INDISCRETO

Serie A in rivolta: il Governo rottami la Melandri. Il flop dei diritti tv esteri e il Mundialito sul pianeta Disney

Tenuta ancora nascosta, è la richiesta che i presidenti vogliono che la Lega presenti al tavolo con il Mef e la Vezzali: anche su questo scontro s’è consumato l’addio di Dal Pino. Ancora invenduti i diritti per il Medio Oriente, il confronto impietoso con Premier e Liga. L’ad De Siervo vola negli Stati Uniti per un torneo durante i Mondiali
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Vogliono soldi e ristori. Puntano i piedi, s’aspettano che lo Stato corra in soccorso di un’associazione privata: sono venti condomini rissosi e lacerati, uniti solo quando ci sono aiuti di Stato da chiedere per mettere toppe ai bilanci delle loro società. Vogliono le mani libere, sedersi loro al tavolo col Governo: altro che mondo dello sport e Figc. Rottamare le cartelle esattoriali, soprattutto rottamare leggi dello Stato: a questo puntano. Sono i venti presidenti di A, stanchi di promesse non mantenute, stufi di una “politica” dei vertici della Lega troppo appiattita sulle posizioni Figc di cui si sente subalterna. Hanno detto basta: si sono liberati del presidente Dal Pino, nel mirino oltre al presidente Figc Gravina adesso c’è anche l’ad De Siervo, manager da 800mila euro l’anno che prova a tenersi sul trapezio, come un equilibrista al circo. Avevano avvertito anche lui nell’ultima assemblea, quella della rivolta, eletto Blandini e no all’unanimità all’adeguamento dello Statuto: “Bisogna avere il senso associativo, quando si va in Figc ci vuole un presidente che difenda i nostri interessi, siamo noi che teniamo in piedi la baracca”. La voce di un presidente come fosse quella di tutti e venti. Vogliono liberarsi di lacci e lacciuoli. Il primo è un nodo che la A sente come un cappio: la Legge Melandri. Troppi vincoli, troppi ricavi da dover redistribuire con gli altri del pallone e dello sport italiano. La B ad esempio ha scritto ancora una volta: ci dovete 160 milioni. La risposta dell’assemblea, in coro: la smetta con le richieste. Anzi, la richiesta da fare al Governo, la vera carta da mettere sul tavolo sarebbe un’altra: mettere subito mano alla Legge Melandri, iniziare almeno sfrondare articoli di quella legge che anche l’attuale ad De Siervo contribuì a scrivere – e a modificare negli anni – eppure ora anche lui convinto: bisogna cominciare da qualche modifica almeno per quello che riguarda i contratti dell’audiovisivo sui mercati esteri, abolire vincoli di durata, contrattazione e ridistribuzione dei proventi. Davanti agli occhi è impietoso il resoconto dei risultati ottenuti ma guardarsi allo specchio per il calcio italiano è esercizio vietato: è da un anno ad esempio che la Lega A prova a vendere i diritti per la ricca area del Medio Oriente e del Nord Africa ma nulla. Zero euro. Solo baruffe. Riunioni, assemblee, commissioni, mandati: la cassa resta vuota. E come leggere risultati e confronto con le principali Leghe europee, nell’area MENA e nel Nord America? Meglio non leggere, anzi chiudere gli occhi e viaggiare. Così, mentre Dal Pino sbatteva la porta per trasferirsi negli States, l’ad De Siervo prendeva un aereo per volare anche lui Oltreoceano: la A progetta un torneo da favola, sul pianeta Disney ad Orlando, trecentomila euro e una serie di possibili sponsor. In campo tra novembre e dicembre, lì nella bolla dove l’Nba lo scorso anno chiuse la stagione: e così, mentre Gravina si aggrappa alla qualificazione della Nazionale in Qatar per non farsi spazzare via, la Lega A studia la possibilità di giocare durante i Mondiali. Chissà poi cosa ne pensa il presidente della Fifa Infantino? Ma alla serie A cosa vuoi che importi, ha ben altro cui pensare adesso.

Il tavolo e la Melandri. Incapace di auto-finanziarsi, inadatto a trovare risorse e valorizzare il proprio marchio, il pallone italiano continua a invocare aiuti di Stato. Soldi, provvedimenti, ristori. Ingordo, continua a far voce da mercante. Meglio l’assistenzialismo che il mercato. E così aspetta il “tavolo” col Mef e gli altri ministri. L’aspetta il gran capo del calcio Gravina, l’aspetta la Lega A che vuole sedersi a quel tavolo. Tocca aspettare, il Governo vuole a quel tavolo tutto lo sport. Malagò è in Cina, la Vezzali dovrebbe raggiungerlo. E poi il Governo si aspetta le riforme. Aspetta un interlocutore serio e credibile con cui confrontarsi. Sgonfio, lacerato e consunto, il pallone italiano non ci sente nemmeno più. Sordo. Eppure pronto a rialzare la voce: vuole la ristrutturazione del debito (vedi Codice della Crisi d’impresa), e si aspetta pure che l’iter si concluda entro quattro mesi per consentire così alle sue società indebitate di potersi iscrivere al campionato. Poi chiede di percepire a fondo perduto l’1% dei proventi erariali delle scommesse così come chiesto nel piano Fenice presentato (e bocciato) a luglio (leggi qui). Oltre alla riapertura del 100% negli stadi, s’aspetta nuove sospensioni dei versamenti fiscali e contributivi, e un arco temporale ancora più ampio per spalmare gli obblighi verso il Fisco. I venti club di serie A hanno fretta, spingono, vogliono mani libere. Vogliono sedersi al tavolo col Governo, eppure non potrebbero: sono un’associazione privata. Dal Pino l’aveva ricordato anche il 27 gennaio, nella sua ultima apparizione in Lega. “Il Governo riconosce la Federazione e non la Lega, figuarsi se può sedersi qualche rappresentante di club…”. Di fronte alle proteste di qualche presidente e persino alla richiesta esplicita di De Siervo, aveva concluso così: “Evitiamo polemiche, al tavolo si siederà anche De Siervo e magari a lui girerete le vostre istanze. Vediamo se il Governo farà sedere De Siervo…”. A quel tavolo non ci sarà Dal Pino, chissà De Siervo. Alla Lega A non sta bene, come non sta bene l’adeguamento dello statuto ai principi informatori. La grande richiesta però è un’altra, per adesso una voce tutta interna al rissoso condominio di via Rosellini: la modifica della legge Melandri. Subito l’abolizione dell’articolo 16 per l’estero: consentirebbe di poter vendere per più anni i diritti nell’area MENA con le stesse regole della Champions League (500 milioni l’ultimo contratto strappato), ovvero mani libere e nessuna regola. Ma la partita sulla Legge Melandri è ben più importante: i club di A puntano a rottamarla. Questo vorrebbero sul tavolo nel confronto col Governo Draghi. “Non si può fare, è una partita enorme che però non si può aggiungere a questo tavolo, dovrebbe farlo solo la Federazione, non noi”: così Dal Pino nell’assemblea del 27 gennaio ai presidenti e all’ad che spingevano. Toccare la “Melandri” però significherebbe aprire una guerra con il mondo dello sport italiano e con le leghe minori. Mettere in agenda il tema senza il consenso di Gravina uno sgarbo enorme, un altro smacco: anche per questo Dal Pino ha pagato. I dettami e i vincoli della legge Melandri non vanno bene alla A: su ogni manifestazione, dalla Coppa Italia alla Supercoppa, dal campionato alle retrocesse, c’è sempre da girare troppo alle altre. “Basta, la Lega ha il dovere morale di togliere quell’articolo 16”. “Inutile stare a parlare di contribuzioni e premi, il problema dei problemi è la Legge Melandri”. Il pressing dei presidenti è sempre più forte, persino De Siervo ne resta avvolto, lui che quella legge la conosce bene per averla in parte scritta quando era al fianco di Renzi: al netto di tutte le richieste la più importante sarebbe la modifica della legge Melandri. Un cappio che asfissia, però una parola da non pronunciare, il progetto da tirare sul tavolo come un asso pigliatutto. Intanto, meglio viaggiare per provare a raccattare qualcosa.

Te la do io l’America. Era il titolo di una trasmissione di successo in onda sulla Rai, l’allora comico Beppe Grillo vero mattatore agli albori del 1981. Nello stesso anno la giovanissima e scalpitante “Canale 5” ideava – l’idea fu di Silvio Berlusconi – il “Mundialito per club”, competizione avviata invitando i club vincitori dell’Intercontinentale. Quell’idea durò poco, tre edizioni, nell’87 era già solo un ricordo: stava cominciando un’altra era, un altro calcio. I ricordi però restano, a volte s’attinge al passato per dare una sverniciata al futuro. Incerto, opaco. Magari per questo De Siervo ha preso l’aereo ed è volato Oltreoceano. Proprio nelle ore in cui la lettera della A piombava sul tavolo di Malagò e Vezzali, l’amministratore delegato della Lega volava negli Stati Uniti. Un viaggio programmato da tempo, lo scopo – anzi gli scopi illustrati ai presidenti proprio il 27 gennaio, il giorno della rivolta. Un viaggio lampo. Prima tappa a Orlando, al centro della Disney di Espn, lì dove lo scorso anno l’Nba ha chiuso la stagione, chiusa in una “bolla”. Il motivo? Esplorare, studiare, valutare: l’opportunità di ospitare a Orlando i venti club di A durante il periodo dei Mondiali in Qatar (21 novembre/18 dicembre) per una sorta di Mundialito. “Potremmo essere la prima Lega al mondo che fa questo evento in un unico spazio, alcune televisioni si sono già dette interessate”. Così ai venti presidenti nel corso dell’assemblea allo Sheraton. E così, mentre la Figc e Gravina e l’intera nazione di tifosi spera nella qualificazione ai Mondiali, la Lega A progetta un Mundialito sul pianeta Disney coi propri club, un altro modo per raccattare qualche altro spicciolo: da valutare la possibilità di giocare le gare nella fascia oraria libera dalle gare del Mondiale, da valutare anche la composizione delle rose dei club che forniranno atleti alle nazionali qualificate. Lo spunto nato da un progetto curato da un intermediario che per conto della Disney avrebbe offerto 300mila dollari per far disputare un torneo con le giovanili dei club di A insieme a 350 squadre americane. Insomma, un modo come un altro, un tentativo di piantare il tricolore sbiadito negli Stati Uniti che nel 2026 ospiterà i Mondiali insieme a Messico e Canada, la possibilità di avviare contatti e contratti per dare ossigeno alla Lega A su un mercato fertile e poco sfruttato. Dai vertici della A. Nella missione a New York De Siervo ha poi incontrato i manager di due importanti aziende di pubblicità, marketing e pubbliche relazioni: WPP e Publicis. In agenda poi un incontro con Charlie Stillitano, Scott Guglielmino e Marco Messina per la stipula del contratto legata all’apertura di una sede della Lega A a New York, decisione approvata dal consiglio di Lega il 26 novembre: un ufficio nella 6th Avenue, a due passi dall’Empire State Building. «Con questo ponte di contatto con gli Stati Uniti avremo la possibilità di sviluppare nuove iniziative e opportunità commerciali su tutto il territorio americano, per noi e per i nostri club, proseguendo la nostra strategia di internazionalizzazione», aveva detto trionfante a fine dell’anno. Oggi, di ritorno dagli States, relazionerà sul punto nella riunione di consiglio che dovrebbe portare all’elezione di Luca Percassi come vice-presidente di Lega. Magari relazionerà anche sul sopralluogo al “Metropolitan Museum” che in primavera dovrebbe ospitare il lancio delle iniziative di ogni singolo club coi suoi partner, l’incontro con i vertici dell’Ice (Istituto commercio estero), progetto grazie ai buoni uffici dell’ex ad Riccardo Monti, l’incontro coi vertici di Cbs per “migliorare” il prodotto attualmente offerto sul mercato americano, l’avvio della produzione di contenuti social in lingua spagnola, addirittura la possibilità di “trovare un bar” dove far trasmettere le gare di A invitando e recuperando così spettatori italiani, almeno a New York.

La toppa, il disastro, il confronto. A marzo del 2021 proprio un trionfante De Siervo annunciava il nuovo contratto: l’assegnazione all’unanimità dei diritti audiovisivi per il Nord America alla Viacom Cbs, tre anni di A per complessivi 170 milioni di euro più 6 milioni per tre anni (in tutto 18 milioni) per le gare di Coppa Italia. «Più 30% di ricavi», aveva detto l’ad annunciando il nuovo contratto con la Cbs, salutando Disney che tramite ESPN aveva trasmesso le gare nel triennio precedente. Già, proprio Disney e Espn: lì dove adesso è andato di nuovo a bussare alla porta, alla ricerca di nuove possibilità. Una giostra infinita, invece è finita da mesi la “Giostra del gol”, la fortunata trasmissione che portava il calcio italiano nelle case degli italiani in America. Tra l’altro adesso nemmeno in lingua italiana. Un bagno. Un disastro. I cui contorni s’allargano se si raffrontano gli incassi della Lega A rispetto a quelli delle altre Leghe europee. La Premier, ad esempio. Ha venduto i diritti televisivi negli Stati Uniti alla NBC di Comcast per 2,7 miliardi di dollari (2,38 miliardi di euro) in sei anni, quasi triplicando il valore del suo contratto esistente con l’emittente. La cifra per ogni stagione che il campionato inglese riceverà dagli Usa (oltre 390 milioni di euro) è più del doppio del totale incassato dalla A. La Liga, poi. Tebas ha strappato un contratto per la cessione dei diritti audiovisivi del calcio spagnolo da 1,2 miliardi di euro. Otto anni per 150 milioni di euro l’anno, cioè ogni anno il triplo di quelli italiani, il contratto stipulato con Espn, cioè la catena tv che fino a un anno fa trasmetteva anche il campionato italiano e che invece la Lega A ha lasciato legandosi a Cbs tra l’altro grazie ai buoni uffici di Commisso. Espn, cioè la porta dove De Siervo adesso è tornato a bussare. Sul mercato interno la Lega A ha chiuso con Dazn per 840 milioni di euro per tre anni: ha cambiato partner, ha lasciato Sky avviandosi verso l’incerto (streaming, audience, auditel e ricorsi), spinta da correnti politiche, regolamenti di banda e di… Stato (leggi qui). Nel Regno Unito la Premier ha venduto i diritti ai partner esistenti Sky, BT e Amazon per 5 miliardi di sterline (quasi 6 miliardi di euro), senza cambiare l’accordo precedente, optando per la stabilità in mezzo alla pandemia. In Spagna la Liga nonostante un parere contrario dell’Antitrust ha ceduto i diritti audiovisivi del quinquennio per complessivi 4,95 miliardi di euro. E se il confronto sul mercato del Nord America è impietoso, quello relativo al Middle Est (area MENA), cioè Medio Oriente e Nord Africa, è catastrofico. Illuminante. L’emittente qatariota BeIN ha sottoscritto un contratto triennale (fino al 2025) legato ai diritti audiovisivi della Premier per 500 milioni di dollari, rinnovando così il precedente contratto che consente di trasmettere le partite in 24 mercati che abbracciano il ricco Medio Oriente e il Nord Africa. Una strada felice e obbligata. Così l’amministratore delegato della Premier, Masters: «I nostri club hanno milioni di fan appassionati in Medio Oriente e Nord Africa e BeIN ha svolto un ruolo importante nella promozione della Premier. L’intesa fornirà importanti risorse finanziarie alla Lega: garantire denaro dai diritti tv è diventato sempre più cruciale dopo l’emergenza Coronavirus che per mesi ha azzerato i ricavi da stadio dei club». È da marzo dello scorso anno che la Lega A invece prova a cedere i diritti audiovisivi per Medio Oriente e Nord Africa. È da quel giorno di marzo nel quale assegnava a Infront i diritti esteri della A del triennio, ad eccezione del Medio Oriente-Nord Africa e del Nord America. L’assemblea all’unanimità aveva assegnato il pacchetto globale 2021-24 all’agenzia un tempo advisor della Lega, a fronte di un minimo garantito annuo di 139 milioni di euro. Il territorio su cui doveva lavorare Infront era quello dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia, del Centro e Sud America. La A è iniziata ad agosto e dopo cinque mesi i diritti audiovisivi all’area MENA ancora non sono stati assegnati. Riunioni, assemblee, consigli di Lega, commissioni. Aggiornamenti continui, come continui i mandati esplorativi assegnati dai presidenti a De Siervo e da questi ad alcuni advisor. La storia va avanti da agosto. Niente ancora: così la Lega Serie A continua a trasmettere “unicamente in queste zone e in modalità free sul proprio canale YouTube, gli incontri della serie A e della Coppa Italia, con telecronaca in arabo effettuata dall’IBC di Lissone”. Il centro di produzione televisivo della Lega che ospita anche la sala Var, lì sotto le antenne di Berlusconi (leggi qui). È una storia complessa, anche questa tutta all’italiana. Nel precedente triennio, beIN Sports aveva garantito 112 milioni di euro a stagione alla Lega, poi le frizioni iniziate con la disputa della Supercoppa italiana in Arabia Saudita ma soprattutto le vicenda legate alla pirateria e a quella dei diritti umanitari, avevano incrinato i rapporti. Un’offerta ritenuta troppo bassa (meno di 100 milioni) bocciata dai presidenti proprio mentre BeIN sport aumentava l’assegno per la Lega francese. Mesi e mesi di riunioni infruttuose a Milano, i presidenti arrabbiati, infuriati. A dicembre – prima di partire per Dubai dove avrebbe ritirato il premio conferito alla Lega “per l’avveniristico centro di produzione e sala Var”, a Dubai per il “Globe Soccer Awards” c’era anche Gravina – De Siervo aveva aggiornato sul mandato esplorativo e sul riscontro delle tre mandatarie: Infront, For Media e SportBusiness. Qualche presidente come Ferrero riteneva il compenso chiesto da Infront eccessivo, il delegato bianconero Arrivabene a sottolineare come “l’Arabia Saudita, oltre ad ospitare un gran premio sia entrata come sponsor in Formula Uno e che sta investendo nello sport”, e via discorrendo. Un bazar, insomma. Infront avrebbe adesso chiuso per 100 milioni ma ancora non c’è stata la firma. Sarebbero cento milioni, 12 in meno del precedente contratto. Niente ancora, comunque. Nell’ultima assemblea De Siervo ha relazionato sulla proposta di Infront e attende una risposta dai presidenti: abbandonare la trattativa o proseguire rendendo l’offerta più consistente e poi sottoporre al voto? Domanda ancora in attesa di risposta. Meglio viaggiare, progettare un torneo sul pianeta delle favole. A casa Disney. In fondo, il calcio italiano non è il più bello del mondo?

Il ruolo. Chissà se Gravina conosceva quest’iniziativa, chissà se informato del possibile Mundialito in concomitanza coi Mondiali. Tra lettere e risposte, magari qualche passaggio sarà saltato. Non saltano invece alcune considerazioni. Luigi De Siervo è l’amministratore delegato della Lega A. È al secondo mandato. Toscano, lungo trascorso in Rai prima del passaggio a Infront. Per anni consigliere di Matteo Renzi, anzi suo suggeritore: molti degli slogan dell’ex premier pare fossero farina del suo sacco. Anche i suoi pensieri nella legge Melandri che adesso vorrebbe tagliare. Da amministratore delegato della Confindustria pallonara percepisce uno stipendio di 800 mila euro più bonus, bonus legati però al superamento di una certa cifra (superiore al miliardo) nella cessione dei diritti tv. Bonus non scattati nemmeno stavolta: quelli domestici di Dazn non bastano, in Europa la A ha audience e appeal limitato, male negli States, ancora invenduti i diritti sul ricco mercato asiatico. È profumatamente pagato per sviluppare il marchio serie A. È l’amministratore delegato di un condominio rissoso, diviso, spaccato. È l’amministratore delegato di un’azienda che continua a perdere. Soldi. Immagine. Credibilità. È l’amministratore delegato di un’associazione privata che continua a chiedere soldi, sospensioni e rateizzazioni, addirittura la cancellazione delle imposte allo Stato. Si paragona al top di gamma mentre è appena la quarta in Europa per ricavi, appeal e altro. È la più indebitata tra le cinque Leghe top europee. Dopo il modello Premier League e il modello Liga, ora s’ispira alla Ligue 1, ma solo perché il Governo francese ha riconosciuto sostegni al calcio e allo sport d’Oltralpe. De Siervo è l’amministratore delegato di una Lega incapace, immobile, impreparata. A novembre, al “Sole 24 Ore”, aveva tuonato: «Il nostro è un Paese in cui, nei fatti, la politica dimostra di odiare il calcio. Il Governo deve rimuovere limiti vessatori alle nostre attività di valorizzazione del prodotto. Chiediamo di tornare a competere sui mercati senza essere penalizzati dal nostro stesso Governo». A stretto giro di posta, non sarebbe mancata la risposta della Vezzali. «Il mondo del calcio deve attuare una riforma interna che gli consenta di poter riavere quel ruolo centrale che aveva tantissimi anni fa e che oggi ha perso, e che gli consenta poi di essere aiutato». Dopo due mesi il botta e risposta continua. Nulla è cambiato: Figc e Lega A aspettano gli aiuti di Stato, il Governo aspetta le riforme (leggi qui). A proposito di mercato, i numeri sono impietosi: il pallone italiano si alimenta solo con l’assistenzialismo, incapace di trovare risorse. Di esplorare mercati, di chiudere contratti, di valorizzare il proprio prodotto. Di rendersi autonomo. Autosufficiente.

 

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