La prima parte dell’inchiesta è qui
Il giorno del voto. Ma cosa è accaduto, cosa sarebbe avvenuto (le tesi dei denuncianti, della Fise e di Di Paola sono ovviamente diverse) e cosa ha accertato il pm su quel 9 settembre del 2024 all’interno del padiglione della Fiera di Roma che ospitava l’assemblea elettiva? Detto (in estrema sintesi) come nei mesi e nei giorni precedenti ci fosse stata richiesta di maggiore trasparenza e chiarezza su schede e procedure di voto e soprattutto sui modelli delle deleghe (richieste più volte avanzate da Campese e Bartalucci, richieste inevase da parte della Fise: pare circolassero già prima alcuni modelli; le segnalazioni inviate anche al Coni, a Sport e Salute e al ministro dello Sport), detto come fosse stata respinta anche la richiesta di voto elettronico a distanza (considerato uno sciopero nazionale dei lavoratori dei principali mezzi di trasporto e dunque l’impossibilità di tutti di poter partecipare al voto, specie per chi veniva da regioni lontane), il nocciolo della questione si poggia sulle deleghe, sulla diversa tipologia di delega (quella interna e quella esterna), sul peso delle deleghe (alcune valgono 7 voti, altre solo 1), sulle deleghe in bianco e sull’allargamento della griglia elettorale. All’esito della votazione, il risultato delle urne aveva rilasciato questa fotografia: a Di Paola il 67,49% (7.130 voti) delle preferenze, il 18,99% (2.006 voti) a Campese, il 13,34% (1.409 voti) a Bartalucci. All’assemblea elettiva nazionale aveva partecipato però solo il 64,24% degli aventi diritto al voto (1.410 società, di cui 653, quasi la metà, per delega; 267 cavalieri, 171 cavalieri proprietari, 332 tecnici). A presiedere l’assemblea elettiva c’era il notaio Antonio Matella che intanto ha poi cessato l’attività, in passato membro degli organi di disciplina della Fise e già consigliere federale della Fise (2004/2008): il notaio avrebbe redatto il verbale di chiusura dell’assemblea elettiva in fretta, senza accogliere (secondo la denuncia) le istanze e i rilevi riscontrati e avanzati al termine della burrascosa giornata elettorale, rendendo così vana l’ipotetica impugnazione dell’esito elettorale. Ai rivali di Di Paola i conti proprio non tornavano: a ballare un numero di deleghe (quasi 500) sulle quali erano state riscontrate diverse e distinte “criticità” e “anomalie”. L’ultimo, indelebile segno, di una giornata assai agitata.
La sala operativa e la fuga. Al termine della quale le deleghe esterne valide sarebbero risultate essere 653 stando ai verbali dell’assemblea, nonostante il segretario generale pare avesse comunicato un numero diverso (500). Inoltre le operazioni di accredito avevano sforato gli orari previsti dallo statuto. Poi: la proclamazione di Di Paola avvenuta senza il riconteggio cartaceo delle preferenze, lasciando così perplessi alcuni degli elettori presenti, elettori che avrebbero abbandonato la sala, convinti che qualcosa non fosse stato regolare. Una convinzione alimentata soprattutto dalla scoperta di una saletta operativa al piano superiore del padiglione 10 della Fiera di Roma, lì dove per tutta la giornata era stato notato un via-vai di dipendenti Fise. Dopo essere stata allertata, Clara Campese aveva voluto verificare di persona, trovando nell’ufficio – si legge nella denuncia – una postazione allestita con computer, stampanti, materiale di cancelleria, copie di documenti di identità, deleghe di voto in bianco e altre compilate, cartelline porta documenti e un individuo riconosciuto come esperto informatico che stava al pc. Clara Campese avrebbe così subito allertato il proprio avvocato (il fratello, presente nel padiglione) che a sua volta telefonava alle forze dell’ordine, chiedendone l’immediato intervento sul posto. Nel frattempo e nell’attesa, stando sempre alla ricostruzione nella denuncia, una dipendente Fise aveva provato a raccogliere carte e documenti, prima che le venisse intimato dai presenti di non toccare nulla in attesa dell’arrivo delle forze dell’ordine. Secondo la versione dei candidati sfidanti che avevano ripreso e filmato tutto, a quel punto il presidente Di Paola (accorso pure lui) si era chiuso nella sala insieme ad altri consiglieri e dipendenti Fise, impedendo l’ingresso. Qualche minuto dopo però, l’amara sorpresa, mista a sbigottimento: una volta aperta la porta dall’esterno, nella stanza non c’era più nulla. Non c’era il materiale cartaceo ed elettronico, non c’erano le persone, evidentemente allontanatesi da una scaletta esterna, quella di emergenza. L’intervento dei carabinieri sul posto sarebbe così risultato vano. Dopo la segnalazione e le testimonianze di diversi aventi diritto al voto su anomalie nelle operazioni di accredito, nel voto e nell’assemblea, Campese e Bartalucci presentavano così denuncia ai carabinieri, carabinieri che nei giorni successivi procedevano poi al sequestro di materiale negli uffici della Fise su mandato della Procura della Repubblica di Roma, firmato dal pm Francesco Basentini. Il pm cioè che ha condotto le indagini e che, come scritto in precedenza, proprio nella richiesta di archiviazione del fascicolo, ha però messo nero su bianco una serie di pesanti rilievi in merito all’esito elettorale che ha premiato Di Paola. A proposito di questo procedimento giudiziario, è doveroso e corretto chiedersi: ma il pm Basentini (avrà sentito anche Di Paola oppure no? avrà interrogato tutte le parti?), che nell’archiviazione scrive di non poter procedere poichè per il reato ipotizzato vi è mancanza di giurisdizione, ovvero mancanza del potere di giudicare (vista la natura privatistica della federazione) e l’altra ipotesi di reato è stata depenalizzata, ha seguito un percorso pienamente ortodosso? Nel caso di specie manca il presupposto dell’attività del soggetto inquirente, perchè vi è difetto di giurisdizione: c’è chi si chiede, a che titolo ha operato? È legittima anche un’altra considerazione: può apparire come sia inusuale la conclusione del pm che accompagna l’archiviazione del procedimento che si conclude con una sorta di invito, alla giustizia sportiva, di prendersi in carico la vicenda.
Torniamo ai rilievi nel procedimento archiviato da Basentini, rilievi frutto di riscontri e testimonianze, tra le quali si legge, ad esempio.
I riscontri dell’inchiesta. “Non da ultimo, i carabinieri della Stazione Ponte Galeria, delegati per l’espletamento degli accertamenti investigativi su tale filone di indagine, con nota del 7.1.2026 riscontravano la fondatezza delle doglianze avanzate dalla Campese e dal Bartalucci in riferimento all’illiceità delle procedure di voto. Alcune delle persone informate sui fatti abilitate al voto (come Jacopo Barbini), escusse dalla P.G., dichiaravano che, in alcuni casi, pur avendo titolo all’esercizio delegato del voto (in quanta era stata trasmessa tempestivamente la pec che certificava la delega), non era stato consentito ad esse da parte del comitato elettorale l’esercizio del voto delegato. Altre persone (come Massimo Garavini) evidenziavano di aver ricevuto – ii giorno delle elezioni – dallo “staff’ del Di Paola la proposta di “votare” a favore di costui anche per conto di altri soggetti e/o circoli: a tale scopo !’entourage del Di Paola aveva fornito (al Garavini) una “delega in bianco” non compilata, soluzione questa non consentita dalla procedura elettorale che prevedeva che le deleghe dovessero essere conferite alcuni giorni prima delle elezioni e trasmesse al comitato elettorale esclusivamente tramite pec. Alquanto preoccupante è l’ammissione pubblica fatta dallo stesso Di Paola, secondo quanto dichiarato da Giovanna Binetti, che lo aveva ascoltato mentre, cercando di discolparsi dall’accusa di brogli elettorali, dichiarava di “aver avuto 80 deleghe in bianco e di non averle utilizzate”. Luca Minorini, dal canto suo, confermava che il Di Paola avesse “incoraggiato” un gruppo di ben 120 persone, provenienti dalla Lombardia, che erano state ospitate per un weekend a Roma nonché con “un omaggio” di 500 euro in cambio del voto a suo favore: non veniva precisato quale fosse l’origine dei fondi con cui erano state sostenute tali “spese”. La P.G., inoltre, aveva modo di riscontrare diverse anomalie formali sulla compilazione delle deleghe che, almeno in 248 casi, presentavano due distinte grafie, riferibili verosimilmente a due distinte mani (e forse a tempi diversi), una utilizzata nella stesura della parte generale della delega e l’altra impiegata per inserire i dati del soggetto delegato al voto”. In conclusione, ha scritto il pm Basentini, “lo scenario fattuale emerso dalle verifiche di indagine sulla consultazione elettorale avvenuta ii 9.9.2024 lascia alquanto perplessi”.
Strane coincidenze: Campese bersagliata e affondata. A lasciare alquanto perplessi (eufemismo) ci sarebbe ancora dell’altro. Molto altro, in realtà. Perché se da un lato la giustizia sportiva, nel caso della Fise e dell’elezione del settembre 2024, se ne stava alla finestra, dall’altra parte la stessa giustizia sportiva federale, cioè quella della Fise, metteva insieme una serie monstre di procedimenti disciplinari nei confronti della candidata Clara Campese, alla fine disarcionata persino della presidenza del Comitato regionale Veneto (comitato commissariato) e messa fuori dal recinto di “gioco” perché colpita da sanzioni disciplinari arrivate a un cumulo di 15 mesi (ben oltre dunque i 12 mesi che fanno da spartiacque tra il dentro e fuori), un cumulo accompagnato persino da 14mila euro di ammenda. Il primo deferimento piombato nell’imminenza della sua candidatura (tarda primavera 2024) per una vicenda risalente al 2022, storia di un presunto credito vantato da un tesserato assistente di un collaboratore Fise non corrisposto dal Comitato Veneto per il quale la Campese aveva dimostrato l’assenza di un giustificativo ufficiale. Morale della favola: due mesi e mezzo di sanzione (“per mancanza di lealtà, probità etc etc”), comminati dai due gradi di giudizio federale, e mille euro di ammenda. Solo un assaggio. Perché poi sarebbero arrivati, uno dopo l’altro, il secondo e il terzo deferimento, poco prima e poco dopo l’assemblea elettiva. Il secondo deferimento “per lesione dell’immagine e onorabilità della Fise e del suo presidente”: la vicenda nata dopo una conferenza stampa (agosto 2024) nel corso della quale Campese e Bartalucci (anche lui più volte sanzionato dalla scure della giustizia Fise), in occasione della presentazione dei rispettivi programmi elettorali, avevano affrontato anche la questione di un’erosione del patrimonio della Fise (oltre 3,5 milioni di euro) spiegata da un esperto commercialista e revisore dei conti (Pozzato) alla presenza del presidente del Collegio dei Revisori della Fise (Algarotti) e a quella del responsabile amministrativo della Federazione (Landi). L’analisi sulla gestione, definita nebulosa, dei conti della Federazione, avrebbe fatto aprire il procedimento disciplinare: la Procura federale senza nemmeno acquisire il video della diretta streaming ma, basandosi sul contenuto di un comunicato stampa (non firmato dalla Campese), avrebbe poi proceduto al deferimento. Alla fine costato (sempre in primo e poi secondo grado degli organi Fise) altri due mesi di inibizione, oltre a 500 euro di sanzione pecuniaria. Anche il peso delle sanzioni desta almeno qualche (ingenuo) pensiero: ad esempio sull’equilibrismo giuridico delle prime due decisioni. Fatalità, entrambe sotto i tre mesi di inibizioni: impossibile così presentare il ricorso al Collegio di Garanzia dello sport presso il Coni e, di conseguenza, squalifica blindata.
Il terzo deferimento, sempre per “mancanza di correttezza, probità etc etc”, su segnalazione del segretario generale Fise, di una dipendente Fise e di un collaboratore, per essere entrata nella stanza operativa che si trovava al piano superiore rispetto alla sala dove erano in corso le votazioni, e per aver fotografato documenti, fotocopie e altro, scoperta dalla quale sarebbe poi nata la denuncia ai carabinieri di Roma e l’inchiesta della Procura. Da questo terzo deferimento, la Campese ha “ottenuto” sei mesi di inibizione e 3.500 euro di sanzione pecuniaria (la Corte federale ha sospeso il pronunciamento in attesa delle verifiche giudiziarie in corso, ma i mesi di inibizione hanno comunque continuato a correre). L’ultimo procedimento disciplinare merita un passaggio particolare.
Doppia tagliola. Il 26 settembre 2024, dunque due settimane dopo l’esito elettorale, si riunisce il consiglio federale della Fise guidato dal fresco (rieletto) Marco Di Paola: il consiglio affronta diversi temi, tra cui quello dell’esito elettorale. Nulla di particolare, nulla che resti in sospeso. Il giorno dopo (27 settembre) i carabinieri fanno visita nella sede della Fise e sequestrano del materiale elettorale in forza del mandato della Procura della Repubblica di Roma che ha intanto aperto un fascicolo dopo la querela (10 settembre) presentata alla stazione dei carabinieri di Ponte Galeria dalla Campese che ha denunciato brogli nella competizione elettorale. Il fine settimana scorre tranquillo. Ma dopo sabato 28, dopo domenica 29 e lunedì 30, l’1 ottobre si riunisce di nuovo il consiglio federale (da statuto, per motivazioni d’urgenza, dovrebbero trascorrere dai tre ai cinque giorni). Consiglio federale che, guidato da Di Paola, vota e approva il commissariamento del Comitato regionale Veneto (quello cioè presieduto da Clara Campese) perché, intanto, pare proprio il 27 settembre (incidentalmente lo stesso giorno del sequestro del materiale disposto dalla Procura), è arrivata una relazione del Collegio dei Revisori dei Conti Fise sulla gestione del Comitato Veneto guidato dalla Campese, in particolare sull’uso di un’auto aziendale e di alcuni rimborsi spese presentati dalla presidente del comitato regionale. La relazione, a differenza di quanto invece verificato e scritto mesi prima, è però stavolta negativa. Scatta dunque il commissariamento: la Campese viene così disarcionata dalla guida del Comitato, e viene poi successivamente deferita (come se non fosse già bastato il commissariamento…) e condannata ad altri cinque mesi di inibizione più 5mila euro di ammenda a cui si sono poi aggiunti altri 4mila euro di spese legali relative al commissariamento. Proprio su questo controverso punto è recentissima una “vittoria” della Campese, assistita, così si legge dal sito del Coni, dall’avvocato Jacopo Tognon, al Collegio di Garanzia del Coni: la quarta sezione, dopo aver sottolineato come mancasse la motivazione alla sanzione, ha rinviato la “palla” al giudice di merito per “una nuova quantificazione della sanzione adeguatamente motivata”. Sarebbe interessante leggere, tra le righe, le motivazioni con le quali il collegio (relatore Bastianon) ha sostanzialmente messo (almeno) un dito nella piaga. Ma occorre (ancora) pazientare. L’udienza si è tenuta il 29 aprile, data anche di pubblicazione del dispositivo sul sito del Coni. Sono però passati quaranta giorni e non vi è ancora traccia delle motivazioni: sul sito l’ultima pubblicazione (con aggiornamento) è del 19 maggio. Non resta che continuare a monitorare in attesa della pubblicazione per capire bene i motivi di un annullamento che suona come una bacchettata sulle dita degli organi di giustizia della Fise.
In Sardegna altra musica e la giustizia secondo Di Paola. Indomita, battagliera e resiliente, la Campese nel corso di questi quasi due anni non si è mai fermata, è andata avanti nella battaglia che, più che personale, dovrebbe diventare una sorta di “vetrina” a campione da mostrare a chi davvero vuole cambiare le regole di una giustizia federale che, ma vale per tutte le federazioni, sostanzialmente pare la spada in mano al regnante di turno, dove le regole e le leggi paiono variare a seconda se. A chiudere il quadro, due ultime brevi annotazioni. Qualche mese fa la Fise di Di Paola ha commissariato anche il Comitato regionale Sardegna dopo che la Corte d’Appello Fise, senza nemmeno convocare le parti, ha annullato l’elezione del presidente, elezione su cui aveva presentato ricorso il rivale sconfitto per un solo voto. Guarda un po’, il ricorso si basava su presunte irregolarità nella gestione delle deleghe di voto e nella registrazione dei partecipanti all’assemblea elettiva; l’assenza del verbale separato con l’elenco nominativo dei votanti e degli esclusi – previsto dal regolamento generale della FISE – ha reso impossibile verificare con certezza la correttezza delle operazioni di voto. Un’anomalia che, secondo la Corte federale, ha inficiato l’intera validità della votazione; altri punti critici la delega conferita a un Circolo che, pur trasmessa nei tempi stabiliti, non era accompagnata dal documento di identità del delegante e infine rimasta irrisolta la questione del voto espresso da un’affiliata, poiché non è stato possibile accertare con precisione chi avesse effettivamente votato in rappresentanza del circolo.
E, per chiudere, il gran finale. Ecco le recentissime e illuminanti dichiarazioni rese dal presidente della Fise, nonché vice-presidente del Coni, nonché coordinatore della Commissione sulla riforma della giustizia sportiva voluta da Coni e dal ministro Abodi. Intervistato nel corso dell’ultima puntata di Report (domenica 31 maggio, la registrazione risale però a prima del 31 maggio) e interrogato sulla questione della giustizia sportiva federale, ha detto. «La giustizia sportiva, forse in alcuni casi, per natura, è più sommaria, però è molto più rapida di quella civile. Quella ordinaria ha tempi biblici: nulla è perfetto, però almeno con la giustizia sportiva si arriva al dunque». Al lettore le conclusioni… (2/fine).






