La miglior difesa è l’attacco? O l’attacco è la miglior difesa? Al quesito potrebbe in questi giorni rispondere l’avvocato Marco Di Paola. Che adesso prova a difendersi dal clamore della vicenda, che cerca di uscire dal variopinto faro di luce (o tenebre?) che l’ha avvolto, che studia mosse e contromosse per venir fuori da una vicenda che rischia di farlo rumorosamente cadere, travolgendo non solo lui ma anche la federazione che governa, finanche e persino tutto il sistema della giustizia sportiva e il Coni. Per questo ha preparato, a sorpresa e in gran segreto, una memoria da presentare all’attenzione della Giunta Coni (è il vice-presidente da giugno 2025) che si riunirà martedì.
È un documento riservato di undici pagine nel quale ricostruisce i fatti di una vicenda di quasi due anni fa che mai, prima di adesso, aveva affrontato così. È un documento riservato nel quale il 58enne avvocato romano e presidente Fise punta a ricostruire una scena illuminata in controtendenza, almeno al momento, da testimonianze e dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria da una serie di tesserati-votanti finite in un’inchiesta condotta (e chiusa) dalla Procura di Roma. È una memoria di risposta all’esposto presentato dai due rivali sconfitti su presunti brogli elettorali, nella quale tra “ciò che l’esposto tace”, “dati assembleari”, “presunzioni e non fatti”, rivisita e aggiorna a proprio favore la richiesta di archiviazione del pubblico ministero rompendo infine la “catena di testimonianze”: eppure, a leggerlo fino in fondo, questo documento di dieci pagine (in allegato c’è pure l’allegato format della discussa delega di voto) sembra di riscontrare alcune evidenti contraddizioni e palesi discrepanze rispetto a quanto invece dichiarato dai testimoni diretti, quanto evidenziato dai carabinieri in fase di indagine e quanto riportato dal pm che ha condotto l’inchiesta.
Veniamo, ad esempio, alla questione (discussa e controversa tra le parti) sulle deleghe. Quelle in bianco, e quelle firmate. Nella memoria all’attenzione della Giunta (firmata 11 giugno 2026) Di Paola scrive: “Il caso più eloquente è quello di Paolo Pomponi che, a seguito di verifiche e contatti con gli organi competenti presenti in assemblea, gli è stato consentito di esercitare il voto delegato. La testimonianza resa ai carabinieri è riportata per esteso a pagina 22 dell’esposto. Dunque ha votato regolarmente”, conclude Di Paola che, dunque, afferma “come il caso sia stato addirittura smentito dal teste”. Leggendo però a pagina 22 del menzionato esposto (il verbale dei carabinieri con le dichiarazioni del teste Pomponi e poi anche del teste Santoro sono allegate anche nella memoria di Di Paola), si legge compiutamente dal verbale dei carabinieri “stazione Tomba di Nerone” redatto il 9 aprile 2025. “Lei era presente durante le votazioni del nuovo presidente Fise il 9 settembre 2024?”. Alla domanda, Paolo Pomponi risponde così: «Sì. Ero possessore di delega rilasciatami dal signor Gaetano Alagia, a nome dell’associazione volontari Alpe Adria, con la presidente Alice Sancin. Al momento in cui ho consegnato la delega mi è stato riferito dagli scrutatori che c’era già una delega a nome di questa associazione. Allora ho chiamato l’addetto ai voti, signor Gianluca Caracciolo che era presente, e siamo andati nella stanza “Verifica Poteri” (è la commissione composta da Guarnieri, Benincampi e Morandini) dove abbiamo chiamato, insieme a una rappresentante della federazione di cui non ricordo il nome, la signora Sancin che ha confermato come l’unica delega da lei firmata era solamente quella in mio possesso e se ce ne fosse stata un’altra allora era falsa e si sarebbe rivolta alle autorità. Dopo poco tempo è tornata la rappresentante della federazione riferendoci che era tutto apposto e non c’era più un’altra delega, e quindi ho potuto votare».
C’è poi la questione economica, coi presunti benefit e rimborsi o regalie che sarebbero, secondo quanto testimoniato da alcuni, stati elargiti a favore di alcuni (ad esempio, Lombardia), e non di tutti i partecipanti al voto. Scrive Di Paola: “Circa i presunti benefici elettorali, la catena testimoniale si spezza sul testimone chiave. L’esposto descrive un articolato sistema di condizionamento (biglietti aerei, dazioni di denaro, etc.). L’intera ricostruzione poggia su una catena testimoniale che si rivela fragile all’esame degli stessi atti allegati. Il signor Garavini riferisce quanto apprende da tale Minorini che lo avrebbe saputo a sua volta da Santoro. Quindi Santoro è il testimone diretto, ossia colui al quale sarebbero stati offerti i benefici e chiesto di esprimere il voto per conto di altri enti mediante delega in bianco. Ebbene, l’esposto stesso, a pagina 8, riporta testualmente l’informativa dei carabinieri secondo cui Santoro, attraverso specifiche domande, ha negato quanto dichiarato da Minorini e Garavini. Nella propria testimonianza Santoro dichiara espressamente di non aver notato attività sospette o irregolarità durante l’assemblea. La testimonianza sulla quale si regge l’intera ricostruzione dei benefici elettorali ha smentito i propri accusatori davanti i carabinieri”. Fin qui, Di Paola nella memoria firmata l’11 giugno 2026.
Leggiamo nel verbale reso ai carabinieri di Cassano Magnago da Vincenzo Santoro (presidente del centro ippico San Martino di Gallarate) che, dopo aver confermato la propria partecipazione all’assemblea elettiva del 9 settembre 2024, si sente chiedere. “Ha ricevuto compensi o rimborsi per partecipare all’assemblea?” Risposta: «Assolutamente no, tramite il rappresentante Palma che è un organizzatore, abbiamo avuto i biglietti dei voli che sono stati dati a me e agli altri partecipanti che scendevano in aereo». Domanda: “Ha avuto contatti con Di Paola, Minorini, Cosimo Palma o altri membri Fise riguardo alle deleghe?”. Risposta: «Di Paola è il presidente della Fise, Minorini è un mio ex dipendente, Palma è l’organizzatore nonché referente della regione Lombardia per questi eventi». Domanda. “Ha notato attività sospette o irregolari durante l’assemblea?”. Risposta: «Assolutamente no, anche perché vi erano tantissimi partecipanti e dunque molta folla, ma non ho notato irregolarità». Domanda: “Ha ricevuto deleghe in bianco per votare durante l’assemblea? Se sì, da chi?”. Risposta: «Io avevo una delega di un centro ippico di Malaspina, ero in possesso dei requisiti per votare, di fatto era possibile avere due deleghe pro capite, dunque ho votato per il mio centro ippico e per quello di Malaspina con delega consegnatami da Palma». Dunque Santoro, che nella propria memoria Di Paola scrive essere il testimone chiave, ha dichiarato di aver regolarmente votato (e di non aver notato irregolarità) per il proprio centro e anche per quello ippico di Malaspina, quest’ultimo voto esercitato (regolarmente) grazie a una delega consegnatagli da Cosimo Palma (“organizzatore di questi eventi per la Lombardia”) che non risulta però essere il presidente né il legale rappresentante del centro ippico Malaspina.
Torniamo adesso al senso della memoria. Si può o no convenire con chi ipotizza come questo documento possa suonare anche come uno strumento persuasivo o di pressione sui membri della Giunta Coni? O come sia anche una mossa di anticipo (pur se in risposta a un esposto) per provare a spiazzare il campo avverso, spazzando dubbi e domande, presentandosi al cospetto dei colleghi di Giunta e dell’opinione pubblica senza macchie e senza ingombranti pesi, soffocando sul nascere sussurri di commissariamento?
Sarà quel che sarà, ma intanto le lancette scorrono: non è più tempo di interpretare, si tratta di andare a fondo per far piena luce su quanto accaduto. Questo è il vento che tira su Roma e sul Coni.
Intanto martedì toccherà ai componenti di Giunta leggere quanto il loro prestigioso collega (Di Paola è pur sempre il vice di Luciano Buonfiglio e, dicunt, aspira a prenderne il posto) ha messo su carta. Carta su un caso che scotta, come non fosse bastato quello (anche questo recente) della Federdanza con il membro di Giunta (pure lei), la professoressa Laura Lunetta, indagata (pure lei) dalla Procura di Roma: la Lunetta è ancora presidente e non si è dimessa dalla Giunta pur davanti alle richieste, ormai decadute, dell’autodefinitosi vigile Luciano Buonfiglio.
Presidente e Giunta Coni sono ora alle prese con un caso ancor più pesante. Un caso politico, sportivo, giudiziario. Un rilevante e significativo caso politico, sportivo e giudiziario che non può più starsene, accantonato e accartocciato, come una palla di carta buttata nel cestino. Che non può più essere tenuto lontano dai riflettori. Che non può continuare a star chiuso in un armadio, avvolto dalla naftalina. È il caso politico, sportivo e giudiziario che coinvolge Marco Di Paola quale presidente della Federazione italiana sport equestri su fatti, circostanze e vicende che risalgono al giorno della sua rielezione (terzo mandato di fila) a presidente della Fise, elezione avvenuta il 9 settembre del 2024 al termine di un’assemblea elettiva sulle cui dinamiche ha indagato per oltre un anno la Procura di Roma e per le quali il pm Francesco Basentini ha scritto, ad esempio, di “un quadro oggettivamente opaco e per nulla rassicurante, la cui gravità è stata riscontrata e confermata sotto diversi profili…”. Oppure come “i carabinieri della Stazione di Ponte Galeria, delegati per l’espletamento degli accertamenti investigativi su tale filone di indagine, con nota del 7.1.2026 riscontravano la fondatezza delle doglianze avanzate dalla Campese e dal Bartalucci in riferimento all’illiceità delle procedure di voto”. E ancora: “Lo scenario fattuale emerso dalle verifiche d’indagine sulla consultazione elettorale avvenuta ii 9.9.2024 lascia alquanto perplessi”. E infine di come “le vicende accertate abbiano offerto un profilo alquanto eloquente sulle dinamiche elettorali e sugli escamotage utilizzati per ottenere la conferma della nomina a favore del Di Paola”.
Parole in calce alla richiesta di archiviazione avanzata al gip del Tribunale di Roma poiché l’ipotizzato reato (“falsità materiale del privato”) non è perseguibile per un’associazione privata qual è la Fise e perché quello (eventuale) “di falsità in scrittura privata” risulta depenalizzato dal 2016. Una richiesta di archiviazione conclusa però, magari inusualmente certo, con queste parole, come fossero di rimando ad altri profili. “Gli spazi di tutela giuridica sollecitati dai denuncianti sarebbero da collocare in sedi processuali diverse da quella penale”.
Tutta la vicenda è stata affrontata la scorsa settimana in un’inchiesta in due puntate (leggi qui e qui). Ai denuncianti (Clara Campese e il “Comitato della Fise di domani” a sostegno di Duccio Bartalucci, candidati usciti sconfitti dall’assemblea elettorale), non spetta che rivolgersi a profili civilistici e sportivi (entrambi peraltro già azionati, oltre anche al ricorso contro la richiesta di archiviazione, in sede penale).
Oltre che giudiziario però, il caso Fise, o meglio il “caso Di Paola”, è diventato, adesso e soprattutto, un conclamato e fastidioso caso politico-sportivo, un caso spinoso che va ben al di là del semplice, e auspicato, pieno e reale accertamento dei fatti. Un caso politico-sportivo perché Marco Di Paola è anche il vice-presidente del Coni ed è per giunta anche il coordinatore della “Commissione sulla riforma della giustizia sportiva” voluta, nata e creata di concerto tra il Coni e il Ministero dello Sport guidato da Andrea Abodi. Ed è un caso politico diventato ancor più politico visto che, dopo le info e le indagini giornalistiche (de “Il Fatto Quotidiano”, di “Report” e di “Storiesport”) degli ultimi giorni, è approdato mercoledì scorso a Montecitorio. L’onorevole del Pd Andrea Rossi ha interrogato e chiesto lumi in aula al ministro in un “question-time” poi chiuso dall’incisiva e sferzante replica dell’onorevole del Pd Mauro Berruto ai chiarimenti di Abodi, interrogato sulle vicende dei (presunti) brogli elettorali alla Fise e su nomina e ruolo del presidente Fise e vice-presidente Coni Di Paola come coordinatore della “Commissione sulla riforma della giustizia sportiva” (in aula ha detto come sulla nomina, con una nota a parte, avesse avanzato perplessità visto lo status di presidente federale).
È un’intricatissima matassa che, ogni giorno che passa, diventa sempre più avvelenata, intricata e pericolosa.
Perché il piano sportivo si innesta e si intreccia con quello politico e viceversa, visto la status di Marco Di Paola, pesata la coltre che ha coperto l’intera vicenda elettorale Fise, considerato il desolante (de)grado in cui da anni versa la giustizia sportiva in tutte le federazioni sportive affiliate al Coni e infine annotato come il ministro si sia solennemente speso, in Parlamento, per assicurare trasparenza e piena luce sulla specifica vicenda elettorale della federazione di equitazione. «Appresa dalla stampa – ha detto Abodi – la vicenda elettorale è stata presa “in carico” il 3 giugno dal Coni».
Dagli uffici di Palazzo H, viene segnalata come inviata alla Procura Generale dello Sport. Il fascicolo è infatti da una settimana sul tavolo del vice del prefetto Ugo Taucer, e cioè l’avvocato Guido Cipriani; il procuratore federale Fise (Gian Paolo Guarnieri) si è astenuto, e non poteva fare diversamente, Intanto, come già riportato nelle due precedenti puntate dell’inchiesta, Campese e Bartalucci hanno inviato un’istanza di commissariamento Fise in forza dell’articolo 6 comma 4, lettera f 1 e 7, comma 5, lettera f dello Statuto Coni elencando la fonte delle risultanze investigative e dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma, le (presunte) irregolarità elettorali nelle procedure di voto verificatesi in occasione dell’assemblea elettiva del 9 settembre 2024, la rilevanza dei (presunti) illeciti nell’ordinamento sportivo e il potere/dovere di intervento del Coni. Alla richiesta (chiesto anche l’annullamento dell’esito elettorale e conseguente nuovo voto) hanno allegato la copia della comunicazione della Legione Carabinieri Lazio, la relazione della Legione Carabinieri Lazio e la richiesta di archiviazione formulata dal pm Basentini con le motivazioni che rimandano però all’esplorazione di profili giudiziari diversi.
Prima di tutto, sportivi. Di ambito alto, cioè direzione Coni, altro che Fise. Perché, alla luce di quanto c’è scritto nell’atto di archiviazione, e di quanto è emerso dalle indagini della polizia giudiziaria (“un quadro oggettivamente opaco e per nulla rassicurante, la cui gravità è stata riscontrata e confermata sotto diversi profili…”; “i carabinieri della Stazione di Ponte Galeria, delegati per l’espletamento degli accertamenti investigativi su tale filone di indagine, con nota del 7.1.2026 riscontravano la fondatezza delle doglianze avanzate dalla Campese e dal Bartalucci in riferimento all’illiceità delle procedure di voto”) la vicenda pone rilievi e profili di rilevanza amministrativa e non già disciplinare, motivo per il quale bisognerebbe procedere per un’ipotesi di commissariamento della Fise (a deciderlo dovrebbero essere gli organi Coni) e non già per un deferimento del suo presidente (e/o di chi avrebbe agito con lui), un’ipotesi, quest’ultima, che sarebbe in capo all’organismo inquirente della Fise e poi, eventualmente, messo al giudizio degli organi di giustizia Fise. Fise che Di Paola ininterrottamente governa dal 2017.
Il procuratore capo della Fise è l’avvocato Gian Paolo Guarnieri; siede al posto che, in un recente passato, è stato dell’avvocato Alessandro Benincampi. Tutti e due (Guarnieri e Benincampi) il 18 febbraio 2025 figuravano come partecipanti a un corso professionale d’aggiornamento dal titolo “La giustizia sportiva: opportunità e prospettive per l’avvocatura”: erano gli unici due coordinatori del modulo sportivo (così sulla locandina). Tra i relatori invece, oltre all’avvocato Mattia Grassani, c’erano altri due avvocati. Il primo? L’avvocato Marco Di Paola, come presidente della Federazione italiana sport equestri. Il secondo? L’avvocato Cecilia Morandini, all’epoca componente del tribunale federale della Federboxe e recentemente balzata agli onori della cronaca nella complicata e delicata disfida consumatasi (tra denunce e cimici) all’interno della Fidal tra il presidente Mei e l’ex segretario generale Londi il quale è riuscito ad ottenere l’elezione della Morandini come presidente dell’Asc, un colosso da 930mila tesserati con finalità analoghe e in parte concorrenziali a quelle Fidal. Dunque, la Morandini è anche presente anche nel Consiglio Coni.
C’è però anche un altro elemento che unisce Guarnieri, Benincampi e Morandini. Tutti e tre erano infatti i tre componenti della “Commissione Verifica Poteri” (dal verbale si legge: Benicampi presidente, Guarnieri segretario, Morandini componente) in occasione della travagliata e discussa assemblea elettiva del 9 settembre 2024, quella cioè che portò alla rielezione di Di Paola e che ha portato alle denunce di Campese e Bartalucci. Quel giorno alla Fiera di Roma, come presidente dell’assemblea elettiva (si legge dal verbale: proposto dal presidente federale, proposta poi passata per acclamazione) c’era il 79enne notaio Antonio Matella che, nel frattempo, ha cessato l’attività: già membro degli organi di disciplina Fise, è stato anche consigliere federale della Federazione italiana sport equestri, dal 2004 al 2008. Notaio che scioglierà l’adunanza alle ore 18.40 del 9 settembre e che chiuderà il verbale alle ore 19.16.
Da quel minuto in poi, ma in realtà, come si legge negli esposti, già da prima e nel corso di tutta la giornata, la vicenda aveva assunto contorni convulsi e delicati.
La presenza del notaio e di due dirigenti del Coni (Di Paola, ricordiamo sempre, è vice presidente Coni) come componenti della commissione di scrutinio sono, per Di Paola, come si legge nella memoria che presenterà martedì alla Giunta, “elementi che confermano come le operazioni sono state sorvegliate e verbalizzate da soggetti terzi e qualificati e l’assenza di loro rilievi certifica la legittimità e serenità delle operazioni di voto”. Eppure, a leggere invece i verbali redatti dagli organi di polizia giudiziaria, non sono certo pochi i votanti che hanno lamentato e denunciato anomalie (nelle deleghe) e non solo. A proposito dell’indagine della Procura di Roma (la richiesta di archiviazione del pm, per Di Paola, è “elemento favorevole all’indagato”) il presidente della Fise scrive, dolendosi, che “i fatti descritti dal pm nell’archiviazione sono frutto di indagini unilaterali condotte senza il contraddittorio con l’indagato che, dunque, non ha potuto offrire elementi difensivi che avrebbero contribuito ad accertare i fatti in modo più obiettivo e coerente alla realtà”.
Non suona e risuona quantomeno un po’ strano? Il 9 settembre si svolge l’elezione, il giorno dopo la Campese sporge denuncia ai carabinieri della Stazione Ponte Galeria, il 17 settembre il pm Basentini firma il decreto di sequestro – n°39399/24-21 per il procedimento penale nei confronti di Marco Di Paola, secondo l’ipotesi di reato 482 cp accertato il 9 settembre 2024, difeso d’ufficio dall’avvocato Fabiola De Fabiani – degli originali del materiale elettorale (schede di voto e deleghe) “in base a comprovate esigenze probatorie destinate ad essere evase con mirati accertamenti di indagine…”. Nel decreto di sequestro sono comunicate all’indagato (come accade per tutti gli indagati) la facoltà e il diritto di interrogare o fare interrogare persone che rendano dichiarazioni a suo carico, ottenere la convocazione e l’interrogazione di persone a sua difesa, l’acquisizione di mezzi di prova, di presentare memorie, di chiedere un incidente probatorio.
Eppure, all’epoca, Di Paola non fa nulla di tutto questo, non si avvale di queste opportunità e facoltà. Eppure Di Paola ha un difensore d’ufficio. È scritto nel decreto di sequestro datato 17 settembre 2024. Sequestro che verrà materialmente effettuato nella sede della Fise il 27 di settembre 2024. E, nella sede della Fise a Roma, quel giorno, all’arrivo dei carabinieri, c’erano (o sarebbero poi sopraggiunti) l’avvocato Gian Paolo Guarnieri (il procuratore federale Fise) e l’avvocato Alessandro Benincampi, ex procuratore capo della Fise (quando Di Paola era già presidente Fise).
Quel giorno, o nei giorni e nei mesi seguenti, perché Di Paola, assistito dal proprio avvocato (e/o dall’avvocato difensore della Fise) non ha pensato di produrre memorie o il materiale necessario affinchè si sgombrasse definitivamente il campo da qualsiasi rimostranza, contestazione, rilievo?
Un punto nodale di tutta la questione sta nelle deleghe (ne abbiamo scritto nelle precedenti puntate). Detto che, come appare anche nelle memorie preparate per la Giunta Coni, sui 757 presidenti di ente affiliato presenti e aventi diritto di voto ben 653 fossero muniti di delega (il totale degli aventi diritti di voto era pari a 1527, le schede scrutinate sarebbero state 1515), e dunque da qui si percepisce l’importanza del voto per delega, e visto che la procedura di delega presuppone e impone una comunicazione certificata (via pec alla segreteria Fise) elettronica 48 ore prima del voto, materiale facilmente reperibile e da mettere a disposizione, perché il presidente Di Paola, o il suo avvocato o quello della Fise, non ha pensato di mettere subito a disposizione degli inquirenti questa tipologia di materiale “certificato”? Certo, poteva chiederlo e disporlo anche il pm Basentini (non l’ha fatto: perché?). Il pubblico ministero che, nel suo ultimo atto di indagine (richiesta archiviazione), scrive però “di illiceità delle procedure di voto, di scenario fattuale emerso dalle verifiche d’indagine sulla consultazione elettorale che lascia alquanto perplessi, che le vicende accertate abbiano offerto un profilo alquanto eloquente sulle dinamiche elettorali e sugli escamotage utilizzati per ottenere la conferma della nomina a favore del Di Paola; gli spazi di tutela giuridica sollecitati dai denuncianti sarebbero da collocare in sedi processuali diverse da quella penale”.
Su questo aspetto, nella memoria che fornirà alla Giunta martedì – cioè ventidue mesi dopo l’assemblea elettiva, l’avvio dell’inchiesta e il sequestro del materiale cartaceo – il presidente della Fise, vice-presidente di Giunta Coni e coordinatore della Commissione sulla riforma della giustizia sportiva scrive, nero su bianco, che “quando il pm rimette ogni valutazione a sedi processuali diverse da quella penale palesa una dichiarazione di non competenza della propria sede, non una conferma dei fatti”.
Suona quantomeno un po’ strano, o no? Fatti che, ventidue mesi dopo il loro svolgimento, solo dopo un’inchiesta penale, solo dopo essere approdati alla ribalta della cronaca e solo dopo essere piombati in Parlamento, fanno adesso scrivere a Di Paola come “gli organi competenti sono stati prontamente attivati, giacché l’avvocato Di Paola (n.b.: sono la stessa persona, eh!) ha immediatamente (si noti l’immediatamente) investito della questione la Procura federale (affiancata dalla Procura del Coni) (n.b.: è in parentesi perché nella sua memoria l’avvocato Di Paola l’ha proprio messa in parentesi) chiedendo lo svolgimento di tutti i necessari accertamenti per la valutazione di eventuali violazioni dell’ordinamento sportivo”.
Or dunque (il barone De Curtis perdonerà l’ardire): il presidente Di Paola scrive che sono stati disposti tutti i necessari accertamenti. Ci perdonerà: ma quando? Adesso? O ventidue mesi fa? E ancora: ma il ministro Abodi non ha detto, proprio mercoledì scorso in Parlamento, come, appresa la notizia dalla stampa, il Coni il 3 giugno scorso abbia allertato e attivato la Procura dello sport?
In attesa di chiarimenti su tempi e modalità, è almeno curioso leggere quanto c’è scritto nel verbale di “sommarie informazioni” redatto il 13 febbraio 2025 dai carabinieri della Legione Lazio di via Veneto a Roma nella testimonianza resa da Marco Maximilian Elser, presidente e legale rappresentante dell’Asd Acquedotto Romano Polo Club, affiliato alla Fise e avente diritto di voto all’assemblea elettiva del 9 settembre 2024.
Il maresciallo interrogante chiede se è mai stato contattato da Di Paola prima delle elezioni. Risposta: «La mattina del 7 settembre sono stato contattato telefonicamente dall’avvocato Di Paola. Non potendogli rispondere subito, l’ho ricontattato nel pomeriggio. Di Paola, in maniera insistente, mi chiedeva informazioni sulle ragioni per cui avessi dato la delega per l’assemblea elettiva a Euro Federico Roman, legale rappresentante de Il Dragoncello, in quanto da questa circostanza deduceva che avrei votato per il suo avversario Duccio Bartalucci. Io non ero sicuro di poter essere a Roma e dunque una settimana prima ho fatto la delega». Il maresciallo chiede allora di specificare meglio, ed Elser spiega quanto accaduto due giorni prima del voto. «L’avvocato Di Paola mi ha telefonato esprimendo il suo dispiacere per il fatto che avessi dato la mai delega al suo avversario. A quel punto gli ho anche spiegato le ragioni per le quali non lo avrei votato. Il voto è segreto e mi ha rimproverato di non aver dato la delega ai suoi deleganti. È rimasto contrariato e mi ha attaccato il telefono. Da quel giorno non ci siamo più sentiti né salutati. Non so in che modo sia venuto a conoscenza della mia scelta riguardo al voto da esprimere in assemblea».
Questo spaccato (ce ne sarebbero cose da chiedere, ad esempio: ma Di Paola come ha saputo della delega? Lui telefona il 7 settembre, due giorni prima del voto: nel regolamento è previsto come le pec debbano arrivare all’indirizzo Fise 48 prima del voto) porta alla discussa e nodale questione delle deleghe. Questo spaccato non compare nella memoria del presidente Di Paola che però utilizza e inserisce altri due verbali di “sommarie informazioni” rese da altri testimoni, testimonianze che, secondo Di Paola, smonterebbero il castello accusatorio, sbriciolando il nocciolo della delicata vicenda: sono i punti riportati in precedenza (Pomponi e Santoro).
Leggiamo ora quanto scrive il presidente Di Paola (ricordiamo sempre, presidente Fise, vice-presidente Coni, coordinatore Commissione di nomina sportiva e politica sulla riforma della giustizia sportiva) sulle deleghe in bianco e sulle 248 deleghe che recherebbero doppia grafia. “La differente grafia non rappresenta affatto un’anomalia, la spiegazione della vicenda è infatti del tutto ordinaria per chi è abituato a partecipare ad assemblee elettive. La parte relativa al delegante è compilata dal delegante, la parte relativa al delegato è compilata dal soggetto che esercita materialmente il voto. Calligrafie diverse tra le due parti non solo non sono anomale, ma rappresentano una modalità normalmente utilizzata di riempimento di qualsiasi delega”.
Non suona e risuona, quantomeno, un po’ strano? Non è invece, di solito e di norma, che nella vita e nelle faccende di tutti i giorni, almeno per i comuni mortali, la compilazione della delega spetti completamente al delegante mentre al delegato compete e spetta soltanto la firma di accettazione della delega?
Ci sono e ci sarebbero tanti altri punti da chiarire e specificare tra memoria, esposti e testimonianze ma, per evitare di allungarci troppo, ci fermiamo qui. La chiusura spetta alla recente dichiarazione televisiva (resa a Report) di Marco Di Paola, presidente Fise, vice-presidente Coni e Coordinatore della commissione sulla riforma della giustizia sportiva. «La giustizia sportiva, forse in alcuni casi, per natura, è più sommaria, però è molto più rapida di quella civile. Quella ordinaria ha tempi biblici: nulla è perfetto, però almeno con la giustizia sportiva si arriva al dunque».
Dunque. Come si muoverà adesso tutto il sistema politico-sportivo italiano, e che passi effettuerà la giustizia sportiva? Le domande le giriamo volentieri al ministro Abodi, al presidente Buonfiglio, alla Giunta Coni. Arriveranno al dunque?
È evidente come la mossa di Di Paola vada nella direzione di “portare” eventualmente la vicenda sul versante della giustizia sportiva, un terreno più “propenso” a restringere il cono d’inchiesta emerso dalla vicenda penale, a spegnere sul nascere qualsiasi rischio e sussurro di commissariamento. C’è però da chiedersi, in maniera assolutamente neutra: proprio sicuri che non esistano elementi sufficienti a far ripetere le elezioni, anche nell’interesse dello stesso Di Paola? Anche perché il rischio certo è che il tempo necessario porterebbe alla fine del quadriennio e quindi ad “archiviare” di fatto l’intera vicenda. L’ipotesi di commissariamento (la vicenda ha profili amministrativi e non disciplinari), un atto indipendente dalla giustizia sportiva, passa per le decisioni della Giunta Nazionale (in alcuni casi dal presidente del Coni) e per ratifica dal Consiglio Nazionale. Non resta che attendere….






