INDISCRETO

Malagò e le Olimpiadi di Pechino, una valanga di polemiche e veleni. Il cattivo esempio del presidente Coni che abbaia sempre alla luna

Diciassette medaglie ma l’immagine dell’Italia esce pesantemente scalfita da una serie di baruffe all’interno della spedizione azzurra. La volata verso Milano-Cortina inizia con un’altra battaglia mentre il numero uno del comitato olimpico assiste impotente ai disastri di programmazione e sviluppo
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«Abbiamo richiesto doverosamente un contributo per pianificare quattro anni al meglio. A parole sono mesi che ogni settimana è quella buona per sbloccare la situazione, anche se siamo già in ritardo perché lo aspettavamo già fra settembre e dicembre. Qui si tratta di prendere ragazzi e ragazze dai 15 ai 18 anni che devono essere per 4 anni in un ragionamento di ritiro permanente e servono finanziamenti. Chi ospita le Olimpiadi fa molto meglio, ti giochi il jolly perché stai dentro da tutte le parti». Così, prima di rientrare in Italia, Giovanni Malagò ha ripreso subito a bussare alla porta. Della politica, del Governo. Per carità, mai alla propria. A quella del capo del comitato olimpico italiano. Certo, servono milioni (due miliardi) per le strutture e le infrastrutture, molte opere sono ancora solo un progetto, traballa e scricchiola la poltrona dell’amministratore delegato della Fondazione “Milano-Cortina” Novari, scelto all’epoca dall’allora ministro Spadafora. Un discorso sul quale ci sarà da scrivere. Dalla Cina, il presidente del Coni ha però subito buttato un’altra carta sul tavolo: servono soldi per la preparazione degli atleti d’interesse olimpico, ospitare le Olimpiadi invernali con una nazionale debole sarebbe una figuraccia. «Contano solo i risultati», ha detto il numero uno del Coni provando così a rinchiudere le tante polemiche scoppiate all’interno della rappresentativa azzurra a Pechino 2022. Una cosa mai vista. Una cosa mai successa. «Siamo mostruosamente eclettici e multidisciplinari, le altre nazioni ce ne chiedono conto, è un motivo di cui essere orgogliosi», ha detto provando a far risplendere il medagliere azzurro. Diciassette medaglie eppure solo due ori, uno solo individuale. Nove medaglie dalle donne, cinque maschili, 3 di coppie miste. Per numero di medaglie, secondi solo a Lillehammer ’94: però il numero di gare è aumentato (48 gare in più), le discipline da cui sono arrivati podi sono scese ad 8 (sci alpino maschile zero e solo sette partecipanti), Italia tredicesima nel medagliere e l’età media dei medagliati sensibilmente più alta, un segnale preoccupante soprattutto in vista delle Olimpiadi di casa tra quattro anni. Preoccupa il ricambio generazionale, preoccupa l’assenza del Coni, deputato alla preparazione degli atleti olimpici. Campioni che dovrebbero dare l’esempio, non solo in competizione. Invece polemiche e veleni. Più che un jolly, servirebbe una autentica rivoluzione. Non c’è tempo. Meglio darsi i voti per adesso, meglio continuare ad abbaiare alla luna. Magari serve. Questo deve aver pensato Malagò. «Un voto alla spedizione azzurra a Pechino? Sette e mezzo. Certo, ci sono gli infortuni, i centesimi, i giudizi, ma è un qualcosa su cui dovremmo fare delle riflessioni». Diciassette medaglie: nella cabala il 17 significa disgrazia. Quante disgrazie sono rotolate in questi giorni olimpici insieme alle gare e alle medaglie, offuscando l’immagine azzurra? Tante. Troppe.

Riflessioni bisognerebbe farle sul modello Italia. Che a Pechino ha fatto parlare molto. Sono state le Olimpiadi dei veleni, delle polemiche, delle accuse, dei botta e risposta. Via tv, via social, via tutto. Certo non una bella immagine per inaugurare la lunga volata a Milano-Cortina. Che non fosse partita col piede giusto l’Olimpiade cinese, Giovanni Malagò l’aveva capito sulla propria pelle. Nove giorni chiuso in una stanza d’albergo prima di poter mettere piede fuori: ha perso sei chili e ha assistito, impotente, allo sgretolarsi dei rapporti tra gli atleti, tra atleti e tecnici, tra atleti e federazioni, persino ad accuse tra familiari. Veleni e polemiche, accuse e difese: pagine consumatesi davanti ai microfoni, sui social, persino in tv con tanto di assegnazione di tapiro. Nonostante il ragguardevole numero di medaglie raggiunte dall’Italia, Pechino 2022 verrà ricordata come l’Olimpiade delle polemiche (di livello davvero basso) e dell’assenza di chi queste polemiche avrebbe dovuto prevenirle ed evitarle, il Coni. Una maionese impazzita. La campionessa e alfiere Arianna Fontana contro il presidente della Federghiaccio, Gios. Gios contro il marito della Fontana. E poi un altro duello: la mamma della Brignone (l’ex campionessa Ninna Quario) contro la Goggia, senza dimenticare il botta e risposta tra le due campionesse. E poi – incurante dell’intervento, tardivo, di Giovanni Malagò («c’è un’altra gara tra 48 ore, mi auguro non ci siano altre puntate»), ancora la Fontana contro gli azzurri maschi dello short track e poi ancora la Goggia che “gira” il tapiro di Striscia la notizia alla Brignone. Senza dimenticare le rivelazioni di Marsaglia (sci alpino) sulle accuse («dovevo fingere infortunio») nell’ottica delle convocazioni, quelle dello snowboarder Leoni, quelle già prima della partenza per Pechino dello sprinter (sci di fondo) Pellegrinocredo di aver risolto un problema in azzurro») che aveva deciso di allenarsi con atleti e federazioni straniere, persino quelle nella “famiglia” del curling.

Roba che nemmeno all’asilo Mariuccia. Già, ma la verità è che l’Asilo Mariuccia l’ha inaugurato proprio il Presidente del Coni, Giovanni Malagò, che da tre anni piange e tira calci per la riforma che gli ha tolto, oltre ai tanto amati biglietti dello stadio, potere e denaro. Riforma che ha riempito di soldi lo sport e gli ha consentito di raggiungere risultati mai visti, come l’oro nei 100 metri e nella staffetta 4×100 a Tokyo e nel curling a Pechino. Quel Malagò che, dopo aver gridato al ritorno del fascismo (era il 2019 e nella lotta contro la riforma, disse, «La riforma? Un’occupazione del Coni. Lo stesso fascismo, pur non essendo estremamente elastico nell’acconsentire a tutti di esprimere le proprie opinioni, aveva rispettato di più la nostra storia»), ha prima voluto che il Coni avesse una propria pianta organica, per poi lamentarsi che da ente pubblico non poteva gestirla. Quel Malagò che ha strillato e minacciato le dimissioni per trasportare al Coni i suoi 165 dipendenti, che ora sono dipendenti pubblici con le sicurezze dei dipendenti pubblici e i privilegi dei dipendenti privati, per poi lamentarsi e volere un’altra società, con altri dipendenti, in pieno delirio da Prima Repubblica. Quel Malagò che prima ha voluto che gli venissero trasferiti immobili e impianti, per poi lamentarsi di non poterli gestire come ente pubblico. Ecco, quel Malagò lì adesso dice che i ragazzi abbandonano lo sport perché c’è stata la riforma dello sport e non c’è, dunque, chiarezza ordinamentale. Non scherziamo. L’ha detto.

«I ragazzi hanno abbandonato lo sport con la pandemia per tre aspetti, tutti negativi: situazione contingente del covid, calo demografico e poca chiarezza che esiste all’interno della parola sport a livello ordinamentale. Su quanto materiale umano possiamo contare nei prossimi decenni? Questo è un disastro epocale figlio delle scelte fatte negli ultimi decenni dal nostro Paese. Se siamo all’incirca 60 milioni di persone, noi dal 1994 ad oggi abbiamo perso 5 milioni di italiani che oggi avrebbero avuto l’età per andare alle Olimpiadi. Terzo punto, la non chiarezza che esiste all’interno della parola sport a livello ordinamentale che implica uno spreco spaventoso di energie».

Già, spreco di energie e di tempo. Sempre preso da mille battaglie, sempre in guerra contro tutto e tutti a difesa del suo Coni, il presidente del Coni appare come sempre distratto di ciò che accade in casa sua. La riforma del 2019 assegna al Coni la preparazione olimpica degli atleti, per questo le assegna risorse e competenze. La nazionale maschile di sci alpino non esiste, tra le donne si tirano stracci, nello short track baruffe e litigi. Solo tre esempi. Sempre e solo una risposta. «Dovremo fare degli incontri per districare matasse, per trovare soluzioni nell’interesse di tutti e del Paese, certe situazioni erano note agli addetti ai lavori…», ha detto tornando da Pechino. Ma dov’era il Coni, dove era Malagò quando – e sono anni, lui è presidente del Coni dal 2013 – scoppiavano questi disastri? Tutti contro tutti. Senza ritegno. Altro che sport, altro che etica, altro che esempio. Già, l’esempio. Con quale credibilità un presidente del Coni che litiga con tutti e strilla da anni come un bambino viziato può adesso rivolgersi alle atlete e agli atleti per chiedergli di non comportarsi da bambini viziati? Ecco allora a chi dovrebbe andare il Tapiro d’Oro, a lui e a tutti quelli che, invece di occuparsi di preparazione olimpica e di accompagnare atleti e federazioni in questo passaggio, hanno passato gli ultimi tre anni ad abbaiare alla luna. Pensando a come recuperare il potere perduto. Alle proprie medaglie. Non a quelle della nazionale, non a quelle del Paese.

 

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