Giustizia sportiva, la riforma Abodi e la morte dell’autonomia. Lo schiaffo al Collegio di Garanzia Coni

Il ministro Andrea Abodi con Luciano Buonfiglio, presidente del Coni

Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità”: furono le prime, emozionanti, parole pronunciate da Neil Armstrong il 21 luglio del 1969 appena messo il primo piede (umano) sulla superficie lunare. «È un primo passo indispensabile, poi successivamente faremo altri interventi. È stato un lavoro che ha tutelato l’ordinamento sportivo e il ruolo delle Federazioni»: sono invece le parole del presidente del Coni (l’avvocato Luciano Buonfiglio) che il 26 giugno 2026 hanno accompagnato, subito dopo l’approvazione in Giunta Coni, le proposte di emendamento ad alcune norme dello Statuto Coni, proposte che ora passeranno al Dipartimento dello Sport prima di entrare in vigore. Il presidente del Coni è quello che, nel corso di questi mesi, avevamo bonariamente definito come un vigile che se ne sta lì, al centro della strada, pronto a vigilare, redarguire, multare (erano i tempi del supposto commissariamento della Federcalcio, obiettivo di parte del Governo, del ministro, e di alcune forze politiche: lui intanto assicurava, sono qui a vigilare, a tutelare l’autonomia dello sport, ad esempio leggi qui). In realtà, anche dopo le ultime vicende (tutte sospese, tutte destinate all’oblio, tutte nelle quali la giustizia sportiva, o meglio, il sistema della giustizia sportiva, ha dimostrato le proprie falle: Fise, Fidal, Federdanza, ma solo per fare qualche esempio che coinvolge i presidenti federali), l’avvocato Luciano Buonfiglio sembra uno di quei vigili che chiude non uno, ma tutti e due gli occhi. Che lascia passare tutto. Che non vuole inimicarsi nessuno. Che teme solo l’intervento del suo comandante, magari perché a sua volta redarguito a sua volta dall’alto. E allora…via libera!!!!

Via libera, avanti tutta. Ecco servito il primo (piccolo) passo: un (piccolo) passo che però somiglia tanto a un grande balzo.

È il primo passo per riformare la giustizia sportiva”: sono le informali parole con le quali il ministro dello Sport Andrea Abodi ha commentato l’esito del “procedimento”. Un procedimento che il 10 giugno, in un question time alla Camera, aveva definito come «un processo di rinnovamento della giustizia sportiva che, auspichiamo, possa restituirci un sistema più efficiente, intellegibile e rispondente alle norme, ai principi e ai valori sportivi, a tutela di tutti i soggetti che a vario titolo ne fanno parte».

In queste ore è circolato ovunque questo testo di riforma (del sistema della giustizia sportiva), è rimbalzato nelle chat e sui quotidiani, è accompagnato da messaggi e commenti di sportivi, politici-sportivi, sportivi-politici, giuristi. E continua a rimbalzare, portando, tutti o quasi, alla stessa (amara) sbalordita conclusione.

E cioè.

Che la politica, grazie al ministro dello Sport, mette definitivamente le mani sullo sport. Questo (ci dice chi c’era) il succo della riforma presentata alla Giunta Coni: qualsiasi decisione in materia di giustizia passa attraverso un’intesa col ministro di turno…

Già, l’intesa. Persino Gabriele Gravina (andando via dal calcio, dove ha regnato in Figc per otto anni, con maggioranze bulgare) aveva detto: “Se Giovanni Malagò vuole fare qualcosa deve, come primo atto, abolire l’obbligo di intesa fra le componenti. L’intesa impone di mettere tutti d’accordo e siccome se si cambiano le cose c’è sempre qualcuno scontento, non si cambia mai nulla”. Questo, in sostanza, il succo del pensiero del predecessore in Federcalcio che, proprio nel giorno del suo addio (nel corso dell’assemblea elettiva) aveva detto in maniera che più esplicita non si può: «Il diritto d’intesa è stato il cavallo di Troia che ha degradato i rapporti nel nostro sistema, fermandolo a una continua ricerca di compromesso».

Questa supposta riforma della giustizia sportiva, almeno questo primo importante passo, così come l’hanno definito il presidente del Coni Buonfiglio e il ministro Abodi, (ci) pare proprio il cavallo di Troia utilizzato per mettere le mani, i piedi, la testa e trovate voi cos’altro, sullo sport italiano, togliendo definitivamente i veli a un processo, questo sì, che inesorabilmente sta disintegrando l’autonomia dello sport tricolore, sradicando ora punti dell’ordinamento sportivo (quanto alla cassa, il processo era stato compiuto con l’instaurazione di “Sport e Salute” by Giorgetti).

A un anno quasi dall’insediamento della commissione (tredici componenti, coordinatore Marco Di Paola, presidente della Federequitazione al centro di una vicenda assai velenosa, leggi qui, qui, qui e che vede ora vacillare il proprio status, i componenti nominati dal presidente del Coni e dal ministro dello Sport in egual misura), una commissione che, come previsto già ad autunno dello scorso anno (leggi qui), ha fatto subito flop; una commissione che poi ha ceduto il posto (pardon, il passo) a una sottocommissione formata da cinque giuristi (chi li avrà scelti e designati?) che ha formulato le proposte, quellecioè poi approvate nello scorso fine settimana in Giunta Coni. Tra i cinque giuristi, c’è l’avvocato Antonio Conte (non l’allenatore, eh). È l’avvocato che ha commentato così il (primo) via libera. «Questa riforma rafforza il Coni e la sua autonomia».

Certo, come no… Detto che nel testo degli emendamenti allo Statuto Coni, insieme ad alcuni passaggi significativi come, ad esempio, che la “Procura generale potrà esercitare le attività inquirenti nei confronti dei presidenti federali e dei consiglieri e, in caso di patteggiamenti pre-deferimento, avrà un parere considerato vincolante”, oppure che i componenti della giustizia federale “non potranno superare i due mandati di carica” (al momento però procure federali e organi di giustizia endofederali non sono stati nemmeno lambiti dalle modifiche: chissà perchè), ne è piombato uno dirompente, col testo in rosso (nb: nel testo che seguirà è in nero) a segnalare le modifiche rispetto al testo (ancora) vigente (dove compariva il passaggio “sentita l’autorità vigilante”). E cioè.

La Giunta Coni propone al Consiglio Nazionale la nomina, individuata d’intesa con l’Autorità vigilante tra una rosa di tre nomi proposti dal CONI per ciascuna carica del: i) del Presidente e del Vice Presidente del Collegio di Garanzia dello Sport, di cui all’art. 12 bis; ii) del Presidente e del Vice Presidente della Sezione del Collegio di cui all’art. 12 ter; iii) del Procuratore Generale dello Sport, di cui all’art. 12 quater; iv) del Garante del Codice di comportamento sportivo di cui all’art. 13 bis; v) e dei cinque componenti della Commissione di Garanzia degli organi di giustizia, di controllo e di tutela dell’etica sportiva, di cui all’art. 13 ter”. Dunque non più un generico “propone, sentita l’autorità vigilante” ma, invece “individuata d’intesa con l’autorità vigilante”. Dunque non più un parere non vincolante, ma una vera e propria (co)produzione…

Al che ci viene da pensare (malignamente): ma se l’intesa fra pari è un problema, immaginate che barzelletta sarebbe l’intesa col ministro vigilante: alla fine il vigilante avrà sempre ragione. Quindi dove si legge “d’intesa col vigilante” si deve intendere che la nomina la fa il vigilante. O no?

Domanda: ma si può fare? Il Cio non avrà nulla da dire?

Ci diranno. L’autonomia dello sport è salva perché è pur sempre il Coni a indicare i nomi (i tre nomi, diciamo i tre profili, va…) tra i quali il ministro deve scegliere. Macché. Sarebbe così se il nome indicato dal Coni fosse uno. Ma nel momento in cui il Coni fa tre nomi e il ministro ne deve ufficializzare soltanto uno, è chiaro che quell’uno sarà colui che meglio sarà piaciuto al ministro (si intende, il ministro di turno: di destra, di centro, di sinistra). Ed è lecito che gli altri due candidati avranno il diritto di pensare che chi alla fine otterrà la carica è il soggetto più vicino alla politica.

Un’ultima considerazione. Sempre riguardo a questa nuova formula sulle nomine. Sull’intesa. Davvero vogliamo mettere pure il Collegio di Garanzia alla lotteria dell’intesa a livello ministeriale? Si è mai dubitato della capacità e dell’indipendenza dei presidenti del Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni? Mai. Riccardo Chieppa, Franco Frattini, l’attuale avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli

Metterli allora sullo stesso piano delle Procure federali pare davvero uno scempio. Un modo per coprire di fango un’istituzione mai criticata (visto il rango di chi la compone) che non merita un simile attacco e che, soprattutto, non può andare sotto il tacco della politica.

Non esiste che il presidente del Collegio di Garanzia lo scelga il ministro dello Sport. Lo sapete chi nomina, a oggi, i componenti del Collegio? Lo fa una commissione di giuristi insigni (presieduta dal presidente emerito del Consiglio di Stato, Alessandro Pajno) al di sopra di qualsiasi sospetto.

Come si fa allora a non pensare che ci troviamo di fronte ad una manovra architettata soltanto per assoggettare il sistema alla politica? Dal punto di vista della terzietà e dell’imparzialità è meglio un giurista insigne e indipendente come il professor Pajno o il ministro di turno?

Anche solo col buonsenso, la risposta è scontata.

La “riforma Abodi” ha un solo merito: far passare Abodi alla storia come il ministro che ha formalizzato l’ingerenza dello Stato nel governo dello sport, a dispetto dell’autonomia riconosciuta persino dalla Costituzione. In Italia, se solo si parlasse di intesa del ministro per la nomina dei presidenti dei tribunali o dei procuratori, ci sarebbe la rivoluzione per violata autonomia della magistratura. Abodi spaccia per riforma illuminata una cosa esattamente uguale, cambiano solo i protagonisti: Abodi fa il ministro della Giustizia e Buonfiglio fa (l’inesistente) tutore della (soppressa) autonomia sportiva. Roba che ci vorrebbe un referendum…

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