Tanto rumore per un semplice, doveroso, atto di civiltà. Più volte il TAR del Lazio aveva chiesto negli anni alla Corte Costituzionale italiana la stessa cosa: dichiarare illegittima la norma statale che impedisce al giudice amministrativo di annullare la sanzione sportiva illegittima. La Corte Costituzionale (ovviamente per ragioni politiche) ha però sempre detto no: la risposta fornita è stata che l’ordinamento sportivo è autonomo e che quindi lo Stato non deve entrare e mettere voce in queste vicende perché deve preservare “certi” equilibri.
Ma quali equilibri! La situazione è (era) folle. Immaginate che una qualsiasi società quotata in Borsa e che opera nel mondo dello sport avesse ricevuto una sanzione sportiva illegittima. Quella sanzione (pur producendo effetti nell’ordinamento dello Stato, quantomeno in termini di minore valore delle azioni e quindi con palese danno per gli azionisti, che sono pur sempre dei cittadini) lo Stato (cioè gli organi di giustizia statali) non avrebbe mai potuto rimuoverla (se illegittima, ovviamente)…
Non è un caso che la giustizia sportiva (italiana) sia via via diventata un problema sempre più grande, di una portata enorme: scudo protettivo per i potenti, tunnel senza uscite per i reclamanti in cerca di giustizia (quella giusta, quella vera). I presidenti federali l’hanno usata (e la usano) come strumento per azzerare le minoranze e le opposizioni e le minoranze non hanno potuto che sbattere contro il muro dei fedelissimi del presidente-despota di turno (che poi in molti casi questi durano per l’eternità…). Il TAR del Lazio e il Consiglio di Stato non avrebbero potuto annullare le sentenze e quindi le sentenze della giustizia sportiva sono costate comunque (e costano ancora) la “morte” degli oppositori.
Ora è finalmente arrivato questo giudizio della Corte Europea (il procedimento nasce dal ricorso di Andrea Agnelli contro la squalifica di due anni inflittagli per il caso plusvalenze) che ha stabilito come le sanzioni sportive disciplinari devono poter essere sottoposte “a un controllo giurisdizionale conforme al diritto dell’Unione”.
Diciamo subito una cosa importante. L’effetto rivoluzionario è per il sistema, non per gli Agnelli (né, tantomeno, per gli Arrivabene).
La Corte UE non ha detto che Agnelli è innocente. Non ha letto nemmeno una riga sui fatti della questione. Si è limitata ad affermare: Andrea Agnelli, come tutti quelli sottoposti alla giustizia sportiva, ha diritto (al pari di ogni cittadino) a un giudice che (se ne ricorrono i presupposti) possa annullare la sanzione sportiva.
Vedremo cosa dirà il TAR e poi il Consiglio di Stato. I fatti a carico di Agnelli e Arrivabene erano gravi e, appunto, la sentenza della Corte UE non è un libera tutti.
L’effetto è rivoluzionario per il sistema. Lo avevamo già più volte scritto al Ministro dello Sport Andrea Abodi, impegnato in una estenuante riforma della giustizia sportiva.
La giustizia sportiva (scrivemmo) è come uno stagno chiuso nel quale nessun estraneo può ficcanasare, pieno com’è di batteri mortali: il giorno che la Corte UE permetterà a un giudice dello Stato di metterci gli occhi, già questo eviterà che i presidenti federali costringano i giudici sportivi (che loro scelgono e nominano) a fare degli scempi.
Scempi.
Ecco. Questa è la vera bomba. La Corte di Giustizia Europea ha aperto gli stagni paludosi dei tribunali e delle corti federali. Da oggi, sapendo che le loro sanzioni possono essere annullate dal giudice amministrativo, i giudici sportivi difficilmente si presteranno in futuro a spezzare pretestuosamente le reni a qualche oppositore del presidente-tiranno di turno.
A questo punto, ci chiediamo ora: a che serve la macchinosa riforma messa in campo da Abodi (leggi qui, quella con la “collaborazione” del Coni di Buonfiglio e del coordinatore Di Paola) col varo, lo scorso anno, di una commissione di riforma della giustizia sportiva? A nulla.
Ci penserà la giustizia dello Stato. Altro non serve.
In un sistema dove esiste un vero controllo dello Stato (e per questo dobbiamo dire grazie alla Corte di Giustizia UE) anche un neolaureato, amico del presidente federale, può e potrà esercitare le funzioni di giudice sportivo: in caso di errore, ci penserà lo Stato, attraverso gli organi di giustizia.
A che serve allora oggi questa (già) stantia “riforma Abodi”? vi chiederete e ci chiediamo: soltanto a cercare di mettere le mani sulla giustizia sportiva e, attraverso questa, a controllare le federazioni. La bozza che è circolata nelle scorse settimane (leggi qui) è palesemente in contrasto con i principi appena manifestati dalla Corte di Giustizia UE: un procuratore “scelto” (ricordate la storia del parere?) dal ministro di turno non è un organo precostituito e indipendente ma, al contrario, un soggetto che (individuata dal Coni la terna dei nomi) si è dato da fare, a destra e a sinistra, per “indirizzare” (influenzare, provocare) la scelta ministeriale.
Chiudiamo in fretta il discorso. Oggi la scelta è facile. C’è finalmente un giudice dello Stato in cima alla catena di controllo delle sanzioni, e soprattutto un giudice che può spazzare via la sanzione ingiusta.
Si faccia altro, questo l’invito: sopprimete il teatrino di tre gradi di giudizio e anche il Collegio di Garanzia dello Sport a questo punto (tanto…). Si faccia in modo che il malcapitato, finito sotto la scure di una giustizia sportiva ingiusta, non debba passare i mesi (e spendere tanti soldi) prima di poter accedere alla giustizia dello Stato affinché il proprio caso venga discusso e valutato senza l’influenza dei presidenti-tiranni.





