Il “giochino” di Abodi, Buonfiglio lo rincorre e il Coni si allinea: la Commissione Giustizia è solo un bluff. Nuovo cadeau a lobby e monarchie sportive

Dopo due mesi di lavoro i 13 componenti hanno prodotto la prima bozza, tredici slides senza contenuti concreti: tutto ancora da definire. Aumentano intanto le fibrillazioni all'interno mentre la politica allunga le mani sullo sport. Gli sportivi privati dei diritti di tutti i cittadini
La prima riunione della Commissione su giustizia sportiva al Coni

Dalla lettura delle tredici pagine (pardon, slides) datate 3 novembre e prodotte come stato dei lavori dalla Commissione Giustizia nominata per varare la riforma della giustizia sportiva, emerge un quadro ben più chiaro delle “proposte”. Un quadro assai oscuro. Eccolo.

Si prevede una forma d’incompatibilità assoluta (nessun membro della giustizia sportiva può lavorare nel sistema): il divieto viene però compensato… con una retribuzione. Questo meccanismo però farebbe sì che la giustizia sportiva divenga appannaggio di “profili professionali” che non hanno mai lavorato nello sport: già, chi rinuncia agli incarichi delle federazioni sportive per fare il giudice – buttiamo giù un onorario – a 20 euro a sentenza? E anche se fossero (ben) pagati, la paga del giudice sportivo non compenserebbe mai l’incompatibilità assoluta (tutto il sistema, e non la singola federazione) che seguirebbe la nomina. Questo vuol dire che nel nuovo quadro (se fai il giudice di una federazione non puoi lavorare in nessunissimo altro segmento del mondo sportivo, come se essere giudice, ad esempio del cricket, potesse portare un qualche vantaggio da spendere, ad esempio, davanti alla Figc…) nessun professionista di valore potrebbe prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di candidarsi alla funzione.

Escludere i migliori professionisti (che tra l’altro sono quelli che è meno facile condizionare….) porta poi un altro problema. Ce lo vedete voi un professionista qualunque che, dopo qualche giorno dalla nomina e dopo qualche cena, si dimostra insensibile ai desiderata (anche non detti) di una federazione importante (calcio, tennis, basket…)? Utopia.

E’ già successo nella politica, dove chi è entrato per aver dichiarato di voler spaccare tutto e tutti si è poi spento davanti alle coccole della bouvette, del taglia-code, dello status……Dunque, questa riforma porterebbe certamente al risultato che la qualità della giustizia sportiva scemerebbe e che, per contro, neppure si otterrebbe quella indifferenza ai bisogni di qualche presidente federale nel nome della quale si è impugnata la spada della riforma.

Manco in Talebania. La regola da porre sarebbe invece la seguente: chi ricopre ruoli nella giustizia sportiva non può avere incarichi dalla federazione interessata. Se, ad esempio, sono il presidente del tribunale del rugby, che influenza può avere il fatto che io abbia incarichi, ad esempio dalla federazione tennis? Dire il contrario vuol dire che i giudici sportivi li dobbiamo andare a trovare su Marte.

Eppoi, si può lasciar passare in carrozza, senza colpo ferire, che per la riforma della giustizia sportiva la maggior parte dei membri della Commissione sia di nomina governativa, cioè della politica? Dove è finita la tanto difesa autonomia dell’ordinamento sportivo? Dove sono i rappresentanti del Coni inteso come Ente pubblico? Il presidente del Coni Luciano Buonfiglio che fa, dorme? E il coordinatore avvocato Marco Di Paola (magari è già impegnato verso superiori obiettivi…) capisce quello che davvero sta succedendo e che cosa si sta mettendo in atto?

Eppure il quadro è semplice. Il ministro dello Sport Andrea Abodi, quello che da anni professa e discetta sulla tutela dell’autonomia sportiva, ha deciso che deve decidere lui come deve essere riformata la giustizia sportiva. Peccato però che la legge dica il contrario. E non ci si venga a dire che sarà la Giunta del Coni ad assumere formalmente le decisioni. Ce la vedete la Giunta del Coni contro il ministro Abodi, contro il governo, contro la parte che deve passare i soldi alle federazioni?

La soluzione, quella vera (e come tale, sgradita a tutti)? I batteri, si sa, proliferano negli stagni. Quindi quello della giustizia sportiva è un non problema. Se si vuole davvero risolverlo, basta togliere il tappo allo stagno. Bisogna cioè battere sul tempo la Corte di Giustizia Europea (interpellata dal Tar del Lazio e segnatamente dal giudice Francesco Arzillo a giugno 2024, dopo i due tentativi andati a vuoto anche della presidente del Collegio di Garanzia Panzironi che s’era rivolta alla Corte Costituzionale) e introdurre per legge dello Stato (come già avviene per le ammissioni alle competizioni sportive professionistiche) il potere del giudice amministrativo di trattare le decisioni del giudice sportivo (e degli organi federali) come un qualsiasi altro provvedimento.

Bisognerebbe cioè consentire al tribunale amministrativo di annullare i provvedimenti giuridicamente non corretti (sbagliati, errati, macchiati da vizi o, se volete, da conflitti, intrecci e interessi) dei giudici degli organi federali.

Questa ci sembra la sola strada da percorrere. Non seguire il “giochetto” di Abodi che con sei membri (o forse più?) si “intrufola” da abusivo (nel senso che se c’è autonomia dello sport un ministro non può assolutamente entrarci, tanto più in un tema come quello della giustizia sportiva) soltanto per fare come Tomasi di Lampedusa: (“se vogliamo che rimanga tutto com’è, bisogna che tutto cambi”) oppure per continuare nel lavoro di assoggettamento dello sport alla politica, prendendolo per la gola (pardon, per le casse).

Aprite, queste benedette porte. È stato già fatto per l’ammissione alle competizioni professionistiche. Per quale ragione (nel 2025) un’impresa che opera in Italia (anche SpA e magari anche quotata) non ha diritto (a differenza di qualsiasi altra società per azioni e delle altre società quotate) a un giudice dello Stato a cognizione piena e non (come avviene fino ad oggi) privo del potere di annullare l’atto, eventualmente illegittimo?

Analogamente, per quale ragione una persona che vive nello sport (istruttore, tecnico, giocatore, dirigente…) può vedersi rovinata la vita lavorativa da una sentenza della giustizia federale e/o sportiva che il Tar non può però annullare?

La verità è che la Commissione, questa Commissione di giustizia, è semplicemente un gioco ideato da Abodi per mettere (ancor più) le mani sullo sport. E dopo la Covisoc, e dopo la giustizia sportiva, poi a chi, e a cosa, toccherà?

L’unica riforma è dunque aprire lo stagno (eliminando il putrido e maleodorante pantano), far scorrere l‘acqua, ripristinare il corso dell’acqua facendolo liberamente fluire sotto i sapienti (ed indipendenti) occhi della giustizia amministrativa.

Lo gridiamo e rivendichiamo forte. Nel 2025, se un ministro della Repubblica si impiccia di come va gestita la giustizia di una serie di associazioni (questo è lo status delle federazioni sportive) e vuole mettersi davvero all’occhiello il merito di aver dato corso ad una riforma epocale e soprattutto seria, bisogna conferire al Tar il potere di annullare (come il Tar del Lazio ha già chiesto alla Corte di giustizia Europea, il caso di specie parte dalla vicenda e dal ricorso di Andrea Agnelli: il giudice Arzillo ha posto la questione della pregiudiziale sportiva e riguarda il bilanciamento tra l’autonomia dello sport e il diritto europeo). E prima ancora, bisogna tagliare i gradi di giustizia sportiva: oggi per mettere la parola fine ci sono cinque gradi di giudizio. Bisogna invece prevedere un grado unico presso le federazioni, abolire il Collegio di Garanzia (perché se si conferisce al Tar il potere di annullare, non c’è più nulla da garantire a livello Coni) e appunto dare al giudice amministrativo il potere di annullare. Per deferenza, nessuna slide lo dice.

E poi, come avrebbe potuto dirlo se nella Commissione ci sono Zaccheo e Sandulli, ossia due presidenti del Collegio di Garanzia? Il primo organo da abolire (ma, appunto, nessuna slide lo dice) è proprio questo Collegio di Garanzia che ha ampiamente fallito la sua missione: ci mette secoli a fissare l’udienza e mesi e mesi a depositare le motivazioni e quando trova un abuso che fa? Se la cava col ritornello che il Collegio di Garanzia si occupa dell’osservanza delle leggi e non dell’accertamento del fatto che spetta invece ai giudici federali. Per questo il Collegio di Garanzia ha fallito: doveva essere un organo di chiusura all’interno dell’ordinamento sportivo ed oggi persino le federazioni (pensiamo alla causa che ci fu tra Figc e Lega A) non ne rispettano le decisioni e vanno al Tar.

In un quadro del genere (estensione a tutto il sistema Sport delle regole statali già esistenti per le ammissioni alle competizioni professionistiche) tutto si velocizzerebbe, le federazioni (visto che c’è il Tar) non andrebbero più in pellegrinaggio davanti al giudice sportivo, alle corti e tribunali federali, o al Coni. Inoltre, e soprattutto, si creerebbe un forte deterrente a soprusi o abusi perché chi li commettesse saprebbe che poi andrebbe a sbattere contro un organo terzo (il Tar) senza più poter trovare appigli e compiacenze dentro il proprio recinto federale e sportivo, popolato da conflitti d’interesse, affari e intrecci; si spezzerebbe così pure quella catena che i presidenti federali usano come clava contro i presunti oppositori o come carota per “arruffianarsi” il consenso.

Il problema allora (diversamente da quello che pensa la Commissione … che fa da ventriloquo a chi…?) dunque non è chi nominiamo e chi nomina, perché questo è solo un modo per creare nuovi spazi per gli amici (l’ultima puntata di Report docet). Il problema (come dice il titolo dell’illustre Commissione), il vero nodo, è riformare (ma veramente) il sistema sportivo di giustizia. E invece il quadretto resta questo: tutto (ancora) da definire, tutto da rimandare. Lo stagno, c’è da scommetterci, cambierà soltanto colore perché, alla fine dei lavori della Commissione, di diverso ci sarà soltanto il colore delle nuove alghe messe a dimora nello stesso stagno, ma da diversi floricoltori. Eppure – lo abbiamo detto e ridetto – la soluzione già esiste ed è legge dello Stato: anche a chi opera nello sport va riconosciuto il diritto ad un giudice dello Stato. Non suona almeno strano che un ministro della Repubblica pensi a soluzioni diverse da un giudice dello Stato?

In fondo a tutto una considerazione banale (e quindi volutamente ignorata dai creatori della Commissione): ma il problema del sistema sono i giudici sportivi (per la maggior parte poveri cristi che svolgono pro bono e per passione un compito gravoso) o i monarchi che regnano indisturbati sulle federazioni? Sono o non sono loro che potrebbero minare all’indipendenza dei giudici sportivi? La conclusione è allora facile: la Commissione è un fumogeno che serve solo a ridare verginità a incontrollate monarchie. Sarebbe bastata una Commissione sulle spese di rappresentanza dei presidenti e qui sì che sarebbe successo qualcosa.

Il ricambio – cari amici e lettori- deve riguardare la testa e non la coda. Si comincia dalle fondamenta e non dagli infissi. Il perché e il come e da chi siano state restaurate le monarchie federali è stato, almeno su queste colonne, detto e ridetto… Forte con i deboli (i poveri giudici sportivi) e debole con i forti (i Caesar imperiali delle federazioni)….non vi viene da ripensare al Manzoni? Non scomodiamo però i giganti della letteratura e torniamo alla giustizia sportiva: si abbia il coraggio sul disciplinare di dare l’ultima parola al Tar e si tenga nell’esclusiva dell’autonomia sportiva il giudizio sportivo (multe, squalifiche ecc. ecc. per fatti che avvengono sul campo).

Non resta, adesso, che aggiornare il lettore sul lavoro (e sui retroscena) di questa Commissione Giustizia.

Gradi di giudizio? “Da definire”. Definizione di illecito sportivo, amministrativo e contabile? “Da definire”. Principi del processo sportivo? “Da definire”. Accesso alla giustizia? “Da definire”. Sorveglianza? “Da definire”. Incompatibilità? “Da definire”. Trattamento economico? “Da definire”. Cessazione, decadenza e revoca? “Da definire”. Ci fermiamo qui, per carità di patria e per non incorrere negli strali dei (pochi) lettori, però è doveroso precisare come l’elenco sottolineato dei “da definire” sia solo parziale. Da definire: sono le due parole che compaiono più di frequente nella prima bozza di lavoro (letta e riletta, mentre intanto stupore e disincanto si davano continuamente il cambio) partorita dalla tavola dei tredici dell’Apocalisse, pardon, dai tredici membri che compongono la “Commissione di Giustizia” nominata ai primi di settembre di concerto (?) dal ministro (in carica da tre anni ma pare ormai completamente inviso ai vertici governativi) dello Sport Andrea Abodi, dal da poco presidente del Comitato paralimpico Giunio de Santis e dal fresco presidente del Coni (l’avvocato Luciano Buonfiglio, eletto a fine giugno).

Da definire: è il termine più ricorrente nelle tredici paginette (pardon, si definiscono slides) che sintetizzano e storicizzano al 3 novembre (il titolo della bozza è “Commissione giustizia, Stato lavori”) il lavoro di oltre due mesi di questa prestigiosissima commissione, un gruppo composto tutto da avvocati, calato dall’alto e fatto passare invece come risultanza di un lavoro bipartisan (Coni e Governo) basato sulle esperienze sportive e professionalità giuridico-sportive dei componenti.

Bozza e stato dei lavori su cui c’è scritto “documento riservato” ma che intanto è stata oggetto di comunicazione da parte del suo coordinatore (il vice-presidente del Coni e presidente della federazione sport equestri Marco Di Paola) nella riunione del Consiglio Nazionale del Coni svoltasi lunedì alla presenza, of course, dell’immancabile e onnipresente (“petrusino ogni mmenesta” si dice nel dialetto napoletano, sta per prezzemolo in ogni minestra) ministro dello Sport Abodi che, meno di un mese fa (15 ottobre), rispondendo nel corso di un question time alla Camera, aveva riferito come «i primi riscontri a questo lavoro sono stati previsti entro la fine dell’anno».

E così, da bravi scolaretti, dovendo rispettare tempi e consegne, i tredici avvocati hanno dato alle stampe queste tredici stringate, didascaliche paginette (pardon, slides) che somigliano un po’ a quelle tesine che gli studenti di terza media portano all’esame per dimostrare di essersi occupati genericamente di una questione in particolare, e sulla quale possono discuterne a piacere, senza nemmeno avere l’onere di dover rispondere alle domande, anche perché gli occhi (e le orecchie) della commissione vi ci cascano frettolosamente.

In questi due mesi (specie nelle ultime settimane) pare non siano mancate però divergenze e fibrillazioni all’interno della commissione; ufficialmente componenti e registi dell’operazione fanno sapere come tutto proceda a gonfie vele, eppure i veleni scorrono a fiumi nelle chat e nelle conversazioni riservate. C’è chi aveva addirittura pensato alle dimissioni o a far saltare il banco ma il diktat per ora resiste: nessuno si muova e nessuno parli, perché al primo scricchiolio verrebbe giù tutto il castello di sabbia (pardon, di carte e veline patinate) messo su in quattro e quattr’otto. Sarebbe un gesto che il mondo sportivo (o meglio, i papaveri del Coni e delle federazioni) non può proprio più permettersi, perché senza soldi (del governo, o meglio ancora, di “Sport e Salute”) non si cantano messe.

Un appiattimento desolante e imbarazzante pare abbia avvolto questa commissione: l’obiettivo (già chiaro prima ancora che partissero i lavori della commissione) è sempre più nitido e distinto. Normalizzare, conservare; peggio ancora, tipicizzare i procedimenti di giustizia sportiva, burocratizzare lo sport italiano, sfilargli quel briciolo di autonomia che gli è rimasto. Altro che cambiamento, altro che risoluzione dei conflitti d‘interesse nel mondo del Coni, delle federazioni, degli organi di giustizia, altro che nuovo regolamento di giustizia dello sport e per lo sport (ovvero per i tesserati, per le società). Il parto di questa Commissione somiglia molto a quello che, negli anni passati, aveva spesso dato vita alle Bicamerali in Parlamento: allegri carrozzoni che per mesi sferragliavano su discussioni e proposte di cambiamento, salvo poi sciogliersi e liquefarsi tutte in un nulla di fatto, conservando (coi denti) lo status quo; amici e nemici a stringersi la mano, a mangiare crostate, a brindare, continuando così nei secoli dei secoli. Amen.

Limitare i danni, dare una spruzzata di novità; alla fine dei conti, conservare il potere: il panorama sportivo italiano questo offre. Il Coni è ormai ridotto ad un Ente qualunque e il suo presidente o non c’è o rincorre la politica per tenersi quell’insperato posto che deve solo, e di fatto, ad Abodi (fermamente impostosi contro qualsiasi prosecuzione della gestione Malagò dopo aver viceversa dato il via libera al ripristino delle dinastie dei Petrucci, dei Barelli, dei Casasco…), ministro che aveva puntato le sue fiches sul poi sconfitto Pancalli. Non a caso, c’è chi osserva come, dopo l’Olimpiade invernale, potrebbe persino vacillare la sua poltrona dando così spazio a una nuova campagna elettorale (no, non c’è Malagò tra i papabili nuovi aspiranti…); le federazioni (non solo quelle più piccole) sono sempre più dipendenti da “Sport e Salute” e i presidenti puntano a difendere il proprio fortino; gli enti di promozione sportiva fanno politica, mentre intanto “Sport e salute”, indirizzata dal ministro del Mef Giancarlo Giorgetti (il vero padrone dello sport italiano) e dalla premier Giorgia Meloni, si prende sempre più spazi lasciando ad Abodi giusto il tempo di intestarsi fulgide campagne, rivoluzionarie riforme, lungimiranti introduzioni (già il caso dell’Autority di nomina governativa sui conti del calcio che ha “sostituito” la Covisoc avrebbe dovuto far drizzare le antenne…). Le spinte della Lega e di Fratelli d’Italia sono sempre più evidenti, Forza Italia prova a mediare ma, a stento, trova freni. Tutto pare ormai andato.

E allora: basta con queste finzioni, basta con questo spreco di tempo (e denaro): se la politica (il Governo) dice che è lei a mettere i soldi e che dunque bisogna fare i conti con lei, inutile metter su queste operazioni di facciata alla Tomasi di Lampedusa, che la si lasci pur fare…

È quello che aveva (profeticamente) detto Gianni Petrucci in un’intervista pubblicata da “Il Corriere della Sera” il 10 settembre scorso. «La Commissione per riformare la giustizia sportiva voluta da Abodi? La mia filosofia è semplice: se tu Stato non ti fidi di me federazione o Coni, toglici pure alcuni poteri e gestiscila tu. Gli avvocati nella Commissione? Sono sempre gli stessi, non li ho scelti mica io, ma ho fatto presente la contraddizione. Il Coni è l’ente più riformato al mondo…che facciano pure…Oggi c’è una realtà che è Sport e Salute: inutile lamentarsi, dialoghiamo con loro e con la politica. Io con loro ci vado d’accordo…». Beh, convenire con uno dei monarchi dello sport italiano, uno che da oltre quaranta anni detiene il potere sportivo e che nella sua Fip si muove come regnante assoluto, è sì esercizio doloroso e stridente, eppure legittimo e doveroso. L’81enne Gianni Petrucci aveva già capito tutto, sostanzialmente aveva avvisato: ma perché sprecare tutto questo tempo, perché mettersi a discutere e formulare proposte, tanto alla fine… Ancor più esaustiva sarebbe stata la risposta, poche ore dopo, del ministro Abodi. Sempre il 10 settembre, due giorni dopo cioè l’insediamento della Commissione. «Il presidente Petrucci è una persona saggia, che fa tesoro dell’esperienza. Io rispetto l’opinione di tutti, ma la sua in particolare perché dà un indirizzo che fa comprendere che è meglio per tutti collaborare e che lavoriamo nell’interesse di tutti, pur nel rispetto dei ruoli e nella complementarietà. Il rispetto che il presidente Petrucci porta alla politica e il rispetto che la politica ha nei confronti dell’autonomia dello sport, ci aiuteranno a fare bene».

Parole che avrebbero così centrifugato quelle pronunciante da un tremebondo e sospeso Buonfiglio, nel giorno della vigilia dell’insediamento («la giustizia sportiva? Ho voluto affrontare questo tema perché riguarda il mondo sportivo. Siamo consapevoli che dobbiamo migliorarci. D’accordo con Abodi abbiamo individuato una commissione molto ampia, con 13-14 personalità molto importanti… è sacrosanto affrontare questo argomento con terzietà e se scegliamo dei giuristi indipendenti non dobbiamo farli pagare dalle federazioni, non devono avere rapporti. Possiamo fare un organismo unico di 7-10 federazioni, mentre altre federazioni più importanti è giusto che abbiano un loro organismo») e poi il giorno dopo, nel giorno dell’insediamento della Commissione («dobbiamo adeguare il sistema per garantire trasparenza, indipendenza, terzietà e il giusto processo con una tempistica adeguata»).

A proposito di parole, ecco un altro interessante siparietto-balletto: chi ha deciso le nomine, chi ha scelto chi, da chi è stato dato l’impulso? Buonfiglio (8 settembre): «Sono molto contento di aver avviato insieme al ministro Abodi questa importante commissione ricca di professionisti di chiara fama, molti di loro hanno partecipato alla riforma del 2014 e oggi si apprestano ad attualizzarla»; Abodi (10 settembre): «Il presidente del Coni si è dato, tra gli obiettivi primari, quello di affrontare il tema della riforma della giustizia sportiva. Poi che abbia anche chiesto a me di poter dare un contributo attraverso dei nomi indicati ritengo sia ulteriormente interessante».

Chi sono i componenti di questa Commissione che da due mesi si riunisce e che ha prodotto queste 13 paginette (pardon, slides) dove tutto è ancora “da definire”? Cinque sono (sulla carta) di nomina Coni, due di nomina Cip (comitato paralimpico), sei nominati dal Ministero dello Sport. Il coordinatore è l’avvocato Marco Di Paola, vice-presidente (per ora ma in rampa di lancio) del Coni e presidente della Fise (federazione sport equestri). Sempre in chiave Coni, c’è l’avvocato Stefano Arcifa (presidente dell’Aero Club d’Italia, federazione che dipende sia dal Coni che dal Ministero Infrastrutture e Trasporti), l’avvocato Pierluigi Matera (già commissario ad acta per le modifiche statutarie e regolamentari di numerose federazioni nonché ghost-writer del programma presentato da Buonfiglio in campagna elettorale, l’avvocato Massimo Zaccheo (presidente di sezione al Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni) e l’avvocato Massimo Proto (parente del presidente della Fit, Binaghi, e assai vicino al mondo del tennis). Di nomina Cip, quindi di Giunio de Santis, sono invece gli avvocati Raffaella Valeri e l’avvocato Guido Valori (professore di diritto sportivo che si era candidato alla presidenza Fip).

I nomi dei componenti “suggeriti” dal Ministero dello Sport (l’elenco è a 3 pagina della bozza) invece: l’avvocato Francesca Orlando, capo dell’Ufficio Legislativo del Ministero dello Sport (fu Francesco Soro, ex fedelissimo di Malagò e da poco nominato da Giorgetti come direttore generale del Dipartimento Economia del Mef, a introdurla nel mondo sportivo, prima al Coni e poi a “Sport e Salute”), l’avvocato Riccardo Andriani (consulente del Governo e un passato tra giudice Figc e Coni), l’avvocato Gianni Fontana (già consulente parlamentare per la riforma dello sport, già consulente legale di parecchie federazioni, noto per aver difeso Carolina Kostner nel processo doping contro l’ex fidanzato Schwarzer), l’avvocato Alberto Gambino (direttore della “Rivista di diritto sportivo” del Coni), l’avvocato Stefano Varone (capo gabinetto al Mef guidato da Giorgetti) e il professore Piero Sandulli (vice-presidente di sezione al Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni).

Al lettore ogni considerazione sul certificato profilo di questi valenti professionisti ed esperti, noi invece ci limitiamo a chiedere: sono state rispettate le regole di trasparenza, autonomia, indipendenza? Come sono stati scelti, in base a quali criteri? E il concetto che si tratti di nomine (non è stato previsto un bando, non è stata fatta una selezione), non suona in antitesi con gli obiettivi di indipendenza, trasparenza e autonomia che questa commissione deve perseguire nel formulare le proposte di riforma della giustizia sportiva? Già, c’è un però.

«Siamo nella fase di affidamento fiduciario del lavoro di preparazione che deve consentire a questa commissione di valutare cosa il sistema sportivo farà autonomamente e cosa invece potremo fare noi in termini di proposta di governo per completare una riforma che deve mettere insieme due aree di giurisdizione»: così il ministro Abodi il 15 ottobre alla Camera dei Deputati rispondendo a un’interrogazione parlamentare dell’onorevole Mauro Berruto (Pd) che aveva chiesto la calendarizzazione (ottenendo il sì) di un’indagine conoscitiva parlamentare sul tema della giustizia sportiva, tema assai diverso da quelli della Commissione giustizia varata, in un forzato braccetto, da Coni e Ministero dello Sport.

Nelle tredici paginette (slides, pardon) che fotografano “lo stato dell’arte” dei lavori compiuti in questi due mesi della Commissione, c’è tutto e non c’è un bel nulla. C’è una paginetta per ricordare come sia “riservata all’ordinamento sportivo la disciplina delle questioni aventi ad oggetto l’osservanza e l’applicazione delle norme regolamentari, organizzative e statutarie dell’ordinamento sportivo e i comportamenti rilevanti sul piano disciplinare e l’irrogazione e applicazione delle relative sanzioni”. In un’altra compare la composizione della commissione, una verte sul riferimento normativo che riguarda i compiti della Giunta nazionale del Coni, ben tre paginette si dispiegano su rilievi statistici dei procedimenti (Collegio Garanzia, rito sportivo e rito federale e, a questo proposito: ma che valenza possono avere se la principale federazione sportiva nazionale e quella nella quale si svolgono la quasi totalità dei procedimenti, ovvero la Figc, non ha fornito i dati?), una raccoglie le qualifiche professionali dei componenti degli organi di giustizia (l’88% sono avvocati) sempre senza tener però conto di quelli che operano per gli organi di giustizia della Figc (!!!) dove, come noto, ci sono numerosi magistrati di Tar e Consiglio di Stato. Ancora: c’è una generica paginetta coi titoli delle proposte tematiche oggetto di lavoro dei componenti, e poi infine le ultime cinque paginette si dividono tra stato dell’arte del procedimento sportivo, di quello federale e della procura. Tutte pagine dove abbondano i “da definire”.

Almeno, sembra chiaro come andrà finire…

 

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