Pantofole o pantouflage? Il dilemma è tutto azzurro, avvolto nella sbiadita bandiera tricolore che al Mondiale calcistico non sventola più da ben dodici anni: l’ennesimo disastro costringerà così i disperati tifosi italici a guardare le partite della Coppa del Mondo che comincia stasera, comodi e in pantofole, davanti alla tv. Senza pathos e senza (troppo) interesse. Un’alternativa, però, ce l’hanno: buttar via telecomando e pantofole, e dedicarsi anima e corpo alla lettura di norme giuridiche, cavilli e arzigogoli che da oltre un mese tengono banco – spinti, sospinti e spediti dalla ormai solita e ben definita direzione politico-governativa – come unico punto nodale sul futuro del disastrato calcio italiano.
La questione. Norme, o meglio norma, riassunta nel termine francese pantouflage che, in sostanza, viene agitato e sbandierato come sbarramento alla probabile elezione di Giovanni Malagò a presidente della Federcalcio, raccogliendo così il testimone (ma forse anche una parte dell’elettorato) del fu presidente Gabriele Gravina (sui retroscena di questo passaggio di testimone magari torneremo in altra puntata), ai danni di Giancarlo Abete, l’altro candidato che ha scelto di puntare al ritorno sulla plancia di comando in via Allegri, lì dove ha stazionato per lunghi anni (dal 2007 al 2014: si dimise dopo un Mondiale fallimentare).
Alzi la mano chi ha letto i programmi elettorali dei due contendenti (“Candidatura di Giovanni Malagò, uniti per il futuro del calcio italiano”; “Dottor Giancarlo Abete: documento programmatico sulle attività della Figc”)? Magari la lettura ha attirato l’attenzione di cronisti ed elettori giusto un giorno, poi via tutto. Testa e corpo (e corpo a corpo) sugli schieramenti di voto (a proposito: il 22 giugno le neopromosse voteranno già per la loro nuova Lega, percorso inverso per le retrocesse) e sugli exit-poll: Malagò dato in vantaggio grazie all’apporto di serie A, serie B, Aic e Aiac, serie C in posizione di attesa, Lega Dilettanti (ma non tutta, anzi) per il proprio presidente. Il che lascerebbe pensare a una vittoria di Malagò, ma forse non al primo turno (e forse nemmeno al secondo) a meno di endorsement del rivale, alla vigilia del voto.
Però, intanto, stanno tutti lì a galleggiare. I tifosi, magari presi e rapiti dall’attesa per l’annuncio del nuovo ct (e qui Roberto Mancini pare in netto vantaggio, spinto anche dai desiderata governativi e ministeriali, e in special modo di Fratelli d’Italia, che dalle Marche arrivano fino alla Meloni) e i grandi elettori invece invasi e influenzati dal pericolo pantouflage che, secondo alcuni, impedirebbe a Malagò di poter governare il calcio italiano pur se democraticamente e liberamente eletto. Una soglia di sbarramento (e di non gradimento) avanzata e agitata politicamente da chi “guerreggia” da anni con l’ex presidente del Coni.
La guerra a Malagò, le mani sullo sport. Come dimenticare il no al quarto mandato di un anno fa, come dimenticare la battaglia (poi persa) contro l’elezione di Buonfiglio al Coni portando avanti la candidatura di Pancalli? E come dimenticare, in tempi più recenti, il tentativo di commissariare la Figc dopo il ko in Bosnia, e poi quello successivo allo spuntare di una bufera “arbitropoli” nel nome di Gianluca Rocchi indagato dalla Procura di Milano, bufera sgonfiatasi nel giro di pochi giorni? E come dimenticare il tentativo, sempre politico (ah, come è bello ascoltare sempre dagli stessi banchi di Montecitorio o Palazzo Madama lo slogan: “rispettiamo l’autonomia dello sport” da chi ha messo le mani e non solo, sullo sport tricolore) di introdurre in un DDL al Senato nuove cause per arrivare al commissariamento della Federcalcio. Anche questo tentativo è andato miseramente a vuoto, proprio due giorni fa: il senatore di Fratelli d’Italia Paolo Marcheschi (capogruppo in Commissione Sport), aveva infatti proposto un disegno di legge di riforma del calcio che prevedeva inizialmente il commissariamento della Figc ma questa misura è stata poi stralciata dalla bozza finale del DDL per evitare conflitti con i regolamenti Uefa. Roba che verrebbe da chiedere, alla Zalone: ma siete del mestiere?
L’ultimo tentativo. L’ultimo tentativo di inquinare, contaminare e influenzare la tornata elettorale si sta dipanando almeno da un mese intorno a questo pantouflage (altri parlano di “periodo di raffreddamento”), una norma, introdotta dal Testo unico, che disciplina il passaggio di un dirigente pubblico nel settore privato. È prevista all’art. 53, comma 16-ter del D.Lgs. 165/2001, e richiede trentasei mesi per non essere applicata (Malagò ha lasciato la presidenza Coni giusto un anno fa). Si legge: “I dipendenti che, negli ultimi tre anni di servizio, hanno esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto delle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, non possono svolgere, nei tre anni successivi alla cessazione del rapporto di pubblico impiego, attività lavorativa o professionale presso i soggetti privati destinatari dell’attività della pubblica amministrazione svolta attraverso i medesimi poteri. I contratti conclusi e gli incarichi conferiti in violazione di quanto previsto dal presente comma sono nulli ed è fatto divieto ai soggetti privati che li hanno conclusi o conferiti di contrattare con le pubbliche amministrazioni per i successivi tre anni con obbligo di restituzione dei compensi eventualmente percepiti e accertati ad essi riferiti”. Sull’ipotetico impedimento di Malagò c’è chi ha scritto di incandidabilità, e chi di ineleggibilità. In questa artificiosa nube si è così gonfiato il tentativo governativo di troncare l’ascesa dell’ex presidente del Coni a via Allegri.
Il doppio parere. Il 20 maggio il senatore leghista Roberto Marti aveva depositato un’interrogazione parlamentare al ministro dello Sport Andrea Abodi, chiedendo un chiarimento preventivo presso le autorità competenti. La risposta è arrivata… solo il 5 giugno: il ministro ha così chiesto formalmente a Coni e Anac (Autorità nazionale anticorruzione) di avviare una verifica. Una mossa avanzata oltre due settimane dopo l’interrogazione, a sole due settimane dal voto. Il Collegio di Garanzia del Coni si è appena espresso (rimandando la palla), l’Anac non ancora. Un’attesa che lascia sul terreno delle domande. Ad esempio. Se la risposta non dovesse arrivare in tempo, le elezioni non rischierebbero di svolgersi in un limbo giuridico? E questo alone non inciderebbe sulla libera scelta di voto? Non si aprirebbe la strada a ricorsi che potrebbero paralizzare la Federcalcio? E ancora, e forse soprattutto: non sarebbe, per caso, l’ultima carta da giocarsi per un commissariamento ex post (cioè dopo il voto)?
Le frasi. Prima di entrare nel merito, riportiamo alcune dichiarazioni. Abodi, prima della risposta del Collegio. «Con il Collegio di Garanzia presso il Coni abbiamo predisposto una comunicazione che risponde a un’esigenza emersa dal Parlamento, dal Senato e dal senatore Marti. Doveroso, da parte mia, interpellare per avere risposte, auspicabilmente prima delle elezioni, per consentire di esprimere un presidente che non abbia problemi di legittimità. Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, dopo il parere del Collegio: «Sono convinto che il parere non arriverà in tempo. Un’istruttoria l’Anac non la fa in un tempo così breve. Se temo un ricorso post elezione Figc? Non lo so, avrei preferito fosse tutto più semplice e mi dispiace si sia arrivati a questa situazione». Nei giorni passati, Giancarlo Abete, sempre così astuto nel dare l’idea di volersi tener fuori da questa particolare vicenda, aveva detto. ««Non ho idea , perché non è una questione di mia competenza. Il mio confronto è sul versante della politica sportiva. Sono un cittadino e come cittadino ho il dovere di rispettare le leggi ma non è problema che compete alle mie responsabilità». Ecco poi Malagò, subito dopo il parere del Collegio del Coni. «Il parere è molto chiaro, dice che non ci sono problemi di candidabilità a livello sportivo e che non hanno una diretta competenza. Chiunque avesse conoscenza della materia sapeva che non era certamente il Collegio di Garanzia l’interlocutore. Mi ha fatto piacere che il Collegio abbia espresso assoluta convinzione sulla candidabilità». E infine, dopo il parere del Collegio, riecco il ministro Abodi. «Non esprimo pareri sui pareri. I pareri si rispettano. Entro quanto mi aspetto il parere Anac ora? In un tempo che l’autorità riterrà necessario. L’Anac sa perfettamente quale è l’appuntamento».
Il nodo. Veniamo al campo giuridico, e non solo. Innanzitutto: ma l’Anac (Autorità nazionale anti corruzione) che potere ha su un soggetto privato come la Figc? Potrebbe averlo sul versante Coni, ma Giovanni Malagò non è più Coni da tempo… Sembra una barzelletta. E poi che c’entra il ministero dello Sport sulla libera votazione in Federcalcio? Tanto più, in via preventiva. Mai successo nella storia delle federazioni. Una funzione pubblica piegata verso sentimenti (risentimenti) personali? Sembra di assistere, da anni, ad un film. Come “I duellanti”, che aveva come interpreti Keitel e Carradine. Quello sì, uno spettacolo magnifico. Meglio passare alla legge.
La conoscenza. “Scire leges non est verba earum tenere sed vim ac potestatem”. È uno dei brocardi più celebri del diritto romano (è attribuito al giurista Celso) e significa: “Conoscere le leggi non significa fermarsi alle loro parole, ma comprenderne lo spirito e il potere”. La vera interpretazione giuridica non può essere, dunque, puramente letterale o mnemonica. Per applicare correttamente il diritto, bisogna andare oltre il testo scritto e comprendere la ratio (la finalità) e l’impatto concreto della norma. Lo scopo della norma (pantouflage) qual è? Impedire che, durante la carica, il controllore chiuda gli occhi nei confronti del controllato perché questo ha promesso al controllore che potrà lavorare per il controllato. È evidente allora che ci vogliono due cose. A) il rapporto di controllo (e questo certamente c’è). B) ma anche la possibilità di garantire l’assunzione da parte del controllato (e questo palesemente non c’è). Non si può infatti promettere quello che dipende da altri (nel nostro caso da una elezione). La norma sul pantouflage vieta a Malagò di accettare la nomina a segretario generale Figc, ad esempio, perché quella è una nomina disponibile dal controllato (inciso: e se fosse Giancarlo Viglione a succedere a Brunelli nella postazione suddetta?). Lo lascia invece libero di partecipare alle elezioni come presidente, perché nessuno (nel periodo in cui era presidente del Coni) poteva promettere una cosa che non si può promettere (vale a dire il risultato di una elezione).
Il controllante e il controllato. Torniamo al brocardo latino. “Scire leges non est verba earum tenere sed vim ac potestatem”. La norma dice che, se appena scadi e vai a lavorare per il controllato, non lo puoi fare. Ma chi può dire che questo non avvenga per precedenti favoritismi da parte del controllore? Neppure questo è il caso. Malagò si candida, deve essere eletto e può decadere per motivi di politica federale. Quindi a Malagò non si dà nulla di più di qualsiasi altro candidato. Quello che la norma vieta è l‘impiego (cioè una contrattualizzazione), oppure qualsiasi forma di collaborazione. Cioè un qualcosa che solo il controllato può dare, concedere, persino “regalare”. La candidatura invece non necessita di intermediazione del già controllato (che poi viene da ridere sulla storia del controllante e del controllato, guardare please cosa accade nelle federazioni, e come in molte federazioni l’invasione e il marchio politico abbiano superato l’indecenza).
È materiale scolastico a livello giuridico: a scuola si insegna come l’elettorato (attivo e passivo) sia un diritto fondamentale di ogni ordinamento democratico garantito dalla Costituzione. Per questo a scuola si insegnava (o lo si fa ancora?) che le cause di esclusione dell’elettorato passivo sono tassative, e non sono suscettibili di interpretazione analogica.
Tassative: cioè significa solo quelle nominativamente elencate dalla legge. E qui arriviamo al divieto di interpretazione analogica: se una causa d’ineleggibilità non sta scritta, non la si può certamente creare interpretando la legge. Ebbene. La legge parla di incompatibilità. Siamo all’abc del diritto.
Sapete cosa ha scritto l’Anac su diritto e pubblica amministrazione, alla voce cariche pubbliche? “L’impossibilità di ricoprire contemporaneamente due o più incarichi (esempio: parlamentare e amministratore di un ente locale): se si accetta un nuovo incarico incompatibile, è necessario dimettersi da uno dei due entro i termini stabiliti dalla legge”.
Incompatibilità e ineleggibilità. Va da se quindi che la legge non si riferisce a un’elezione, ma alla nomina. Ancora. Se volessimo ragionare come l’uomo della strada: perché la legge parla d’incompatibilità e non di ineleggibilità? Appunto perché la legge ha preso in considerazione (con il suo divieto) l’unico caso in cui ci può essere un corto circuito tra controllore e controllato. Cioè. La legge parla di incompatibilità perché immagina che il controllante perda indipendenza se il controllato gli promette che poi lo assumerà. Ecco perché parla di incompatibilità. Perché la nomina è disponibile dal controllato e questo può contaminare l’indipendenza della funzione di controllo. Non parla di ineleggibilità, perché lì il controllato non può promettere nulla al controllore. In più. Se avesse voluto impedire l’elezione avrebbe parlato di ineleggibilità.
Qualche bastian contrario (oppure qualche nemico di Malagò, nel caso di specie) dirà: “Ma che dici? Lui viene eletto e dopo essere stato eletto non può accettare perché è incompatibile”. Torniamo a scuola di diritto, e leggiamo.
Un principio cardine dell’ordinamento italiano è il divieto di un’interpretazione che conduca a risultati assurdi o irragionevoli. Se il legislatore vuole impedire l’assunzione di una carica elettiva parla di ineleggibilità. Qui, nella tanto richiamata e strombazzata norma (pantouflage), invece, parla di incompatibilità. Ancora. La legge si è preoccupata di stabilire cosa succede se qualcuno (pur non potendo) viene assunto, o lavora, per il controllato. In questo caso si parla di nullità del contratto. Da qui si trae la conferma definitiva della bontà della nostra (modesta) interpretazione della legge.
Ma quale contratto. Il presidente Figc non è mica un dipendente sotto contratto. È il legale rappresentante di una federazione, eletto. Quindi non si potrebbe cacciarlo dicendo che il suo contratto (quale?) è nullo. Il presidente Figc sta lì in via Allegri e là a capo della Federcalcio in ragione, e in forza, del risultato di un’elezione democratica. E non certo in forza di un contratto. E perché la legge parla di contratto? Appunto perché si rivolge alla fattispecie che si è ricordato in precedenza: il controllato si impegna a fare quello che può fare a favore del controllore, cioè fargli un contratto. Non anche a farlo eleggere, perché quella dell’elezione è un’eventualità che non rientra certo nei poteri del controllato.
La propaganda e la politica. Dicono, e scrivono, e propagandano: Malagò non può fare il presidente Figc perché in conflitto di interessi negli anni precedenti quale presidente Coni. Ma chi decide nello sport? Perché, ricordiamolo, la Figc è sport, è una federazione sportiva (assoggettata a norme privatistiche e non pubbliche) e in essa, e per essa, vige l’autonomia dello sport (così tanto strombazzata, eppure…). Il segretario generale del Coni Carlo Mornati (o meglio, visto che è la sua espressione, il ministro Giancarlo Giorgetti) e Abodi, cioè i suoi storici e conclamati nemici: per loro non vale il conflitto di interessi? Perché parliamo di questo.
Il Collegio. Il Collegio di Garanzia dice, in sintesi: non posso esprimere un parere perché non ne ho il potere. Se qualcuno impugna la candidatura….
Ma quando, e fino a quando, si può impugnare una candidatura? Leggiamo alla voce “pubblicazione procedure elettorali 2025/2028”: “Avverso l’ammissione o la reiezione delle candidature può essere proposto ricorso da presentarsi entro le ore 18 del secondo giorno lavorativo successivo alla pubblicazione sul sito del Coni degli elenchi delle candidature”.
Quindi, visto che i termini sono scaduti, nessuna causa può mai arrivare (né poteva) al Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni, sulla candidatura Malagò (in realtà c’è stato un ricorso, quello di Renato Miele avverso la candidatura di Abete e Malagò, recentemente si è chiuso il giudizio di primo grado, ci sono ancora i termini per impugnare in secondo grado e non si può escludere, in via teorica, che non arrivi al Collegio. Vero pure che il regolamento sull’impugnazione delle candidature prevede come definitiva la decisone di secondo grado federale ma il Collegio, se arrivasse un ricorso, potrebbe dichiararsi competente. Questo, con tutto il rispetto, non sposta la sostanza e pone una domanda: il ministro doveva stare alla larga dalla questione perché sulle candidature c’è un rimedio apposito (regolamento) che ovviamente non prevede la (abnorme) possibilità che il ministro faccia il controllo preventivo sul controllore (Coni) che deve controllare Figc?
Ma torniamo al punto.
Quindi il Collegio di Garanzia (se fosse stato insensibile ai potenti del momento) avrebbe dovuto dire: “Non ho potere di esprimere un parere e nessuno, d’altra parte, risulta aver attivato i rimedi previsti dal regolamento sulle elezioni”. Che cosa ha fatto invece il Collegio di Garanzia? Quello che nessun Collegio ha mai fatto. Ha scritto, in sintesi: “Io non posso fare nulla, ci deve pensare l’Anac”. Cioè, il giudice dell’ordinamento sportivo che passa la palla all’autorità di un altro ordinamento… Bah!
Qualcuno avrà fatto pressione? Cosa c’entra l’Anac (Autorità nazionale anti corruzione) con la Figc che è un soggetto privato, e di un altro ordinamento? Il Collegio ha detto (e non voluto dire): “Io non posso dire nulla ma mi sa che quell’altro giudice può fare qualcosa”: ma una cosa così, scritta così, si è mai vista in una decisione? Tutto alquanto bizzarro. Chissà se è stata frutto di un condizionamento, anche solo indiretto per carità, dei potenti del momento? Si faccia (bene) attenzione. Chi ha espresso il parere non aveva poi nemmeno il potere di esprimersi. Perché tutti quei membri del Collegio di Garanzia sono “scaduti” e stanno lì in forza di una proroga, che è illegale.
Torniamo, e chiudiamo, da dove siamo partiti. Ma che c’entra il ministro dello Sport sulle elezioni di una federazione? Non è che per non indirizzare in un senso o nell’altro l’opinione dei votanti un ministro dovrebbe restare lontano dal farsi promotore contro un candidato? Ci sta che un ministro che siede (con suoi rappresentanti) al tavolo della riforma della giustizia sportiva (e dal quale dunque dipende, in qualche misura, anche il futuro dei prorogati membri del Collegio di Garanzia) chieda proprio a loro di esprimersi su Malagò? Non dovrebbe il ministro (nel rispetto dell’autonomia dello sport) prendere atto che nessuno ha impugnato nei termini la candidatura di Malagò? Ed ancora, è opportuno che un ministro in carica chieda ad Anac di pronunciarsi su una vicenda in relazione alla quale Anac può e deve fare da sola, visto che Anac è un’autorità indipendente?
Un anno fa Abodi era per Pancalli; oggi si muove (anche inconsapevolmente, per carità) a vantaggio di Abete. Non sarà il caso che il ministro faccia invece da mero spettatore, e che resista alle pressioni e influenze e desiderata di qualche suo collega? Si lasci che i votanti riflettano con responsabilità se è meglio votare per l’uno piuttosto che per l’altro candidato. Non li si distragga con discorsi che neppure il compianto Gigi Proietti (negli esilaranti panni dell’avvocato a consulto col cliente campagnolo) avrebbe il gusto di fare…
Restano meno di due settimane al voto. Che si faccia legittima campagna elettorale, che si dia spazio ai programmi, alla sostanza, ai due candidati. Che la politica molli questo pantouflage, e si metta, pure lei, comodamente in pantofole, ad assistere al terzo Mondiale di fila senza l’Italia. Che poi, non sarà di certo Malagò (o Abete) con la bacchetta magica, a restituirle l’azzurro vivo al posto dell’azzurro tenebra dell’oggi.





