L’udienza davanti alla Corte federale d’Appello spostata e posticipata sì, ma soltanto di un giorno; il collegio difensivo (Santoro, Sterratino, Sperduti) che chiede un rinvio, pare per legittimo impedimento, dopo aver presentato un ricorso disseminato in ottanta pagine; la Procura federale guidata da Giuseppe Chinè (nella squadra anche il sostituto procuratore federale Perugini e il sostituto Keller) che deposita memorie contenute in quaranta pagine: è l’asciutto e stringato resoconto degli ultimi giorni di una contesa sportivo-giudiziaria giunta ormai agli sgoccioli e che vede imputato il presidente degli arbitri italiani Antonio Zappi, condannato in primo grado a tredici mesi di inibizione (come previsto prima dell’udienza, leggi qui) dal collegio dei giudici del tribunale federale nazionale (presidente Carlo Sica) che il 13 gennaio scorso aveva così accolto in pieno la richiesta formulata dalla Procura Figc.
Una condanna tombale sulla sua (breve) presidenza Aia (eletto a dicembre 2024 col 73% dei voti) considerati gli articoli 29 comma 1 dello Statuto Figc e il 15 del Regolamento Aia perché, con una sanzione superiore ai 12 mesi e un giorno, un soggetto non può ricoprire incarichi federali (Zappi partiva già con una zavorra di 10 mesi di inibizione accumulati in precedenza, leggi qui). Una condanna, se possibile ancor più tombale viste poi (lette e rilette) le ventitré pagine di motivazioni (“modalità sleali”, “abuso di funzione”, “pressioni” ingigantite poi dal sì alle modifiche dei verbali del Comitato Nazionale in riferimento alle nomine), motivazioni che il 26 gennaio scorso, al termine del consiglio federale, erano state commentate così dal presidente federale Gabriele Gravina: «Uno spaccato che merita una riflessione politica e tecnica».
La riflessione politica e tecnica produrrà, soltanto dopo il secondo grado di giudizio, esaurendo così l’iter endo-federale, inevitabili decisioni e conseguenze: non soltanto sul destino (ormai segnato) di Zappi (pare ne sia consapevole anche lui, «farò di tutto per tutelare me stesso, la mia immagine e quella dell’associazione che per tredici mesi ho avuto l’onore di presiedere»: parole che sanno già di passato…) ma sulla vita e sulle evoluzioni dell’associazione italiana arbitri che da anni (con)vive tra strappi e lacerazioni, stritolata da correnti velenose e svuotata da una lotta di (basso) potere che ha portato a ben tre tornate elettorali nel giro di soli quattro anni. Se già (almeno) l’ultimo periodo della presidenza Nicchi era stato tribolato (eufemismo), è dal 14 febbraio 2021 (giorno dell’elezione di Alfredo Trentalange) che non trova pace ma anzi solo fuoco e fiamme.
Chissà, magari in questi giorni di attesa del secondo grado di giudizio, il condannato Antonio Zappi avrà pensato anche alla tribolata esperienza di Trentalange che, a differenza sua, s’era però dimesso subito dopo il deferimento (per il caso D’Onofrio) e che, dopo la condanna a tre mesi ricevuta dal tribunale federale nazionale, era stato però prosciolto dai giudici della Corte federale d’appello. Zappi invece, spalleggiato (ma la difesa a spada tratta del Comitato Nazionale e dei suoi grandi elettori è andata scemando nel corso degli ultimi tre mesi, cioè da fine novembre quando si arrivò alla chiusura indagini, da tempo il vice Michele Affinito è segnalato come assai attivo in caso si andasse a nuova tornata elettorale) dall’attuale gruppo dirigente, ha scelto un profilo ben diverso (di attacco) cercando poi vanamente appigli tra istituzioni politiche e governative (le interrogazioni parlamentari degli onorevoli Mulè e Barbagallo rivolte ai ministri Nordio e Abodi) e ospitate televisive: nel corso di una puntata de “la Domenica Sportiva” s’era professato innocente e convinto della propria assoluzione, dopo aver invocato sul sito Aia “un giudice a Berlino”.
Sarà il già consigliere di Stato Mario Luigi Torsello a presiedere il collegio dei giudici della Corte federale d’appello che (non più il 18 febbraio) giovedì 19 in udienza esaminerà il ricorso dei difensori di Antonio Zappi che avevano chiesto il rinvio, pare per legittimo impedimento. Curioso che tre difensori siano tutti impegnati nello stesso giorno? Difensori che, visti i tempi, avrebbero potuto, sin dal momento della ricezione dell’avviso per il 18, far presente immediatamente gli impedimenti? Singolare che a chiedere rinvio, per poter essere presenti, siano gli stessi difensori che, per propria scelta, avevano invece abbandonato la discussione di primo grado dopo aver presentato una serie di eccezioni e denunciato una compressione nei diritti della difesa? Domande che non spostano il tema principale.
Il rinvio (anche per il primo grado si era avuta una dilazione dei tempi), di appena un giorno (non più il 18 ma il 19 febbraio), è stato concesso dal presidente del collegio, Mario Luigi Torsello, come gesto di rasserenamento. Curiosità: tra i tanti delicati procedimenti che nel corso degli anni lo hanno visto alla guida dei collegi della corte federale (tra questi, il giudizio d’appello sulle plusvalenze) c’è anche quello che ad aprile del 2023 (leggi qui) prosciolse da tutte le accuse proprio Trentalange (annullando così l’inibizione di tre mesi comminata in primo grado) che però si era presentato all’appello già da ex presidente Aia.
Zappi invece si presenta con un fardello di tredici mesi di inibizione in primo grado e da presidente formalmente ancora in carica, pur se nell’ambiente non solo arbitrale, viene considerato ormai come un “dead man walking”. Ma nel caso di specie, c’è poco di cinematografico e invece molto di reale: le evidenze scaturite dalle complesse indagini svolte dalla Procura federale, le motivazioni abbinate ai tredici mesi di inibizione, il precedente fardello dei dieci mesi già accumulati risuonano come il gong alla sua presidenza. Probabile pure che dalla Corte federale d’appello giunga uno sconto di pena: tra gli otto e i nove mesi di inibizione, questa è la previsione mista a indiscrezione. Una sanzione ridotta che non impedirà però di far risuonare il gong sulla presidenza Zappi. La domanda che circola è: si dimetterà subito, o si andrà alla decadenza?
In un caso o nell’altro, la strada per l’Aia è tracciata. Da tempo. Come più volte scritto (su questo sito) l’intenzione federale è di arrivare al commissariamento, mentre l’attuale governance Aia (più Affinito che Massini) vorrebbe andare a nuove elezioni, entro il termine dei novanta giorni prescritti da articoli e regolamento (l’indizione della nuova tornata elettorale spetterebbe nel caso al vice-presidente vicario, Massini). La strada delle elezioni a breve, con l’attuale regolamento elettorale, è però assai stretta. Una strada stretta e impervia, un fronte che si contrappone alle solide intenzioni federali, già manifestate anche alle componenti federali da Gravina e ribadite in tutti gli incontri (ufficiali e non) intercorsi nell’ultimo mese e mezzo.
«Uno spaccato che merita una riflessione politica e tecnica»: così Gravina dopo l’ultimo consiglio federale, quello del 26 gennaio scorso. Una vicenda senza punto di ritorno (così come il varo della Pgmol all’italiana, l’organismo professionistico che da luglio raccoglierà gli arbitri professionisti sotto l’egida di Figc e Lega A). Uno spaccato che produrrà, dopo il commissariamento (il segretario Figc Brunelli e il vice segretario Di Sebastiano sono i nomi in ballo, magari uno dei due sarà affiancato da un dirigente arbitrale, Pisacreta o Pacifici?), la riscrittura delle regole, prima dell’eventuale nuovo voto. E già, eventuale.
Perché l’intenzione originaria di Gravina era di arrivare, e aprire, al suffragio universale: voto di tutti gli associati. Però, negli ultimi giorni, ha preso piede un’altra soluzione che sarebbe un ulteriore passaggio tombale sulla già ristretta autonomia Aia che da tempo non è più una componente federale ma soltanto un’articolazione della Figc. Per questo, la nomina di un presidente (e di una governance), dopo la riforma, potrebbe essere presa direttamente dal consiglio federale…






