La carta di Viglione, l’urlo Mundial: il pallone sgonfio al voto Figc

Gravina-Sibilia, le elezioni per il presidente federale dopo una battaglia macchiata da sospetti, finanziamenti e patti traditi. I programmi? Sulla carta
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Assapora ogni istante, confida il meno possibile nel domani. Quando Quinto Orazio Flacco invitava alla riflessione s’era ancora nell’Avanti Cristo. Da 21 secoli il poeta è il più celebre nativo di Venosa. Poi però il centro lucano nel 1967 ha dato i natali a Giancarlo Viglione e – almeno a Roma – una fetta di celebrità se l’è ritagliata lui. Fedelissimo dell’ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio, tanto da diventare capo di Gabinetto al Ministero delle Politiche Agricole e poi presidente Apat, agenzia sotto l’egida del Ministero dell’Ambiente. Laureato alla Sapienza col massimo dei voti, avvocato amministrativista e studio in vista sul Lungotevere dei Mellini, a Roma. Fino a qualche tempo fa amico di Cosimo Sibilia: si narra di un’amicizia così tanto solida da spendersi e affannarsi pur di trovare una dimora nel quartiere Prati al deputato di Forza Italia e presidente della Lega Nazionale Dilettanti per i suoi soggiorni romani. Amicizia solida, sodalizio che gli regala l’approdo nel palazzo di via Allegri, sede della Figc. Era l’autunno del 2018, era appena finita l’era del commissariamento federale. L’inizio della presidenza Gravina, nata da un accordo sottoscritto tra le varie componenti pallonare, all’epoca divise, lacerate eppur unite da un solo scopo: togliersi dal giogo del Coni di Malagò.

Tra stanze e corridoi, seppur neofita, si sarebbe trovato sempre più a proprio agio. Nominato coordinatore della Commissione sulle riforme della giustizia sportiva, riferimento e collegamento per il neo-presidente, sempre più presente tanto da trasformarsi nel corso del quasi triennio in “presidentino”. Al soprannome se ne sarebbe aggiunto poi un altro. Il Virgilio di Gravina.

Viglione che come Dante conduce l’uomo nel viaggio dentro il girone calcistico. Un girone infernale. Un viaggio però salvifico, tanto da meritare il purgatorio con vista sul Paradiso. E chi non vorrebbe restarci, in Paradiso? «Ho invitato i testimoni, i firmatari e i garanti di quel patto a tirarlo fuori, facendone nomi, cognomi e incarichi. Tutti ci hanno girato intorno senza però negarne l’esistenza. E’ un dettaglio che la dice lunga sulla trasparenza di certi personaggi che oggi si presentano al mondo del calcio proponendosi come gli artefici del suo rinascimento». Sibilia l’ha detto più volte, all’abbrivio della tornata elettorale. Ci sarebbe stato un patto: comincia uno e poi si fa staffetta, il testimone passa all’altro. Un patto verbale? Un impegno morale? Una scrittura privata? «Una carta scritta, ce l’ha in mano un avvocato, il consulente principe dell’attuale federazione», ha rivelato senza più tenersi il figlio dell’ex patron dell’Avellino, quello che avrebbe voluto acquistare “l’amalgama” al mercato calciatori. Riferimento diretto a Viglione. L’amico. Anzi, l’ex amico, l’ex delfino diventato l’amico del sopraggiunto nemico, il delfino di Gravina.

Niente amalgama, nei Palazzi del potere calcistico. «Tradito? Ho superato l’età dell’innocenza, mi sento deluso solo da una persona. Da Abete: era lui il garante dell’accordo, se non ci fosse stata la sua firma non avrei aderito». Aveva il 63% dei voti tre anni fa, e vennero a patti. Siglati da Gravina, presidente uscente della Lega Pro – quella passata poi all’amico Ghirelli, quella solo per rammentare del Cuneo-Pro Piacenza 20 a 0 – da Tommasi, presidente del sindacato calciatori, da Nicchi presidente al terzo mandato dell’Aia, da Ulivieri presidente dell’Associazioni allenatori e da Abete, ex presidente Figc, ex commissario federale ed ex commissario in Lega Calcio. Tutti d’accordo, anzi no. Tutto da rifare. Tutti al voto, in ordine ma anche sparsi. Tutti a conquistarsi un posto nel paradiso.

Assapora ogni istante, confida il meno possibile nel domani. Il domani è arrivato. Il domani è oggi, giorno di elezioni. All’hotel Astoria Cavalieri a Roma, i 276 delegati del sistema calcio chiamati al voto, operazioni dirette dal sempiterno e immarcescibile Carraro: scenario elegante di un ring dove continuano a muoversi stancamente, goffamente. Sempre gli stessi pugili. Ormai suonati. Eppure il gong non suona mai. Sceglieranno in coscienza la squadra capace di rinnovare realmente un pallone ormai sgonfio, al default? Voteranno per i programmi? Bah. Quello di Gravina è composto da 132 pagine (molte foto, parecchi slogan per riempire il volume) e si chiama “La partita per il futuro”. Sulla prima delle 32 pagine dell’altro c’è scritto invece “Il buon calcio”. Gravina come frase ha scelto una del compianto Paolo Rossi: “Lo sport è una prova continua. Fino a quando smetti sei sotto esame, devi sempre essere pronto a essere valutato”. Sibilia, un proverbio africano. “Se le formiche si uniscono possono muovere un elefante”.

Dal Paradiso Pablito aiuterà l’uscente a segnare il gol vittoria, o le briciole del Palazzo saranno catturate dalle formiche? Al fischio d’inizio non ci sarebbe partita. Le scommesse assegnano la vittoria all’uscente. Ha l’adesione delle tre Leghe (A, B e Legapro), quella dell’Associazione calciatori e quella degli allenatori. Lo sfidante rieletto presidente dei Dilettanti, solo della propria Lega a cui però è venuta a mancare una piccola fetta, perché la rielezione di Tavecchio in Lombardia – salutata col sorriso da Gravina – e quella in Emilia Romagna gli hanno sfilato il 4% del 34% originale. Resta in bilico il fischietto degli arbitri: il segnale di discontinuità arrivato con l’elezione di Trentalange sibilerà nell’urna? La risposta alla domanda arriverà, magari senza ricorso alla Var. Sarebbe troppo, un altro rincorso si aggiungerebbe a quelli che pendono sull’elezione di Balata in serie B su quelli in Lombardia ed Emilia Romagna. E poi la giustizia sportiva ha tempi incerti: a volte accelera, altre volte aspetta le carte.

Ce ne sono già tante di carte sedimentatesi sulle scrivanie. Deferimenti, inchieste, illazioni, finanziamenti a pioggia, soldi a fondo perduto. Ce ne sono già tante, e forse meriterebbero almeno l’attenzione anche della giustizia ordinaria.

Come, ma solo a mo’ di esempio, i due milioni a serie B, C e pure ai Dilettanti, proprio nell’ultimo Comitato di presidenza del 22 gennaio: briciole, a spartirseli. Come, sempre a mo’ di esempio, la scrittura con cui la Figc donava un milione di euro al Fondo solidarietà dei calciatori proprio mentre la presidenza dell’Assocalciatori eleggeva Calcagno a sostituto di Tommasi. Senza rivali, perché l’unico che s’era presentato sulla scena si sarebbe fatto da parte. E sì, perché Marco Tardelli, l’uomo dell’urlo Mundial, avrebbe voluto candidarsi. Poi, però. La Rai dove fa l’opinionista che lascia intendere: o qui o lì. Poi la chiamata della Figc, che intende affidargli l’incarico di responsabile della nuova Coverciano, la Coverciano del club Italia al “Salaria Village” a Roma, un centro confiscato e ancora da assegnare. E anche qui, carte, sussurri, illazioni. Sul contratto di Tardelli a cinque zeri, un contratto di consulenza che se c’è ancora non è saltato fuori dal cassetto. Certo è che l’eroe del Bernabeu mesi fa s’è sfilato dalla corsa.

Assapora ogni istante, confida il meno possibile nel domani. Il domani è arrivato. Giorno di elezioni. Vincerà Gravina che promette rilancio, rifondazione, rinnovamento? Vincerà Sibilia che promette rilancio, rifondazione, rinnovamento? A ognuno il pronostico che desidera. Gli attori sono sempre gli stessi, a volte cambia il copione ma è solo sceneggiatura. Sgonfio, il pallone ne uscirà ancora più sgonfio. Non ci sarà maggioranza solida, tocchi a chi toccherà. Magari, ne usciranno altri accordi, altre scritture, altri sodalizi. Perché il 15 marzo è vicino, e senza presidente dal 16 scatterebbe il commissariamento della federazione. Da regolamento toccherebbe al Coni. Il Coni di Malagò. Uno che l’invito di Orazio pare se lo ripeta ogni giorno. “Assapora ogni istante, confida il meno possibile nel domani”.

Castelli di sabbia, 24

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