Italia nel pallone: il dopo Gravina è un romanzo federale. Guerra con Abodi che punta la Figc. Viglione manovra, i conti di Abete e il caos voto

La corsa alla poltrona di via Allegri piena di incognite, veleni e alleanze. Il ruolo dell'avvocato federale, i pensieri dell'ex presidente: sorprese dietro l'angolo. Malagò se ne sta defilato, Marotta medita mentre il ministro cerca ancora la via del commissariamento e Lotito...
Gravina e il suo braccio destro, Giancarlo Viglione

Premessa. L’ennesima mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale è imputabile a Gabriele Gravina (peraltro in otto anni di presidenza è lunga la serie di fallimenti, vuoti e storture) semplicemente perché è esattamente lui il presidente (lautamente stipendiato con soldi che si aggiungono ai compensi che percepisce come vice presidente Uefa) del Club Italia oltre che della Federazione, ossia di quell’organismo appositamente costituito (e che nel suo insieme costa una fortuna) per gestire le Nazionali italiane di calcio.

Vivaddio lo scaricabarile è uno degli sport nel quale (tranne che nel calcio) gli italiani sanno eccellere e Gravina, come presidente del calcio italiano, non è certo secondo a nessuno. Perché dare colpe al legittimo ed unico capo del Club Italia se la sua Nazionale è stata buttata fuori dalla Bosnia? Se proprio si vuol trovare un responsabile, ecco, allora, la colpa magari la si può dare alla Jugoslavia. Ci fossero stati ancora i comunisti, ci fosse stato ancora il regime del colonnello Tito, non ci sarebbe stata la (dolorosa) guerra fratricida che ha poi portato alla disgregazione dell’etnia slava. Senza il conflitto dei primi anni ’90, non ci sarebbe stata la Macedonia del Nord e non ci sarebbe stata nemmeno la Bosnia…Vuoi vedere che, almeno per una volta, l’onorevole Italo Bocchino l’abbia detta giusta («La nazionale italiana è stata rovinata dalla sinistra, dalla cultura di sinistra ovviamente. Oggi la maglia azzurra, il tricolore non sono più il sogno dei ragazzi che giocano a calcio. Il loro sogno è solo fare soldi, comprare una nuova Ferrari, farsi fare le fotografie in posti fighi con le modelle. La cultura che ha ucciso l’identità nazionale è la cultura della sinistra»), e che la colpa del flop azzurro in Bosnia sia degli (ex) comunisti?

L’importante – in Italia – è non ammettere mai, solo chi confessa non può contare nel facile oblio (di Tangentopoli l’unico che si ricorda è Cusani…).

Ma allora perché Gravina si è dimesso? Almeno questo ormai (ma forse solo questo) è un fatto certo (l’addio è di cinque giorni fa). L’art. 24.9 dello Statuto federale vuole che, dimessosi il presidente (rimasto in carica per l’ordinaria amministrazione, un po’ come capitava ai tanti governi italiani del passato: qualche volta è pure capitato che il dimissionario presidente del Consiglio tornasse poi di nuovo in carica in un men che non si dica, ricordate ad esempio lo Spadolini 1 e 2 di quella magica (e azzurra) estate del ’82? E se accadesse pure nel pallone, come fosse aria di nuova primavera?), venga meno anche tutto il consiglio federale. Questa è la situazione attuale, per la quale è ammessa solo l’ordinaria amministrazione, senza che i reggenti possano pregiudicare le scelte che dovrà compiere il nuovo presidente, nominato all’esito dell’assemblea elettiva.

A guardarsi attorno, tuttavia, non sembra proprio questa l’aria. Nulla è infatti cambiato in Figc, ed anzi nessuno dei consiglieri si sente (o parla da) ex. Men che meno il responsabile delle relazioni istituzionali, e per giunta responsabile dell’ufficio legislativo Figc, (l’avvocato Giancarlo Viglione) che non ha mai smesso di effondere la sua onnipresenza sulla scena, pardon sulla ribalta pallonara. Con una piccolissima eccezione: mentre prima non aveva mai mancato di esser costantemente presente (sul lato destro) di Gravina (il web ed ogni emeroteca che si rispetti dispongono di migliaia di foto e di video di questo inseparabile duo, per giunta l’avvocato Viglione lo si ritrova, ad esempio, in foto e immagini accanto agli ultimi ct succedutisi sulla panchina della Nazionale, come fosse un esperto di calcio, una sorta di team manager), l’avvocato (ribattezzato anche “il presidentino”, o ancora “il deus ex machina” di via Allegri) si è quasi nascosto nell’accompagnare Gravina nella sua prima uscita da ex, da solo ad affrontare la frotta dei giornalisti pronti a crocifiggerlo con domande scottanti.

Ma perché mai l’avvocato avrebbe dovuto accompagnare un ex presidente? Sicuramente non è un problema di fedeltà, basta chiedere informazioni a Cosimo Sibilia

Tant’è. Chi, tornando da un viaggio, si trovasse oggi a passare dalle parti di via Allegri non noterebbe alcuna differenza. Ed è però normale che non vi sia differenza.

Battuto dalla Bosnia e così escluso (è ormai diventata la regola: è la terza volta consecutiva) dalla fase finale di un Mondiale, l’intero establishment della Figc avrebbe dovuto dimettersi ed inviare il responsabile delle relazioni Istituzionali (cioè l’avvocato Viglione) a chiedere al presidente del Coni Luciano Buonfiglio di nominare un commissario perché questi provvedesse poi a indire, e gestire, le elezioni del tanto atteso e fatidico rinnovamento.

Invece no. Alla faccia della tanto decantata, e strombazzata, e difesa, autonomia dello sport: c’è voluto il ministro dello Sport (è Andrea Abodi, per chi non se ne fosse accorto in questi ormai quasi quattro anni) a chiedere, sempre in nome del popolo italiano, le dimissioni di Gravina e company. Ma anche dopo questo “encomiabile” intervento del ministro (che ci aveva già provato all’indomani della disfatta all’Europeo di due anni fa), Gravina ha tentennato. Per “dimettersi”, ha preteso infatti un incontro in via Allegri con le componenti calcistiche, e solo dopo (solo dopo aver incassato la fiducia e l’appoggio di tutte le componenti) ha dichiarato di dimettersi senza nemmeno convocare i consiglieri per l’ultimo consiglio federale; consiglieri federali venuti fuori dal plebiscito elettorale di appena un anno fa, quando Gravina, dopo aver fatto cambiare i pesi elettorali, aveva ottenuto la percentuale del 98,7% dei consensi. Roba che nemmeno nella Romania di Ceausescu… (ma li, come sappiamo, non vigeva la democrazia che invece regna sovrana in Figc).

Gravina se n’è andato, pur promettendo ora fuoco e fiamme (poi ci arriviamo). Ma gli altri pilastri del suo staff (Viglione e Brunelli compresi) che cosa hanno fatto? Sono (ancora) in carica? Che promesse sono state scambiate, in occasione di questo famoso incontro con le componenti?

Proviamo a immaginare, facciamolo sotto forma di racconto, viaggiando (per un attimo) tra “finzione” e realtà allargata…

“L’Italia è fuori dal Mondiale, anche questa volta. È la terza di fila. Dopo la Svezia e la Macedonia del Nord, stavolta è toccato alla Bosnia del 40enne Dzeko far fuori l’armata (brancaleone) azzurra. L’arbitro francese Turpin (lo stesso fischietto di Italia-Macedonia del Nord: triste presagio che andava colto) ha fischiato da qualche istante. Gravina è sfiancato, deluso, distrutto, affranto: il suo viso e la sua espressione lo dipingono come su un’altra dimensione, altro che vivo e vegeto in quel bugigattolo di stadio di Zenica, lì dove ci sono tutti, ma proprio tutti, per dire il ministro Abodi (arrivato con volo di Stato), Buonfiglio, la pletora di consiglieri federali etc etc. Gravina viene avvicinato dal suo fido (avvocato) suggeritore, che gli urla: Gabriele mica starai pensando a dimetterti? Ahò, non ti far prendere dalla foga, ricordati che siamo in Italia, qui non si dimette mai nessuno! Hai visto, neppure Report con le sue inchieste e con gli sconcertanti e probanti esiti, è riuscito a far dimettere i componenti del Garante della Privacy! Basta resistere qualche giorno, poi ricominciano il campionato e le coppe; poi scoppierà l’estate e verrà il tempo del calciomercato e, come sai, caro Gabriele, il popolo dimentica sempre e riprenderà a sognare. Non ti ricordi forse come qualche anno fa, in questo stesso periodo pasquale, si è salvato Barabba?

Ma come faccio? Ne va della mia dignità, risponde Gravina. Ma quale dignità e dignità, replica il suggeritore, viviamo in un mondo dove nessuno può tirare la prima pietra! Abbiamo fatto del bene a tutti, se lo ricorderanno. E poi in fondo, se ci pensi bene, siamo anche fortunati. Il presidente del Coni non è più Giovanni Malagò, ma solo un simpatico “vecchietto” che si farà gli affari suoi e che, da buon napoletano, saprà svicolare… E il ministro dello Sport, allora? Ma no Gabriele, quello, impegnato com’è a non scontentare nessuno, pure lui, vedrai, alla fine girerà alla larga. Certe cose doveva pur dirle, ma sono solo parole. Te la ricordi la canzone di Mina? E il Governo, dici? Ma ti pare che su questa cosa possa scomodarsi la Meloni, grazie al cielo lei è impegnata con gli esiti del referendum…e poi non vorrà mica mettere la faccia su una disfatta così, una roba da perdenti… Dai dai, forza: bisogna tenere duro. Qualche giorno appena, poi tutto passerà…

Va bene, mi hai convinto. Avanti tutta, conclude Gravina”.

Ed in effetti, le prime dichiarazioni di Gravina non sono quelle di un presidente uscente. Ricalcando il copione del 2022 dopo il ko con la Macedonia (la mossa di dare fiducia a Mancini, ancorando il futuro del tecnico al suo: se si fosse dimesso Mancini, e con lui tutti gli altri a cascata, avrebbe mai potuto resistere?) a “caldo” rilascia dichiarazioni stereotipate. «Lo stadio d’animo per come è maturato questo epilogo è evidente, ma fatemi fare i complimenti alla squadra e a Rino Gattuso, che penso sia stato ed è un grande allenatore. Sgombriamo il campo da tanti equivoci, ho chiesto a lui e Buffon di restare alla guida tecnica di questi ragazzi, con cui c’è stato un momento di grande sintonia nello spogliatoio. Sulla partita c’è poco da commentare, il mister li ha definiti eroici, hanno dato tutto ciò che si poteva dare. Per me la parte tecnica è da salvaguardare al 100%, mentre per la parte politica c’è un Consiglio Federale per la settimana prossima e faremo valutazioni al nostro interno. Capisco l’esercizio della richiesta di dimissioni al quale sono abituato negli ultimi tempi, ma le valutazioni spettano di diritto al Consiglio».

Purtroppo c’è sempre qualche guastafeste a rovinare il copione degli (avvocati) suggeritori.

E così, stravolgendo ogni ragionevole prognosi, Abodi interviene e – finalmente almeno per molti – pronuncia quell’impronunciabile parola d’imperio: “dimissioni!”.

E allora ecco, bisogna aggiornare la strategia, suggerisce l’avvocato di Venosa (la cittadina lucana che diede i natali a Quinto Orazio Flacco). Nuovo incontro tra Gravina e il suggeritore. Proviamo ancora a immaginare.

“Stai calmo Gabriele, lo so che ti senti tradito da tutti questi ingrati, stai calmo, resta sul pezzo. Domani convochiamo le componenti, dici che ti dimetti, poi convochi nuove elezioni e poi ripassiamo il testimone ad Abete: così a via Allegri resta tutto come è (anche io resto al mio posto, col mio strategico, e ben retribuito, incarico). Così con questa mossa blocchiamo pure il tentativo di commissariamento: hai voglia che si mettano a strepitare, le norme sono norme, l’autonomia dello sport va rispettata.

Uhm, replica Gravina: Abete, dici? Ma come facciamo, è un “vecchio” arnese, uno che da presidente Figc trombato, pur di rientrare in campo, ha accettato la nostra proposta di fare il presidente dei Dilettanti quando dovevamo disfarci di Sibilia: ma ce lo vedi a rappresentare il nuovo come nuovo presidente della Figc? Sai quante ce ne diranno?

Quanto vai per il sottile, sbotta il suggeritore! Ma scusa, Gabriele: ma perché, fino ad oggi chi ha detto nulla? Abbiamo un consiglio pieno zeppo di Carneadi e nessuno – salvo forse qualche capopopolo televisivo o social – ha mai osato obiettare alcunché, e tu oggi vuoi fare lo statista? Mica penserai – te lo ripeto – che Buonfiglio possa contestarci? Quel “miracolato” ha già un gran da fare con Giorgetti e Mornati che gli stanno addosso, e poi non vedi che Di Paola si muove per diventare il vero presidente del Coni…Vedrai, non dirà nulla, non muoverà un passo. Troverà il modo…

Gravina diventa profondamente pensoso: ma senti – chiede al suggeritore – e Giovannino Malagò? Non hai visto che molti giornalisti e l’opinione pubblica si sono subito messi a invocare il nome di Malagò? Persino quell’ingrato di De Laurentiis subito si è fatto sotto…

Non fare lo sciocco, ribatte il suggeritore. Ma tu davvero pensi che Abodi ha fatto quello che ha fatto per consentire nuovamente la ribalta a Malagò? Sei matto. Piuttosto che consegnare il calcio a Malagò, Abodi sarebbe pronto ad un decreto legge per rendere ineleggibile a qualunque carica (persino quella di presidente di condominio) chi sia stato presidente del Coni! Gabriele, nella tua lunga vita nei hai viste di cose: hai mai visto in Italia qualcuno davvero competente che sia stato messo al posto giusto nel momento giusto? Malagò oggi è ai giardinetti (inciso: la sede della Samocar è proprio davanti Villa Borghese), mica è a capo di un Ente dove lavorano tanti, ma tanti figli, di… altrettanti notabili (e politici) italiani. Povero Malagò, è talmente ingombrante che una sua candidatura si auto-estinguerebbe. Ce lo vedi il “pariolino” (meglio il “pariolone”) a combattere coi dilettanti o con i semi professionisti? Non è roba per chi gira in Ferrari… Lo volevano al Turismo al posto della Santanché e invece gli hanno preferito il Mazzi…ahahahah, ma dai…

Hai ragione, conclude infine riflessivo, Gravina. Hai ragione, ribadisce, rinfrancato, rivolto al suo suggeritore: mettiamo in pista Abete…Giancarlo. Vedrai che hai ragione, ma ti raccomando, facciamo accordi blindati, non vorrei mica fare la fine di Malagò con Buonfiglio…

Stai tranquillo, chiude il suggeritore: piuttosto marchiamo stretto il ministro Abodi. Secondo me è lui il vero possibile antagonista. Non escludo affatto che, visti i nuvoli che si addensano all’orizzonte della politica italiana, Abodi non pensi di dimettersi da ministro per fare – finalmente il suo sogno – il presidente della Federcalcio. Gli riuscirebbe assai più facile che a Malagò, e mica perché è ministro o perché in B ha il suo fidato Bedin che pure si muove ondivago. Mi raccomando”.

La riunione, segretissima, si chiude così.

Calato il sipario, inizia la recita. Tanti i circensi pronti a prendersi, almeno per un po’, la scena, mentre intanto “i pupari” lavorano dentro una stanza insonorizzata.

*****

Per breve sintesi, riannodiamo personaggi, posizioni, strategie e dichiarazioni, in ordine sparso. Dallo scenario (immaginario, eh!) raccontato prima, arriviamo alla scena attuale. Il punto di partenza non è però Zenica, ma Roma. Non oggi, ma un anno e due mesi fa: Gravina viene rieletto per la terza volta con il 98,7% dei consensi, a pochi mesi dal flop europeo, dalle urla di Abodi e dalla mosse della politica (“decreto Mulè” docet). Il suo (più) stringato programma (25 pagine, nel 2021 erano 125, arricchite da una citazione di Seneca, “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”, qui l’articolo al tempo) ha un titolo: “A Vele spiegate”. E si conclude con una frase dello psichiatra Paolo Crepet: “I grandi marinai hanno sempre saputo utilizzare le tempeste. Perché le tempeste fanno gonfiare le vele”. Certo, ormai è tardi per rendersene conto, ma al ghostwriter del programma elettorale di Gravina (ma chi sarà mai stato? forse il famoso suggeritore?) come gli è venuto in mente di paragonare il presidente federale a dei grandi navigatori; l’Italia li ha avuti i grandi navigatori e ce li ha ancora (Soldini, Bruni, Banti), Gravina è uomo di montagna e di terra («Io sono un giunco che non si spezza» è una delle sue frasi must) e il suggeritore è di Venosa: un po’ tutto velleitario. Quella frase del programma conteneva la omen (presagio) di questa federazione.

Le tempeste. Che abbattono, che ti spingono alla deriva, che ti possono affondare. Già, ma se sai usare bene la tempesta, se sai sfruttare l’attimo giusto e tuffarti in quel briciolo di vento favorevole, torni a navigare, ti spingi (più forte) verso l’approdo. Lo ha detto Crepet, lo pensa(va) Gravina. Lo ha scritto nel suo programma. Appena un anno e due mesi fa (febbraio 2025).

Aprile 2026. Scoppiata la tempesta con l’eliminazione azzurra a Zenica, due giorni dopo Gravina lascia la presidenza, esce dal portone di via Allegri accecato dai flash e assalito dai taccuini: è solo, al suo fianco nessuno, il suo pur onnipresente avvocato Viglione qualche passo indietro e  il responsabile della comunicazione Coramusi quasi di lato. Il comandante (deposto, ma non vinto) è solo, confida agli amici più stretti: “Ora? Mi metterò a fare il nonno”.

Abodi ha tuonato, il messaggio ricevuto nella notte dalla Meloni (“ci vuole una scossa”) gli ha dato quel coraggio che mancò al parroco alla vista dei Bravi, spingendolo sino a chiedere al povero Buonfiglio di commissariare la Federcalcio e se non è possibile in base allo Statuto, a trovare (o a scrivere) una norma, che diamine!

Si vede che il messaggio notturno inviato ad Abodi doveva contenere anche una importante avvertenza, più o meno del tipo (il sottosegretario Mantovano è uno tosto): “caro Andrea, non fare come un anno fa, quando ti sei buttato su Pancalli. Quella volta l’obiettivo era penetrare nel mondo dello sport e tu, appoggiando il candidato che pensavi amico di Malagò, ci hai fatto entrare Giorgetti. Stavolta non puoi sbagliare”. Intanto l’opinione pubblica, il coro di parte della politica compresi ministri e presidente del Senato (mentre Claudio Lotito raccoglie firme in Senato e mentre pensa a una normativa ad hoc per il commissariamento affidandosi all’ex presidente della Lega serie A Lorenzo Casini, mentre il presidente della Lazio e Matteo Renzi battibeccano come galli in un pollaio senza uova e galline), i media, e la gente chiedono a gran voce il Cambiamento.

Lui si dimette.

«Per un senso di responsabilità oggettiva; però si parla di Figc come unico attore, quando invece la federazione fa sintesi. Ci sono le leghe, i club, le componenti. E poi c’è la politica, c’è il governo: solo pronti a chiedere le dimissioni, quando invece servirebbero delle modifiche alle quali tutti dovrebbero partecipare collaborando, non ponendo veti, non a colpa di decreti e leggi, non con il silenzio davanti a legittime richieste». Lascia indizi. Sassolini che, passata la Pasqua di Resurrezione, diventeranno pietre e macigni (anche per lavare l’onta di quel no ex post di tal onorevole Mollicone di Fdi che ha annullato audizione). Contro i sepolcri imbiancati del pallone (e della politica) tricolore. Si ritiene “l’uomo della speranza, non della paura”. La speranza è però ormai morta e sepolta. Per questo va via, dice: non per incapacità, ma per l’impossibilità di operare. Per questo metterà (presto) tutti di fronte ai fatti: i veti e i veti incrociati, le 17 proposte di riforma scartate, il vincolo sportivo, il “decreto Mulè”, l’apporto mancato dal betting e via dicendo. Della Nazionale e dei suoi destini non frega a nessuno. Parole che investiranno tutti delle rispettive responsabilità: dalle componenti calcistiche alla politica, nessuno davvero si sentirà escluso.

In Italia – lo sappiamo – tutto è autoreferenziale. Basta avere un microfono. Caro Gravina, ma perché tutte queste belle cose le tira fuori solo adesso? Perché un presidente che comanda al 98% non minaccia le dimissioni, non va sui giornali, non organizza scioperi, non sfida quando dovrebbe (e non col senno di poi) chi lo avrebbe ostacolato, non apre alla trasparenza (anche dei contratti di Viglione e degli altri miracolati che prosperano da figli di in Figc (dove troviamo, ad esempio, ancora la figlia dell’ex presidente del Banco di Roma) o in Club Italia?

Chissà quante cose verrebbero fuori….

D’altra parte, la coerenza non pare essere la cifra identificativa del nostro (ex) presidente. Anziché andare a fare davvero il nonno, esattamente contro tutto quello che si è detto, Gravina:

manterrà la vice-presidenza Uefa, in ciò difeso da Ceferin che contemporaneamente e contraddittoriamente scuote e percuote l’Italia pallonara-politica “minacciandola” sull’organizzazione di Euro2032;

resterà (solo come sentinella?) fino al 22 giugno in via Allegri, quando cioè i 274 grandi elettori saranno chiamati al voto.

Il nuovo presidente federale (se il voto avrà mai un vincitore e non diventerà invece una sarabanda che porterebbe al commissariamento) durerà fino al termine del quadriennio olimpico. Dunque, un mandato dimezzato. Una parentesi da affidare a un traghettatore? E chi si butta nel fuoco ardente rischiando di uscirne irrimediabilmente bruciato per il futuro? Chi rischia senza avere rassicurazioni sul prolungamento per un altro quadriennio?

Le domande intanto continuano a rimbalzare nei palazzi romani (e milanesi, e varesini) insieme a una certezza: Gravina ha ancora un forte consenso e un notevole ascendente, dirà la sua, orienterà il voto, darà le carte (in fondo il suggeritore cosa ci sta a fare? Il suggeritore, tra l’altro, l’avvocato Viglione, non avrebbe nascosto ai suoi più fidati amici di nutrire una velleità di presidenza…).

La partita è lunga, deve ancora realmente iniziare: il 13 maggio (giorno della celebrazione della Beata Vergine Maria di Fatima), quando cioè scadranno i termini per la presentazione delle candidature (serve l’appoggio delle componenti, non l’aria fritta) cosa apparirà nel variegato quadro?

Al momento il quadro appare esattamente come un anno fa, quando la contesa era sulla presidenza Coni: il veto della politica (di Abodi innanzitutto) a Malagò, la politica che provava ad allungare le mani sullo sport, lo sport che trovava il modo di arginare l’invasione saldandosi in un patto chiuso dai “gerarchi sportivi” spedendo Buonfiglio a Palazzo H (Buonfiglio avrebbe poi teso le mani ad Abodi, a Giorgetti, alla politica: ma questa è un’altra storia…).

Tra mestieranti e figuranti, tra ipotesi peregrine e sassi lanciati nello stagno, si erge adesso (un anno fa fece capolino l’86enne Franco Carraro) un altro ex predecessore di Gravina alla Federcalcio. A dispetto dei suoi 85anni, Tonino Matarrese pare sempre il più lucido. «Sono tutti colpevoli, pure la serie A. Hanno già iniziato la corsa alle poltrone. Invece bisognerebbe tirare fuori prima le idee, poi gli uomini. Se lasciano campo libero alla politica, sarà la fine…».

Uomo di politica e di pallone è il 76enne Giancarlo Abete. Un successore di Matarrese, un predecessore di Gravina. Anzi: dopo il settennato alla Figc chiuso con le (obbligate) dimissioni, era tornato nel sistema grazie a Gravina (al tempo presidente della Lega Pro) diventando consigliere federale in quota serie C, e sarebbe poi stato proprio lui a lanciare Gravina verso la prima elezione federale (2018) dopo il fragoroso nulla di fatto (in lizza c’erano Tommasi, Gravina e Sibilia, ci sarebbe poi stato il commissariamento deciso da Malagò che spedì Fabbricini in via Allegri) trovando la faticosa quadra. Un rapporto saldatosi nel corso di tanti anni, tanto che Gravina nel 2021 lo nominò prima commissario della Lnd (dopo aver fatto cadere Cosimo Sibilia) e poi facendolo eleggere presidente dei Dilettanti. Carica che Abete mantiene ancora, forte di un consenso (non proprio bulgaro all’interno della Lnd; negli ultimi tempi s’è registrata pure qualche diversità di vedute con Gravina) robusto; robusto come quel 34% di peso elettorale che qualsiasi presidente della Lnd può far valere quando si tratta di andare al voto. Senza un accordo coi Dilettanti, nessuno può pensare di farcela. Il mantra è questo.

Un muro quasi invalicabile, se poi al 34% si somma il 20% della componente Aic (calciatori) e quella del 10% detenuta dal principale sindacato allenatori (Aiac). Dall’alto del peso elettorale, e dall’alto della sua esperienza, anche Giancarlo Abete (Gravina e Viglione gli hanno apparecchiato già il tavolo, sostengono e sospettano molti) già ha lasciato intendere lo spartito, avvertendo gli incauti naviganti del profondo oceano federale. «Bisognerà vedere se troveremo una convergenza su un candidato o se ce ne sarà più di uno, col rischio di non arrivare alla maggioranza e, di conseguenza, al rischio commissariamento…Io alla guida? Non mi pongo il problema. Nominare è facile, ma serve il consenso…».

Come a dire: tanti parlano, ma tanto tutti dovranno venire da me; fanno uscire nomi, ma i voti ce li hanno? Pronti a dar manforte “all’antico che ritorna”, “all’antico che non va mai fuori di moda”, ecco l’avvocato Umberto Calcagno (vice presidente Figc) che, come un pesce dal barile si tuffa nell’acquario: silente e trasparente nel corso di questi anni (chiedere info ai calciatori…), dopo aver glissato sull’ipotesi di candidatura di Del Piero nel 2024, eccolo pronto a far valere il suo 20%, così come, col su bel 10%, l’85enne Renzo Ulivieri che da quasi due decenni ha “messo casa” a Coverciano, lì dove si formavano allenatori e dirigenti.

Intanto Carraro ammonisce: «Gravina ha sbagliato a dimettersi, ora servirebbe uno come Damiano Tommasi che anche da sindaco ha dimostrato capacità», mentre il presidente della Fip Gianni Petrucci (l’unico che non conosce davvero la parola dimissioni) si è detto di segno contrario, «Gabriele ha fatto bene a lasciare». Insieme al nome dell’ex mediano della Roma (e già candidato federale trombato), ecco venir fuori altre ipotetiche candidature di ex calciatori. C’è chi pensa a Baggio, chi ad Albertini (già vice di Guido Rossi ai tempi del commissariamento nel 2006, poi per anni guida del Settore tecnico, infine deposto non senza veleni da Gravina), chi a Paolo Maldini. L’ex fuoriclasse del Milan sarebbe nei pensieri, ad esempio, del ministro Abodi.

Il ministro è partito subito lancia in resta, «è evidente che il calcio italiano vada rifondato, Gravina deve andarsene prendendo esempio dalla dignità mostrata in passato da Tavecchio e Abete, il governo ha dimostrato concretamente in questi anni l’impegno a favore dell’intero movimento, potrei essere costretto a prendere decisioni con il Parlamento che avrei preferito lasciare al calcio, credo sia opportuno un bel periodo di decantazione commissariale, ci sono i termini, ne ho parlato con Buonfiglio», ma rispedito però (per ora) da Buonfiglio, l’avvocato napoletano che ha preso il posto di Malagò: «Il calcio è una realtà molto complessa, con tante componenti, la questione va affrontata con serietà. Da presidente del Coni devo rispettare lo Statuto, le norme, le regole: non ci sono motivi per commissariare». Alle parole di Buonfiglio è seguita poi la replica di Abodi, che (ancora) insiste: «Se andiamo subito a elezioni, non risolviamo il problema. Troviamo le soluzioni con un commissario che venga dal campo e che non sia compromesso con il ciclo appena concluso».

Parole che suonano in più direzioni. La prima: il governo insiste, vuole commissariare, se non ci sono le norme ne scriviamo una. La seconda: Abete non va bene perché rappresenta il passato e perché è legato a Gravina e alla sua presidenza, e anche perché nel 2017 sostenne Tavecchio, e non proprio lui, alla corsa Federcalcio. La terza: Abete potrebbe pure andare bene, magari se affiancato da un ex calciatore tipo Maldini, e soprattutto se è l’unico che può scongiurare l’elezione dell’avversario e nemico giurato, ovvero Giovanni Malagò. La quarta, che trova sempre più rispondenze: il commissariamento servirebbe ad Abodi (ha capito che il suo tempo da ministro è agli sgoccioli) per guadagnare tempo e poi finalmente coronare quella sua rincorsa al soglio di via Allegri svanita nel 2017. Pronto a buttarsi subito, o tra qualche mese, in pista. Una pista sulla quale, per Abodi (e non solo), non deve assolutamente correre Giovanni Malagò: l’ex numero uno del Coni va assolutamente tenuto fuori dalla contesa, questo il diktat ministeriale e governativo.

Forse (anche) per questo, Gravina non disdegna i contatti con Malagò (Gravina è stato tra i partecipanti del patto anti Abodi-Pancalli al Coni e grande elettore di Buonfiglio) e non gli chiude la porta per una eventuale (difficile) successione.

Difficile, almeno al momento: perché Malagò, oltre i voti della serie A (ma tutta, o una parte? De Laurentiis si è lanciato avanti, i grandi club hanno lasciato intendere che se ci fossero le condizioni…, da notare le dichiarazioni cifrate del presidente Simonelli e il silenzio dell’ad De Siervo) che vale appena il 18% (ammesso che i 20 club votino tutti per lui), non ha altro. Potrebbe scendere in pista solo se tutte le componenti convergessero sulla sua proposta. Accadrà? Chissà, certo per il momento si tiene fuori quel vecchio volpone di Beppe Marotta (che ha come sponsor nientepopodimeno che il concittadino Giorgetti, la cassa dello sport italiano attraverso Sport e Salute) che alla presidenza della Figc ambiva e ambirebbe, ma solo dopo il 2028: al momento lasciare l’Inter, con un quadro così frammentato, e poi per solo due anni, è un’idea che non l’affascina.

Il quadro, al momento, è questo. Un labirinto di frasi, un mare di ipotesi. A proposito di mare e marinai.

I grandi marinai hanno sempre saputo utilizzare le tempeste. Perché le tempeste fanno gonfiare le vele”: è la frase di Crepet che Gravina aveva inserito nel suo programma elettorale del 2025, quando ebbe il 98,7% dei consensi. E se le vele (di Gravina) si rigonfiassero, dentro questa (apparente) tempesta?

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