Arbitri, manovre e correnti. Commissario Figc sull’uscio. Apricena torna dal passato e si presenta con Ferro. Le idee di Malagò e Abete su futuro Aia

La sezione consultiva del Collegio dello Sport al Coni prepara il parere chiesto da Gravina. Brunelli o Di Sebastiano con vice-commissario Aia. La manovra di Apricena che lancia l'ex senatore di Forza Italia mentre il "gruppo dei saggi" cerca unità. In stallo l'inchiesta su Rocchi
Gravina, Zappi, Brunelli, Rocchi e Viglione

L’eliminazione dell’Italia dalla fase finale del Mondiale ha prodotto le dimissioni di Gabriele Gravina: di riflesso, è così svanito l’avvio della Pgmol italiana, cioè l’organismo professionistico arbitrale al quale il soggetto federale (attraverso il segretario Marco Brunelli e il responsabile dell’ufficio giuridico Giancarlo Viglione) e profili della Lega serie A avevano lavorato per mesi e che, in sostanza ed in sintesi, avrebbe di fatto “impoverito” l’Aia, privandola della Can A-B. L’inchiesta della Procura della Repubblica di Milano avviata dal pm Maurizio Ascione – fuoriuscita in pompa magna alle cronache proprio subito dopo il ko della Nazionale, quando cioè sarebbe cronologicamente partita la tambureggiante richiesta di commissariamento della Federcalcio rispedita ai mittenti – sulle presunte malefatte del designatore Gianluca Rocchi, ha provocato l’autosospensione del capo della Can: di riflesso, è ovviamente svanita la possibilità (concreta) che fosse proprio lui il primo direttore tecnico del nuovo organismo e, ancor più di riflesso, lo ha “eliminato” dall’ipotetica corsa ad una futura candidatura elettorale. La decadenza infine sancita – dopo i mesi trascorsi dai due giudizi sportivi (tribunale federale e corte d’appello) – dal Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni del presidente dell’Aia Antonio Zappi (la vicenda è arcinota, l’inibizione è di 13 mesi) ha finalmente indotto, appena una settimana fa, il Comitato Nazionale Aia a prenderne atto (non senza divisioni e veleni al proprio interno, tra chi voleva andare allo scontro e chi lavorava a una sorta di tregua) arrendendosi e alzando le mani (in senso di resa) nel penultimo consiglio federale dell’era Gravina e così, di riflesso, il dimissionario presidente della Federcalcio, prima di dar corso al commissariamento, ha dovuto chiedere un parere alla sezione consultiva del Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni: posso commissariare l’Aia da dimissionario oppure no?

Il parere è stato girato alla sezione consultiva, presieduta dalla professoressa Virginia Zambrano: la risposta è attesa ad horas, anche perché l’ultimo consiglio federale pre-elettorale è in programma il prossimo 26 maggio. Poi, toccherà al nuovo numero uno di via Allegri (che di fatto governerà con gli attuali componenti del consiglio federale, quelli cioè eletti con Gravina, proclamato al 98% appena sedici mesi fa) prendere decisioni. E, su questo versante, cioè quello arbitrale, i candidati Giovanni Malagò e Giancarlo Abete nei rispettivi programmi sulla questione arbitrale non si sono poi sbilanciati molto. Le urne daranno l’esito solo il 22 giugno: una settimana dopo dovranno essere pronti i quadri arbitrali dei promossi, dei confermati e dei dismessi, e ai primi di luglio dovranno essere varate le nuove commissioni, con i designatori e i componenti. Scelte delicate, delicatissime vista l’ultima stagione trascorsa, e considerato che, proprio in relazione alle nomine dello scorso anno, è scaturita l’inchiesta della Procura Figc con la relativa condanna dell’ex presidente Antonio Zappi.

Il quadro (parziale) è questo. E, dentro questa cornice, il movimento arbitrale appare come una “natura morta”: magari fossero somiglianti a quelle celebri e inimitabili prodotte dalla vena di artisti come Cezanne, Caravaggio, Van Gogh. La “natura morta” sta per un’associazione che, dopo aver perso autonomia e autorevolezza, s’è lasciata travolgere (accade da anni) da lotte intestine e di potere, perdendo contatto con la realtà e la base. Dentro l’attuale cornice, adesso, si muovono nuove e vecchie correnti, nuovi e vecchi gruppi: c’è chi sta provando a ritessere le fila nel tentativo di riunire e pacificare le varie anime in modo da presentarsi alla Federcalcio (pronta al commissariamento) come un soggetto che non “merita” l’estinzione o un assoggettamento-assorbimento totale, e c’è poi chi sta lavorando a una sorta di operazione nostalgica che affonda (addirittura) nel lontano passato, un’operazione “ad excludendum” che prevede l’estromissione di profili e taglie pesanti, mettendo poi in fuorigioco quella sorta di “Comitato dei saggi” (qui l’articolo) pronto a riannodare, e serrare almeno un po’, le fila.

Tagliare fuori tutti quelli che hanno avuto cariche e ruoli nell’Aia dal 2012 in poi, cioè dal “secondo Nicchi” in poi, (ri)presentandosi come il nuovo soggetto a cui affidare le sorti dell’associazione: è questo il tentativo che l’ex candidato Aia (erano le elezioni del 2009…) Matteo Apricena sta portando avanti, coinvolgendo profili noti e meno noti (molti dei quali finiti in soffitta) e avanzando il nome di Massimo Ferro come espressione di questa sorta di “nouvelle vague” buona chissà, persino per le future elezioni. Un coinvolgimento che avrebbe un sapore anche politico, visto che il 67enne ex arbitro veneto è un esponente di Forza Italia, forza politica per la quale è stato deputato e poi senatore. Questo tentativo, che in origine avrebbe coinvolto anche “ambasciatori” di altri gruppi, ha prodotto una serie di incontri e di ipotesi: mercoledì, cioè domani, sarebbe in programma un altro summit, a Roma.

Questa vicenda è però soltanto l’ennesima conferma di un’associazione in declino, allo sbando. L’Aia sta vivendo la fase più confusa, fragile e politicamente devastata della propria storia, non solo quella recente. Non ha più la giustizia domestica, non ha più quella pur insignificante percentuale come componente federale che comunque le conferiva un ruolo attivo. Non ha più un sistema dirigenziale credibile. Ha una base (oltre trentamila associati) delusa, disamorata, demotivata. Il punto di rottura non è certo stata (e qui è davvero paradossale) la caduta di Antonio Zappi, travolto da una vicenda disciplinare che ha portato il consiglio federale a ratificarne la decadenza. Il punto di rottura risiede in realtà un’associazione che da anni si muove senza una bussola, senza una prospettiva condivisa, soprattutto senza una classe dirigente capace di immaginare un futuro diverso dal galleggiamento quotidiano. Da qui sono nate e scaturite una serie di vicende (questo sito ne è pieno) straordinariamente allucinanti e gravissime.

Gravissima. Eppure passata come una sorta di carezza: la decisione del consiglio federale della scorsa settimana è stata chiarissima. Il commissariamento non è più un’ipotesi giornalistica, o una suggestione da corridoio: è cosa fatta sul piano politico. Il comunicato federale ha lasciato pochissimo spazio alle interpretazioni. Gravina ha parlato apertamente di “criticità politico-organizzative”, di “situazione di incertezza interna”, di “non serenità” e di una fase segnata da “rilevanti criticità operative”. Parole pesantissime, aggravate dal fatto che sono arrivate dopo una lettera dello stesso Comitato Nazionale Aia che, sostanzialmente, aveva certificato l’incapacità dell’associazione di affrontare un percorso elettorale ordinario (nel comunicato la premura principale è stata quella di sottolineare come non sia stato sforato il budget 2025 – la vicenda aveva provocato un’indagine interna alla Figc – a differenza di quanto paventato e scritto).

Quanto alla scelta del nome del futuro commissario si resta sempre sullo stesso punto: un commissario espressione Figc (Brunelli o Di Sebastiano) affiancato da vice-commissario/i espressioni Aia (e qui l’elenco scorre da Pacifici a Massini, da Pisacreta a Trefoloni). La scelta è solo da ratificare nel consiglio federale del 26 maggio. Il precedente consiglio ha invece inviato la richiesta di un parere alla sezione consultiva del Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni. Il parere riguarda l’idoneità/capacità del presidente di commissariare, stante le sue dimissioni. La risposta potrebbe essere positiva o chissà, anche interlocutoria. In questo secondo caso (difficile) del tipo: visto che il commissariamento potrebbe in teoria essere impugnato e, in ultima istanza, pervenire al Collegio di Garanzia per il giudizio finale, mi si chiede di anticipare la mia decisione e perciò non ti rispondo…

In attesa della risposta, torniamo alla quesione commissariamento. Passaggio che è ormai solo un dettaglio tecnico-istituzionale. Politicamente la decisione è stata presa (da tempo): l’Aia sarà commissariata per tentare di ripristinare un minimo di governabilità (si proverà a riscrivere norme e regolamenti, e un nuovo, più amplio, consesso elettorale). Ed è qui che emerge un (primo) grande paradosso. Per anni si è raccontato che il problema dell’Aia fosse nato a causa della stagione di Alfredo Trentalange. Ma la verità è assai più complessa. Se non fosse esploso a fine 2022 l’affaire D’Onofrio – vicenda dalla quale Trentalange era estraneo sul piano personale – chissà, probabilmente oggi sarebbe ancora presidente, forse addirittura avviato verso un secondo mandato. Al netto di errori (e nomine, e incarichi), la gestione del piemontese aveva almeno fatto immaginare l’apertura di una fase nuova, una fase che provava a ridare centralità alla dimensione associativa pur con limiti e nodi.

Qui, attenzione, non si tratta di difendere l’operato di Trentalange e di chi gli stava accanto, che di responsabilità ne hanno avute: bisogna però ricordare come, proprio da quel delicato momento (cioè dalle sue dimissioni), l’Aia ha perso quel suo profilo di indipendenza che faticosamente aveva provato a mantenere. Da quella vicenda è scaturita prima la perdita della giustizia domestica, e da lì l’invasione (e l’influenza, sempre più potente e prepotente) federale nelle vicende Aia non s’è più arrestata. L’Aia è così ripiombata dentro la sua eterna guerra civile. Oggi il quadro è persino peggiore, perché alla crisi politica si somma un’impressionante povertà progettuale, che, a ben vedere esce anche fuori dal perimetro Aia. Basta leggere le riflessioni di Giancarlo Abete e Giovanni Malagò, contenute nei rispettivi programmi. Parole corrette, istituzionali, persino condivisibili in alcuni passaggi. Ma cosa dicono davvero sul futuro dell’associazione arbitri? Poco o nulla.

Abete propone la separazione tra componente tecnica e associativa, denuncia la deriva assemblearista, richiama la necessità di riorganizzare il sistema. Ma manca completamente una visione concreta di come ricostruire l’identità arbitrale dopo anni di lacerazioni. Sembra più l’analisi di un osservatore esterno che il progetto di chi conosce fino in fondo le dinamiche profonde dell’associazione. Malagò, dal canto suo, insiste sui grandi principi: indipendenza, tecnologia, credibilità, formazione, comunicazione. Tutto giusto. Ma siamo ancora dentro un linguaggio da convegno istituzionale, lontanissimo dalla realtà quotidiana dell’Aia, dalle sezioni impoverite, dalla crisi del reclutamento, dalle lotte interne, dal crollo di autorevolezza dei gruppi dirigenti. Parlare di Var, innovazione e comunicazione quando l’associazione non riesce nemmeno a trovare una sintesi politica minima rischia di essere esercizio retorico. O no?

Nel frattempo, mentre il commissariamento avanza, spuntano nuove iniziative “politiche”. Come scritto prima. Alcuni antichi dirigenti avrebbero infatti avviato un percorso alternativo. Non i cosiddetti “saggi”, quella sorta di “Comitato di salute” che stava provando a rimettere i pezzi delle varie anime intorno a un progetto di rinascita (provando a sanare vecchi contrasti, ad esempio quelli tra Baglioni e Zaroli) che avrebbe dovuto (o potrebbe ancora?) mettere insieme profili diversi (da Nicchi e Pisacreta a Trentalange e Baglioni, da Pacifici e Massini a Zaroli) sotto l’egida di “bandiere” come Collina, Rizzoli, Rosetti, (provare magari a recuperare anche un profilo come quello di Gavillucci che ha “pagato”, ingiustamente, un prezzo troppo alto, con il ritiro tessera, non sarebbe male). Un’operazione di unità, si racconta, che sarebbe ancora in vita.

Questa seconda operazione, invece, è partita col piede in fallo. È una sorta di conventio ad excludendum contro chiunque abbia avuto responsabilità nell’Aia degli ultimi quattordici anni. Da Nicchi in giù, per capirci… Un’impostazione paradossale, soprattutto in un’associazione che avrebbe bisogno esattamente del contrario: inclusione, pacificazione, ricostruzione di un minimo di tessuto comune. E invece si è tornato al piccolo cabotaggio, alle vecchie vendette, ai recinti identitari, alle epurazioni preventive. Con dinamiche che riportano alla memoria personaggi e stagioni che sembravano archiviate.

Il promotore di questa iniziativa è Matteo Apricena (il nome attorno a cui coagulare queste forse l’esx deputato e senatore Ferro), che nel 2009 si candidò contro Nicchi, perdendo di poco la battaglia. E che nel 2012 si ripresentò, come vice-presidente candidato, al fianco di Robert Antony Boggi, poi sconfitto e sempre da Nicchi.

Torniamo al punto, più che ai nomi e alle cordate che lasciano il tempo che trovano: invece di lavorare attorno a una proposta magari imperfetta, magari piena di limiti, ma potenzialmente utile almeno per rasserenare il clima e coinvolgere sensibilità diverse, nell’Aia pare si preferisca, ancora una volta, il regolamento di conti permanente. È la fotografia più fedele dell’attuale stato dell’associazione: un’associazione che continua a consumare le proprie energie nella guerra interna, in lotte intestine, mentre fuori il mondo arbitrale perde credibilità, forza e rappresentanza.

E forse il commissariamento deciso dalla Figc nasce proprio da questa constatazione: non esiste più, almeno oggi, una classe dirigente capace di governare autonomamente il sistema arbitrale italiano. Con una considerazione finale, amara ma inevitabile. Forse tutto questo nasce molto prima degli ultimi mesi. Forse il vulnus originario è stato proprio l’arrivo di Antonio Zappi alla presidenza dell’Aia. Non tanto sul piano personale (Zappi non era e non è il male), quanto su quello simbolico e regolamentare. La normativa Fifa prevede infatti che il presidente del comitato arbitrale debba essere un ex arbitro di alto livello. Una previsione che non rappresenta un dettaglio formale, bensì un principio di credibilità e autorevolezza tecnica. Aver ignorato o aggirato quello spirito, ha probabilmente aperto una frattura culturale, prima ancora che politica. E forse da lì, da quella sottovalutazione iniziale, è cominciata davvero la deriva che oggi porta l’Aia verso il commissariamento inevitabile.

Inevitabilmente è andata infine in (apparente) letargo l’inchiesta nata, tra tanti clamori, su Gianluca Rocchi. Dopo il (giusto e inevitabile) clamore iniziale e dopo una carrellata infinita di audizioni (pare infruttuose), è arrivato una sorta di “freno” mediatico all’iter giudiziario. Il pm titolare dell’inchiesta (Maurizio Ascione) ha ottenuto il via libera alla richiesta di proroga delle indagini dal capo della Procura milanese (Marcello Viola): nell’incontro tra i due magistrati, il capo della Procura ha chiesto lumi al pm sugli sviluppi, invitandolo ed esortandolo a lavorare sull’inchiesta, ma muovendosi dietro le quinte. Al momento pare che non ci sia molto di rilevante per definire e rafforzare il quadro accusatorio per il quale sono stati iscritti nel registro degli indagati in cinque (Rocchi, Gervasoni, Nasca, Di Vuolo, Paterna). Nelle prossime due settimane non sono previste audizioni: entro fine giugno Ascione conterebbe di chiudere il cerchio. Ci saranno rinvii a giudizio oppure no?

La domanda resta in sospeso. Di certo c’è che, solo al termine di questa fase, la Procura Figc guidata da Giuseppe Chinè potrebbe avviare le proprie indagini. Mentre magari il pm Ascione sarà tutto intento a preparare gli scatoloni per il trasloco, visto che in estate lascerà la Procura di Milano per approdare all’ufficio regionale della Procura Europea…

 

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