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Trentalange assolto: la Corte d’Appello di Torsello sbriciola Chinè. L’ex presidente degli arbitri: «Credo in Dio e nella giustizia»

Nel processo di secondo grado accolte le tesi della difesa: annullati i tre mesi di inibizione inflitti in primo grado sul caso D'Onofrio. Il procuratore capo Figc assente nel dibattimento

Una riga. È appena una riga, una riga che chiude una vicenda affilata, spinosa, lunga, delicata. È la riga che compare in calce alla sentenza della Corte federale d’Appello che “accoglie il reclamo in epigrafe e, per l’effetto, annulla la decisione impugnata”. È una riga d’inchiostro ma pesa quanto un macigno, è la riga che mette una pietra tombale alle accuse mosse contro l’ex presidente dell’Aia Alfredo Trentalange, costretto alle dimissioni a dicembre e poi deferito, accusato di violazioni, omissioni e commissioni nell’affaire D’Onofrio, processato in primo grado e per tre mesi inibito dal Tribunale federale nazionale che aveva dimezzato le richieste dell’accusa (sei mesi) accogliendo solo un capo e mezzo dei sette contestati. Il pool dei legali dell’ex capo degli arbitri aveva avanzato reclamo (leggi qui l’articolo di ieri l’altro), chiedendo non solo l’annullamento della sentenza di primo grado ma proprio la nullità del deferimento. Il dibattimento è andato in scena in mattinata, poi la camera di consiglio che ha infine sentenziato.

Accolto il reclamo, assoluzione completa e totale per Trentalange. È una riga che suona come un’altra severa legnata per la Procura federale guidata da Giuseppe Chinè, al lavoro svolto dagli inquirenti federali nel corso dei mesi, che ne mette a nudo lacune e contraddizioni, che sbriciola il castello di accuse: il collegio della Corte Federale d’Appello presieduto da Mario Luigi Torsello (tra i componenti l’ex arbitro Salvatore Lombardo), relatore il presidente Domenico Giordano, ha emesso il dispositivo al termine della camera di consiglio, seguita al dibattimento tenutosi in video-conferenza. In attesa delle motivazioni, Alfredo Trentalange che era presente al dibattimento, dice solo questo appena uscito dall’incubo: «Io credo in Dio e nella giustizia. Non ho mai dubitato perché intimamente convinto di non aver commesso alcun errore, di non aver avuto responsabilità».

Al processo davanti alla Corte federale non era presente Chinè, al suo posto ha retto l’accusa l’aggiunto Ricciardi. Che forse, sentito il peso del momento, è incappato in alcuni inciampi, ad esempio quando ha detto che “i controlli sui rimborsi non doveva farli Trentalange ma gli impiegati della Figc”. Gli avvocati Avilio Presutti e Paolo Gallinelli, in rappresentanza anche degli altri due avvocati del collegio (Mattarella e Laudani) hanno ribattuto punto su punto, mostrato carte alla mano (leggi qui) come Trentalange non potesse essere accusato delle violazioni (la verifica sui requisiti professionali di D’Onofrio, il mutato capo d’accusa, la presunta telefonata di Sandroni, i controlli sui rimborsi in capo agli uffici federali) e che meritasse dunque la piena e totale assoluzione. Sancita dal giudizio della Corte federale al termine della camera di consiglio. Dopo sei mesi Trentalange vede la luce fuori dal tunnel. Sei mesi dopo il caso D’Onofrio resta invece avvolto nella nebbia. Sempre più fitta. Gravina, Malagò e Abodi hanno ancora qualcosa da dire?

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