Sport e politica, battaglia sul Decreto tra finzioni, pasticci e potere. Da Sport e Salute all’Autority: è Giorgetti a dare le carte…

Fecero bene i presidenti di federazione, nella famosa e semi-segreta riunione che tennero per decidere su come muoversi per il post Malagò e su come arginare l’invadente deriva politica (leggasi: della maggioranza meloniana) che punta(va) a piantare l’ennesima bandierina nello sport tricolore (il poi abbandonato e sconfitto Pancalli, veicolato dall’onorevole forzista Barelli braccio destro e sinistro del vice-premier Tajani, e preso in carico dal ministro per lo Sport Andrea Abodi), stabilendo l’invalicabile linea del Piave, e cioè che il nuovo presidente del Coni dovesse essere (almeno) scelto tra uno dei cinquanta presidenti di federazione affiliate al comitato olimpico nazionale? Chissà, ai posteri l’ardua sentenza…

Giovanni Malagò, prima che ascendesse al soglio di Palazzo H, non era un presidente federale. Il suo successore, il napoletano-milanese Luciano Buonfiglio sì. Eppure l’(ex) presidente della Federcanoa è invece apparso subito come una mezza (sbiadita) figurina tra le mani dell’invadente e ingorda politica, una parte della quale (Binaghi, Barelli, Casasco tanto per dire) è già di stanza, e da parecchio, nel mondo delle federazioni. Con tutto il rispetto per Buonfiglio, c’era bisogno di un profilo con uno standing diverso, visto poi il delicatissimo momento nel quale la politica stava (e sta) sferrando un attacco-sfondamento allo sport. E invece è toccato a Buonfiglio reggere il pennone (senza bandiera) del Coni, la massima istituzione sportiva nazionale.

Buonfiglio che, in un men che non si dica, è così passato dal governo ventennale delle serene acque della canoa alle correnti tempestose e velenose del sottobosco politico (leggasi: di potere) nostrano. «Ho capito che la mia vita è cambiata quando sono stato al Quirinale: sono passato dal campionato regionale alle Olimpiadi… Nel mio primo mese ho incontrato ministri, tanti rappresentanti delle istituzioni, i vertici di Milano-Cortina. Con il segretario Mornati e i dirigenti Coni stiamo mettendo a punto la nuova macchina organizzativa. Il metodo è di condivisione totale», ha detto in una recentissima intervista al Corsera, nel corso della quale ha affrontato anche il fatidico nodo gordiano che proprio in questi giorni d’estate è assurto a stucchevole e indigesta matassa-melassa: il rapporto tra lo sport italiano e la politica italiana.

Gli è stato chiesto: si sta ricucendo lo strappo con la politica che ha caratterizzato la fine della presidenza Malagò? «C’è un dialogo intenso con tutti. Con Sport e Salute discutiamo dei nuovi Giochi della Gioventù, col ministro Tajani dei canali di comunicazione che lo sport può attivare tramite le ambasciate, con Giorgetti di risorse, col ministero della Salute su come invertire la tendenza a sedentarietà e obesità tra i ragazzi», ha detto Buonfiglio.

Lasciamo il giudizio al lettore che non si è lasciato travolgere dal vorticoso impeto di questi incontri, non senza non notare però come il fresco presidente del Coni abbia mancato di menzionare meeting col ministro per lo Sport, il primo che in realtà aveva incontrato dopo l’elezione. Sarà stata un’involontaria dimenticanza…

Torniamo al punto sostanziale. Come si difendono il prestigio, l’autonomia e l’indipendenza di un’istituzione, di un movimento, di un settore? Con la forza, con l’autorevolezza.

Ce l’ha Buonfiglio, che pare pensare sempre alla canoa? Lui che continua ad andare in canoa («le mie vacanze? Tra Savona e Spotorno. La mattina lunga nuotata fino all`Isola di Bergeggi e ritorno, il pomeriggio una decina di chilometri in canoa. Torno così alle mie origini»)? Lui che torna amabilmente alle proprie origini (tra meno di tre settimane all’Idroscalo di Milano i Mondiali di canoa-sprint)? Chissà. Forse perché preso da fasti (visita al Quirinale) e origini (canoa), non s’è (ancora) accorto del doppio accerchiamento cui sono sottoposti lui, il Coni e le federazioni, lo sport italiano in generale. Da una parte c’è la falange meloniana di cui farebbe parte il ministro Abodi cui tocca la scena (suo malgrado e nonostante gli sforzi, spesso contrastati dalla sua stessa parte politica mentre prova a scardinare le posizioni gattopardesche e a superare ostacoli spesso strumentali) non senza inciampi (sarà stato il nervosismo a tradire il mite ministro quando s’è espresso nelle ore calde del tira e molla al Senato?), e dall’altra parte ecco pesantemente continuare a muoversi il regista occulto, quello che dà le carte e tiene la cassa, quello che incide, quello che guida la macchina (pur lasciando ad altri lo sterzo), e cioè il ministro leghista dell’Economia e Finanze, il varesino Giancarlo Giorgetti… Qualche recente esempio?

È Giorgetti (antico avversario di Malagò, “padre” della scissione di “Coni servizi” dal Coni e creatore di “Sport e Salute, partecipata statale al 100% del Mef, cassa dello sport tricolore) che, in cambio del via libera governativo a Buonfiglio, ha imposto di spezzare il ticket con Miglietta (il designato segretario generale) “imponendo” invece la riconferma dell’uscente segretario generale Carlo Mornati (il 4 agosto 2024 Giorgetti vola a Parigi, sta tutto il giorno con Mornati, e quel giorno nasce il patto con tanti saluti a tutti…), vicino al movimento leghista così come l’ex campione olimpico di canoa Antonio Rossi che, guarda un po’ il caso, ha appena raccolto alla Federcanoa il testimone lasciato da Buonfiglio che, sulla successione, nulla ha proferito.

È sempre Giorgetti (la figlia in passato ha lavorato da stagista alla Figc targata Gravina) che ha “spostato” Francesco Soro (dirigente in aspettativa dal 2021 a Sport e Salute, come pure Luigi Valerio Sant’Andrea in aspettativa da marzo 2022 quando fu voluto dal ministro leghista Matteo Salvini come commissario di Simico, la società che cioè si occupa delle infrastrutture di “Milano-Cortina” e sulla cui prosecuzione fino al 2033 è in atto un altro “scontro” col Quirinale) al ministero come capo del Dipartimento sulle partecipate; dunque Soro (in passato presidente del cda di Sportcast, editore del canale Supertennis) dirigente in aspettativa di “Sport e Salute” è una specie di capo-controllore di Sport e Salute, sebbene Marco Mezzaroma sia il presidente e Nepi Molineris l’ad. Ed è sempre il ministro del Mef ad aver candidato il fedelissimo e amico avvocato Mario Morelli come segretario della nascente Commissione (Autority) sui conti dei club professionistici di calcio (e basket) la cui presidenza è andata invece al magistrato della Corte dei Conti Massimiliano Atelli dopo che il designato professor Lago, scelto da Abodi, era stato cassato dalla maggioranza di governo perché in passato assessore comunale in una giunta di centrosinistra a Vicenza.

L’avvocato Mario Morelli (studio da oltre 20 anni a Milano insieme al fratello Enzo che continua a sbrigare la mole di lavoro, la gran parte in materia sportiva, dello studio), di origini calabresi (il papà era nell’Arma dei carabinieri), è stato per anni legale della Fininvest di Berlusconi e anche avvocato di Infront all’epoca della guida Bogarelli: era lui il legale della società di Bogarelli e Ciocchetti (quest’ultimo è stato poi consulente anche della Figc di Gravina) ai tempi della roboante inchiesta sulla vendita dei diritti tv, e in quel tempo Abodi era presidente della Lega di serie B. Entrato pure lui nella fondazione “Milano-Cortina”, l’avvocato Morelli, già al lavoro con l’ex sottosegretario Valentina Vezzali, con Giorgetti a Palazzo Chigi scrisse la riforma dello sport che avrebbe dovuto “arginare” Malagò.

Un eccellente esperto in materia di diritto sportivo e soprattutto di diritti tv, ma quali competenze in materie economico-finanziarie tali da giustificarne l’ingresso nella Commissione e assicurare il giusto grado di indipendenza? La domanda andrebbe certo posta a Giorgetti e non tanto ad Abodi, che al Ministero si ritrova Mario Morelli come consulente dell’ufficio legislativo. Non si ravvisa (almeno) un motivo di opportunità nella supposta nomina di Morelli Mario a segretario dell’Autority mentre il fratello Morelli Enzo lavora nello sport e per lo sport dall’altra parte? Si dibatte tanto di incompatibilità e conflitti nella giustizia sportiva (da cerchiare in rosso la fresca frase del monarca del basket, Petrucci, rilasciata in un’intervista di oggi alla Gazzetta dello Sport: «Il basket lascia la giustizia al Governo, facciano loro se non si fidano di noi…») e non è questo il caso di incompatibilità, intrecci e potenziali conflitti di interesse che potrebbero nascere nell’Autority? È compatibile, per un incarico del genere, un avvocato che ha difeso Infront e che “smistava” i diritti tv per una società come Infront?

In tutto questo (perverso e intrecciato) gioco di pesi, influenze, misure e moneta, ci si è poi infilato in mezzo pure il Quirinale, preso per la giacca da una parte e dall’altra. Il Colle ha mosso rilievi di costituzionalità su alcuni passaggi normativi dell’ormai famigerato Decreto Sport (96/2025), ribattezzato in questi giorni da molti come Decreto Sport e Salute. Si ha voglia di dire, di ripetere come, per alcuni tratti normativi, si sia trattato di rinvii di carattere formale (leggasi motivi di urgenza, oltre che di necessità) avanzati dalla presidenza della Repubblica, che ha fatto un po’ come qualche volta avviene dinanzi alla Corte Costituzionale quando i giudici, interpellati, emanano sentenze non decidendo, rimandando, dicendo no ma magari solo per un aspetto formale che va corretto (e non torniamo per carità di patria ancora una volta sulla legge dei mandati – la famosa legge 8/2018 – sulla sua interpretazione e su come la politica non le abbia osservate… ). Avviene cioè quando alla Corte qualcosa non va giù ma non vuole decidere e quindi rimette la palla al legislatore.

Nel caso specifico – quello cioè tra la Fit di Binaghi (che ha mosso mari e monti) e “Sport e Salute” – Mattarella ha dovuto invece intervenire in maniera molto delicata: la materia gli sta(va) certo a cuore come il suo amato tennis, dovendo però trovare una giusta ed equa sintesi tra i desideri di Binaghi, il ruolo di “Sport e Salute” e la volontà del Governo di andare comunque avanti. Al di là della questione sul finanziamento delle Atp Finals in Italia e sulla composizione della governance, c’è ad esempio anche la questione del Foro Italico e del torneo di Roma che è diventato un evento internazionale, una gallina dalle uova d’oro e che si candida a diventare quinto torneo dello Slam. È innegabile che un salto prepotente gliel’abbia fatto compiere negli ultimi anni la governance di “Coni servizi” prima e di “Sport e Salute” poi che hanno investito costruendo l’evento, costruendo il centralino (quest’anno in funzione i nuovi campi sorti dietro Palazzo H), un lavoro da ascrivere sicuramente all’impegno di Diego Nepi Molinieris che ha messo nelle mani della Fit di Binaghi un torneo di Roma che non è certo quello dei primi anni della presidenza Binaghi, catapultato lui in un’altra dimensione nel passaggio dalla Sardegna alla Capitale. Tra l’altro, il prossimo anno, dopo il torneo, partiranno i lavori per la copertura del Centrale, condizione indispensabile per aspirare a diventare uno Slam: i soldi li metterà Sport e Salute. Non parliamo di influenze politiche oppure di posti: è giusto o non è giusto che la partecipata statale abbia (almeno) la possibilità di sapere cosa succede, come vadano le cose, dopo un investimento di parecchi milioni di euro?

Torniamo al travagliatissimo iter parlamentare del Decreto Sport che, dopo la prima approvazione alla Camera, è passato ieri l’altro al Senato in attesa di conversione in legge dello Stato (il decreto scade il 29 agosto) e in attesa del via libera definitivo di oggi a Montecitorio, però depurato da alcuni passaggi (a Palazzo Madama c’è stata la sofferta e pasticciata soppressione dell’articolo 9 quater relativo a Sport e Salute sugli eventi con contributo pubblico superiore a cinque milioni, e due modifiche all’articolo 11, quello sull’Autority dei conti del calcio e del basket professionistico, ma fate pure solo calcio, alias ex Covisoc: sembra poco, e invece è tutta sostanza). Un decreto sventrato e spogliato, altro che tecnicismi. A pagarne (anche immeritatamente) dazio il ministro Abodi: è andata come era andata quasi due mesi fa (leggi qui) l’elezione al Coni: le spinte e i movimenti della politica e della politica sportiva lo hanno messo in mezzo…E non è mica finita: pare che gli interventi cancellati possano tornare dentro un disegno di legge e ci sarà una nuova battaglia: «Il Governo sta conducendo una battaglia senza logica, serve il dialogo», ha detto oggi a La Gazzetta dello Sport uno dei papaveri dello sport italiano (Gianni Petrucci) che nel vuoto del Coni (e di Buonfiglio) prova a prendersi nuovi spazi… Altro che discutere di decreti.

Proprio su alcuni passaggi del decreto ci si era svegliati qualche giorno fa leggendo come il decreto legge fosse mancante (ad esempio) anche dei requisiti del carattere di urgenza e per questo sospeso, rimandato… Sì, certo… Chiacchiere. Queste sono scelte sempre e soltanto di carattere politico, non c’è niente di tecnico. Si parla di fumo, invece dell’arrosto…L’arrosto erano (e sono) questioni di sostanza, di soldi, potere, intrecci e ingerenze.

È stranissima davvero questa cosa del Quirinale e dei rilievi che sarebbero stati mossi dall’ufficio giuridico del presidente Sergio Mattarella, garante supremo delle nostre istituzioni. Forse però il punto sta qui: il Quirinale ha capito cioè come la politica (in questo caso, la maggioranza di governo) si stia “pappando” lo sport tricolore. Qualcun altro ha aggiunto: lo fa perché tiene ai soldi degli italiani. Tutto giusto, tutto vero, ma perché fino ad oggi? Fino ad oggi come ha vissuto lo sport italiano? Nel 90% dei casi coi soldi dello Stato: Asd, Ssd, etc. etc., senza contare tutti i soldi passati alle Federazioni e magari spesi (vedi caso ultimo quello del Pentathlon, per acquisti personali, del presidente Bittner, deputato di Forza Italia e fedelissimo di Barelli).

È qui che bisognerebbe davvero intervenire: facciamo che i soldi che lo Stato dà allo sport vadano davvero allo sport. Basta sprechi, basta risorse a pioggia, basta soldi che servono solo per creare, e detenere, potere e clientele. E basta con questa enclave sportiva nell’ordinamento giuridico: anche lo sport deve rispettare la legge, specie quando atti e azioni hanno valore pubblicistico. E ancora: era stato messo un tetto ai compensi dei presidenti federali. Il tetto però è saltato: che ne pensa il ministro Abodi, non è un territorio su cui intervenire? Come è possibile che i presidenti di federazioni (anche quelle più piccole) prendano tanti soldi? E siamo sicuri che quello che è capitato alla federazione Pentathlon del presidente Bittner non accada anche in altre federazioni con le carte di credito nella disponibilità dei presidenti federali? Perché non invitare la Corte dei Conti a fare un’indagine sul punto?

Non ci lasciamo distrarre da filosofie e guerre puniche su chi lo comanda lo sport, ma invece partiamo dal basso, così come ad esempio lodevole era stata l’operazione “Sestante” avviata dai vertici di Sport e Salute sulle spese per le sedi delle federazioni, un’operazione guarda caso avversata dai mammasantissima (e intoccabili) presidenti federali…

E poi ormai anche lo sport “ricco piange (da tempo, prendete il calcio professionistico), e non smette di piangere, e di chiedere e di ottenere. Ma siamo davvero sicuri che, ad esempio, la risposta al problema calcistico sia una Commissione (o Autority, fate voi) che praticamente è la stessa Covisoc di prima dal punto di vista delle funzioni, solo che costa di più e che ci sarà messo qualche “papavero” dentro? E che cosa risolve? Cosa potrà mai fare? È come la tragica situazione in cui si ritrovò la Grecia alla fine del 2009… Se non ci sono i soldi, puoi mettere tutti i controllori che vuoi, ma il problema resterà sempre irrisolto, e il burrone sarà sempre più vicino.

Tanto per restare all’attualità stringente, prendiamo la situazione in Lega Pro: prima ancora che parta il campionato, ci sono club penalizzati per inadempienze economico-finanziarie, e ci sono club che “rischiano” di finire prima ancora di cominciare…

Intanto si continua a far finta di non vedere, si fa finta di non capire. La realtà è semplice: in Lega Pro non si “sopravvive” se la proprietà non decide di “buttare” i soldi. Ed è ammissibile, in qualsiasi attività professionistica oppure semi-professionistica, di andare in perdita sempre, e in maniera costante? Chi è che dovrebbe intervenire? Lo Stato, o la federazione, in questo caso la Figc? Deve (dovrebbe) intervenire la federazione di Gravina che, da presidente eletto plebiscitariamente (ha il 98% dei consensi, ha tutte le componenti dalla sua parte), deve ridurre il numero di squadra in Lega Pro (e poi basta con queste penalizzazioni che penalizzano solo i club corretti e che a nulla servono, serve applicare sanzioni pecuniarie pesanti per le proprietà inadempienti): annuncia interventi da anni, ma poi non fa nulla, prende soltanto tempo.

Anzi, peggio: quest’anno la Lega Pro del presidente Matteo Marani voleva introdurre il “salary cup” e invece s’è dovuta accontentare di un esperimento, perché così ha deciso la Figc di Gravina. Ma è la Figc di Gravina (la campagna elettorale è finita da tempo, la ricerca del consenso anche…) che deve tappare i costi, che deve intervenire. Altro che Commissione o Autority che poi non solo si prende (o voleva prendere) il software della Covisoc ma pure (parte) del personale (andrà assunto per concorso, dopo lo stralcio della norma). Tutto il resto sono stupidaggini. Non è che tu federazione risolvi, dicendo: “Controlliamo come spendi”. Ma scusate: se non guadagni, se non stai almeno in pareggio, ma che cosa vuoi spendere? Tanto per chiarire meglio: perché non si riducono gli organici in Lega Pro e in serie D?

Perché il numero di società fa la percentuale di voto come componente federale: se diminuiscono le società, diminuisce il peso elettorale…ed è in Lega Pro e serie D che si forma il serbatoio di voti che tiene e regge Gravina. Lui, come Abete, Marani e tutti gli altri dirigenti calcistici (federali e di leghe), perché non si autosospendono (o decurtano almeno) i lauti compensi davanti ad un disastro senza fine?

A proposito di moneta, spese, costi, partecipazioni, finanziamenti. E sempre a proposito del rapporto tra sport e politica, dell’indipendenza sportiva e dell’invadente e ingorda classe politica e/o governativa. In questo ultimo mese non s’è fatto altro che parlare della “disfida” tra Binaghi “padrone” della Federtennis da vent’anni (nota bene: il tennis è lo sport più amato da Mattarella) e la partecipata statale del Mef (dunque agli ordini del ministro Giorgetti) “Sport e Salute” sull’organizzazione dell’Atp finals di Torino che si disputano grazie anche all’ingente finanziamento statale e per la quale la partecipata chiede(va) l’inserimento nel comitato organizzatore di propri delegati. Tuoni, fulmini e saette, strali cui sono stati esposti il presidente Mezzaroma, l’ad Nepi Molinieris e il ministro Abodi che ha dovuto spendersi, e molto, per trovare una quadra. Ma perché sarebbe ingiusto nominare propri delegati se finanzio la competizione? Perché devo mettere i soldi ma non devo poter decidere o controllare o, diciamo meglio, partecipare all’organizzazione, o meglio ancora controllare che fine fanno i soldi dei cittadini? Stesso discorso potrebbe farsi anche per l’organizzazione dell’America’s Cup a Napoli. Altra cosa, ovvio, è l’invadenza della politica nel voler inserire propri profili, nel voler governare lo sport.

C’è poi la questione tutta pallonara della Commissione sui conti del calcio che ha assunto contorni farseschi: una novità che non è altro se non uno strumento di distrazione di massa. Per decreto doveva entrare in funzione già lo scorso anno, l’avvio è stato spostato di oltre un anno e pure il passaggio di consegne previsto in questi giorni è diventato un quiz, strumentalmente forse agitato dalla Figc che, perdendo la funzione di controllo sui conti del club, s’è vista perdere un potere assai delicato, agitando la questione dell’indipendenza (e dell’invadenza statale). Figc che ha paventato persino il ricorso alla giustizia amministrativa impugnando il decreto, focalizzandolo su un punto (l’altro riguardava il personale), avanzato da Gravina nell’incontro di passaggio di consegne con la squadra ministeriale guidata da Abodi: e cioè che le controversie, sull’obbligo per le federazioni e le società di versare i contributi annuali alla Commissione, siano devolute al giudice ordinario e non al Tar…

Ma la giurisdizione sui contributi è stata sempre del giudice ordinario, hai voglia di appellarti a presunti profili costituzionali: qui il vero problema sta in realtà in cosa farà la Covisoc (pardon, la nuova Autority o Commissione…). Che fa, deciderà lei dopo i controlli, o formulerà un mero parere che poi girerà alla Figc che decide? Ricordiamo che il parere della “vecchia” Covisoc non era vincolante per la Federcalcio…Esiste nella nuova legge (per ora decreto) un passaggio nel quale c’è scritto che il parere della (nuova) Commissione sia vincolante? Altrimenti, di cosa parliamo, dibattiamo, discutiamo? È come se non fosse cambiato nulla… L’Autority farà i controlli, li girerà alla Figc che poi deciderà…

Tranquilli (si fa per dire). La discrezionalità, e l’autonomia, resteranno nelle mani, nei pensieri e nelle azioni della Federcalcio che, qualche anno fa, voleva introdurre l’indice di liquidità come parametro per l’ottenimento delle licenze nazionali: la disfida, partita come guanto di sfida a Lotito, finì prima del giudizio perché la Federcalcio battè in ritirata prima del dibattimento in aula.

In chiusura, è giusto ricordare come la giustizia amministrativa appena qualche mese fa – era febbraio (l’articolo è qui) – e in particolare la Prima Sezione del Tar Lazio, annullando la decisione presa l’1 luglio 2024 dall’Agcm (Autorità Garante della concorrenza e del mercato), aveva cassato la sanzione di 4,2 milioni (e spicci) di euro che la Federcalcio avrebbe dovuto pagare perché, secondo l’Antitrust, a partire almeno dalla stagione sportiva 2015/2016, “aveva abusato della propria posizione dominante nel mercato dell’organizzazione di competizioni calcistiche a carattere agonistico, con l’obiettivo di escludere gli enti di promozione sportiva e limitare anche le loro attività amatoriali”. Il giudice-estensore della sentenza? Il consigliere Angelo Fanizza (gli altri componenti del collegio: presidente facente funzioni Francesca Petrucciani e il referendario Matthias Viggiano), magistrato amministrativo che si è occupato di una vicenda delicata per le casse della Figc, federazione per la quale ha prestato in passato (nemmeno remoto) lungamente servizio, prima come componente del Tribunale federale nazionale sezione disciplinare, poi alla sezione vertenze economiche, e infine come componente della Covisoc…

Ecco, forse più che del fumo (decreti), bisognerebbe iniziare ad occuparsi dell’arrosto…

 

© 2025 Riproduzione riservata

Correlati