INDISCRETO

Gravina e un pallone di carta. La riforma dei campionati è tutta un quiz

Il presidente Figc si gioca tutto ma i conti non tornano. Caccia a voti mentre le Leghe sono spaccate. Statuto da riscrivere e pesi elettorali da redistribuire
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Una fusione fredda. Così l’ha definita. È il suo chiodo fisso, punto di non ritorno. La sua battaglia. Anzi. «La madre di tutte le battaglie»: così l’aveva definita una volta il ragioniere Carlo Tavecchio, il predecessore scalzato tre anni fa ma da qualche mese tornato fedele alleato. La fusione fredda. Quella dello sgonfio pallone italiano si chiama riforma dei campionati. Ovvero riduzione dell’area professionistica, creazione di una zona intermedia di semi-professionismo, ridefinizione dei confini di quella dilettantistica. Una questione di numeri e sigle. Detta così, pare cosa facile. Però bisognerebbe trovare le risorse per racimolare i consensi, bisognerebbe soprattutto arrivare alla formula giusta. Quasi magica. Nessuno finora c’è mai riuscito. Lui però conta di farcela, di essere il primo. Deve farcela. L’aveva promesso in campagna elettorale, l’ha ribadito in questi mesi. Ha tutti gli occhi puntati addosso. I primi sono quelli del Governo Draghi. Poi quelli degli oppositori. Infine quelle dei suoi elettori. C’è il rischio di passaggi di campo. Le cambiali vanno onorate. Le cambiali sono già in scadenza. Senza, non si cantano glorie, messe. Vittorie. Senza, ci si impantana. Senza, anche i santi protettori (Carraro e Abete, ad esempio) nulla possono fare. Poi finisce che si sfilino. Reazioni a catena. Altro che fusione fredda.

«Con la riforma si punta a raffreddare il sistema: il nostro è un calcio surriscaldato. La riforma è indispensabile ma se la riduciamo a semplice operazione algebrica o matematica non serve, basta trovare un ragioniere e un uomo di buon senso che tagli le società ritenute semplicisticamente eccessive rispetto al sistema professionistico o dilettantistico e la riforma è fatta. Non è questa la mia riforma: la mia riforma è culturale». Ha detto proprio così: è evidente come in via Allegri ci sia un problema grosso, come la matassa s’aggrovigli invece di sciogliersi. Questa riforma è ancor una bozza, rischia di restare tale. Il presidente federale l’ha capito bene. Intanto però avverte, lanciando messaggi urbi et orbi, come un mantra. Ancora tre giorni fa a Catanzaro incontrando i vertici della Lnd calabrese, ennesima tappa dello sfiancante tour nei Comitati regionali, il bacino elettorale di Cosimo Sibilia battuto palmo a palmo per mettere definitivamente all’angolo il rivale, per strappare il pass. È da mesi che annuncia il cambiamento, che prepara una rivoluzione. La sua rivoluzione. Come un’invenzione scientifica capace di cambiare radicalmente la storia. Come un’energetica reazione a catena. Una fusione (nucleare) fredda. Definizione esplosa nel 1989 quando due scienziati dell’Utah annunciarono i risultati di un esperimento prodotto in laboratorio: chissà se Gabriele Gravina sa che la comunità scientifica internazionale non convalidò mai quei risultati perché non si riuscì mai a riprodurre l’esperimento. Formula, esperimento e annuncio bollati, definiti come delle bufale. Semplicemente non era la formula giusta. Non è mai stata trovata. Chissà invece se la fusione (calcistica) fredda che ha in testa il presidente Figc sia quella giusta, capace di rivitalizzare un sistema al default, di rianimare un movimento lacerato, agonizzante, disperato, diviso.

La riforma dei campionati per ora resta una bozza: è la ridefinizione su carta degli organici attraverso un complicato sistema che divida moltiplicando, che sottragga però addizionando. Sembra un’operazione complicata. Quasi impossibile. Eppure lui ci crede. «La preoccupazione è raffreddare il sistema con alcune fasce intermedie, e arrivare dal 2024-25 alla fusione che costituiremo con l’approvazione, spero, nel Consiglio federale di ottobre della riforma che prevede una C Elite e una D Elite, con una fusione nel 2024-25 tra la C Elite e la serie B, per arrivare a una A, due B, poi la D Elite che si fonde con la C, poi un mondo semiprofessionismo abbastanza allargato e poi il mondo del dilettantismo che sarà un dilettantismo vero e non più un professionismo di fatto». La formula magica, la fusione sta (starebbe) tutta qui. Alla fine però è solo una questione economica. «La riforma non può pensarsi se non di sistema: deve riguardare la serie A, B , C e D. Se qualcuno pensa che la riforma riguarda solo i tagli sulla C, fa una operazione di falsa riforma che non serve al calcio italiano», aveva detto qualche giorno prima Francesco Ghirelli, consigliere federale e leader della C. Concetto ribadito e dettato alle agenzie da Catanzaro, quando insieme a Gravina è andato allo stadio. «Ok alla riforma, ma la chiave non è ridurre i club di serie C». Altro giro, altra corsa. Altro parere. “I numeri? Bah, se leggiamo la bozza se ne trovano tanti. E i conti non tornano. Forse saranno appunti, tentativi. Forse c’è qualche errore. Non solo nell’area professionistica, anche scendendo più in basso. I grafici riportano dei numeri, le freccette e le somme dicono altro. Ma non è questo il punto. Non è una questione di numeri. Quelli poi si trovano…”: così un consigliere federale alla vigilia del primo consiglio federale dopo l’estate. Si terrà domani a Roma. “Approvazione del verbale della riunione dello scorso 27 luglio; comunicazioni del presidente; informativa del segretario generale; modifiche regolamentari; nomine di competenza; richiesta LNP Serie A di estinzione delle ammonizioni dopo la prima fase del campionato Primavera Timvision Cup 2021/2022; ratifica delibere di urgenza del presidente federale; varie ed eventuali”. All’ordine del giorno la riforma dei campionati non c’è, eppure sarà il vero tema, l’oggetto di un confronto serrato. L’ennesimo. È il pilastro di un’impalcatura che scricchiola. La riforma dei campionati. A luglio la Lega A aveva già risposto picche: a 18 non scendiamo. Molti presidenti spaventati dallo studio Deloitte sui minori ricavi. Il presidente della Lega A Paolo Dal Pino è pure vice-presidente federale, da mesi ormai in pianta stabile più a Roma (qualche giorno fa gli è toccato rincorrere persino un ladro che aveva scippato la moglie al ristorante) che a Milano: ancora non è riuscito a mediare. Sempre a Roma, un mese fa, nell’incontro al Coni con i Comitati regionali, Gravina s’era sentito rispondere così dal presidente Sibilia. «Abbiamo ascoltato le sue proposte. Le studiamo e poi formuleremo la nostra». Se s’affacciasse persino sul pianerottolo della B del fido Mauro Balata, Gravina sentirebbe spifferi velenosi.

La riforma dei campionati per ora è un pezzo di carta. Una brochure. Tredici pagine, lo stemma della Figc, l’intestazione Gabriele Gravina e un titolo, seguito da specifica con data: bozza al 30 agosto 2021. Tredici pagine: numeri, grafici, addizioni e sottrazioni, freccette e moltiplicazioni. Divisioni. Il conto non torna, però. Più che una fusione fredda, sembra un’equazione sballata. Tre anni di movimenti. Si parte da 262 club e si arriva nel 2024 a 298. Si parte da 4 campionati (A, B, Legapro e D) e se ne arriva a 6. Si parte dagli attuali 100 club professionistici per scendere a 58: però nel quadro definitivo (2023/2024) i grafici riportano 60, senza contare il frenetico abuso di freccette tra promozioni e retrocessioni, tra conferme e spostamenti. I conti proprio non tornano. Almeno qui è una questione algebrica. Non c’è mica bisogno del ragioniere. Per farsi un’idea, e prima di continuare, meglio leggere qui in basso i grafici.

Gravina e un pallone di carta. La riforma dei campionati è tutta un quiz

 

Gravina e un pallone di carta. La riforma dei campionati è tutta un quiz

Gravina e un pallone di carta. La riforma dei campionati è tutta un quiz

Gravina e un pallone di carta. La riforma dei campionati è tutta un quiz

Gravina e un pallone di carta. La riforma dei campionati è tutta un quiz

La riforma dei campionati, “la madre di tutte le riforme” per ora è questa. È un pezzo di carta. Una bozza. Un abbozzo. Gravina ce l’ha in tasca, la gira e la rigira mentre c’è chi l’accartoccia, la spallottola, la straccia. Con questa entrerà domani nella sala “Paolo Rossi” dove si terrà il consiglio federale. Sette mesi dopo la sua rielezione, una vittoria ottenuta a mani basse.

Nel suo programma elettorale s’era affidato a tante citazioni, una persino di Seneca. “Non c’è un vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. La calda estate è finita. È iniziato l’autunno. Cadono le foglie sui viali. Il viale del calcio italiano è pieno di buche. Non è terreno per marinai. Il marinaio Gravina avverte burrasca, mentre regge il timone dà un occhio alle carte: sa che difficilmente la riforma passerà così, in un consiglio federale da convocare specificatamente. L’aveva già detto, è pronto a ribadirlo ancora. Convocazione di un’assemblea straordinaria, con tutte le componenti del calcio. Convocazione necessaria per mettere mano allo Statuto federale. Da cambiare: per ottenere i voti necessari alla riforma devono però prima cambiare i pesi. Attualmente ci vorrebbe una maggioranza qualificata (i tre/quarti), per arrivare all’agognato via libera punta invece a ottenere il 50% più uno dei consensi. E per farlo, deve ridistribuire il peso tra le varie componenti del pallone azzurro. Quindi, prima il voto per cambiare lo Statuto. E poi quello per arrivare alla riforma. È un passaggio stretto, sempre più stretto da richieste, accordi, interessi. Il pallone si tiene stretto al petto, con le due mani. Una è quella della giustizia sportiva (ridefiniti gli organici e la pianta), l’altra è quella economica. Arrivare alla Legge Melandri, mettere mano alla mutualità, cambiarla. E poi, soprattutto far entrare i fondi. Progetto osteggiato, stoppato, eppure questo sì sempre all’ordine del giorno. Al primo punto, altro che riforme. «La criticità sta nel salto di categoria, per molti equivale a un alto nel buio, per molti porta poi al fallimento», ha detto. Il rischio invece è che il calcio italiano faccia altri salti all’indietro, altro che passo in avanti. E indietro rischia di finirci pure lui. Gravina, e chi l’ha appoggiato. Chi ha scommesso su di lui potrebbe presto cambiare bandiera. Lo sgonfio, consunto, lacerato pallone italiano è tutto qui. È autunno, l’inverno è vicino. Per arrivare a un’assemblea straordinaria bisogna che passino sessanta giorni dall’indizione. Il tempo scorre, bisogna arrivarci prima di dicembre. La montagna rischia di partorire un topolino. Senza salvagente, si affonda.

“Non c’è un vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Il marinaio Gravina troverà la rotta giusta anche davanti alla montagna? Per scalare vette ripide c’è poi bisogno di una corda resistente, altrimenti si rischia di precipitare. Non è più estate. Calda e promettente: almeno così era stata all’inizio, per Gravina. La vittoria agli Europei, i discorsi accanto a Mattarella e Draghi, il tandem finalmente trovato con Malagò, i fondi firmati sulle colonne dei quotidiani, persino la facciata del palazzo di via Allegri ritinteggiata con le immagini vittoriose della Nazionale di Mancini, ct all’epoca non scelto da lui. Poi, di nuovo, le prime grane, come non fossero bastate quelle di primavera, dai fondi bocciati alla Superlega, dalle interrogazioni parlamentari sul procuratore capo Giuseppe Chinè (vedi qui) ai plurimi incarichi di Giancarlo Viglione. L’incomprensione (eufemismo) con il Prefetto di Roma sulla sfilata del pullman azzurro tra le vie di Roma in piena pandemia, le rinnovate richieste d’interventi e aiuti di Stato al mondo del pallone, “un’industria importante del Paese, un’industria che accusa perdite per oltre un miliardo di euro”. Il primo altolà del Governo, le intromissioni e le dichiarazioni poco opportune nei confronti della Vezzali. Fuoco amico persino dalla Lega di A a metà luglio, quando il progetto di riforma dei campionati era tornato a far capolino. “Noi non scendiamo a 18”. E ancora: i presidenti di serie A che scrivono una mozione affidandola a Dal Pino dal titolo “Incremento da risultato”. La Lega A che chiede una percentuale sull’incremento economico derivato dalla vittoria di Wembley, somma da versare in Lega per progetti speciali. “Siamo noi che mettiamo a disposizione i giocatori, la Figc deve riconoscerci delle royalties”. Soldi, sempre soldi. Persino quei pochi giorni di vacanza in Sardegna bruciati, immolati al pallone. E così l’appassionata telefonata al collega federale spagnolo Rubiales. “Non puoi osteggiare l’ingresso dei fondi, sono una risorsa, sono la nuova via del calcio”. Il presidente spagnolo contrario (“una cosa illegale”) all’ingresso del fondo CVC mentre Tebas e la Liga (tranne Real e Barcellona) favorevoli e alla fine vincenti. Poteva Gravina non esimersi dal consiglio, visto che Cvc era il fondo che avrebbe dovuto immettere 1,6 miliardi di euro acquistando il 10% di una media-company creata all’uopo dai club di serie A? Non poteva, anche perché quel progetto (Scaroni, presidente del Milan, è vice-presidente di banca Rothschild, advisor di CVC) è sempre in pista, accantonato dopo il no del gruppo delle società guidato da Lotito e De Laurentiis a cui si sarebbero aggiunte Juventus e Inter. Due società adesso alle prese con situazioni di bilancio stringenti mentre il patron azzurro deve sistemare la grana multiproprietà e mentre Lotito è ancora fuori dalla porta del consiglio federale. Inciso: il Collegio di Garanzia del Coni il 7 settembre ha rispedito il giudizio alla Corte federale d’appello per la riformulazione della sanzione, i 12 mesi inflitti che lo toglierebbero definitivamente dal contesto non sono stati giudicati commisurati alle (presunte, a questo punto) responsabilità. Di solito trascorrono dieci giorni dalla pubblicazione delle motivazioni, necessarie poi per far ripartire il procedimento. Sono trascorsi 23 giorni e ancora nulla. Chissà, magari saranno cavilli e cavalli giuridici.

Cavilli, solo cavilli. Persino in quei pochi giorni di meritate vacanze in Sardegna, Gravina se li è sentiti ripetere. Lui a San Teodoro e Ghirelli a Budoni: pochi chilometri e frenetici incontri per trovare una quadra, un punto di accordo sulla riforma dei campionati. Sulla fusione fredda, come l’ha definita il presidente federale. Poca fusione invece con il Governo, dopo le continue dichiarazioni e provvedimenti magari avventati, poco feeling dopo il controcanto alle richieste e alle uscite imbarazzanti e taglienti del presidente del Coni Giovanni Malagò che chiede più soldi, più autonomia e un ministro dello Sport davanti al sottosegretario, l’ex fiorettista Valentina Vezzali, una campionessa di stile e di stoccate. «Non serve rimescolare le carte, Draghi quando ha scelto il suo Governo aveva le idee chiare e sa dove portare il Paese, lo sta dimostrando. Se tutti fanno il proprio, ci guadagna lo sport. Meglio concentrarsi sui contenuti, non su proposte irrealizzabili». Quel provvedimento firmato il 10 settembre poi, “sospensione per i club degli adempimenti fiscali e contributivi” un vero e proprio cazzotto, peggio ancora due giorni dopo la toppa alla pezza, “solo sospesi i controlli federali” provando a placare l’irritazione di Palazzo Chigi (vedi qui). Lì, dove a fine luglio, la Figc aveva spedito un plico (vedi qui). Conteneva il quadro catastrofico dei conti del calcio italiano, sulla base di un studio interno poi affidato alla società PwC che però avvertiva nel disclaimer “non forniamo alcuna garanzia sulla completezza e correttezza delle informazioni riportate nella Relazione”. Progetto Fenice, questo il titolo dello studio: all’interno promesse e richieste d’interventi urgenti, di sostegni robusti al calcio italiano. Quel progetto è rimasto sulla carta, a Palazzo Chigi è stato accartocciato non senza fastidio e imbarazzi, visto che il capo di Gabinetto del Mef è pur sempre il procuratore capo federale Giuseppe Chinè. «Voglio essere egoista nell’ipotizzare che la sua presenza ci possa aiutare»: così Gravina a febbraio, quando il consigliere di Stato entrò nel palazzo di via XX settembre, chiamato al servizio dal ministro Daniele Franco. Per provare a riguadagnare credito e aperture di una linea di credito, consigliato dal pontiere Scaroni, Gravina ora sta provando a mettersi in riga. Non c’è provvedimento governativo che non lodi, sia pur briciole per lui diventano oro. Come i 56 milioni di euro riconosciuti dal recentissimo Decreto Sostegni: ristori ai club per le spese sostenute dalle società per i tamponi. «Un risultato straordinario reso possibile dal gioco di squadra, e in particolare ringrazio la sottosegretaria Vezzali. Con la firma di oggi le nostre società potranno usufruire di un aiuto concreto in una situazione generale che resta molto complessa». E ancora, proprio ieri l’altro, sull’aumento della capienza negli stadi portata al 75%. «L’apertura del Governo sull’aumento della capienza negli stadi è un’ottima notizia, la sottosegretaria allo Sport Valentina Vezzali sta lavorando senza sosta per arrivare ad un risultato per noi fondamentale e per questo dobbiamo ringraziarla». Riposizionamento obbligato per ottenere un riallineamento.

E mentre Gravina prova a ricucire all’esterno, dentro il palazzo di via Allegri prova a serrare le fila. C’è chi lo tira a destra e chi a sinistra, c’è chi chiede e chi aspetta. Aspetta ad esempio di capire Giancarlo Viglione diventato nel corso di questi mesi sempre più centro della vita federale. L’attuale coordinatore delle segreterie degli organi di giustizia federale pare mirasse alla poltrona di segretario generale. Gli ultimi risultati e qualche consiglio (pare anche dei numi tutelari Carraro e Abete) sembra che abbiano convinto Gravina a raffreddarne le aspettative pur se la poltrona dell’attuale segretario Marco Brunelli continui a traballare. Oggetto di una vera e propria scossa tellurica invece i rapporti tra gli arbitri e la presidenza Figc. Il caso Bergamo (vedi qui) ha dilaniato rapporti ed equilibri con la presidenza Trentalange-Buglioni: Paolo Bergamo ha rimesso la tessera ma Gravina non ha riposto le intenzioni più volte annunciate e ribadite persino il 30 agosto nel salone del Coni incontrando i rappresentanti della Lnd. “Agli arbitri toglierò il 2%, non avranno più peso elettorale nel consiglio federale”. Alle minacce sarebbe poi seguito un avvertimento, lanciato ai rappresentanti della Lega retta dall’avversario Sibilia mentre tanti Comitati (sarà frutto dell’instacabile tour e di alcuni procedimenti di giustizia federale?) passati ormai dall’altra parte. “A breve partirà un audit sui controlli delle spese, ci sono Comitati che hanno oltrepassato ogni misura”.

E qui, partendo da arbitri e Comitati Regionali, si ritorna a bomba. Anzi, alla fusione fredda. Alla riforma dei campionati. Per ottenere il sì Gravina deve ridefinire la mappa dei pesi elettorali, deve riscrivere lo Statuto, deve riconoscere ad alcune componenti (ad esempio la Lega A) maggiore peso, deve trovare la bilancia con Ghirelli, deve assicurare ai Comitati sostegno e interventi, senza dimenticare Aic, Aiac e ancora. Deve prima ottenere soldi e poi deve girarli, deve distribuirli senza scontentare. Deve soprattutto trovare il modo e il voto per aprire la porta della Lega A ai fondi. La madre di tutte le partite è proprio questa. Altro che riforma dei campionati, quella è solo una bozza, numeri che per ora non si trovano eppure non conta: fa nulla, si troveranno. Il marinaio Gravina deve trovare la rotta dentro un mare in tempesta. “Non c’è un vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Chissà se la citazione di Seneca gli basterà.

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