Pallone e politica: Gravina e Tajani, destini sospesi. Un anno fa la missione da Erdogan per salvare Euro 2032…

Il presidente Figc tra le pressioni della Lega A, l'inchiesta e la ricandidatura, il ministro tra i veleni interni al partito e quelli degli alleati di governo. L'organizzazione in coabitazione con la Turchia dell'Europeo e l'incontro in occasione della finale di Champions a Istanbul
La stretta di mano tra Tajani e Gravina

Quasi due mesi fa, sorridenti e trionfanti, tagliavano il nastro di Casa Azzurri per la missione Europeo. Missione desolatamente fallita dalla Nazionale a giugno; un anno prima, sempre nella prima decade di giugno, sorridenti, ancora forzatamente silenti ma trionfanti, portavano invece a casa un lusinghiero successo. Accomunati dalle due esperienze, i due vivono adesso momenti difficili, delicati, sostanzialmente simili. I due sono Gabriele Gravina e Antonio Tajani, presidente Figc il primo, ministro degli Affari Esteri e vice-premier il secondo.

Accerchiato, stanato, schiacciato, sospeso, spalle al muro. Abituato a calde estati tra ricorsi, mancate iscrizioni, scandali (l’estate scorsa fu la volta dell’accertata “ludopatia” di alcuni azzurri, vicenda presto accartocciata) e cambi-panchina della Nazionale (l’estate scorsa l’addio di Mancini e il ricorso a Spalletti), Gabriele Gravina ha ben compreso che quella di quest’anno è diventata rovente. Almeno per lui. L’orizzonte è sempre più ristretto, è appena una fessura dalla quale il presidente federale in scadenza di mandato è riuscito appena a dire, «verificate le posizioni di tutti, senza nemmeno parlare di richieste e di numeri specifici, sottoporrò al Consiglio Federale, già fissato per lunedì 29 luglio, la possibilità di convocare un’assemblea per la modifica dello Statuto per favorire, nelle prossime settimane, un’approfondita e auspico fruttuosa riflessione sulle modifiche da attuare». Parole pronunciate con una nota scritta, forse per rendere meno visibile il fastidio, subito dopo la conclusione della riunione con le componenti federali alla quale aveva annunciato di partecipare anche Andrea Abodi, il tessitore di una lunga trama (o lo scardinatore di una ragnatela?) che però poi abilmente e astutamente ha dato forfait, magari per non prestare il fianco a chi legge e vede nello scatto d’imperio della Lega A (e della Lega B) una mano politica. Che poi in fondo non sarebbe nemmeno tanto sbagliato, visti i fatti (emendamento Mulè) e le accelerazioni (ministeriali, e non solo). Domani il consiglio federale dovrebbe trasformare l’assemblea elettiva fissata con precipitazione (sospetta) al 4 novembre in straordinaria per avviare un percorso di modifiche e di pesi elettorali. Le parti avverse si sforzano di definirla come percorso condiviso eppure la sensazione che resta è quella di un campo assai minato. Restando alla politica, nel leggere la nota di Gravina prendono colore e vigore i ricordi di quelle numerose estati politiche italiane nel corso delle quali i Governi cadevano come birilli, i presidenti del Consiglio cambiavano come trottole e la dizione più in voga era quella di “governi balneari”, che in fondo equivaleva al più realistico e modesto slogan “tirare a campare”.

Un mese di spine. Solo a restare nell’ultimo mese, e restringendo di parecchio il perimetro: Nazionale umiliata all’Europeo, il ricorso ai saggi (tra cui il consigliere federale Marotta avocato nel ritiro della Nazionale al fianco di Spalletti, tecnico che esonerò all’Inter, Marotta presidente dell’Inter e un tempo potenziale candidato alternativo alla sua poltrona, cosa non si fa per sgombrare il lotto…), la fuga in avanti con la convocazione dell’assemblea elettiva, i ripetuti richiami ministeriali con assunzioni di responsabilità (la voce di Abodi, pubblicamente e non, è risuonata spesso, anche quella del presidente del Coni Giovanni Malagò anche se con toni più soft), gli avversari rafforzati (persino l’ex delfino Balata a tuonare dalla Lega B e accodarsi al ricorso della Lega A presentato al Tribunale federale nazionale, ricorso che la A non ha ancora ritirato…), il 74enne Giancarlo Abete a reggere la candela, il tentativo di modifica dello statuto e delle maggioranze prima dell’assemblea, l’emendamento Mulè che ha schiantato la resistenza disarmando e mettendo a nudo il re, la richiesta di un commissario ad acta che governi le modifiche allo statuto federale, il tentativo di far passare una lettera della Uefa di Ceferin (e anche della Fifa di Infantino) a poche ore dal voto in Parlamento, come monito e minaccia all’Italia, intesa come nazione e come governo: se passa, niente organizzazione (in coabitazione con la Turchia, è sempre meglio ricordarlo) di Euro 2032. Un mese d’inferno al termine del quale alla domanda, già in voga da mesi – Gravina resterà presidente della Figc? – se ne sono aggiunte altre: Gravina riuscirà a tirare a campare almeno sino all’assemblea elettiva? Gravina si ricandiderà alla presidenza della Figc?

L’inchiesta di Roma. Intorno a queste due domande, balla anche un’ipotesi che del resto da mesi penzola come la spada di Damocle sui destini della Federcalcio: e se l’inchiesta inizialmente avviata dal pm Maria Calabretta della Procura di Roma e che vede Gravina indagato (si era auto-denunciato, a marzo) per l’ipotesi di auto-riciclaggio (inchiesta scaturita dall’inchiesta della Procura di Perugia sui dossieraggi illeciti), sfociasse in un rinvio a giudizio (l’eventuale reato di corruzione non è perseguibile visto che la Lega Pro è associazione privata), cosa accadrebbe, come reagirebbe il mondo dello sport e come reagirebbe quello, sempre più affilato, della politica? Cosa farebbe Gravina? L’inchiesta è stata avviata agli inizi di marzo: le indagini preliminari possono durare sei mesi ma possono anche essere prorogate. Quindi, se non vi sarà richiesta di proroga, a settembre si dovrebbe sapere se Gravina, che intanto ha fornito un corposo memoriale agli inquirenti, uscirà immacolato dalla vicenda o se invece vi saranno strascichi.

La missione in Turchia. Chissà se eventuali strascichi – soprattutto in campo politico – potranno derivare da un’indiscrezione che riporta indietro le lancette del tempo e che riannoda i fili di una riuscita e delicata operazione politico-diplomatica-sportiva che lega Gravina a un politico di primo piano e che, anche lui, in questo periodo, pare accerchiato, punzecchiato, sospeso, spalle al muro. I fatti risalgono al giugno di un anno fa, ad un viaggio in Turchia. Quando cioè il presidente federale Gravina volò a Istabul dove il 10 giugno, nel nuovissimo e modernissimo stadio Ataturk, si disputò la finale di Champions League tra Inter e Manchester City. Una presenza istituzionale dovuta, visto l’impegno di una squadra italiana e la vice-presidenza Uefa. Un viaggio però che aveva anche un’altra e ben più importante missione: sondare la disponibilità ottomana a riunire le candidature di Turchia e Italia – al tempo rivali – per ospitare l’Europeo 2032, presentando così all’Uefa una candidatura unica. Una proposta che aveva bisogno anche del sigillo politico, viste le delicate questioni geo-politiche e strategiche presenti sullo scacchiere continentale e mondiale. Gravina dunque in missione (segreta) per tenere viva la speranza di poter ospitare, sia pure in maniera dimezzata, l’Europeo, tenendo così fede alla promessa fatta di poter ottenere nuovi finanziamenti per stadi e infrastrutture, la via promessa per un nuovo affare di Stato (leggi qui), ma anche una corsa a ostacoli per la quale a novembre 2022 aveva chiesto aiuto al ministro Abodi (leggi qui).

L’incontro con Erdogan, l’aiuto di Tajani. Una missione delicata, per la quale non sarebbe ovviamente bastato ottenere il parere e il via libera del presidente della federazione turca, Mehmet Büyükekşi. Era necessario incontrare il sultano del Bosforo, e cioè il discusso presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan. E qui, e per questo, ecco arrivare la provvidenziale mediazione del ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani, anche lui volato in Turchia per assistere alla finale di Champions. Già più volte candidatasi (2008, 2021, 2016) senza però mai ottenere il sì dell’Uefa la Turchia, eppure Paese già pronto ad ospitare la manifestazione vista l’ingente opera (portata a termine) di costruzione e riammodernamento di stadi e infrastrutture (solo a Istanbul ci sono quattro stadi): da questo punto di vista non ci sarebbe stata partita con l’Italia, sarebbe stata una vittoria a mani basse di Erdogan che però temeva un nuovo no per questioni politiche, e poi del resto è Erdogan che tira le fila anche della federcalcio turca e dunque era con lui che bisognava parlare. Dall’altra parte l’Italia, candidata dimezzata per via appunto di un programma di opere tutto da definire e arrivata senza l’appoggio economico-finanziario del Governo ma solo con una lettera di intenti. Per questo, Italia e Turchia, pur senza altre candidate rivali, avrebbero poi deciso di riunire la proposta formulandone una in coppia all’Uefa di Ceferin che intanto da mesi aveva messo in guardia l’Italia, visto il dossier assai carente (eufemismo). Decisivo allora sarebbe stato l’incontro favorito (a rivelarlo un’autorevole fonte politica interna di Forza Italia) dal ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani (la premier Meloni ne era a conoscenza, lo sapevano gli “amici alleati” di Fratelli d’Italia e della Lega?) ai margini della finale di Champions. Il contatto tra Gravina e l’omologo turco, poi l’incontro con Erdogan e il via libera al dossier unico: il 10 giugno 2023 veniva deciso di avviare un percorso comune. E così il dossier sulla candidatura a Euro 2032 dell’Italia, definito a marzo da Gravina come «altamente qualificato, un dossier in grado di tenere testa e vincere la sfida sulla Turchia», sarebbe diventato poi a luglio, in concomitanza con l’esclusione di un anno della Juve dalle competizioni europee decisa dall’Uefa di Ceferin, una candidatura congiunta per la quale, «siamo di fronte ad una svolta storica che ha come obiettivo la valorizzazione del calcio continentale, che esalta i valori di amicizia e cooperazione», insieme alla Turchia del “dittatore” Erdogan perché da sola l’Italia non avrebbe avuto una speranza su un miliardo di vincere la sfida contro un Paese che non rispetta i diritti civili ma dove le strutture e le infrastrutture sono moderne.

A luglio di un anno fa Gravina pareva prendere così una bella boccata d’aria, lanciando strali a chi, in campo politico e sportivo, chiedeva le sue dimissioni. «Proviamo a ipotizzare uno scenario in cui io me ne vada via domani mattina: siamo alla scadenza di un mandato, perché fra un anno e qualche mese si vota. Attualmente la Figc è presente nella giunta del Coni, dove non entrava da tempo, è anche nel comitato esecutivo della Uefa, dove ricopro la carica di vicepresidente, ed è impegnata in una progettualità legata all’organizzazione di Euro 2032. Se mi dimettessi, farei un disastro sotto questo profilo. Quindi, mi chiedo: è un atto di responsabilità? Ha senso?»: così a fine luglio, nel corso di un convegno a Rivisodoli, di fianco a lui c’era Gianni Petrucci (altro presidente federale sulla graticola), organizzato dal proprietario (ora dimissionario) della Salernitana e all’epoca de L’Espresso, Danilo Iervolino (leggi qui).

L’ufficializzazione. Il lungo lavorio politico e sportivo sarebbe poi arrivato, a braccia alzate e senza avversari, a Nyon il 10 ottobre. «Desideriamo esprimere la nostra gratitudine alla Uefa – così i presidenti di Figc e Tff Gabriele Gravina e Mehmet Büyükekşi – per aver concesso l’onore di ospitare Euro 2032 a due Paesi che condividono la cultura mediterranea. La Federcalcio italiana e la Federcalcio turca hanno unito le loro forze, con l’obiettivo di ospitare il miglior campionato Europeo mai organizzato, costruendo nuovi ponti di amicizia e lasciando un contributo duraturo all’eredità del calcio. Nei prossimi anni, Italia e Turchia lavoreranno intensamente, con grande passione e impegno per offrire ai tifosi la migliore esperienza del Campionato Europeo, come sottolineiamo nel nostro motto “Play as One!». Nell’entusiastico comunicato ufficiale della Figc compariva poi anche questo obiettivo: “Nella visione della Figc, Euro 2032 rappresenterà inoltre una opportunità per lo sviluppo e la modernizzazione delle infrastrutture sportive del Paese, un evento in grado di contribuire all’accelerazione di processi già in atto in diverse città. Da un punto di vista sportivo, infine, un evento del genere permetterà di ampliare ulteriormente la base del movimento calcistico, attraverso progetti specifici che avvicinino ragazze e ragazzi al calcio”. Delle dieci città candidate ne resteranno cinque, sempre ammesso che ci siano gli stadi (al momento nisba…) e da stabilire è ancora il luogo della finale: in Turchia o in Italia?

Polemiche, veleni e assunzioni. La scelta della candidatura in tandem con la Turchia non avrebbe ricevuto prese di posizione o commenti dai settori della politica, dell’economia, delle istituzioni e della società civile. Nessuno a ricordare a Gravina una frase pronunciata dal presidente federale solo qualche mese prima, quando aveva detto: «Abbiamo rifiutato l’organizzazione del Mondiale 2030 con Arabia Saudita ed Egitto perché non si può sempre far finta di nulla». Un inciampo, con effetto surreale e distorsivo. Tutti invece a far finta di nulla, anzi nessuno a battere un semplice, banale tasto-domanda: ma perché, presidente Gravina, la Turchia con la quale per volontà Uefa – altrimenti a bocca asciutta sarebbe rimasta l’Italia, desolatamente senza stadi e senza (ancora) le necessarie risorse – si organizzerà in coabitazione l’Europeo del 2032 è una nazione dove i diritti umani e politici vengono osservati, rispettati e difesi, dove non c’è un regime che da anni persegue ad esempio il genocidio curdo. E nemmeno una riga sulle frasi contenute nel dossier italiano per la cui presentazione la Figc s’era avvalsa del supporto di Independent Ideas, agenzia creativa di Publicis Groupe, di proprietà fino a dicembre 2023, di Lapo Elkann, dossier nel quale si promette(va) una “fan experience entusiasmante”. A proposito di divertenti esperienze, proprio pochi giorni dopo l’assegnazione ufficiale di Euro 2032, sarebbe partito un tragicomico balletto ed un fuoco di fila politico sulla Figc e sul presidente Gravina (considerato assai vicino al centrosinistra), dal fuoco di fila dei partiti governativi unico a tenersi distante proprio Forza Italia del vice-premier Tajani.

Mentre infatti la Lega del vice-premier e ministro Matteo Salvini il 19 ottobre attaccava la Federcalcio chiedendo in una nota prima la testa del presidente federale Gravina («ciò che sta emergendo è inaccettabile, non possiamo assistere a questo scempio, serve una rivoluzione, è sempre più necessario, per rispetto di milioni di appassionati, un radicale cambiamento a partire dalle dimissioni del presidente Gravina») all’affiorare in superficie pubblica del caso “scommesse” ricondotto (leggi qui e qui) – dopo aver fatto trascorrere però prima l’estate – tra via Allegri e via Campania dove c’è l’ufficio della Procura federale guidata dall’ex capo di Gabinetto del Mef Giuseppe Chinè all’abituale misura del patteggiamento e poi con una risposta affilata del senatore leghista MartiGravina guadagna più della Meloni, accetti le critiche, faremo un’interrogazione parlamentare per sapere se è stato lui ad alzarsi lo stipendio»), mentre il partito della premier Giorgia Meloni auspicava almeno il commissariamento della Federcalcio con un allungo del senatore di Fratelli d’Italia Marcheschibisogna verificare se vi siano le condizioni di un commissariamento della Figc da parte del Coni») e parziale ricucitura del presidente della regione Marche Acquaroli, mentre il ministro Abodi, piazzato in quota Fratelli d’Italia al Ministero dello Sport, si teneva su una linea di galleggiamento e equilibrismo, («questa è una posizione della Lega e di altri parlamentari, ma in questo momento io mi sono concentrato sulle emergenze, rivendico l’autonomia degli organismi sportivi») prendendosi commenti affilati dai suoi compagni di partito e dagli alleati di governo, mentre il presidente del Coni Malagò dava manforte al ministro («è molto importante che la politica si occupi di sport, ce n’è un grande bisogno ma questo non significa che debba occupare lo sport»), la Figc del presidente Gravina apriva, ovviamente solo in senso figurato, le porte della Federcalcio al figlio di un ministro.

Perché da lunedì 23 ottobre Filippo Tajani, trentenne figlio del vice-premier Antonio Tajani, ministro degli “Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale” nonché segretario di Forza Italia che con Fdi e Lega governa il Paese, prendeva servizio nell’ufficio di “Euro 2032” (leggi qui e qui), ufficio che è stato il primo formale atto federale della lunga, complessa e danarosa operazione che dovrà occuparsi dell’Europeo 2032 in coabitazione con la Turchia di Erdogan ottenuto solo al termine, appunto, di una complessa e riuscita operazione politico-sportiva avviata in estate. Un’operazione partita in occasione della finale di Champions a Istanbul, con il colloquio (favorito da Tajani?) di Gravina con Erdogan. Insieme a Tajani junior, veniva assunto nello stesso ufficio Matteo Guerrini, figlio di Simone Guerrini capo della segreteria della Presidenza della Repubblica.

Il 27 ottobre Antonio Tajani veniva tirato per la giacca dal collega di Governo, ministro e vice-premier Salvini dopo l’esternazione del presidente della Turchia Erdogan che aveva definito i militanti di “Hamas” come «dei liberatori che combattono per la loro terra e non dei terroristi» mentre nelle stesse ore la premier Meloni alla Camera dei Deputati e poi in Senato definiva ancora una volta linea e posizione del Governo, fermamente contro i «terroristi di Hamas» e a sostegno di Israele. Il richiamo e l’invito di Salvini, («le parole di Erdogan sono gravi e disgustose e non aiutano la de-escalation, il collega Tajani deve inviare una protesta formale e convocare l’ambasciatore della Turchia») sarebbero rimaste inascoltate dal collega di governo, il forzista Antonio Tajani che, proprio in uno dei primi giorni degli attacchi di Hamas e mentre un gruppo di pellegrini italiani bloccato in Israele chiedeva aiuto alla Farnesina, si trovava a Coverciano. Era ospite (leggi qui) al centro federale dove la Nazionale del neo ct Spalletti si avviava al primo giorno di preparazione per il doppio confronto contro Malta e Inghilterra. Prima un veloce saluto ai calciatori, poi il pranzo e infine la cerimonia per conferire a Spalletti il ruolo di “Ambasciatore della Diplomazia dello Sport”, con questa motivazione: «Sono venuto qui per nominare ambasciatore dello sport d’Italia nel mondo mister Spalletti; non solo perché è l’allenatore della nostra Nazionale, ma perché lo ritengo una persona perbene, con dei valori. Quando si deve chiamare una persona a rappresentare l’Italia, non basta che indossi la tuta o sappia dire con qualche schema come deve giocare un calciatore, ma deve essere anche l’immagine di una buona Italia, l’immagine positiva del Paese». Era il 9 ottobre 2023. Il giorno dopo – 10 ottobre 2023 – sarebbe arrivata da Nyon l’assegnazione ufficiale di Euro 2032 alla coppia Italia-Turchia… Quasi un anno dopo, Gravina e Tajani non se la passano benissimo. Accerchiato, sospeso, stanato e spalle al muro Gravina; accerchiato e attaccato Tajani, alle prese con una fronda interna e un’altra di governo: le parole di Berlusconi junior, i movimenti interni al suo partito, i rilievi della Meloni su alcune iniziative e quelli della Lega di Salvini, il nodo Autonomia, l’iniziativa del collega di partito Mulè che si è schierato al fianco della Lega serie A e contro lo status quo di Gravina. In prima fila e presente al taglio del nastro di Casa Azzurri in Germania ai primi di giugno, sulle questioni calcistico-federali Tajani osserva da mesi un religioso silenzio…

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