Chissà se tra qualche anno, ravvivati dal calore del focolare domestico e contornati dall’affetto dei propri nipotini, gli amici e consuoceri Antonio Tajani e Paolo Barelli ricorderanno quello (questo) spigoloso vento di (inizio) primavera del 2026 che li aveva accomunati, intrecciati e avvinghiati in un turbinio di eventi, dichiarazioni, altolà imposti dall’alto e interscambio di potere e poltrone.
Tra qualche anno l’attuale ministro degli Esteri (autodefinitosi «il ministro degli Esteri più sfigato della storia») sorriderà magari anche lui, e al suo fianco il consuocero, di quella tragica escalation (tragica perché legata a eventi bellici) diventata un’esilarante (per toni, contenuti e modalità) escalation di parole e interventi. «Basta escalation, l’ho detto a Iran e Israele: fermatevi»: così, imperioso e categorico, quando ormai droni, missili e bombe deflagravano in Medioriente. «La posizione dell’Italia è quella della Ue», aveva invece risposto serafico alla domanda dei cronisti che – cattivelli sempre – gli avrebbero subito ricordato però come l’Europa in realtà non avesse preso una posizione. E lui, serafico. «La posizione dell’Italia è quella dell’Europa, ripeto. Qual è la posizione dell’Europa? L’Europa non ha preso una posizione…». Oppure quando, in favore dei social, in vivavoce al telefono con l’ambasciatrice italiana in Iran, le aveva chiesto: «Oggi come sono stati i bombardamenti?». E come dimenticarsi poi di quel prezioso consiglio dato agli spaventati italiani a Dubai, mentre intanto dai cieli dell’Emirato piombavano droni armati, «prudenza, prudenza: non affacciatevi se vedete arrivare i droni, è pericoloso» (meglio tralasciare poi l’infelice intermezzo con la giornalista Tiziana Panella a La7). A proposito di tv. Epico Tajani quando, intervistato da una giornalista di Sky News Arabia che gli chiedeva “Qual è il messaggio diretto che manda a Teheran?”, se ne sarebbe uscito così: «Basta missili, basta droni, basta bombe atomiche, basta missili a lungo raggio. Si può vivere in pace anche senza». (nota per il lettore: quella del quadretto col focolare domestico e i nipotini che attorniano Tajani e Barelli tra una decina d’anni è una rappresentazione dell’irrealtà, perché tra un decennio sulla scena politica e sportiva ci saranno anche e ancora loro, Tajani e il consuocero Barelli con il suo impedimento all’impedimento…).
Già, si può vivere senza.
Magari anche senza che incarichi e poltrone si perpetuino fino alla fine dei giorni e che poi, in qualche caso, quegli incarichi e quelle poltrone si tramandino di generazione in generazione, come in un regno, come per diritto divino, o come in quel do ut des proveniente dall’antico diritto romano. A proposito di Roma. «Morto un papa se ne fa un altro. Siamo tutti indispensabili e nessuno è indispensabile. Dopodiché non sono cose a vita queste, non è che c’è il reame per cui il re deve rimanere a vita, o no? Il re fa altre cose…»: chissà se tra qualche anno, ritrovandosi davanti a un camino e contornato dai nipotini, Paolo Barelli ricorderà, al consuocero (e al tempo, il 2026) segretario del suo partito (Forza Italia) “segato” e depotenziato dall’azionista di riferimento di quel partito (Marina Berlusconi), quelle parole pronunciate il 13 marzo ai cronisti che, assaltandolo fuori Montecitorio, chiedevano lumi su quel diktat piovuto da Cologno Monzese (e da Roma, ovvero dall’eterno Gianni Letta) che gli aveva fatto perdere la preziosa carica di capogruppo di Forza Italia alla Camera, e per giunta in favore di un altro esponente politico (Enrico Costa) presidente di una disciplina sportiva riconosciuta dal Coni, una sorta di “piccola” federazione, quella della Pallapugno…
Un bel pugno (meglio definirlo freno), alle norme e alle leggi della Repubblica Italiana e alle norme, ai regolamenti e allo statuto di Comitato nazionale olimpico italiano e Federnuoto, l’avrebbe invece assestato lui, Paolo Barelli, qualche giorno dopo. Senza colpo ferire, senza che alcuno dicesse una parola, o che almeno commentasse quella girandola (che in Italia gira sempre senza sosta, ma senza in realtà mai girare).
Quella per la quale, il 22 aprile, qualche minuto dopo esser stato nominato, su decreto della presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni, sottosegretario ai “Rapporti con il Parlamento”, avrebbe azionato il famigerato “impedimento” di berlusconiano conio, congelando così la sua presidenza alla Federnuoto che dura da oltre un ventennio (dal 2000, è il settimo mandato consecutivo), utilizzando l’impedimento invece come un impedimento all’impedimento… (sussiste anche un profilo di incompatibilità, legato all’incarico di sottosegretario e di presidente di federazione, che si affronterà in seguito).
Il risultato? Basta leggere il comunicato della Federnuoto nella quale la Federnuoto (il presidente Barelli vi “regna” da 26 anni) fa i complimenti all’onorevole deputato Barelli nominato sottosegretario di Stato. “Il Presidente Paolo Barelli ha prestato giuramento assumendo ufficialmente le funzioni. Di conseguenza, in ragione del temporaneo impedimento ai sensi della legge n. 215/2004 riguardante il regime delle incompatibilità dei titolari di cariche di Governo e in ottemperanza all’articolo 12, comma 6, dello Statuto della Federazione Italiana Nuoto, ha delegato al Vice Presidente Andrea Pieri le funzioni di Presidente con riferimento alle specifiche previsioni del caso. In tale periodo il Presidente Paolo Barelli non parteciperà al Consiglio Nazionale del CONI, cui prenderà parte il Vice Presidente Andrea Pieri. Giungano al Presidente Barelli i complimenti e l’in bocca al lupo per il prestigioso incarico da parte della Federazione Italiana Nuoto e di tutto il movimento natatorio”.
Partiamo dall’impedimento. E dall’impedimento dell’impedimento (a dimettersi) azionato da Paolo Barelli. Nello statuto della Fin (qui bisognerebbe chiedere lumi all’avvocato Michele Signorini, dal 2022 direttore dell’ufficio “Attività giuridiche e regolamentazione sportiva” del Coni) c’è l’articolo 12, interamente dedicato alla figura del presidente della Fin. Il (famigerato) comma 6 prescrive: “In caso di temporanea assenza o d’impedimento, il presidente delega, in tutto o in parte, le sue funzioni a uno dei vice-presidenti”. Rifacendosi a questo comma, Barelli appena nominato sottosegretario, ha così – proprio come scritto nella nota ufficiale della Fin – delegato le proprie funzioni di presidente al vice-presidente Pieri comunicando inoltre che giammai presenzierà alle riunioni del Consiglio Nazionale del Coni. Bravo Barelli!, ligio Barelli! esemplare Barelli!: questo il coro che si è sentito dopo tale decisione.
Al coro, forse, è sfuggita però la lettura del comma 7 dello stesso articolo (il 12), articolo presente nello Statuto della Federnuoto. Recita così. “L’impedimento definitivo o le dimissioni del presidente comportano la decadenza dell’intero consiglio federale e la convocazione dell’assemblea elettiva da effettuarsi entro il termine massimo di 90 giorni dall’evento che ha determinato la decadenza”. Dunque: se il presidente ha un impedimento definitivo decade dalla carica e si va ad elezioni.
Rischio invece scongiurato da Barelli, grazie al comma 6 dell’articolo 12 e, almeno per il momento, dal silenzio (assenso?) delle istituzioni preposte. Nessuna, al momento, si è posta almeno una domanda.
Ma quello di Barelli che tipo di impedimento è? E nemmeno si è fatta assalire dal dubbio: ma non è che quello azionato da Barelli è semplicemente un impedimento all’impedimento (di dimettersi)?
Veniamo a noi.
Che cos’è l’impedimento? “Non posso venire in tribunale a rispondere alla convocazione del pm, perché nel frattempo ho un impegno di Stato all’estero”. È questo un esempio del legittimo impedimento azionato, ad esempio da Silvio Berlusconi quando era premier (poi in tanti hanno seguito l’esempio…). Veniamo a noi, comuni mortali: “non posso venire al tuo matrimonio perché, dopo la tua lettera di invito, mi sono rotto una gamba”. O ancora: sono stato otto ore chiuso in auto e non sono riuscito a fare la pipì perché non ho trovato una piazzola…”. Questi sono esempi di impedimento. Un impedimento legato a un evento non prevedibile e circoscritto nel tempo.
Nel caso di Paolo Barelli, ex capogruppo di Forza Italia alla Camera, da 26 anni presidente della Fin e da pochi giorni nominato sottosegretario di Stato, può rientrare il caso di questo tipo di impedimento, un impedimento non prevedibile e circoscritto nel tempo? Crediamo di no. Perché, direte?
Perché Paolo Barelli sa che, fino allo scioglimento delle Camere (autunno 2027) sarà impegnato nelle vesti di sottosegretario di Stato, per giunta in un ruolo – “Rapporti col Parlamento” – che sottende una sua presenza continua, e costante, alla Camera e al Senato. E non è questo, allora, il caso di impedimento definitivo (contemplato dal comma 7 dell’articolo 12 dello Statuto Fin)? L’impedimento definitivo è infatti quella situazione stabile (sopravvenuta cioè alla nomina) che rende incompatibile la coesistenza, nel caso di Paolo Barelli, tra la carica di sottosegretario di Stato e quella di presidente federale.
Non sembra anche a voi che sostenere come la nomina a sottosegretario sia un impedimento (semplice) e non invece un impedimento definitivo, sia semplicemente uno “scandalo”, un controsenso logico oltre che giuridico?
La realtà è che il colpo di teatro (no, non abbiamo scritto colpo di mano) di Barelli, che di fatto ha impedito che si vada a nuove elezioni alla Fin, reca un grave danno alla Federnuoto che, di fatto, deve e dovrà continuare a vivere senza presidente titolare per oltre un anno. E resta un vulnus sul quale, al momento, i rappresentati dello sport (e della politica, ma ci torniamo dopo) italiano nulla hanno detto.
Cosa ne pensa il presidente del Coni Luciano Buonfiglio? Non era certo lui il candidato di Barelli un anno fa (Barelli, consuocero di Tajani, sosteneva Luca Pancalli caldeggiato anche dal ministro dello Sport Andrea Abodi) ma, col tempo tutto si è sistemato. In realtà già dal giorno delle elezioni quando, l’onorevole Barelli presidente della Federnuoto aveva detto: «Il dialogo con Buonfiglio non è mai cessato. Nessun problema personale. E poi nello sport chi arriva primo ha sempre ragione». E il solerte Buonfiglio, che da giorni ha annunciato come si sia vestito da vigile e da controllore sulle vicende legate alle elezioni Figc, farà qualcosa? Porterà almeno la questione in Giunta nazionale? La sottoporrà agli organi preposti a una valutazione normativa e regolamentare? Chissà…E dirà qualcosa il ministro Abodi, che proprio Barelli un paio di anni fa (27 giugno 2024) aveva apertamente ringraziato, dopo il riconoscimento governativo di 10 milioni di euro alle società che gestiscono le piscine e di 15 milioni di euro a quelle che gestiscono gli impianti sportivi (nota bene: insieme a due fratelli, l’onorevole Barelli è proprietario e gestore di piscine). «Desidero ringraziare il ministro per la sensibilità e la concretezza nel rispondere alle richieste del nostro mondo dell’acqua».
Quell’acqua che ha reso Paolo Barelli tra i presidenti federali italiani più vincenti di sempre (e che ha reso la Federnuoto movimento d’avanguardia, testimoniato anche dai soldi che incassa e non solo dagli ori che conquista: 16 milioni di euro da Sport e Salute nel 2025, 18 milioni, e cioè il 10% in più, nel 2026), quell’acqua che gli ha fatto dire, a proposito della nomina a sottosegretario di Stato e all’interpretazione di quel comma (6, articolo 12 Statuto Fin) che gli ha consentito di non dimettersi da presidente della Federnuoto: «Io il nuoto non lo lascerò mai. Io sono capace a nuotare, galleggio, perché imparare a nuotare significa salvare la vita agli altri e a se stessi. Il salvavita non si tocca e non c’è nessuna necessità di lasciare la Federazione e quindi non mi sono mai posto il problema» (così il 13 aprile scorso ai cronisti) fuori Montecitorio.
Lì dove siede anche l’onorevole Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia, per giunta vice-presidente della Camera e per giunta anche lui (come Barelli) ex nuotatore e, per giunta ancora, avversario proprio di Barelli due estati fa quando portò avanti una battaglia colpi di ricorsi dopo l’estromissione della sua candidatura al vertice della Fin (leggi qui). Chissà se anche lui avrà qualcosa da dire, o troverà anche lui che l’impedimento di Barelli non sia solo un impedimento all’impedimento delle dimissioni…
Tornando per un attimo ancora all’estate del 2024, ecco cosa diceva l’onorevole capogruppo (e presidente federale) Barelli sull’Autority del calcio voluta da Abodi. «Non so, io mi occupo di palle in acqua…Abodi è persona seria e giudiziosa, saprà dare i chiarimenti che il calcio richiede. Spero tutto si possa chiarire nell’ambito dell’equilibrio dell’autonomia dello sport e la gestione corretta delle vicende sportive e politiche. Confido in Abodi».
Non ci resta che confidare. E, intanto.
Affrontato il tempa dell’impedimento, ci sarebbe poi in realtà anche un altro profilo da valutare attentamente. Quello della incompatibilità di Barelli tra la carica di sottosegretario di Stato e quella di presidente federale. Il tema è affrontato dalla legge 215 del 2004, denominata anche “legge Frattini”.
All’articolo 2, comma 1 lettera d, si legge: “Il titolare di cariche di governo, nello svolgimento del proprio incarico, non può esercitare attività professionali o di lavoro autonomo in materie connesse con la carica di governo, di qualunque natura, anche se gratuite, a favore di soggetti pubblici o privati; in ragione di tali attività il titolare di cariche di governo può percepire unicamente i proventi per le prestazioni svolte prima dell’assunzione della carica; inoltre, non può ricoprire cariche o uffici, o svolgere altre funzioni comunque denominate, né compiere atti di gestione in associazioni o società tra professionisti”. Non si riscontrano elementi e profili di incompatibilità nell’attuale doppia posizione di Barelli? L’Autorità garante della concorrenza e del mercato (a proposito, anche qui si è in scadenza, il 4 maggio termina il mandato all’Agcm di Roberto Rustichelli: volete mai che si impicci di queste cose? Magari toccherà al prossimo presidente, la cui nomina uscirà sempre dal Governo e da accordi in Parlamento, lì dove Barelli ora si muove e muoverà da sottosegretario ai… “rapporti col Parlamento”) cosa ne pensa? Dirà (almeno) qualcosa? Qualcuno le sottoporrà la questione? Chissà.
Possibile che ormai le regole siano aggirabili ad usum delphini?





