Coni e potere, Petrucci spinge Buonfiglio tra le braccia del governo. Che Mattarella lo aiuti…

Sergio Mattarella con Buonfiglio. Ai lati del presidente del Coni, Abodi e Petrucci

Arriveremo al punto che per vincere una medaglia olimpica gli atleti italiani dovranno votare questo o quel partito? Chissà, questa sembra l’aria che tira.

“L’aria che tira” è (anche) il titolo di un fortunato programma televisivo che va in onda su La7: secondo la nota dell’emittente, la trasmissione, condotta da David Parenzoracconta e analizza l’economia e la politica più vicina alla vita di tutti i giorni”. Un consiglio all’editore Urbano Cairo: dovesse essere costretto un giorno a trovare un altro conduttore, oppure dovesse decidere si replicare “l’aria che tira” dedicando puntate sullo sport (e sulla politica sportiva), potrebbe magari affidare il ruolo a Gianni Petrucci che, superata la soglia degli 80 anni, continua ad essere il più svelto, astuto e pronto sulla ribalta. Come annusa lui l’aria che tira, come è abile lui a spostarsi da una parte all’altra a seconda del vento (politico-sportivo) davvero nessuno mai. Quattro mandati consecutivi al Coni (dal 1999 al giorno delle dimissioni nel 2013), presidente Fip (dal ’92 al ’99 e poi dal 2013 a oggi), potrebbe dare lezioni a chiunque su come si amministra (e conserva) il potere, su come machiavellicamente si perseguono obiettivi e si conducono battaglie. Una riprova? In questi (parecchi) giorni di silenzi, è il politico-sportivo più loquace. In appena dieci giorni, ben tre quotidiani nazionali gli hanno “confezionato” interviste. In sintesi, cosa ha detto Petrucci, quali sono stati i messaggi che ha voluto inviare e dietro i quali si nascondeva il senso e l’urgenza delle interviste?

Il 16 novembre, al “Corriere dello Sport”, a proposito dell’attuale assetto (balletto) istituzionale tra politica e sport: «Nella vita ho sempre sposato il principio che le battaglie che si combattono sono quelle che si possono vincere, stiamo lavorando davvero in grande sintonia con Sport e Salute e col ministro Abodi. Il Coni non è più quello di un tempo. Ha un ottimo presidente come Buonfiglio, che io ho votato, e un segretario generale come Mornati, che è una garanzia. Ma la storia è cambiata». Magari il messaggio non era stato chiaro e allora rieccolo, dieci giorni dopo, sentenziare al Corsera. «Luciano Buonfiglio sta lavorando da uomo di buonsenso. Ha capito che il Coni non è più quello di Petrucci, Carraro e Malagò, sa che adesso i soldi li mette Sport e Salute e ragiona in modo pragmatico».

Ecco, partiamo da qui. «Luciano è un uomo di buonsenso, ha capito chi mette i soldi e si adegua». È questo il “Gianni Petrucci pensiero” a proposito degli (attuali) rapporti (forse meglio dire, “geometrie variabili” per restare a una storica definizione utilizzata a più riprese dalla politica nostrana sulle continue, diverse e poco omogenee intese e coalizioni) tra Coni e politica italiana, o meglio ancora col governo attuale a trazione MeloniGiorgetti. Peccato però che qui il parametro non dovrebbe essere il buon senso ma le regole (e le leggi) in vigore e peccato ancor più che nessuno più le legga queste benedette regole (e queste leggi).

Il Comitato Olimpico nazionale italiano è un ente pubblico istituito (e più volte riformato) per legge e che ha un suo statuto (ovviamente esplicativo della legge). Ebbene, in quello statuto è scritto ben chiaro come il Coni (e quindi prima di tutto il suo presidente pro tempore, da giugno è l’avvocato Luciano Buonfiglio) “salvaguarda la sua autonomia da ingerenze di natura politica ed economica” (art. 1 e art. 4).

Il buonsenso (che di norma corrisponde alle regole e che di solito ha rispetto della legge) vorrebbe allora che il Coni restasse lontano dalla politica (e ancor più di quella che sta al governo, oggi come ieri e come domani) anche se è la politica (o meglio, il governo) a mettere, elargire, dare, veicolare, trasferire, i soldi (dei contribuenti, cioè dei cittadini e dunque anche degli sportivi).

Ma scusate(ci): un ente pubblico (che non è altro che un pezzo dello Stato) che ha una funzione pubblica deve per forza ricevere soldi dallo Stato per realizzare quella funzione, altrimenti deve (dovrebbe) essere soppresso. O no? Non avrebbe infatti ragione d’essere, perderebbe la sua precipua funzione: senza scomodare La Palice, se è ente pubblico, è naturale che debba ricevere finanziamenti dallo Stato. E deve riceverli non per dare qualcosa in cambio a chicchessia, ma appunto per mettere in atto le attività per cui una legge dello Stato l’ha istituito (l’anno di fondazione è il 1914).

Il quadro reale (quello cioè a cui si riferiva Petrucci nell’intervista “confezionatagli” dal Corriere della Sera qualche giorno fa) è però ben diverso da quanto si legge nelle norme: chiunque può infatti vedere come sia in atto un totale svuotamento delle funzioni del Coni (l’antico progetto di Giorgetti iniziato con la creazione di Sport e Salute), non però attraverso una riforma (o soppressione) del Comitato olimpico nazionale italiano. Ciò non accade ma solo perché il passaggio “istituzionale” e “formale” provocherebbe mille problemi col Cio (Comitato Internazionale Olimpico) e con le Olimpiadi (Milano-Cortina è poi alle porte). Lo svuotamento a cui stiamo assistendo (senza che alcuno dica almeno una parola) invece è sottile, strisciante, silente.

Sta avvenendo, in questi mesi e in questi giorni, chiudendo i rubinetti delle risorse ed è evidentemente diretto (nel medio periodo) ad approdare a un trasferimento di funzioni, magari da trasferire al Ministero dello Sport (interrogato una settimana fa su funzioni e utilità di un Ministero dello sport, l’attuale ministro dello sport Andrea Abodi in un colloquio con l’Espresso, ha detto: «Il Ministero dello Sport serve perché lo sport è un mondo vasto e complicato che non si autodisciplina»).

Già, perché al Ministero dello Sport (o meglio al Dipartimento che questi presiede), attraverso l’attribuzione di compiti di indirizzo e di vigilanza su “Sport e Salute S.p.A” (società controllata statale, la partecipazione al 100% è del Ministero Economia e Finanze guidato dal leghista Giorgetti), è stato di fatto conferito il potere di stabilire a chi dare, e a chi non dare, i danari. Con il paradosso tutto italiano che un ministro senza portafogli (al momento al Ministero dello Sport c’è Abodi) viene nella sostanza a disporre di parecchi milioni di euro grazie ai quali (anche non volendolo, per carità) può così indirizzare il libero agire del Coni (ente pubblico) e delle federazioni (organismi privati affiliati al Coni ma con evidenti funzioni, entrate e ricadute, pubbliche).

Di fronte ad un quadro del genere allora, dal presidente del Coni, l’avvocato Luciano Buonfiglio, non ci aspetta il buonsenso di cui ha invece parlato Petrucci al Corsera. Ci si aspetta bensì una strenua difesa delle funzioni che al Coni sono attribuite dalla legge, funzioni che non possono essere svuotate alla chetichella con i rubinetti della cassa che si chiudono (da una parte) e si aprono (dall’altra). Così come il presidente della Fit Angelo Binaghi ha issato una linea Maginot quando lo Stato ha cercato di asservirlo (a proposito, in risposta alle parole di Petrucci rilasciate al “Corsport” il 16 novembre, il 17 novembre sempre al “Corsport” il numero uno del tennis italiano aveva detto: «Petrucci è il mio mentore e siamo amici, ma abbiamo filosofie diverse: lui vuole vincere sempre, io perdo spesso, ma provo a fare la cosa giusta..»; di rimando, Petrucci al Corsera il 26 novembre, «Binaghi parla come Trump. Vola in alto, forse troppo. Non vorrei finisse nella stratosfera»), altrettanto dovrebbe fare il capo dello sport italiano, dunque l’avvocato Luciano Buonfiglio.

Altro che adeguarsi ai tempi che corrono. Altro che “aria che tira”. Lasciamo che lo faccia l’ottuagenario presidente della Fip Gianni Petrucci…

Naturalmente, Parlamento e Governo (disponendo del potere di iniziativa legislativa) possono certamente (e legittimamente) modificare le leggi. Quindi possono modificare l’attuale fisionomia del Coni. Ma una riforma della legge deve però seguire un percorso che non è detto che poi porterebbe al risultato sperato, quanto meno perché non è mica detto che il presidente della Repubblica lascerebbe passare un testo legislativo che incide sull’autonomia dell’ordinamento sportivo.

Basterebbe ricordare quanto è accaduto solo appena pochi mesi fa quando il presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva mosso rilievi sostanziali (non solo formali) al testo del famigerato “Decreto Sport” che in piena estate doveva essere convertito in legge (i provvedimenti “urgenti” riguardavano l’organizzazione di Milano-Cortina e della Coppa America del 2027 a Napoli, ma anche l’Autority sui conti del calcio e del basket e l’introduzione di una norma a cui il governo Meloni teneva molto: ottenere un controllo maggiore su importanti eventi sportivi con un grosso seguito, su tutti le Atp Finals di tennis attraverso l’egida di “Sport e Salute SpA”) “invitando” a correzioni (ed eliminazioni) su alcuni passaggi, lasciando persino presagire la decisione di non promulgare quella legge. Uno scontro istituzionale all’epoca evitato, non senza rumorose esternazioni (vedasi quelle del ministro Abodi) dal governo, che però non ha “cancellato” l’intento. Che, come si può apprendere dalla cronaca, continua.

Di quel fatidico nodo gordiano assurto a stucchevole e indigesta matassa-melassa – e cioè il rapporto tra sport italiano e politica italiana – ce ne eravamo occupati al tempo (leggi qui). Era agosto. Nell’occasione, ci si era chiesti: come si difendono il prestigio, l’autonomia e l’indipendenza di un’istituzione, di un movimento, di un settore? Con la forza, con l’autorevolezza. E in quei primi giorni di presidenza Coni, quali erano state invece le parole di Buonfiglio? «Ho capito che la mia vita è cambiata quando sono stato al Quirinale: sono passato dal campionato regionale alle Olimpiadi… Nel mio primo mese ho incontrato ministri, tanti rappresentanti delle istituzioni, i vertici di Milano-Cortina. Con il segretario Mornati e i dirigenti Coni stiamo mettendo a punto la nuova macchina organizzativa. Il metodo è di condivisione totale. C’è un dialogo intenso con tutti. Con Sport e Salute discutiamo dei nuovi Giochi della Gioventù, col ministro Tajani dei canali di comunicazione che lo sport può attivare tramite le ambasciate, con Giorgetti di risorse, col ministero della Salute e in primis con il ministro dello Sport Andrea Abodi…».

Sul tema dell’autonomia dello sport italiano e sulle invasive operazioni governative, siamo ritornati a parlare qualche giorno fa, prima con il bluff della Commissione giustizia dello sport istituita al Coni (leggi qui), e poi con l’immobilismo (asservimento non lo abbiamo scritto) del presidente del Coni Buonfiglio, trasformatosi in architetto (leggi qui), piegato ai desiderata e agli indirizzi governativi.

Perché chi governa si è mosso, si muove e si sta muovendo, per le vie di fatto, con una visibile e chiara scorciatoia. Ma, a nostro avviso, sta al capo dello sport italiano il dovere di opporsi a quanto, per le vie di fatto, è nella sostanza destinato a cambiare profondamente il contenuto delle regole che disciplinano la materia. Atteggiamento, lo si comprende subito, diametralmente opposto a quello che invece Petrucci, riferendosi a Buonfiglio, ha definito essere di buonsenso.

A Buonfiglio certo vanno concesse le attenuanti, in fondo è stato un ottimo atleta raggiungendo anche la partecipazione olimpica, ha ben guidato per anni la federazione canoa ma da presidente del Coni pare un pesce fuor d’acqua che sta affogando nella melma e nei gangli della politica (non solo sportiva) trascinando con sé lo sport e l’orgoglio, l’immagine e l’autonomia dello sport italiano. Fare, e non essere. Fare, e non essere, il presidente del Coni è però altra cosa, e questa sua nuova missione è cominciata solo da pochi mesi. Ci sta dunque che Buonfiglio meriti ancora le attenuanti generiche e che si stia a tutt’oggi guardando attorno.

Il modesto consiglio che ci permettiamo di offrire è quello di non seguire le idee di Petrucci che, avendo passato una (lunga) vita nel sistema sportivo, dovrebbe ben sapere che elemosinare danari da questo o quel ministro in forma non organizzata significa decretare la morte dell’autonomia dello sport (da ultimo ribadita dalla Corte Costituzionale con la sentenza 160/2019) e insieme del Coni. Essere presidente del Coni non è stringere mani, rilasciare interviste a iosa (come fa Petrucci) o partecipare ad eventi ma (ri)costruire un ambiente protetto per tutti quegli atleti che hanno impegnato la loro vita al servizio dello sport nazionale e che, per evidenti ragioni, non possono vedersi travolti da questo o quel taglio, da questo o quell’emendamento del governante di turno.

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La scalinata del Coni con gli interventi voluti da Buonfiglio

C’è tanto da fare allora e di molto più importante dell’arlecchinata (di dubbia legittimità) che deturpa lo stile del palazzo del Coni e che lo fa somigliare molto più a una (pur rispettabile) fiera di paese piuttosto che (come era nelle intenzioni dell’architetto Del Debbio) alla solenne sede dello sport olimpico italiano. All’abilissimo Gianni Petrucci, presidente di lungo corso e al potere (sportivo) da oltre quarant’anni, si lasci la conduzione di un programma tv. Il format già c’è. Si chiama: “L’aria che tira”…

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