale) Giuseppe Marotta che, come scritto in precedenza, avrebbe però ricevuto un sonoro avvertimento dall’amico (ministro) Giancarlo Giorgetti (alla fine è lui l’uomo dei denari…). Al momento in serie A non pare esserci unanimità sulla candidatura di Malagò (anche la frenata del presidente Simonelli è stata esemplificativa…): si va da un minimo di 11 club a un massimo di 15. Non certo il 100%. E se nemmeno la serie A si muove compatta su Malagò (c’è chi ipotizza una candidatura del senatore di Forza Italia Adriano Galliani…), è possibile azzardare come anche tra le altre componenti calcistiche l’ex presidente del Coni non possa trovare il massimo gradimento? Domani si avrà la prima risposta.

La strada però è ancora lunga, e la corsa è appena iniziata. Tutti pronti a mettersi in marcia. Per convenienza, o per convinzione? Si troverà la quadra, si arriverà a un felice esito elettorale (nel senso che si avrà un presidente federale), si troverà il candidato migliore o verrà fuori il male minore? Davanti a questo muro di domande, c’è un segnale inequivocabile: pericolo commissariamento.

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