Se il mandato presidenziale di Giovanni Malagò in Figc, ottenuto (col 68,58% dei voti) nel secondo giorno della poi (caldissima) estate, cadrà a inizio autunno col commissariamento della Figc, non sarà certo un “cader fragile” come invece nella celebre poesia di Giovanni Pascoli, ovvero “la fredda estate dei morti”. Quella del 2026 è stata infatti la calda estate del caso Malagò O meglio della tessera Figc, o meglio ancora della tessera mancante, quella cioè che l’ex presidente Coni (colpevolmente?) non aveva al momento della presentazione della candidatura, mancanza poi (colpevolmente, superficialmente) non accertata da chi aveva il compito di controllare, ma anche una mancanza non impugnata nei termini previsti dallo Statuto, e non da chi ne era legittimato. E già: addirittura, perché la falla scoperchiata solo dal ricorso (tardivo) dell’avvocato ed ex stopper della Lazio Renato Miele, (Lazio squadra del cuore del ministro dello Sport Andrea Abodi e di proprietà del senatore di Forza Italia Claudio Lotito, l’unico a pensarci bene a non aver proferito nemmeno una parola su questa pirandelliana vicenda: almeno strano, no?). Mancanza (di una tessera) che comporterebbe il commissariamento da parte del Coni mentre su una serie di federazioni (e di presidenti) attraversate da ben altre vicende continua da mesi la melina (ne abbiamo riscritto recentemente, leggi qui).
Miele – “Chi era costui?” avrebbe scritto Alessandro Manzoni nella cui celebre opera è presente anche il dottor Azzeccagarbugli – che aveva presentato la propria candidatura ben sapendo di non essere in possesso del requisito principe, ovvero l’appoggio di una delle sei componenti, come da Statuto federale.
E allora che venga candidato all’Oscar dell’ingenuità chi crede alla storiella che la battaglia l’avvocato Miele l’abbia avviata per mettere in rilievo come il range per le candidature presidenziali Figc sia ristretto e non invece che magari abbia rappresentato (magari ab origine) sin dall’inizio la tessera giusta che, come piovuta dal cielo e serbata da chi era a conoscenza fin dall’inizio dell’inghippo e utilizzata a scoppio ritardato tanto per non dare l’idea delle impronte e infine cavalcata da chi davanti alle prime scelte presidenziali ha cominciato a non tenersi più, potesse finalmente completare un puzzle imbastito da una parte politica che da tempo, e a più riprese, prova(va) a commissariare la Federcalcio (ricordate i tempi di Gravina? Gravina che, con le sue dimissioni post Zenica e l’indizione elettorale, aveva bloccato piano e mire, Gravina che anche nel giorno del congedo aveva messo in guardia dalla famelica fame della politica).
Parte politica che ha poi trovato sponde saldandosi con la cerchia sportiva composta da un fragile presidente del Coni (a 76 anni, giunto all’apice della carriera, cosa potrà mai chiedere di più, perché ribellarsi a un’onda montante?, perché combattere per l’autonomia e l’indipendenza dello sport se tra un po’ dovrà comunque passare la mano?) ormai concupito da una parte politica (basta vedere composizione e risultanze della Commissione sulla riforma della giustizia sportiva: le nomine dei procuratori, a partire da quello generale Coni, previo via libera dell’autorità controllante…; a proposito, c’è da segnalare come al procuratore generale del Coni, il prefetto Ugo Taucer, sia scaduto il secondo mandato…). E poi da un paio (almeno) di ministri (of course Giorgetti a dettare la linea, of course Abodi ad eseguire), da alcuni presidenti federali (ad esempio Barelli e Binaghi, ma perché no?, anche l’ondulante e altrui ventriloquo Petrucci) da sempre avversari di Malagò, dagli evergreen calcistici (Carraro e Abete che Malagò lo hanno visto come un invasore barbarico), da una consistente fetta di proprietari calcistici di serie A oltre naturalmente Lotito (irretiti dalle prime, pasticciate e discutibili scelte del neo-presidente: “ma che pensa, che siamo come i presidenti federali?”), da sacche interne alla Federcalcio pronte a difendere le rendite di posizione e magari deluse per la mancata “adesione” ai patti stabiliti (c’è chi pensa, addirittura, che anche l’ex Gravina abbia repentinamente ri-cambiato idea, dolendosi persino dei consigli dell’avvocato Viglione e ri-convergendo sull’asse con Abete che intanto, molto democristianamente, s’è detto sfavorevole all’intervento esterno inviando persino una lettera personale a Malagò…) e dalle subdole mosse del ritornato “Richieleu di Palazzo H”, ovvero quel (monsignor) Danilo Di Tommaso che i conti con Malagò non li aveva (e non li ha) ancora chiusi.
C’è persino chi sostiene come possa essere lui l’ispiratore di una continua serie di veline, dal “pubblico ufficiale” al conflitto di interessi di Bianchedi e Spina fino al presunto danno erariale: che poi, proprio a voler essere precisi, l’eventuale e tutto da dimostrare danno erariale potrebbe tutt’al più essere azionato da “Sport e Salute” (“Sport e Salute” che se ne sta tenendo assai alla larga da questa vicenda, è bene precisare) altro che dal Coni. Tattica di pressioni, e pareri, promesse e prebende che, bisogna onestamente dire, l’una parte (Abodi-Buonfiglio) e l’altra (Malagò-Figc) hanno continuato a utilizzare a profusione nei confronti dell’opinione pubblica e verso chi, tra Giunta e Consiglio Nazionale, dovrà alla fine esprimersi (mica sono tutti scienziati del diritto…). Che poi, per restare in tema di conflitti in Giunta, basterebbe aumentare la visione (leggi qui) guardando anche al passato. Invece, per restare in tema di “futuro”: ancora sulla scena pare sia presente il 91enne Gianni Letta che, mentre cerca di mettere d’accordo Tajani e Occhiuto sul “governo” di Forza Italia, pare si spenda e si spanda per cercare di “salvare” Malagò.
La situazione è così grave (ma non seria) che descrivere quanto accaduto, quanto accadrà e quanto ne conseguirà come (solo) una congiura o un complotto (e senza rilevare le pur reali responsabilità di Malagò e della sua cerchia nel corso di questi quattro mesi) non sarebbe onesto né serio. Di certo è un affare politico e non certo sportivo, di certo è diventata una disfida personale condita da gelosie e rancori, di certo di sport e di sportivo non v’è nulla, di certo s’è ancor più allargata la forbice tra la base sportiva (praticanti e appassionati) e la ristretta cerchia dei potenti “politico-sportivi”. Certo, sarà soltanto l’inizio di una saga senza esclusioni di colpi, ripercussioni e nuove battaglie: di calcio (e di sport), e futuro del calcio (e dello sport), nisba.
Tanto vale allora segnalare qualche dettaglio, perché sulla questione si è già sentito, scritto e detto di tutto (e, ovviamente, mentre tutti pensano di aver ragione, si segnala come tutti, forse, abbiano torto: gettare le maschere sarebbe l’unico atto dignitoso alla fine di questa deprimente e desolante vicenda).
Il primo dettaglio. Apertosi a inizio estate e (probabilmente) stoppato in avvio di autunno, l’affaire Malagò e l’affaire Figc (se non anche l’affaire Coni) si prolungheranno – tra azioni, ricorsi, veleni e vendette – quantomeno fino al prossimo inverno. E così i protagonisti della vicenda passeranno da mare e costume a sci e montagna. A proposito allora di sci e di montagne.
Quattro anni fa ci si occupò del caso elettorale della Fisi, la federazione italiana sport invernali (qui il link dell’articolo) attraversata, attardata e attanagliata da una serie di ricorsi dopo la rielezione di Flavio Roda, vicenda durata ben diciotto mesi e conclusasi al Tar e poi al Consiglio di Stato dopo i ripetuti passaggi nei tribunali della giustizia sportiva (federale e Collegio di Garanzia che già avevano dato ragione a Roda e torto ai tre avversari elettorali). Alla fine della mirabile giostra, la giustizia amministrativa diede ragione al rieletto Roda (al quarto mandato di fila) rispedendo così al mittente i ricorsi e le impugnazioni presentate perché si riteneva l’elezione (e prima ancora, la candidatura) illegittima in quanto contrastante col dettato della legge 8 del 2018 (la legge Lotti) che prevedeva come il limite massimo dei mandati fosse fissato a tre; su abbattimento del tetto, aggiramento della sentenza della Corte Costituzionale, autostrada rispalancata in favore degli infiniti mandati ai presidenti federali di lungo corso e su divieto fissato solo per il presidente del Coni, si è scritto più volte: dietro il diktat di Barelli, alla fine a metterci il timbro, a dispetto di proclami e parole, fu proprio il ministro dello Sport, Abodi.
Tra le righe della sentenza – certo, era un caso limite – presa dal collegio della sezione Prima Ter del Tar Lazio, presieduto dal magistrato Francesco Arzillo, si poteva leggere come, tra le altre cose, “l’invalidità della candidatura non si trasmetterebbe automaticamente all’elezione”. Un caso assai complesso e lungo che riprenderlo adesso porterebbe via troppe righe: chi ha tempo e modo, potrà approfondire e trovarci (forse) spunti utili.
Secondo dettaglio. Una settimana fa, quasi come fossero le prove generali di quanto accadrà domani in Giunta, all’ordine del giorno di una Giunta straordinaria convocata dal presidente Buonfiglio, c’era la decisione sul commissariamento della Federpesistica dopo le dimissioni di sette consiglieri federali seguite alla bocciatura delle proposte di riforma avanzate dal presidente Alberto Miglietta, un dimissionario che però aveva intenzione di proseguire in regime di prorogatio fino al nuovo voto col niet dei suddetti consiglieri. Miglietta, per inciso, doveva essere il segretario generale Coni al fianco di Buonfiglio, almeno secondo i disegni malagoniani, disegno poi modificato dall’irruzione di Carraro che, dopo aver abbandonato la propria corsa elettorale, con Petrucci e Gravina aveva dato il via libera a Buonfiglio (contro il candidato di Abodi, e cioè Luca Pancalli) a condizione però che l’uscente Carlo Mornati (vicino al ministro Mef Giancarlo Giorgetti) restasse al proprio posto, come poi avvenuto.
Tra l’altro la girandola non dovrebbe fermarsi perché, per ironia della sorte, il probabile futuro commissario Federcalcio potrebbe non essere Buonfiglio ma proprio l’ex canoista che intanto, a parole, lascia intendere di voler declinare ma che, ob torto collo, accetterebbe purché si tratti di un mandato breve. Sul punto serve una parentesi, perché non è detto che l’eventuale commissariamento non possa durare invece (più) a lungo. Anche fino a due anni, quando poi si tornerà a votare come da scadenza del quadriennio olimpico (magari anche Abodi, non più ministro, potrà farci un pensierino): e già, perché dopo una riunione in Senato (tre settimane fa) era, ed è riemerso, il vero punto nodale dell’affaire.
Cioè il desiderio/intento di intervenire più massicciamente, lucrando sul caso Malagò e commissariare la Federcalcio per un tempo assai prolungato, per questioni di potere, immagine e soldi, e utile anche a compiere le riforme da sempre osteggiate dalle componenti, a partire dalla riforma dei campionati (tra cui, l’accorpamento della Lega Pro con la serie D e la reintroduzione del semi-professionismo) e da una diversa ripartizione dei proventi. In cambio dell’eventuale benestare calcistico (serie A in primis, serie A oggi informalmente riunitasi e che, ribadendo il sostegno a Malagò, si è detta però contraria al commissariamento federale perché privo di solide basi giuridiche) la promessa di nuove risorse (leggasi Abodi in un recente convegno a Portofino proprio all’indomani della rassicurazione, fornita da Malagò al potentato calcistico, che alle risorse ci avrebbe invece pensato lui): in questo presunto patto, il via libera al commissariamento lungo sarebbe anche potuto arrivare, ma magari con dentro un dirigente calcistico di provata esperienza (Galliani?). Tutto però resta avvolto in una giungla di nodi e confidenze. Torniamo invece alla Giunta di una settimana fa e al “caso Miglietta”.
Miglietta era il presidente federale cui era stata affidata anche la regia di una commissione che avrebbe dovuto occuparsi di riforma della governance Coni, con l’accorpamento di alcune federazioni e Dsa, scendendo in totale a 50 circa, nell’ottica di una migliore gestione e ottimizzazione delle risorse: i lavori della commissione però non sono mai andati avanti, Miglietta è stato disarmato, la palla è tornata nelle mani di Buonfiglio e soprattutto di Diego Nepi Molineris (ad di Sport e Salute, la cassaforte statale controllata dal Mef). Sul punto, i due stanno cercando di trovare la quadra giusta, e sempre sul punto pare stiano dando rassicurazioni nel senso (nel senso che tutto sarà orientato alla migliore e più efficace gestione delle risorse), proprio in costanza del voto del Consiglio Nazionale che, un’ora dopo la decisione della Giunta (ma non appare quantomeno sospetto che su un argomento di tale delicatezza si comprimano così i tempi?), domani a ora di pranzo dovrebbe certificare il commissariamento Figc, sempre se in Giunta dovesse passare la proposta.
Torniamo all’agitatissima riunione di Giunta di una settimana fa. Sull’unico punto all’ordine del giorno (commissariamento Federpesistica) prendevano la parola, e posizione, un po’ tutti. Tutti, tranne la professoressa Laura Lunetta (considerata vicina alle posizioni di Malagò), presidente Federdanza al centro di un’inchiesta della Procura della Repubblica (ce ne siamo occupati a iosa, qui di commissariamento non si è ancora discusso), ancora in Giunta nonostante le ripetute richieste di Buonfiglio di prendersi (almeno) una pausa e grazie pure alla lentezza degli organi di giustizia federale e del Coni (vero Taucer?) e infine ancora al comando della federazione. Inciso che fa sorridere: il Coni ora la considera in potenziale conflitto di interessi poichè ci sarebbe un accordo tra Federdanza e Figc servizi sull’uso di Coverciano, e non perché al centro di un’inchiesta penale che tra l’altro sta per chiudersi.
“Sei una miracolata, e vorresti anche parlare?”: stoppata la Lunetta, sarebbe poi toccato allora alla Bianchedi (al momento era ancora capo delegazione della Nazionale su scelta di Malagò), che avrebbe posto questioni sul commissariamento, in controtendenza al dettato di Buonfiglio e company. Irritazione e tensione in sala. Che sarebbero aumentate quando a prendere la parola sarebbe stato Marco Di Paola, anche lui considerato vicino a Malagò e anche lui al centro di una scabrosa vicenda al centro di un’inchiesta della Procura di Roma che ha segnalato anomalie e opacità nel voto che lo aveva rieletto nel 2024 (anche qui ce ne siamo occupati a iosa, anche qui di possibile commissariamento ancora non si discute), eppure ancora al timone della Federazione italiana sport equestri e, addirittura, il coordinatore (della Commissione) scelto da Buonfiglio e Abodi per la riforma della giustizia sportiva del Coni… Di Paola che, mentre parlava “di un funerale che si sta consumando sulla pelle di Miglietta che però è ancora vivo”, veniva stoppato dall’87enne Franco Carraro detto il “poltronissimo”, ex presidente Federcalcio ed ex presidente Coni, partecipe della Giunta grazie a una consuetudine inaugurata proprio da Malagò e riservata agli ex presidenti del comitato olimpico che però non hanno diritto di voto.
Carraro ci sarebbe andato giù duro: “Di Paola, ma cosa sta dicendo? Lei non ha rispetto della vita e della morte, qui si sta parlando di un caso sportivo. E poi, se proprio bisogna parlare di funerale, l’unico titolare, vista l’età, dovrei essere io. Ci vuole rispetto per le istituzioni, ci vuole rispetto per chi sta male davvero”. Tensione alle stelle, tensione che sarebbe un po’ calata quando Malagò, intervenendo, avrebbe alla fine dato via libera al commissariamento purché il commissario non fosse stato Antonio Urso, che proprio Miglietta aveva da poco nominato come consulente della federazione.
La mediazione ha così portato alla decisione di Buonfiglio di assumere il ruolo di commissario, così “liberandosi” (pare) dal peso di doverlo diventare anche per la Figc. Ma le tensioni non sarebbero finite lì in sala. Anzi: altra e nuova benzina non appena terminata la Giunta.
Riecco l’81enne Petrucci, che intanto già pensa al suo quinto mandato di fila alla Fip, dopo aver preso da parte e rimbrottato pesantemente Bianchedi e Di Paola (“ma volete finirla con questa combriccola?, non conoscete il senso delle istituzioni”), rieccolo a dettare parole pesanti alla stampa, attaccando i due vice-presidenti di Giunta, «è assurdo che i due vice presidenti di Giunta siano sempre in disaccordo col presidente: è un rapporto fiduciario». Parole che forniranno poi l’assist al ministro Abodi per poter intervenire nuovamente (lui è solo uno spettatore, ricorda e ammonisce sempre) cogliendo la palla al balzo, e come quasi a indicare l’uscio della porta: «Il vicepresidente vicario e il vicepresidente hanno diritto e dovere di esprimere un’opinione, ma se è sempre contraria dovrebbero fare una scelta, perché quel ruolo è stato affidato loro nell’ambito di un rapporto fiduciario».
Parole cui sarebbero seguite, in ordine cronologico, quelle dell’ex sciabolatrice Diana Bianchedi che in una lettera si dimette(va) dall’incarico di capo delegazione (mica da quelle, più attese, dalla Giunta), di Malagò che parlando di «intervento scomposto e sgrammaticato del ministro, e non è la prima volta quando parla di calcio» alza(va) ancor di più i toni dello scontro e infine quelle ancora del ministro che, dicendosi sorpreso dalla scelta della Bianchedi e dolendosi «sto cominciando a diffidare di chi esprime solo giudizi verso gli altri non fa mai un briciolo di autocritica. Perché si è arrivati allo scontro frontale ovunque? Io non ho nemici, non li voglio e non li cerco», ributta(va) il pallone avvelenato dall’altra parte mettendo sul chi va là Buonfiglio, «la decisione deve avvenire solo in ambito sportivo…», e spingendosi persino all’incondizionata fiducia al ct Mancini (che al clamoroso addio pare ci pensi, se…) in caso di caduta del presidente federale e annesso commissariamento: certo che per un ministro che non entra nei fatti sportivi, spingersi sino alla fiducia all’allenatore…
A proposito di belligeranti. Ecco il terzo dettaglio. Mentre intanto in queste ore continua la conta dei voti in Giunta (e sui potenziali conflitti la palla rimbalza da una parte all’altra, alla fine dovrebbe decidere Buonfiglio chi può votare e chi no, come si fosse ancora ai tempi del Colosseo nei panni dell’imperatore…), mentre l’Anac si è tirata fuori dalla disputa, mentre dal Coni continuano ad arrivare veline (testi non firmati che passano come pareri giuridici..) che sottolineano come, ad esempio, la Bianchedi (e la Spina) siano in conflitto d’interesse e dunque non dovrebbero partecipare al voto (ma non è che anche Buonfiglio dovrebbe astenersi? ma questo non per i presunti trascorsi e presenti impegni calcistici del figlio; certo, se il legale rappresentasse dell’Ente dovesse astenersi non sarebbe un bel segnale; un bel segnale sarebbe se fosse consentita la diretta tv o quantomeno la seduta pubblica, visto che si tratta di Ente pubblico…) mentre dall’altra parte la Figc segnala i possibili conflitti di interesse di Montini (Fiamme Oro) e Cagnotto (nuoto), mentre le pressioni (dell’una e dell’altra parte) continuano, e qualcuna pare somigli più ad una minaccia, mentre si legge, interpretando a proprio favore, tra le righe dei pareri dei magnifici quattro giuristi scelti dal Coni (astuta la mossa di infilarvi l’avvocato Medugno, storico legale di federazioni e leghe calcistiche, prima tra queste la Lnd ora guidata da Abete) e degli altrettanto magnifici cinque giuristi chiamati da Malagò (o dalla Figc?) a supporto delle proprie tesi; mentre piomba la nuova diffida dell’avvocato Miele che prova a mettere spalle al muro (non dovete votare ma: “dovete votare per il commissariamento”, altrimenti…) la platea dei votanti; mentre noi sottolineiamo come le presenze di alcuni componenti in Giunta siano imbarazzanti per le vicende giudiziarie in corso nelle quali sono coinvolti (ma bisogna allargare la questione a tante altre federazioni, anche lì altro che tessera…) e che se proprio bisogna dirlo fuori dai denti e con massimo rispetto: ma che competenze e quali conoscenze possiedono i votanti (tutti) per decidere di una questione che è giuridica e che invece ha assunto solo connotati politici e personali? Che serietà si dimostra relegando una decisione così delicata come fosse il lancio di una monetina?
Comunque, mentre continua tutto questo flusso, c’è chi preme e spinge affinché possa esprimere il proprio voto in Consiglio nazionale, pur se non ne ha diritto perché non è contemplato dallo statuto Coni. Il soggetto in questione è l’onorevole sottosegretario di Stato e auto-sospesosi presidente della Federnuoto, un altro soggetto per il quale non si contano più tutte le istanze e denunce (anche per incompatibilità e conflitti di interesse) presentate al ministro Abodi, al presidente del Coni Buonfiglio, alla Giunta, al Procuratore generale del Coni Taucer, alla Corte dei Conti, all’Anac e all’Agcm. Tutte istanze e denunce che però continuano a rimbalzare contro un muro di gomma. E già perché Paolo Barelli, aggirando norme e statuti, avvalendosi del legittimo impedimento, si è auto-sospeso dalla carica di presidente della Fin provando così a bypassare conflitto di interessi e soprattutto incompatibilità tra le due cariche. Lui resta con due piedi in molte scarpe e intanto continua a premere su Buonfiglio affinché il vice-presidente della Fin, Pieri, possa votare (chissà a favore di chi..) in Consiglio Nazionale sul caso Malagò. E, pare che, alla fine, il pressing sia riuscito: il sostituto di Barelli voterà.
Come avrete potuto leggere, se siete arrivati sin qui, si è scritto (malamente) del nulla. E, di certo, non ci si potrebbe mai accostare ai pareri (e nemmeno avere l’ardire di interpretarli) degli insigni quattro giuristi, avvocati e professori scelti dal Coni di Buonfiglio (Scoca, già difensore di Giraudo contro il Coni, Angeletti, Coccia e Medugno) e nemmeno di quello espresso dai cinque giuristi, avvocati e professori (Sabino Cassese, Bernardo Mattarella, Nuzzo, Ruperto e Sirena) individuati dalla Figc per supportare le tesi Federcalcio e del presidente eletto Malagò.
Violazione o infrazione; vizio sanato oppure no; violazione che comporta il commissariamento o mancanza che non comporta tale provvedimento: l’elenco potrebbe continuare, e in questi giorni si è già letto e scritto di tutto. Da una parte e dall’altra.
Preferiamo soffermarci su un semplice, singolo aspetto, ovviamente senza la pretesa di avere la ragione dalla nostra parte. Tutto nasce dal requisito. Bene. Proviamo a farla semplice.
Cosa è il requisito? Qualcosa senza il quale non si può partecipare. Il requisito per essere ammesso all’Università? Il diploma di scuola superiore. Qual è il requisito per partecipare ad una gara, ad esempio, di servizi sanitari? Aver svolto un servizio analogo per almeno due anni. Questi sono i requisiti. Ogni requisito deve avere uno scopo, altrimenti si rivela come uno sbarramento. Chiedere di essere iscritti prima di poter esercitare una qualunque funzione non ha nessuna logica e, soprattutto, può essere un modo per controllare i possibili rivali. Un modo vietato.
Secondo questo ragionamento quindi, la norma dello Statuto Coni non può essere letta come requisito di partecipazione ma come, invece, un requisito di esecuzione. Cioè il presidente deve essere iscritto. E oggi (cioè dal 22 giugno) lo è, questo nel caso di Malagò. Questa è un’interpretazione adeguatrice, non un’interpretazione letterale. L’adeguatrice è quella che permette alla norma (che altrimenti è illegittima) di poter esprimere il suo scopo. Dunque nessun requisito di ammissione, ma solo una condizione per esercitare la funzione dopo l’elezione.
Seguendo questo filo (che ribadiamo, riguarda la Federazione e non il presidente, chiunque esso sia), mancherebbero i presupposti per il commissariamento, perché il vizio (la mancanza della tessera) riguarda un momento anteriore all’elezione, ma che dopo l’elezione non esiste più. Il momento anteriore all’elezione è della parte (cioè Malagò) non certo dell’ente (la federazione in questo caso). E sul vizio della parte c’è un rimedio specifico sul quale il giudice della Corte federale Torsello ha scritto nella sentenza sul ricorso presentato dall’avvocato Miele, Miele non legittimato in quanto non in possesso del requisito (questa volta sì necessario) di partecipazione e cioè l’accreditamento di una componente, e impugnazione non effettuata nei termini previsti (dunque, la strada a chi avesse voluto fare ricorso era segnata, ed è quella che avrebbe dovuto seguire se voleva provare a far cadere Malagò e commissariare Figc).
Ci spieghiamo meglio. Nel caso specifico Malagò (pur senza la tessera ma essendo stato eletto) non può essere “buttato fuori” perché il sistema (come ha scritto il giudice Torsello) prevede che se c’è qualcuno che si vuole dolere deve farlo per la via però tardivamente intrapresa da Miele e che per giunta Miele non poteva nemmeno percorrere perché non legittimato, e non invece arrampicandosi su altre “tessere” del puzzle per poter completare un disegno noto ormai da tempo (ben prima dell’elezione di Malagò), e cioè mettere le mani sulla Federazione, obiettivo che una parte politica (le dichiarazioni di tanti esponenti sono agli atti) insegue almeno da due anni.
Detto stringato: puntare sulla tessera mancante di Malagò al momento della candidatura come requisito necessario e soprattutto come presupposto per arrivare a commissariare (c’è chi sostiene per mettere le mani sulla Figc), non era (non è, non sarebbe) una via percorribile e questo a prescindere dalla violazione tale da poterla definire come una grave violazione dell’ordinamento sportivo o di malfunzionamento della federazione; federazione che, dopo l’elezione, e perché il ricorso è arrivato tardivamente e da chi non era legittimato, nulla poteva fare di diverso.
Ci si è infilati, invece, su una salita ardita che conduce alla “morte” delle federazioni e del Coni: il caso Figc (non il caso Malagò) rischia di passare alla storia come la definitiva appropriazione dello sport da parte della politica. Buonfiglio non l’ha capito o, se l’ha capito, si è girato dall’altra parte. Per convenienza. Perché se non asseconda il potere (politico) a casa ci andrà lui. Andrea Abodi (e chi per il ministro) è stato chiaro: «Il problema sia risolto all’interno del Coni», ossia da Buonfiglio. E che succede allora se Buonfiglio non riuscirà a far cadere Malagò e quindi a commissariare la Figc? (che poi andrebbe davvero azzerato tutto dentro via Allegri, negli ultimi quattro anni lo abbiamo scritto, fatti alla mano, almeno duecento volte).
Succede che l’organo vigilante, cioè il ministro, cioè Abodi, commissarierà Buonfiglio. Tutto qui. Altro che norme, altro che diritto.
L’operazione riuscirà lo stesso? Chissà. Di certo, il commissariamento della Figc, se commissariamento sarà, produrrà azioni e reazioni a catena, una serie di conflitti e giudizi sino ai tribunali amministrativi. Facile pensare che si arriverà (almeno) in pieno inverno. E allora, come scritto all’inizio, tocca chiudere con quanto stabilito da una sentenza del Tar sulla Federsci.
Lì la questione fu semplice. Per quell’elezione, il giudice Arzillo lo scrisse chiaramente cosa era successo: e cioè che, praticamente, una volta che sei eletto è superato quel problema perché si tratta della mancanza di un requisito per partecipare all’elezione, ma una volta che si partecipa all’elezione e si è votati e si è eletti, quell’aspetto è assorbito.
È anche – a nostro parere – il punto nodale della vicenda Malagò-Figc, la chiave di volta di tutto l’impianto sul tavolo: è, cioè, il requisito e la necessarietà di uno specifico requisto. Non il requisito per essere eletto presidente, bensì per essere candidato all’elezione (e cioè, nel caso dello Statuto Figc, l’accreditamento di una componente). Una volta che c’è stata l’elezione, il voto, e l’elezione, superano qualsiasi problema che esiste(va) prima: questo non lo sosteniamo noi, lo scrive il giudice Arzillo nella sentenza del Tar (2024) sul ricorso contro l’elezione di Roda alla Federsci. Il requisito non è per essere presidente ma per essere candidati, perché si diventa presidente non per nomina ma per elezione.
Tutto però è finito in rissa, in un copione più volte raffazzonato e cambiato. Lo sport e il calcio utilizzati, da una parte e dall’altra, solo per logiche di potere, personali, di politica.
Lo abbiamo scritto più volte, da due anni almeno. “Non fate entrare la politica nello sport”. È troppo tardi. L’elefante è definitivamente entrato nella già fragile cristalleria, il diritto è finito nelle mani di azzeccagarbugli (attenzione, non i giuristi del Coni e non quelli della Figc), lo sport è stato ingoiato dalle fauci della politica. Sul terreno resteranno, comunque vada, brandelli. Altro che pallone.






