Arbitri, faide e veleni senza fine. Guida senza Mondiale per colpa di Fabbri. Bagarre voto: Pisacreta in pole. Orsato-Can A: stop, tornano le sirene estere

Aia: acque sempre più agitate. L'internazionale stoppato dalla rinuncia del collega ad uscire dal Var. Nomine e commissioni: patata bollente a Messina. Vari gruppi si muovono per le elezioni. Monta intanto la protesta dei presidenti di sezione. Attesa per Malagò. Le mosse di Affinito, Zaroli e Trentalange
Arbitri della Can A-B a Coverciano in uno degli ultimi raduni Aia

È una faida infinita. Dura da anni senza concedere tregua. È una faida che ogni giorno semina veleni. Apre nuove contese, dispensa pagine imbrattate, dispiega energie consunte. È una faida intestina. Ha raso al suolo l’immagine e il valore della classe dirigente, ha dilaniato la tenuta psicofisica degli arbitri in campo, ha desertificato le iscrizioni di nuove leve, ha divelto la capacità di produrre nuove eccellenze.

Dal 2021 sono cambiati ben quattro presidenti, ci sono state tre assemblee elettive, il procuratore capo dell’Aia, il già pregiudicato Rosario D’Onofrio, è stato arrestato (e poi nuovamente condannato) per traffico internazionale di stupefacenti, due presidenti dell’associazione italiana arbitri sono stati deferiti e giudicati dalla giustizia federale (Alfredo Trentalange prima condannato e poi assolto, Antonio Zappi invece condannato e infine decaduto), il designatore degli arbitri di serie A (Gianluca Rocchi) sotto inchiesta penale della Procura di Milano, il 2% di voto come componente federale perso, persa pure l’autonomia della giustizia domestica, il distacco degli arbitri di A verso un organismo professionistico sospeso per cause di forza maggiore e…

E l’elenco potrebbe continuare all’infinito, tra varie rimborsopoli, voti taroccati e budget sforati. Ci sarebbe da mettere un punto, azzerare tutto e ricostruire. Ripartendo dalla base (e dall’etica, dal valore, dal merito). E invece. «La riforma arbitrale? È un rimpianto. Mi dispiace che il Collegio di Garanzia abbia bloccato quello che avevamo in mente per riscrivere i regolamenti. È un’associazione che ha cambiato 4 presidenti in 4 anni e che vive di lotte intestine. Ora assisteremo all’ennesimo spargimento di sangue a discapito degli arbitri in campo, che restano delle eccellenze. L’Aia va rivoluzionata». Sono le parole pronunciate (pubblicata sul “Corriere dello Sport”, l’intervista è di due giorni fa) da Gabriele Gravina, il presidente federale dimissionario che, come fosse un lascito della sua governance durata otto anni, sul punto arbitrale ha omesso un passaggio importante, decisivo. Parte delle responsabilità di questa discesa nello sprofondo (c’è chi sostiene, gran parte delle responsabilità) sono da ascriversi alla sempre più invasiva azione (pressioni, influenze, simpatie etc. etc.) esercitata del presidente federale e dei suoi più vicini consiglieri (Giancarlo Viglione, più che Marco Brunelli), azione che prevedeva, in ultima battuta, dopo la decaduta di Zappi, il commissariamento Aia (sulla vicenda abbiamo scritto a fiumi, basta navigare sul sito). Azione stoppata dalle dimissioni post-Bosnia di Gravina che, con queste parole («l’Aia va rivoluzionata») adesso ha come fatto un gravoso lascito al futuro presidente federale (da lunedì toccherà a Giovanni Malagò, la questione del presunto pantouflage si è rivelata, come previsto, l’ultimo tentativo politico di mettere le mani sul calcio, leggi qui) che riceverà l’avvelenata palla proprio in una fase delicata, delicatissima per il mondo dei fischietti tricolore.

Tra dieci giorni inizia la nuova stagione, e sul tavolo ci sono (oltre le dismissioni e promozioni nei quadri arbitrali) le strategiche (e in alcuni casi, remunerative) nomine delle commissioni, tutte di durata biennale. Un’ipoteca di consenso politico, un marchio a fuoco: per chi dovrà farle e distribuirle. E qui nasce il punto. Decaduto il presidente Zappi, il Comitato Nazionale sarebbe dovuto decadere a cascata, e invece la cascata si è fermata. Su un punto a strapiombo. Un piano inclinato. Un piano pericoloso. La conduzione è infatti passata in mano al vice-vicario Francesco Massini e all’attivissimo altro vice, Michele Affinito: i due, come se nulla fosse successo, continuando a tenere le fila del comitato nazionale, hanno proceduto alla nomina, pardon, alla individuazione (i due termini, nel giro di pochi minuti, sono stati utilizzati nella comunicazione ufficiale) del 64enne bergamasco Domenico Messina come primo direttore tecnico dell’Aia (la notizia anticipata, leggi qui), una figura prevista dall’ultimo regolamento dell’associazione, una figura la cui funzione sta soprattutto nel procedere alle nomine dei componenti delle varie commissioni e dei loro responsabili.

Non sfugga un particolare: Messina era l’uomo al quale la Figc di Gravina (leggi qui) aveva pensato come profilo fondamentale nell’ipotizzato commissariamento, svanito solo perché improponibile da parte di un presidente federale dimissionario. E non sfugga un altro particolare: subito dopo la comunicazione ufficiale, il decaduto Zappi ha postato (sul proprio profilo social) un commento. «…La decisione assunta oggi dal Comitato Nazionale dà concreta attuazione all’art. 10-bis del Regolamento Associativo e segna l’avvio operativo di un nuovo modello organizzativo che ho personalmente ideato, scritto e proposto al mio Comitato Nazionale con cui intendevo liberare l’Aia dal pantano della politica associativa deteriore, e con l’obiettivo di rafforzare il coordinamento tecnico, la formazione e la valorizzazione del patrimonio arbitrale nazionale. Questa riforma nasce per separare con chiarezza la gestione politica da quella tecnica dell’Aia..». Si può dar torto a chi ha commentato queste parole come un atto (l’ultimo atto) della presidenza Zappi che, pur decaduta, ha voluto mettere un punto e lanciare, nell’infuocato, pasticciato e velenoso agone elettorale che già si è aperto per la sua successione, la candidatura del vice, Michele Affinito? Come etichettare il pensiero (assai diffuso, in realtà) che, dentro e fuori il mondo arbitrale, sottolinea come la nomina del direttore tecnico, in questa fase così cruciale e confusa, sia solo l’ultimo tentativo dell’uscente governance di restare aggrappata e avvinghiata al consenso, al voto, al futuro gestionale e politico dell’associazione italiana arbitri? Perché coinvolgere proprio ora una figura, apprezzata e stimata da tutti, come Messina, costringendolo a passi e passaggi delicati?

A meno di sorprese, Domenico Messina, dopo la triennale esperienza all’estero tra Malta e Serbia, entrerà intanto a regime dall’1 luglio, dopo aver trovato, non senza fatica, la quadra sulle cifre (e sul regime) del compenso. La quadra però non torna su un altro aspetto, assai più delicato, un aspetto che si muove dentro un labirinto senza apparente via d’uscita. In sintesi estrema: l’attuale Comitato Nazionale è svuotato e al passo d’addio, il nuovo presidente federale verrà eletto il 22 giugno, il 30 giugno decadono tutti i componenti delle varie commissioni e verranno abolite le Commissioni osservatori (sia quella dei professionisti che quella della D), dall’1 luglio il nuovo direttore tecnico dovrebbe scegliere e nominare le nuove commissioni con (da regolamento) incarichi biennali (dalla Can A-B a scendere fino al calcio a 5), nomine che fino allo scorso anno spettavano al Comitato Nazionale, comitato nazionale uscente che intanto ha avviato le procedure per le future elezioni Aia che dovrebbero tenersi tra settembre e ottobre. In questo scenario è pensabile, è lecito, è normale, procedere alle nomine delle nuove commissioni che, indipendentemente da Messina, avrebbero comunque e inevitabilmente come marchio di fabbrica l’uscente comitato nazionale col candidato Affinito? E sarebbe normale che il nuovo Comitato nazionale, tra soli tre mesi, si ritrovi con nomine e componenti che non ha valutato, proposto, scelto, compreso l’incarico, appena assegnato, del dt? Non vorremmo essere nei panni di Mimmo Messina, che si ritrova davanti ad un bivio delicato assai: procederà “congelando” le nomine e prorogando gli attuali organici (ma in serie A dovrebbe comunque mettere mano alla scelta più delicata: il designatore) fin quando non entrerà in funzione il nuovo Comitato Nazionale, oppure procederà con le nuove nomine? Aspetterà che il nuovo presidente federale entri in carica, o andrà spedito con le nomine? È ragionevole ipotizzare come il nuovo presidente federale possa subito mettere mano alla prima delicatissima questione, che viene prima persino della scelta del nuovo ct: Giovanni Malagò si è già informato, ha già dato una scorsa al dossier arbitri (qui il passaggio sugli arbitri nei programmi elettorali di Malagò e Abete), sa bene che il mondo arbitrale è una componente fondamentale (senza arbitri le partite non si giocano) del pallone e sa che servirà una scossa per farlo risalire dal burrone nel quale è sprofondato. Andrà di commissariamento, oppure lascerà che le procedure elettorali corrano fino al capolinea elettorale autunnale?

In attesa di risposte, si ritrova già con altre due grane arbitrali, altre due faide, altre due disfide. Prima di venire a quelle elettorali, veniamo a quella…Mondiale. Senza la nostra Nazionale, l’azzurro tricolore è rappresentato in questi giorni, nella kermesse americana, dalla componente arbitrale. Maurizio Mariani arbitro, gli assistenti Daniele Bindoni e Alberto Tegoni, e il video match official Marco Di Bello. In realtà gli arbitri italiani avrebbero potuto essere due, e l’altro fischietto sarebbe stato Marco Guida, insignito quest’anno del premio “Stefano Farina” e lo scorso anno di quello intitolato alla memoria di Michelotti. L’internazionale della sezione di Torre Annunziata è anche il rappresentante degli arbitri in attività: aveva nel mirino questa edizione del Mondiale come ultima possibilità di fischiare a un Campionato del Mondo. E la concreta possibilità c’era: c’era però “solo” da fare uno spostamento. All’Aia era stata comunicata dalla Fifa (il designatore è Collina) anche la strada: bisognava togliere un internazionale italiano dalla squadra Var. Sarebbe stata una variazione momentanea, una variazione per un anno, poi il “sacrificato” sarebbe stato ripescato. Pare però che questa variazione non si sia concretizzata perché il “prescelto” da sacrificare (per un anno) ha detto di no. Il “prescelto” pare fosse Michael Fabbri della sezione di Ravenna. Il suo niet ha così vanificato la possibilità che Guida andasse a dirigere negli States, gli ha precluso il Mondiale. Una vicenda che (pare) Guida non abbia preso benissimo, specie nei confronti del collega Fabbri: a testimoniare di queste frizioni e veleni ci sarebbero messaggi e scambi di vedute in alcune chat arbitrali.

Chat intasatissime in questi giorni, invase da possibili formazioni elettorali e da indiscrezioni su accordi, disaccordi, colpi bassi e colpi in canna. Non c’è ancora una data ufficiale per l’assemblea elettiva, eppure è tutto un fiorire di ipotesi e manovre, tentativi di bruciare candidati e gruppi, manovre per coagulare consensi e disarmare rivali. Sembra fantascienza, eppure è tutto reale. Come reale è intanto la protesta-sommossa (termini da intendersi come assolutamente pacifici) che dalla base sta prendendo rapidamente piede. Un segnale è arrivato già nel corso dell’ultima riunione in video-conferenza indetta dal Comitato Nazionale con i 206 presidenti di sezione per stabilire i passaggi che porteranno all’elezione dei delegati all’assemblea elettiva nazionale: oltre sessanta quelli che hanno disertato. Pare si siano persi poco o nulla: s’è discusso se gli arbitri “onorari” possano o meno votare (saranno 10 in tutta Italia) o se i delegati si calcolano su tesserati fine giugno ‘25 o ‘26. Nessuna possibilità di dibattito, tranne qualche timido accenno (“parlate, parlate, ma intanto le notizie le apprendiamo dai giornali, dal web, dalla tv”): a tenere la scena, per oltre novanta minuti, soltanto Massini e Di Stasio. Tornando alle ingenti assenze, sintomo di un chiaro disagio. Secondo alcune indiscrezioni provenienti dal territorio, non si escludono forme di protesta simbolica in occasione delle prossime consultazioni, compresa l’ipotesi del voto in bianco. “Foglio bianco” è ad esempio l’iniziativa di cui si è fatto promotore l’ex presidente della sezione di Foggia, Antonello Di Paola. “Sento parlare di nuove elezioni nell’Aia. Sarebbe stato meglio un commissario per evitare le solite fazioni con pacchetti di voti precostituiti. Così avete rovinato i ragazzi, ora basta! E’ arrivato il momento di una rivoluzione della base, di rompere gli schemi: FOGLIO BIANCO!”: questo l’eloquente post social.

Restando ai social (e non solo). Girano vorticosamente su chat whatsapp e su post social le probabili squadre elettorali, decise a scendere in campo nell’agone elettorale non senza esclusioni di colpi. Nella variopinta e variegata forma comunicativa (che dietro si nascondano trappole o mosse strategiche) si iscriverebbe, ad esempio, quella che starebbe mettendo in campo il duo PacificiZaroli. Il primo era succeduto a Trentalange, prima di lasciare il passo a Zappi, il secondo, influente dirigente della Lombardia, era stato nel Comitato di Trentalange da cui poi aveva preso le distanze, avvicinandosi alle sponde federali e a quella di Pacifici: pur non candidandosi ufficialmente, starebbe tirando le fila. Nella fila della squadra che dovrebbe avere come candidato presidente Carlo Pacifici, ci sarebbero poi Pizzi, Falvo, Perona, Cavanna, Reni, Maglietta e Rossomando. Improbabile assai invece la propugnata partecipazione di Katia Senesi, da sempre legata alla corrente di Trentalange e Baglioni. Movimenti anche nell’area riconducibile a Dondarini. Resta da capire se l’ex arbitro intenda realmente puntare alla presidenza o se la sua presenza nello scenario elettorale possa rappresentare una mossa tattica finalizzata a un futuro incarico di natura tecnica. Attorno al suo nome continuano a rincorrersi indiscrezioni su possibili figure di alto profilo pronte a entrare in gioco nel momento decisivo della competizione (pare però da escludere l’ipotesi Rizzoli). Sia nel primo caso che nel secondo, però, si ha come l’impressione che siano situazioni in evoluzione, attendiste, pronte a confluire sul candidato (e sulla squadra) favorita. Perché c’è chi sta ancora ben attento a non scoprire tutti i veli.

Non li ha scoperti ancora, ma è chiaro ormai e da tempo, che alla corsa per il nuovo presidente Aia si sia iscritto il napoletano (di Frattamaggiore) Michele Affinito, attualmente vice con Massini del Comitato nazionale uscente. Nella sua squadra potrebbero esserci Serena, Falso, Lops, Perrone, Terzo, Finzi, Garoffolo e un’altra candidata. A lasciar intendere come Affinito punti con decisione alla presidenza ci sarebbero (sono voci di corridoio) anche le mosse per blindarsi nella sua Campania. Nel valzer di nomine e spostamenti, allora, Marcello Ambrosino passerebbe al Cra Campania al posto di Stefano Pagano, destinato a entrare nella Can D: Ambrosino “deve lasciare” perché il figlio sta per entrare, come arbitro, nella Can C e dunque la sua presenza come osservatore non sarebbe proponibile. Un posto nella Can C ci sarebbe per Giancarlo Rubino, valente dirigente ex presidente del Cra Campania ai tempi del Covid, troppo frettolosamente congedato e sacrificato. Sulla scacchiera, intanto, si muovono altri due gruppi. Il primo fa capo, in un certo senso, al salernitano Narciso Pisacreta: più volte il suo nome è stato fatto anche come commissario Aia, ha alle spalle una grande esperienza, è apprezzato un po’ da tutte le “correnti” che gli riconoscono una grande capacità normativa e organizzativa, è in ottimi rapporti col neo dt Messina col quale condivide visione e orizzonti. È dato in pole. È stato, in passato, il vice di Marcello Nicchi. Intorno a lui si riconoscono gli ex big fischietti (e dirigenti) arbitrali italiani, tra cui ad esempio Collina, Rizzoli, Rosetti e anche il neo dt Messina. Proprio questo aspetto potrebbe giocare un ruolo decisivo nella sfida elettorale. Un bene informato rivela: “Se si schierano ufficialmente, Pisacreta o un altro esponente del giro, sarebbe il naturale favorito. Il problema sarebbe invece se lo appoggiano ma senza metterci la faccia…”. Detto poi che negli ultimi giorni ha preso a circolare anche il nome di Maurizio Ciampi (l’ex designatore della Can C sacrificato da Zappi per far posto a Daniele Orsato: un passaggio che è costato la decadenza a Zappi), c’è poi un altro gruppo che si muove con determinazione per arrivare a trovare una soluzione.

È il gruppo di Trentalange e Duccio Baglioni, gruppo che, dopo un’intensa attività politica tesa anche a presentarsi con un proprio candidato, pare abbia dirottato su una strategia più dialogante con altre componenti associative, specie nei confronti del “gruppo Pisacreta”. Tra le possibili candidature, emerge poi anche quella di Giuseppe Fonisto. Ex arbitro nei campionati professionistici, già presidente di sezione a Napoli e presidente della Commissione di Disciplina d’Appello, ultimo grado della giustizia domestica arbitrale prima dell’incorporazione nella giustizia federale Figc, Fonisto starebbe valutando la possibilità di scendere in campo dopo un’intensa attività sindacale condotta in nome di tutele e riconoscimenti nei confronti della categoria arbitrale, specie quella di base. Su questa possibile alleanza peserebbe però un aspetto: raccontano che tra Pisacreta e Baglioni non scorra proprio una corresponsione di amorosi sensi: un rapporto incrinatosi anni fa e mai (almeno finora) recuperato. Ma le vie elettorali, si sa, sono infinite.

Come da infinito tempo si vocifera di una promozione per Daniele Orsato che, dopo appena un anno di Can C (non senza ombre: leggasi ad esempio la vicenda finita all’attenzione anche del procuratore capo Figc Giuseppe Chinè: leggi qui) potrebbe prendere l’agognato posto che è stato per quattro anni di Gianluca Rocchi (l’inchiesta milanese si è sgonfiata, come prevedibile). Ovviamente, nel caso specifico, toccherebbe al neo dt Messina procedere alla nomina, se appunto non dovesse congelare tutto in attesa della nuova governance. A Messina è sempre stata riconosciuta una grande indipendenza: quando era designatore non ha mai guardato al nome o al peso dell’arbitro, lui designava per le partite sul merito e sulla forma. Tornando all’aspirazione di Orsato: c’è chi assicura come sia destinata a restare tale. Per tre ordini di motivo. Uno: è reduce dalla nomina dello scorso anno alla Can C con tutti gli annessi e connessi che ne sono conseguiti, come ad esempio la testa di Zappi e quella di Ciampi, e le condizioni poste per accettare il remunerativo incarico, e cioè che i suoi storici collaboratori (Carbone e Giallatini) entrassero nella squadra Can con apposito aumento dei compensi rispetto ai precedenti, motivati (quello di Orsato, in specie) dalla sperimentazione dell’Fvs rivelatosi (chi ha assistito agli incontri può urlarlo) fallimentare e farsesco (nel 97% dei casi contestati l’arbitro ha sempre confermato la prima decisione: se avesse cambiato, avrebbe perso decimi preziosi nel voto), un esperimento suggerito da Collina a Matteo Marani e da questi voluto in Lega Pro. Secondo motivo: per il carattere che ha, la stragrande maggioranza degli attuali fischietti di A e B non sarebbe entusiasta (eufemismo) della scelta. Terzo motivo: Orsato si è politicamente schierato a fine 2024 nella candidatura di Zappi e questo non è stato dimenticato. E così le sue quotazioni sarebbero in netta discesa. Sarà per questo che sono tornate prepotentemente a galla le voci di un suo prossimo incarico all’estero? Che stia cominciando l’ennesima faida?

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