INDISCRETO

Gravina-Trentalange, è guerra. Figc pronta a commissariare gli arbitri

Scontro totale dopo il reintegro di Paolo Bergamo. Il presidente federale tuona nel Salone del Coni: l’Aia perderà il 2% di quota elettorale. Veleni e intrecci
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Il giorno di San Valentino è lontano. Sette mesi, eppure pare una vita. È già tutto finito. Tutto a pezzi, tutto alle spalle. Tutto in piazza, persino. Tanto che si sentono ancora le minacce. Sul terreno volano gli stracci, altro che pallone. Piovono urla, altro che fischi. Chi c’era nel Salone del Coni a Roma ha ascoltato, ha incassato, ha registrato. Dicono che l’abbronzato Gabriele Gravina fosse nero, nerissimo. “Trentalange e l’Aia hanno oltrepassato ogni misura. Sono stato tenuto all’oscuro su una cosa gravissima. L’ennesima, dopo una già lunga serie di figuracce e scelte sbagliate. È un affronto, risponderò come si deve. Basta. Ora gli tolgo la quota federale del 2%. Non avevano voluto votare alle elezioni? Bene, ora conteranno meno di zero. Voglio vedere cosa diranno alla base Trentalange e Baglioni, e voglio vedere la base come reagisce. Li sbatto fuori dal consiglio federale”. Uno sfogo durissimo, l’abbrivio di uno strappo istituzionale senza precedenti in centodieci anni di storia arbitrale accompagnato poi da una minaccia di commissariamento che potrebbe persino compiersi entro fine anno. Margini per ricucire non paiono esserci più. Adesso è tempo d’impugnazioni, revoche, annullamenti. È la fine di un rapporto mai nato. Il prossimo consiglio federale potrebbe solo ratificare.

Scene di fine estate, nel Salone d’Onore del Coni a Roma. C’era anche il presidente del Coni Gianni Malagò – ormai lui e Gravina sono come siamesi eternamente sul podio – c’era il presidente del Lega Dilettanti Cosimo Sibilia e c’erano i presidenti dei comitati regionali, riuniti in consiglio direttivo. Tra i temi, la riforma dei campionati. Gravina preme, ha fretta: era la base delle tante (finora irrealizzate) promesse elettorali (vedi qui), rilanciata a luglio tra il mal di pancia della Lega A e caldeggiata nei pochi giorni di vacanza in Sardegna quando, spostandosi da San Teodoro a Budoni, avrebbe incontrato, motivato e chissà se convinto Francesco Ghirelli e la sua tremebonda Lega Pro. Tra Gravina e Sibilia invece la lotta intestina continua senza tregua (vedi qui), fino allo sfinimento: il rivale è ormai quasi all’angolo dopo i tour regionali a tappeto del presidente, tutti tour col sorriso da campione d’Europa. Gravina ai Dilettanti ha illustrato, promesso. Ha persino rilanciato, sentendosi rispondere così. «Valuteremo con serietà e poi formuleremo la nostra proposta, come sempre sarà a salvaguardia del sistema»: quella di Sibilia al rivale quasi come una carezza al confronto delle bordate riservate dal presidente Figc all’Aia, agli arbitri, a Trentalange, al vice Baglioni.

Tra le due parti il rapporto è saltato. Chat segrete, voti ritoccati, rimborsopoli/1 e rimborsopoli/2, rimbalzi e rimpalli tra la Procura federale e la Procura arbitrale, intromissioni e ingerenze, rinvii a giudizio e inchieste della magistratura ordinaria. E poi nomine, scelte, conti da controllare e rese dei conti (vedi qui e vedi qui). E poi troppa autonomia: in fondo l’Aia è pur sempre costola della Figc. Qualche desiderata federale è rimasto inascoltato. E poi la goccia, quella pesante come un macigno che ha fatto traboccare il vaso fino a romperlo, a frantumarlo in mille pezzi: il reintegro nei quadri di Paolo Bergamo, per giunta a sua insaputa. Troppo. Gravina qui non s’è più tenuto e c’è chi sospetta che luogo e convitati fossero quelli ideali per manifestare insoddisfazione, rabbia, provvedimenti urgenti. Un modo secco per far capire che chi sbaglia, paga. Non aspettava altro. In fondo il vice-presidente Aia è considerato assai vicino alle posizioni di Sibilia, in fondo una tra tutte – la scelta di nominare Ramaglia presidente del Cra Campania a dir poco caldeggiata da Sibilia – mai è stata digerita dal presidente federale. Che si capisca chi comanda, qui. E così ecco l’affondo nel salone del Coni mentre a Milano l’Aia celebrava i suoi 110 anni presentando il nuovo logo. In rappresentanza federale il segretario generale Marco Brunelli, un altro la cui poltrona continua a traballare. «Voi arbitri siete un modello che andrebbe preso ad esempio. Voi siete la squadra per cui la Figc fa il tifo». Povero Brunelli, magari Gravina l’aveva tenuto all’oscuro: altro che squadra per cui fare il tifo, questa è una squadra da squalificare, da mettere alla porta, che il 2% di peso elettorale vada a qualcun altro, magari alla Lega A che da tempo rivendica maggior peso politico e decisionale, in fondo il vice-presidente federale è pur sempre il fidato Paolo Dal Pino, uno ormai di casa in via Allegri. Lontano da via Allegri l’Aia e soprattutto l’attuale vertice. L’ultimo strappo pare frattura insanabile. Uno sgarbo istituzionale, personale: così l’ha definito, così l’ha vissuto Gravina. Il reintegro di Bergamo proprio non l’ha digerito, i modi poi: un affronto, un sotterfugio, un atto carbonaro. Così l’ha definito. E tutto si sarebbe consumato a sua insaputa. In piena estate.

Il 2 agosto il presidente della sezione di Livorno Alessio Semiola (reintegrato da osservatore con delibera 10 settembre, il reggente della sezione è Edoardo Raspollini) rassegnava le dimissioni, senza però specificarne i motivi. Al post sulla pagina fb della sezione labronica rispondeva un lettore. “Il gesto un atto di dignità e coerenza”. Già un paio di mesi prima Semiola aveva risposto al neo-presidente Trentalange: “non posso accettare che a Bergamo venga restituita la tessera Aia”. L’Aia sarebbe invece andata avanti a dispetto del parere (consultivo) del presidente di sezione. Con un provvedimento non registrato sulla piattaforma ufficiale dell’associazione ma passato di sezione in sezione, di bocca in bocca, tra sconcerto e stupore: dopo 15 anni Paolo Bergamo tornava sotto la bandiera dell’Aia, sia pur come fuori ruolo, sia pur spifferi sostengano che in queste prime giornate le telefonate post-gara a componenti Can e arbitri non siano mancate. Di nuovo con la tessera, restituita nel lontano 2006 quando Calciopoli travolse anche lui in coppia con l’altro designatore, Gigi Pairetto: le dimissioni dall’Aia lo salvarono dal processo sportivo, fuori ma senza la macchia di condanne che avrebbero invece colpito altri. Anni dopo aveva chiesto il reintegro a Marcello Nicchi ma il corregionale – all’epoca presidente Aia e assai aderente alle posizioni federali – aveva sempre rigettato la richiesta, definendola “non opportuna”. E inattuabile da regolamento: la richiesta di reintegro possibile entro quattro anni dalle dimissioni. Almeno così prescriveva una norma del regolamento interno, almeno così fino a questa primavera. Perché il nuovo comitato nazionale – eletto il 14 febbraio insieme al presidente Trentalange – ha cambiato la norma, abolendo il limite temporale. Una norma di cui ha beneficiato anche Bergamo. Non solo lui.

Un cambiamento non comunicato alla Figc, questo sostiene Gravina. Una nomina – sostiene il presidente federale – che gli sarebbe stata tenuta nascosta. Una decisione che ha portato al corto circuito, alla resa dei conti, all’ultimatum, alla guerra. Perché Gravina ha chiesto al presidente dell’Aia Alfredo Trentalange di annullare/revocare la delibera, annullamento/revoca non (ancora, almeno) avvenute. L’Aia ha una sua autonomia ma è comunque costola della Figc. Il consiglio federale, pare anche proprio direttamente il presidente, può però impugnare – pescando tra norme, codici e cavilli – una sua decisione. Le motivazioni? Adozione di una norma non sottoposta al parere federale, adozione di una delibera non conforme a principi istituzionali ed etici, adozione di un provvedimento contrario allo Statuto. Gravina ha segnato ormai una linea netta di demarcazione, di separazione. Pronto sino allo scontro definitivo, il motivo il “nemico” glielo ha servito su un piatto d’argento, come non approfittare: togliere il peso del 2% elettorale all’Aia, tenerla fuori dal consiglio federale e in questo caso Trentalange perderebbe il diritto di voto in consiglio federale al quale potrebbe partecipare solo da uditore. E poi già pompare sulla minaccia significa anche e soprattutto “premere” sul malcontento interno all’associazione indebolendo l’ex fischietto piemontese fino ad arrivare alla sfiducia, al commissariamento. Una scelta estrema ma ritenuta – dai soliti bene informati – assolutamente concreta, una vicenda da seguire con attenzione: la Figc potrebbe commissionare l’Aia fino a traghettarla verso nuove elezioni. Trentalange cosa farà? Farà marcia indietro? O manterrà la posizione? Ripenserà a questi suoi sette mesi? Era arrivato con il vento del cambiamento. Adesso una tormenta minaccia la sua presidenza. Partito tra slanci, il nuovo corso ha perso slancio fino a impantanarsi. Ora è al vertice di un albero che rischia di perdere le radici. Fuori dal consiglio federale, senza quel 2% elettorale. Pare quota insignificante, eppure nel 2016 l’usò Nicchi per consentire a Tavecchio di sconfiggere lo sfidante Abodi proprio sul rettilineo d’arrivo. Prebende e pensieri bucolici.

«Siamo come alberi, possiamo perdere le foglie ma mantenere le radici. Possiamo cambiare le idee pur mantenendo intatti i principi». Così pensava al nuovo corso arbitrale, così prometteva trasparenza e cambiamenti nella gestione, così assicurava aperture mediatiche: era il suo primo giorno da presidente Aia. Era il suo giorno. Aveva appena ribaltato un sistema durato dodici anni, aveva sovvertito il pronostico, aveva stracciato l’avversario (193 voti contro 125), aveva costretto l’allora uscente presidente federale a far buon viso, in fondo persino le pietre sapevano che Gravina puntava ancora sul cavallo di casa, su Nicchi che correva addirittura per il quarto mandato. Era il 14 febbraio del 2021, sette giorni dopo si sarebbero tenute le elezioni Figc (vedi qui) e pure quel 2% di consenso nelle urne avrebbe potuto far comodo, all’uscente Gravina come allo sfidante Sibilia. Tirato e strattonato, Trentalange se ne uscì più o meno così: gli arbitri sono imparziali sul campo, e lo saranno anche davanti al seggio, non parteciperemo alla votazione ma saremo pronti a collaborare con chi uscirà vincente dalle urne federali.

Il rieletto Gravina lo avrebbe annusato, nei primi mesi. Gli avrebbe lasciato campo (quasi) libero: l’apertura ai media, la designazione di Maria Marotta come primo arbitro donna in B, il doppio tesseramento degli under 17. Pian piano però la convivenza avrebbe cominciato a registrare incomprensioni. Una raffica di nomine e di scelte non condivise, dalla parte federale lette come una resa dei conti interna all’Aia. Poi sarebbero spuntate le prime grane, molte però figlie della precedente gestione, alcune vomitate dall’interno quasi per mettere intralcio e imbarazzi. La vicenda dei voti ritoccati e la chat segreta oggetto di denuncia dei dismessi (dalla precedente Commissione Can sotto l’Aia di Nicchi) Baroni e Minelli reintegrati però dal nuovo corso con una delibera non pubblicata sul sito dell’Aia ma girata tra le sezioni, così come avvenuto nel caso di Bergamo. L’inchiesta della Procura della Repubblica di Roma. E poi le nomine ai Cra. Prima dell’estate, l’esplosione di Rimborsopoli/1 (condanne della Disciplinare Aia in primo grado a 16 mesi per Pasqua, 13 per La Penna e 13 per Ivan Robilotta oltre alle squalifiche per quattro assistenti, tutti ora attesi dal secondo grado di giudizio) seguita poi quaranta giorni dopo da Rimborsopoli/2: pizzicati Giacomelli e Massa, entrambi raggiunti da sanzioni lievi – un mese e mezzo a testa – e di nuovo in campo, oggi curiosamente in B dirigeranno entrambi come anche il reintegrato Baroni e Abbatista, l’oggetto indiretto del ricorso proprio di Baroni e Minelli e la cui denuncia era partita dallo studio legale di Paolo Gallinelli a Firenze, lì dove nello stesso civico pare ci sia anche lo studio di qualche altro avvocato. Grane e inciuci inframezzati dalla deroga “salva” (anche) Calvarese (poi dimessosi) e dalla rivoluzione, nella Can A-B e alla Can C: tutti la catena rinnovata, dal capo della commissione ai componenti.

A capo della Can A-B Trentalange avrebbe però voluto Domenico Messina, un big tenuto da troppo tempo in panca sia pur abbia quest’anno vinto il premio come miglior osservatore: alla Figc piaceva invece il profilo di Rocchi, già capo del progetto Var e passato invece sulla poltrona di Nicola Rizzoli, abilmente tiratosi via dalla mischia in attesa di evoluzioni che segue da lontano, visto che sul prato fa l’osservatore Fifa. Alla fine l’avrebbe spuntata Gravina: dentro Rocchi, fuori Messina. Gravina sempre in pressing costante. Al suo fianco, nel giorno della conferenza stampa di presentazione degli organici. Erano i primi di luglio, eppure risuona ancora forte una frase del presidente Figc. «Gli arbitri godono di piena autonomia tecnica, ma allo stesso tempo l’Aia è parte integrante della Figc». Mesi affilati, consumatisi tra avvicendamenti e ingaggi, passaggi di fronte. Scomparso dalla lista dei collaboratori del procuratore capo Figc Giuseppe Chiné il sostituto procuratore Giampaolo Pinna, ex colonnello del Gico che aveva condotto le più spinose indagini arbitrali di questi ultimi tormentati mesi: pare che i fascicoli li avesse avocati il capo. Da qualche mese è invece in servizio a tempo pieno – l’ufficio in via Allegri è sullo stesso piano di quello dove opera il presidente federale – Francesco Meloni, nominato coordinatore “Operatività e servizi” Figc. Fino a febbraio era stato il segretario Aia, per anni il segretario dell’Aia di Nicchi. Gravina l’aveva voluto con sé a Londra, tra i pochi invitati sul palco – al suo fianco c’era anche Giancarlo Viglione – nella finale di Wembley, regno del pallone inglese poco amato da Churchill il cui pensiero andrebbe letto e riletto: in tempo di guerra affidarsi a chi conosce ogni palmo e ogni segreto del territorio nemico può rivelarsi una mossa astuta e vincente.

Mesi logoranti. Sette mesi d’inferno. In questi sette mesi l’Aia, Trentalange e gli arbitri sono persino finiti sotto le antenne di Silvio Berlusconi: la sala Var centralizzata a Lissone, li dove sorge Ei Towers, al 40% partecipata da Mediaset e al 60% dal fondo F2i (vedi qui). E in questi mesi il cambiamento ha fatto fatica a trovare consensi e nuovi proseliti. Si sente forte il grido d’allarme: mancano gli arbitri, non si registrano segnali incoraggianti dal reclutamento, in Lombardia (e non solo) si fa fatica a coprire tutte le gare. E poi segnali d’insoddisfazione arrivano dalla Con, la nuova Commissione istituita da Trentalange. È quella che riunisce sotto la guida del piemontese Stella gli osservatori arbitrali, tutti riuniti dalla A alla C. Fino allo scorso anno la diaria era di 205 euro per gli osservatori di A e B, e 37 per quelli di Legapro. Diarie inalterate. Ora – è già successo – capita che un osservatore una domenica segua una partita di A o B e quella dopo una di C: sarebbe interessante conoscerne il grado di soddisfazione. Anche qui pare ci abbia messo lo zampino Gravina: la proposta Aia era stata di stabilire un’unica tariffa (150 euro per i 115 in organico) ma il presidente federale ha detto niet a Trentalange: i soldi li mette la federazione. Insufficienze – tante – invece si registrano nei voti agli arbitri di A e B. Fino allo scorso anno pare che la direttiva fosse di tenersi stretti nel range tra l’8.40 e l’8.60. Il nuovo corso ha invece (ri)stabilito che l’osservatore non possa non attenersi ai voti che partono dall’8.20 e arrivano all’8.70: nelle prime tre giornate di A e B sono fioccate copiose le insufficienze, gli 8.60 contati a stento sul palmo di una sola mano. In quelle di Gabriele Gravina adesso c’è il destino del mondo arbitrale. Sull’orlo del commissariamento.

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