Elezioni Figc: il duello vinto da Malagò e la fine di Abete. Si volti pagina, a partire dalla giustizia sportiva federale

Giancarlo Abete e Giovanni Malagò, rivali nell'elezione a presidente federale

Elezioni, e nuovo governance (federale) senza fotocopie: niente scherzi.

Estate 1982: è l’estate Mundial, è l’estate azzurra, è l’estate della Nazionale di Bearzot, Zoff e Paolo Rossi che fa sognare e gioire l’Italia. L’estate del 1982 è però anche l’estate dell’ennesima crisi politica e di governo. Mentre la Nazionale prosegue il suo trionfale e sorprendente viaggio a “Espana ‘82”, il presidente del Consiglio, il primo non democristiano nella storia della Repubblica, il mite professore fiorentino Giovanni Spadolini, prova a tenere le fila di un governo ormai spaccato, moribondo, in apnea. Lui cerca di stare in piedi, incontra il governatore della Banca d’Italia Azeglio Ciampi, il presidente della Fiat Gianni Agnelli, l’onorevole Giulio Andreotti. Tentativi inutili. Il suo governo non ha futuro. Il fuoco dei franchi tiratori democristiani lo farà scivolare sulla classica buccia di banana, due mesi dopo: basta un decreto petrolifero, a pochi giorni da Ferragosto, per farlo cadere. Arrivano le dimissioni, il governo va a casa, poi però torna di nuovo in sella, subito dopo Ferragosto. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini affida l’incarico un’altra volta al professor Giovanni Spadolini al quale tocca guidare la stessa identica coalizione pentapartitica (Dc, Psi, Pri, Pli e Psdi), la stessa identica che l’ha fatto cadere e ruzzolare tra rabbia e sconcerto, appena qualche giorno prima. Nella sua squadra ci sono democristiani, socialisti, liberali, repubblicani, socialdemocratici. Non solo. Il secondo governo Spadolini è composto dalla stessa identica formazione di ministri. Tutti ma proprio tutti, e tutti al Ministero che occupavano fino a qualche giorno prima. Tutti, tranne uno, ma solo perché il repubblicano Francesco Compagna nel frattempo è morto. Il secondo governo Spadolini, che avrà vita brevissima, viene ribattezzato il “governo fotocopia”: tanto per fare un esempio, al Tesoro c’è sempre il professore Beniamino Andreatta, mentre alle Finanze resta il barese Rino Formica. Saranno proprio loro due i protagonisti della famosa “lite delle comari”, appena tre mesi dopo: la lite che farà ruzzolare anche il secondo “governo Spadolini”.

L’Italia del pallone, senza Mondiale ormai dal 2014, nell’estate di “Usa 2026” è tutta presa, all’inizio di questa già afosissima estate, dall’assemblea elettiva che proprio oggi decreterà il successore di Gabriele Gravina, presidente federale rieletto per il suo terzo mandato appena un anno e mezzo fa con il 98% e passa dei voti ma che, dopo otto anni di governo federale, ha gettato la spugna dopo l’infausta notte slava: la Nazionale di Rino Gattuso battuta dalla Bosnia e bye bye United States of America. Ciao ciao ha detto pure Gravina, e pare che l’addio, con annesse le procedure di scelta e passaggio del testimone siano state avviate proprio in quell’infausta serata, con una chiamata internazionale dal cellulare del suo braccio destro insieme a uno dei presidenti di Lega presenti allo stadio (sarà vero?). Un’indiscrezione come tante altre, come le voci e gli spifferi circolati in questi lunghi mesi che, da marzo, hanno traghettato all’oggi. Tra questi, c’è ad esempio quella che riporta come, giorni fa, il sempiterno Franco Carraro urlasse al cielo perché pare che le sue indicazioni non siano state raccolte, perché inoltre alla presenza di Buonfiglio prima della Bosnia gli avevano descritto ben altro scenario, e perché infine e chissà, forse pensava al figlio Luigi come possibile commissario Figc…Del resto oltre sessata anni fa cominciò così anche la sua lunga carriera sportiva…

Commissariamento al quale alcune forze politiche di governo, e il ministro Andrea Abodi in specie, hanno lavorato per tre mesi, provando a infilarsi un po’ ovunque per mettere i bastoni tra le ruote del carro vincente, ovvero Giovanni Malagò. Persa pure l’ultima battaglia campale (un po’ forse più per il battage che ha ricevuto) ovvero quella del pantouflage, ai signori della politica oggi non rimane altro che infilarsi un bel paio di pantofole e assistere allo…spettacolo federale. Che promette sorprese nelle percentuali di voto e che potrebbe aprire un’altra porta in uscita, dopo quella presa da Gravina.

Ad esempio? Ad esempio che Giovanni Malagò riesca vincitore subito, con una percentuale di consenso dei delegati superiore al 70%. Ricevuto ufficialmente l’appoggio delle componenti Lega A, Lega B, Aic e Aiac, pare possa prendere anche una larga fetta di voto dalla Lega Pro (ufficialmente non schieratasi) e persino dalla Lega Nazionale Dilettanti, quella cioè governata dal rivale Giancarlo Abete. Non c’è infatti solo il Comitato Lombardia dalla parte dell’ex presidente del Coni, ci sono almeno altri tre comitati pronti a votarlo. Se così fosse, cosa farà Giancarlo Abete? Si dimetterà dalla presidenza Lnd che aveva ottenuto prima come commissario dopo il tradimento a Cosimo Sibilia dalle truppe guidate da Gravina, e poi come presidente eletto (all’elezioni ci arrivò da commissario) e poi rieletto all’unanimità nell’autunno del 2024?

A proposito di Cosimo Sibilia. Nel 2021 era il rivale di Gravina alle elezioni, elezioni che avrebbero dovuto vederlo come unico concorrente, stando a quanto spesso rivelato (anche da lui): era il famoso (e presunto) patto siglato nel 2018, quando Gravina, dopo aver guidato la rivolta contro Carlo Tavecchio, ascese a via Allegri a Roma partendo da Firenze. “Prima io, e poi tu”. Un accordo siglato pare su un foglio, foglio si narra (tra leggenda e realtà) custodito da Giancarlo Viglione, all’epoca consigliere di Sibilia e poi invece diventato il braccio destro e sinistro di Gravina. In questi anni la sua ascesa è stata imperiosa, inarrestabile. Attualmente è il responsabile dell’ufficio giuridico e delle relazioni istituzionali della Figc, federazione che spesso ha difeso nelle aule di giustizia (memorabili alcuni giudizi al Tar e al Consiglio di Stato, alcune tambureggianti vittorie ma anche alcune dolorose sconfitte, tra queste ad esempio il ko su indice di liquidità e abuso di posizione dominante). In questi mesi e in questi giorni c’è chi ha ipotizzato (e non solo) come la figura di Giancarlo Viglione possa fare da trait d’union tra il passato e il futuro: che resti lì dove attualmente sta o che assuma la carica di segretario generale, prendendo il posto di Marco Brunelli? Che sia l’uomo del presunto patto elettorale tra Gravina e Malagò? Bah…Si può pure pensare e immaginare, ma sarebbe possibile?

Simul stabunt simul cadent: se Gravina e Viglione hanno condiviso tutto in questi otto anni, se molte scelte (specie per alcuni settori) sono state figlie di decisioni e visioni dell’avvocato lucano, è logico attendersi che la fuoriuscita di Gravina dal “Palazzo di vetro” di via Allegri (manterrà la carica in Uefa e ne avrà una per “Euro 2032”) sia accompagnata dalla fuoriuscita anche dell’attuale responsabile delle relazioni esterne e dell’ufficio giuridico federale. O no?

A proposito di giustizia federale. Ma che strano: tutti attendono Malagò come il messia, e da Malagò attendono le scelte sul nuovo ct (Mancini?), sul possibile nuovo dt (Maldini, Massara, Ranieri?) sulla riforma dei campionati. Tutti parlano, tutti scrivono, tutti invocano: tra i temi più caldi compaiono quelli legati a nuove risorse economiche, a normative per i giovani italiani, a provvedimenti da ottenere dalla politica e dal governo. Temi tutti importanti, per carità. Nessuno però che abbia scritto almeno una riga sulla giustizia federale. Non l’hanno scritta nemmeno i due candidati. Non l’ha fatto Malagò, e non l’ha fatto neppure Abete. Eppure il tema della giustizia sportiva (già di per sé fondamentale) e il tema delle nomine dei componenti degli organi di giustizia federale, come le nomine anche in altre commissioni strategiche e delicate, sono temi che meriterebbero non solo attenzione, ma addirittura l’immediato intervento del nuovo presidente federale.

Che sia Malagò, o che fosse stato Abete: il tema è delicatissimo, urgono interventi in nome della trasparenza, dell’imparzialità, dell’equità. Altrimenti rischia di passare alla storia come il secondo governo Spadolini. Un governo fotocopia. Già il consiglio federale confermerà la stessa composizione di quello uscente con Gravina, se poi ci mettiamo che come segretario generale resti Brunelli o che diventi Viglione, beh, si potrebbe (pure) pensare che il nuovo governo federale sia l’esatta fotocopia di quello uscente.

Serve e servirebbe coraggio, e serve e servirebbe una bella sanificazione in tanti settori della federazione. A cominciare dal settore della giustizia sportiva. Chi ha frequentato questo sito, nel corso di questi anni, avrà letto centinaia e centinaia di articoli e inchieste e indiscrezioni sul tema. Tra bandi seminascosti e pubblicati in extremis per le candidature alle nomine negli organi di giustizia alla scelta finale (di competenza del consiglio federale in molti casi, su proposta del presidente; ma poi bisognerebbe chiedersi: al presidente chi propone e consiglia dove pescare?) dei giudici di primo e secondo grado. Come non ricordare i tanti casi di valorosi giuristi amministrativi che sono stati arruolati nella fila della giustizia sportiva, giustizia sportiva che, dopo Tribunale federale e Corte d’appello, e dopo il passaggio al Collegio di Garanzia dello sport presso il Coni, passa la “palla” alla giustizia amministrativa? Come dimenticare questi anni trascorsi anche in Procura federale, governata dal procuratore capo Giuseppe Chinè? Qualcuno ha forse dimenticato il famoso giudizio sulle plusvalenze, ridotto poi a brandelli, con tanto di bacchettate alla stessa procura federale, da parte del giudice Mario Luigi Torsello. Uno a cui pare piaccia prendersi la gran fetta dei giudizi “scomodi” facendoli confluire nel giudizio a sezioni riunite (sul punto si narra di litigate con Angelo De Zotti). E come dimenticare delle nomine di padri e di figli nell’ambito della stessa federazione (un caso tra i tanti, quello del giudice e già presidente del tribunale federale Carlo Sica, e del figlio).

Fatti e notizie che hanno lasciato tracce indelebili. Come una traccia indelebile l’ha lasciata l’inchiesta che, proprio in questi giorni, ha coinvolto il giudice Tommaso Miele, ex presidente aggiunto della Corte dei Conti (in pensione dal febbraio 2026) che è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sul Ponte dello Stretto. È accusato di corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio, e dalle intercettazioni è emerso come avesse sempre fame di nuovi e prestigiosi incarichi e un (millantato?) rapporto con esponenti di governo. Un incarico lo ha ricoperto per un anno in seno alla Figc: è stato infatti l’ultimo presidente della Covisoc prima che la commissione di vigilanza sui conti delle società professionistiche cedesse il testimone all’Autority di Governo voluta da Abodi e fino allo stremo avversata (eufemismo) da Gravina. È stato presidente fino all’autunno del 2025: nell’estate del 2025, la Covisoc – presieduta da Tommaso Miele, nato ad Aquino, in provincia di Frosinone – aveva segnalato in extremis le irregolarità del Brescia, provocando il deferimento della società di Cellino, poi retrocessa dopo la doppia sentenza sportiva. La segnalazione arrivata dopo il ritardo nelle comunicazioni dell’Agenzia delle Entrate di Brescia. Un gran pasticcio, un pastrocchio: il playout Salernitana-Frosinone stoppato il giorno prima della gara, con 27mila biglietti per la gara dell’Arechi già venduti. Una sfida mai disputata: perché alla fine a contendersi la salvezza in serie B sarebbero state Salernitana e Sampdoria (retrocessa sul campo la prima, salvatasi al playout la seconda) mentre il Frosinone si sarebbe salvato direttamente. Una vicenda assai strana e velenosa, sulla quale subito saarebbero stati messi i veli. Tutto inghiottito. Già.

Ma, almeno adesso, si potrebbe almeno chiedere chi ha consigliato e caldeggiato la nomina di Miele a presidente della Covisoc (la nomina da presidente dopo la dimissioni della Panzironi, Miele era già nella Covisoc) e se la commissione di garanzia e altri profili federali abbiano mai fatto accertamenti sulle sue condotte?

Il calcio italiano oggi volta pagina. Che (stra)vinca Malagò o che avesse vinto Abete, non conta. Conta davvero cambiare pagina. Bisogna aprire tutte le finestre (e i cassetti) nelle stanze di via Allegri. Bisogna voltare pagina. Cancellando tutto il passato. Niente trait d’union. E niente fotocopie. Governo Spadolini docet.

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