INDISCRETO

Gravina e la serie A, il braccio di ferro continua. La Lega stoppa sponsor e pressioni, no ai nuovi parametri per l’iscrizione ai campionati

Saltato Bonomi, il presidente Figc cerca sempre un candidato e prova a stoppare la rincorsa di Lorenzo Casini, bruciato un anno fa per un posto alla Fifa. Percassi scrive ai presidenti su indice di liquidità e licenze nazionali: club in difficoltà sui pagamenti. Il via libera allo stop per le gare della Nazionale resta in sospeso. Viglione e un antico legame con Terracciano, il no di Lotito e Marotta
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La situazione è grave ma non seria. Ci fosse stato almeno Ennio Flaiano, il titolo sarebbe venuto via facile. Adattato. Persino scontato. “La situazione è grave ma non… Gravina”. «Abbiamo allegato nella nostra richiesta anche alcune informazioni che riguardano il fatto che diverse persone si sono vaccinate proprio per andare allo stadio». Testuale. Così Gabriele Gravina nella conferenza stampa a consuntivo dell’ultimo consiglio federale. Alla vigilia aveva promesso fuoco e fiamme, al termine invece gli sono rimaste solo intenzioni e rivendicazioni, minacce e qualche strale. Il solito, insomma. Eppure basterebbe questa frase per capire come il pallone italiano continui a sgonfiarsi, a rotolare verso il precipizio. Senza che nessuno si muova per arrestarne la deriva, senza che qualcuno almeno si alzi e si faccia una bella risata. Ostaggio di guerre e battaglie personali, strumento per tenersi attaccati alle poltrone, disperata ricerca di una vetrina. Sempre più opaca. Tant’è. «Diverse persone si sono vaccinate proprio per andare allo stadio»: questa l’arma in più che la Figc di Gravina ha allegato nella nuova, accorata ed esplicita richiesta al ministro della Salute Roberto Speranza e al Comitato tecnico scientifico, senza però far menzione del Dipartimento dello sport e del sottosegretario Vezzali. «Chiediamo subito il 100% di capienza degli stadi senza passare per il 75 a fine febbraio. Fra 75 e 100 cambia poco»: questa la richiesta. Forse una preghiera. Di certo un pressing che dura da mesi, ormai senza quasi più fiato: almeno un successo da intestarsi (era già accaduto nel chiuso del consiglio federale del 26 gennaio), una rincorsa già provata senza successo (leggi qui) da giocare sul tavolo del confronto (scontro) con la A ormai stufa di parole, promesse, minacce federali. Eppure anche stavolta, niente. Nemmeno sul 100% della capienza, subito. Tocca aspettare. Fa nulla che “diverse persone si siano vaccinate proprio per andare allo stadio”. Non c’è tempo per modificare il decreto battezzato dalla Camera, frutto di un lavoro accurato della Commissione specifica al quale la Vezzali aveva plaudito già due settimane fa, quando cioè Gravina aveva provato a intestarsi e intascarsi il successo. E poi non esiste solo il pallone. Ci sono anche tutti gli altri sport. Dunque 75% (60% al chiuso) dal fine settimana (la Camera ha approvato, si attende pubblicazione su Gazzetta Ufficiale, stadi al 75% da domenica se tutto fila liscio), per il 100% ancora no: magari a metà marzo, magari chissà per la Nazionale a Palermo il 24, l’ultimo salvagente a cui s’aggrappa il presidente campione d’Europa.

Lo scontro con la A. Proprio il 24 marzo scadrebbe il termine per l’elezione del nuovo presidente di Lega, dopo le dimissioni di Dal Pino. Le prime due tornate (quorum a 14) sono andate in fumo. «Bisogna avere il senso associativo, quando si va in Figc ci vuole un presidente che difenda i nostri interessi, siamo noi che teniamo in pedi la baracca». Quella frase pronunciata da uno dei venti rappresentanti di club nell’assemblea che avrebbe poi portato all’elezione di Gaetano Blandini come consigliere indipendente (leggi qui) – il primo segnale di rivolta, quello che avrebbe poi portato a una valanga, tra le dimissioni del presidente, le difficoltà a reggere gli equilibri dell’ad De Siervo e le istanze di rottura totali con la Figc dalla quale tutta la A vuole staccarsi per diventare come la Premier League – risuonano ancora. Forti. Lo spartito non è cambiato, anzi. Gravina prova a tenere, a tenersi senza più trattenersi, a giocare su più tavoli. Finge di non ascoltare, di non capire quanto la Lega gli ha più volte espresso. Aveva promesso la nomina di un commissario ad acta per l’adeguamento dei principi informatori, inserito nell’ordine del giorno la nomina del vicario, blandito l’arma dell’indice di liquidità (soglia dello 0,7%) da approvare come parametro per l’iscrizione al prossimo torneo anche in serie A, eppure almeno la metà dei club sono in grande difficoltà, la B al collasso ma pure in A è durissima (leggi qui), il 16 febbraio era giorno di adempimenti federali (Irpef, Inps, arretrati), adempimenti per i quali alcuni club pare si siano fatti scontare persino l’anticipo sul paracadute: una montagna di soldi come stabilito dal comunicato 131 Figc. Carte senza avere almeno un asso, nelle mani del presidente federale. Un bluff? È almeno questo che emerge dal comunicato ufficiale Figc diramato dopo il consiglio. La nomina del commissario ad acta sì ma solo dal 25 febbraio, rinviata l’elezione del vicario, rimandata a un “tavolo di concertazione” l’adozione dei nuovi parametri per l’ottenimento delle future licenze nazionali. «Giornata all’insegna della collaborazione, accantonate forme di tensione che soprattutto in questo momento non hanno motivo di esistere»: così Gravina ha provato a riannodare il filo coi presidenti di A. Eppure il clima e i rapporti restano tesi. Non hanno ancora un presidente, eppure mai come in questo caso, almeno su un punto, sembrano uniti. Compatti. Un blocco. Difficile da scardinare, sgretolare. Nonostante pressing e sponsorizzazioni, nonostante telefonate e messaggi subliminali lasciati lì a volteggiare nell’aria. Nell’etere. Nell’inchiostro. Il riassunto delle recentissime puntate precedenti sarebbe necessario (leggi qui e qui e qui) però l’attualità scalcia, sgomita, sibila. Nel comunicato stampa post consiglio, prima la carota: «Auspico una Lega di A forte e determinata, che rivendichi una leadership di contenuti e non una leadership urlata. La Lega A è sempre stata autonoma nell’ambito dei principi dell’ordinamento sportivo». Poi, subito riecco spuntare il bastone, specie per quei club e quei presidenti che starebbero (almeno per Gravina) guidando la rivolta: «Chi afferma il contrario ha un modo sbagliato per approcciare le carenze che il mondo del calcio manifesta. Vogliamo una Lega in grado di essere la motrice del calcio italiano». La realtà è che la A non vuole essere, e non vuole più sentirsi, uno dei carri dell’allegro carrozzone Figc: vuole staccarsi, procedere da sola. Vuole sedersi al tavolo col Governo, ha messo in fila le richieste: far saltare la legge Melandri, la ristrutturazione del debito (vedi Codice della Crisi d’impresa), e si aspetta pure che l’iter si concluda entro quattro mesi per consentire così alle sue società indebitate di potersi iscrivere al campionato (leggi qui). Poi chiede di percepire a fondo perduto l’1% dei proventi erariali delle scommesse così come chiesto nel piano Fenice presentato da Gravina (e bocciato) a luglio (leggi qui). Oltre alla riapertura del 100% negli stadi, s’aspetta nuove sospensioni dei versamenti fiscali e contributivi, e un arco temporale ancora più ampio per spalmare gli obblighi verso il Fisco. Altro che indice di liquidità. I venti club hanno fretta, spingono, vogliono mani libere. “Un presidente che sia il nostro presidente, che sappia tenere lontani Gravina e i suoi consiglieri, che metta in riga Viglione e Chinè, che sappia farsi ascoltare dalla politica. Un presidente autorevole”: questo il pensiero di molti presidenti. Per questo costretto alle dimissioni Dal Pino che nella convulsa assemblea del 27 gennaio ancora una volta aveva provato a silenziare tutto, a far passare tutto dalle mani di Gravina. A chi gli chiedeva una rappresentanza di presidenti al tavolo col Mef, aveva risposto che no, non si poteva. “Proviamo a far sedere De Siervo, ma nemmeno è sicuro. La A è un’associazione privata”. De Siervo aveva provato a mediare, ma nulla. I presidenti non si sentono (ben) rappresentati più nemmeno dall’amministratore delegato. Un risultato intanto l’hanno ottenuto. Il neo vice-presidente Luca Percassi è stato invitato all’ultimo consiglio federale, probabile che sieda anche lui al tavolo delle trattative col Governo organizzato dalla Vezzali. La data per la prossima assemblea elettiva fissata al 25 febbraio, ultimo giorno utile per eventalmente approvare i principi informatori, giornata dedicata alla presentazione dei candidati e dei loro curricula. Procedura insolita. Testimonia di come continuino le trattative, i colloqui, la ricerca di un’intesa capace di stoppare le pressioni esterne. Il quorum è sceso a undici, ma l’intenzione è di celebrare la nomina con un plebiscito. Sarebbe un altro segnale dirompente, specie nei confronti di chi prova a disturbare le intese. Nomi ne sono usciti e candidati sono stati bruciati (leggi qui), ultimo in ordine di tempo Bonomi. Sorretto da Scaroni, Cairo e Giulini, ben visto anche da Gravina che però per quella poltrona s’era innanzitutto speso per Mauro Masi (leggi qui). Diciannove schede bianche invece, provocatoriamente solo De Laurentiis avrebbe infilato il nome del presidente di Confindustria nel segreto dell’urna. Silurato mentre è in viaggio di nozze alle Maldive, sul suo nome ci sarebbe stata la convergenza al massimo di sette club. Un guanto di sfida quelle schede bianche. La sfida continua, da una parte e dall’altra. Azioni di disturbo, attribuzione di “padrini”. Dopo quello di Gabriele Fava (pare gradito anche al ministro Giorgetti) ecco quello di Salvo Nastasi (segretario del Ministero della Cultura) accostato al nutrito gruppo che fa capo a Lotito e De Laurentiis: rimbalza però il dubbio che la candidatura sia forse gradita al presidente federale che nei giorni scorsi – direttamente e indirettamente – s’è fatto ascoltare anche dal ministro Franceschini. Al telefono poi, pare sia iniziato un giro vorticoso di telefonate, destinatari alcuni presidenti di A. Messi in guardia, avvisati. I maligni dicono, diffidati. “Troppo giovane e poco controllabile, non vi conviene votare per Lorenzo Casini”: questo il mood che girerebbe mentre l’asse Gravina-ScaroniCairo spera che Bonomi resista e passi., magari coi buoni uffici di Marotta. Lorenzo Casini sarebbe – secondo i rumors – il candidato scelto da Claudio Lotito. Il 45enne giurista è attualmente Capo di Gabinetto del Ministero della Cultura, è stato componente del Collegio di Garanzia del Coni, nella sezione che si occupa di questioni amministrative comprese quelle relative alle assemblee e agli altri organi federali. Un anno fa viaggiava spedito da designato del calcio italiano ed europeo per un posto in una commissione strategica della Fifa. Una nomina che pare non andasse troppo bene al presidente della Uefa Ceferin che “chiese” a Gravina di far revocare la candidatura. Ad aprile 2021 Gravina entrò nell’esecutivo della Uefa di Ceferin, incarico da 150mila euro annui.

Il commissario ad acta e i principi informatori. Dal cilindro dei candidabili, la Figc ha invece estratto il nome del professor Gennaro Terracciano come commissario ad acta per l’adeguamento dei principi informatori dello statuto della A. Ordinario di diritto amministrativo e prorettore dell’Università del Foro Italico di Roma, nel 2019 toccò a lui riscrivere il codice di giustizia sportiva della Figc. Un lavoro a quattro mani: le altre due di Giancarlo Viglione, il braccio destro di Gravina, l’uomo che spira continuamente sul fuoco, alimentando incendi (ad esempio, battaglia in Lnd contro Sibilia) e inciampi (ad esempio, prima sentenza su Juve-Napoli dello scorso anno), il consigliere giuridico e capo della segreteria degli organi di giustizia federale che, all’indomani della ribellione della A e del botta e risposta tra Gravina e Vezzali e della triangolazione Lega-Coni-Figc, avrebbe cominciato a minacciare commissariamenti in ogni dove. “Noi siamo governati dal Coni, mica dalla Vezzali…”: pare che il grido da via Allegri angolo via Campania ancora risuoni tra i palazzi, non solo romani. Palazzi che tutto registrano. Intanto, bisogna registrare la nomina. Terracciano commissario ad acta però solo dal 26 febbraio, cioè solo alla scadenza del nuovo ultimatum lanciato da Gravina alla Lega A. L’incarico di Terracciano avrebbe anche un termine, fissato al 15 marzo. Per Gravina, un segno di disgelo, di apertura. «I nostri sono più principi riformatori che informatori, il commissario avrà una funzione di collaborazione e supporto ai club di A». All’unanimità la serie A l’11 febbraio in una lettera a firma del vice Percassi gli aveva invece chiesto di aspettare la fine di marzo (leggi qui) per la riscrittura dello statuto vista la necessità di eleggere prima il presidente. Nel consiglio federale la nomina di Terracciano è stata votata da tutti, ad eccezione dei consiglieri di A, Lotito-Marotta. Allo studio l’ipotesi d’impugnazione della nomina: il ricorso potrebbe finirebbe al Coni e dunque l’esito parrebbe scontato. La seconda arma utilizzata da Gravina per indurre la A a depositare l’ascia era la nomina del vice-presidente vicario: procedere sarebbe stato uno sgarbo istituzionale senza precedenti. Stoppato il fido Ghirelli, Gravina anche qui ha preso tempo. Sempre, a suo dire, nell’ottica della distensione. «Abbiamo rinviato la discussione al 16 marzo anche in segno di rispetto per la Lega di A. Non c’è nessun automatismo nella successione. La valutazione comunque sarà politica e la lascerò al consiglio federale». Fissato al 16 marzo. Quel giorno si dovrebbe discutere anche dei nuovi parametri per l’ottenimento delle licenze. Un punto nodale, già terreno di forte scontro nel consiglio federale del 26 gennaio. In quest’ultimo consiglio, anche qui Gravina dopo aver minacciato, ha sospeso. «Sono convinto che ci sarà presto una presa di coscienza da parte di tutte le componenti che le porterà a chiedere al Consiglio di accelerare il processo di riforma», ha però detto. I club di A sul punto hanno invece idee, anzi intenzioni, ben diverse, a partire dall’adozione dell’indice di liquidità come parametro di iscrizione, anche di questo discuteranno il 25. La situazione economica e finanziaria delle società è grave e seria. A giugno si rischia una ecatombe, la Covisoc ha avvertito. La situazione è grave, altro che…Gravina.

La risposta di Percassi. Presente come invitato al consiglio federale, il vice presidente di Lega e ad di un’Atalanta che in questi mesi protesta per alcune decisioni arbitrali e che starebbe per passare (il 70%) a un fondo statunitense, ha comunque preso carta e penna e scritto agli associati. «Il Commissario si metterà al lavoro solo a partire dal 26 febbraio ma fino al 15 marzo è fatta salva la possibilità per la nostra assemblea di approvare un testo statutario da portare in approvazione al prossimo consiglio federale, il 16 marzo». Li ha ragguagliati, specie sul terzo punto. Quello economico. Il più importante. «Il tema delle licenze nazionali 2022-2023 è stato oggetto di una comunicazione interlocutoria del presidente federale che ha confermato che la proposta della Figc sarà discussa in sede tecnica con le componenti, e che il risultato del confronto sarà portato per l’approvazione al Consiglio federale del 16 marzo. La A ha esposto al Consiglio la sua posizione critica in ordine ai contenuti e al valore dell’indice di liquidità, ai tempi di sua applicazione progressiva, all’estensione della sua rilevanza all’iscrizione ai campionati, e alla sua entrata in vigore nell’imminenza dell’iscrizione al campionato prossimo. Il presidente federale ha altresì riferito che, in attesa della convocazione del tavolo tecnico da parte della Sottosegretaria Vezzali sui temi afferenti gli effetti della congiuntura economica derivata dalla pandemia, ha interessato il ministro Franco (MEF) e il sottosegretario alla PdCM Roberto Garofoli». Dunque, diversamente da quanto suppone Gravina, la A è particolarmente critica (eufemismo) sulle intenzioni federali. Dalla montagna di arretrati (irpef, Inps, Iva, stipendi) accumulati grazie anche a sospensioni di controlli federali e provvedimenti parlamentari, rischia in estate di arrivare una valanga. Roba da restarne sepolti. Intanto si galleggia, in attesa della nuova assemblea. Ci si vede il 25, ma niente voto, solo presentazione dei candidati: i presidenti vogliono prima trovare l’intesa. Possibile si arrivi ai primi di marzo per la fumata bianca.

Gravina-Vezzali, altre stoccate. A proposito di marzo, continuano a consumarsi idi nei palazzi romani (leggi qui). «Apprezzo la porta che il presidente Gravina ha lasciato aperta per il dialogo, sono certa che questi dieci giorni verranno utilizzati per trovare una soluzione condivisa»: così la Vezzali sulla nomina del commissario ad acta. Sta per volare a Pechino, parteciperà alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi raggiungendo così il presidente del Coni Giovanni Malagò ansioso di ricevere il testimone per Cortina 2026. La Cina è ancora lontana. Il tavolo con il mondo dello sport comincerà, ma solo al loro ritorno. Gravina intanto ha confermato nel post consiglio quanto anticipato da giorni (leggi qui): scavalcando mare e monti, dragando tra i palazzi di governo in cerca di spiagge e sponde, ha scritto a Garofoli e Franco, chiedendo – la Lnd del resto è in piena campagna elettorale (leggi qui) – ristori per il caro energetico. In Consiglio: «Rappresentate tutte le richieste più urgenti per sostenere il mondo del calcio in una congiuntura economica così complessa, a partire dal cosiddetto “caro-bollette” che rischia di paralizzare l’attività dei club dilettantistici e giovanili». A stretto giro di lancette sarebbe arrivata la risposta della Vezzali in un’intervista al quotidiano “Libero”. «È una criticità che sta colpendo duramente tutto il mondo dello sport. Basti pensare all’aumento dei costi di gestione degli impianti. Il Governo sta per varare un ampio provvedimento per fronteggiare l’emergenza». A Gravina che giorni fa l’aveva ammonita («il principio di autonomia dell’ordinamento sportivo – che trova nel Coni l’ente sovraordinato – nei confronti dell’ordinamento statale, così come più volte ribadito dalla Corte Costituzionale»), la sottosegretaria ha risposto così. «Ben conosciamo, sia io che Gravina, la portata degli insegnamenti della Corte Costituzionale e le prerogative dell`ordinamento statale, soprattutto sulle questioni che attengono al più ampio ambito di applicazione di principi fondanti del diritto comune». Non sarà l’ultimo botta e risposta, scommettiamo?

I ristori, la filastrocca, le scommesse, la nazionale. I ristori. I soldi. Li chiede da almeno due anni. Milioni e milioni. Milioni di volte li ha chiesti, nell’ultimo anno si è perso pure il conto. Li ha chiesti in ogni modo, con lettere, programmi, progetti, piani, Con interviste. Persino a muso duro (leggi qui). Come a fine anno, in un’intervista al Corriere dello Sport. «Almeno un miliardo. Ci spetta. Bisogna mettersi d’accordo solo sulle modalità». Bocciata e rispedita al mittente ogni sua richiesta, s’è stancato persino lui di raccontare la solita filastrocca («perché alla cultura sì e a noi no, siamo tra le prime dieci industrie del paese, siamo quelli che versano di più al Fisco») e quindi stop. «I ristori? Non li chiederò più perché è mortificante sentirmi dire sempre no». Però. Però accogliendo una delle prime e principali richieste della Lega A. «C’è un giro d’affari attorno alle scommesse che in Italia oscilla tra i 13 e i 15 miliardi di euro, chiediamo la tutela del nostro diritto d’autore». Una prova d’autore se l’aspetta intanto dalla Nazionale di Mancini, che il 24 marzo giocherà con la Macedonia la semifinale playoff: in palio il posto ai Mondiali. Gravina prega e incrocia le dita, senza Qatar il suo volo finirebbe rovinosamente per terra. Si attacca a tutto, alla serie A ha chiesto di rinviare il turno del 20 marzo. La Lega A lo tiene invece in caldo: nel consiglio federale non se n’è discusso, probabile che i presidenti lo facciano nella prossima assemblea di Lega. Lo tengono in sospeso, c’è sì da aspettare l’esito delle italiane nelle Coppe ma magari ricambiano le “cortesie”. E il tifo. Gravina ha per esempio giurato di fare il tifo per tutti i club impegnati nelle competizioni europee, «lasciamo che le squadre italiane si qualifichino nelle Coppe, siamo tifosi di calcio, non confondo mai le questioni, tifo per le squadre italiane e che superino il turno, poi spero si possa trovare una soluzione insieme». I tifosi di Inter, Juve, Napoli, Atalanta, Lazio e Roma incrociano le dita, Gravina invece se la prende con chi guferebbe la Nazionale aspettandosi le sue dimissioni. «Il calcio è sempre stato un mondo d’illusioni. Se qualcuno pensa di posizionarsi a quella data è anti-tifoso, è anti-italiano, sta coltivando una falsa illusione. A differenza di chi mi ha preceduto non coltivo la cultura delle dimissioni. Io vado fino in fondo, perché difendo il progetto che ho sempre portato avanti in questi ultimi tre anni, di lavoro e di risultati. Se dovessi scambiare il mio ruolo politico con la qualificazione della Nazionale? Già solo il fatto che qualcuno pensi una cosa del genere mi fa venire la pelle d’oca». Già, tutto da pelle d’oca. Persino il titolo. La situazione è grave ma non seria. Anzi…Gravina.

 

 

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