INDISCRETO

Lega Pro, corsa al voto. Gravina sfoglia i suoi candidati: Marani in pole, Lotti e l’ipotesi Gravina come… commissario

L’elezione del presidente della serie C tra incontri, alleanze e dietrofront. Ghirelli e le mire su via Allegri, Tavecchio declina l’invito di alcuni club. Il ruolo di Abodi e Malagò, Vulpis resta al palo
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Quel 17% di peso elettorale rimbalza davanti agli occhi, affolla i pensieri, complica i piani, obbliga a tessere una nuova tela, induce a muoversi provando a non dare troppo nell’occhio. Il momento è assai delicato: parecchi sono i nodi da sciogliere e su questi nodi, nel tempo diventati grovigli, soffiano adesso anche venti che spirano in direzione forte e contraria. Gabriele Gravina sa quanto il momento sia solenne, ha compreso come la sua presidenza federale si trovi a un bivio, avverte che la maggioranza di cui ancora dispone in consiglio e tra le componenti potrebbe pure sgretolarsi, sente che la poltrona al quinto piano di via Allegri potrebbe persino precipitare sotto i colpi di chi aspetta solo un passo falso o l’esplosione di un ennesimo caso (politico, economico, giudiziario) o ancora di più di chi è pronto a metterlo davanti ai risultati (non ottenuti) rispetto alle promesse e ai programmi più volte sbandierati e invece rimasti lì, nel pantano: per questo quel 17% di peso elettorale che è nel portafoglio della Lega Pro va adesso strenuamente mantenuto, anzi va decisamente riconquistato. A tutti i costi. Sarà pure la terza serie, sarà pure la periferia del calcio italiano (dimenticata, deturpata, distrutta) eppure in questo momento è diventata l’epicentro del terremotato sistema pallonaro tricolore. Quel 17% da conquistare alle prossime elezioni (9 febbraio l’assemblea straordinaria elettiva, 59 i club al voto perché la Juve “next gen” non ne ha diritto) per l’elezione del presidente di Lega Pro (anche dei due vice-presidenti vicari e dei 6 componenti del consiglio direttivo) sono diventate uno spartiacque, molto più delle classiche elezioni di “midterm” statunitensi o di quelle amministrative italiane che seguono (o anticipano) quelle politiche. Perché in fondo, più che tracciare un trend, orienteranno le future mosse lungo il percorso che tra un anno e mezzo porterà poi alle nuove elezioni per la presidenza federale.

Lo scenario generale. È tempo di battaglia (sotterranea e infida, per ora) mentre risuonano altri sinistri allert dalle parti di via Allegri mentre Palazzo Chigi e Palazzo H hanno le orecchie ben tese: il 20 gennaio la Corte federale d’Appello deciderà se accogliere la richiesta di revocazione del processo (e quindi delle sentenze di primo e secondo grado) presentata dalla Procura federale guidata da Giuseppe Chinè sulle plusvalenze che aveva sostanzialmente dissolto in bolle di sapone le accuse contro la Juventus e altri dieci club mentre la Procura della Repubblica di Torino continua nel suo lavoro e tra le carte ballerebbero sempre presunte responsabilità o presunte omissioni federali (ad esempio il presidente Gravina fu ascoltato dal pm Gianoglio a Roma in una caserma della Finanza proprio in costanza del deferimento del club bianconero e degli altri club all’inizio di aprile 2022 mentre l’indagine federale scattò solo a fine ottobre del 2021 e solo dopo la segnalazione della Consob dell’inchiesta penale in corso a Torino e comunicata alla Covisoc che a sua volta segnalò poi con una mail in copia a Chinè e Gravina la spinosa faccenda).

Come resta sospeso il motivo della presenza del presidente della Figc a casa della mamma di Andrea Agnelli in una riunione ristretta tra pochi presidenti e vertici della Lega serie A nel settembre 2021, retroscena delle indagini liquidato, a proposito dei motivi, come «una cavolata» proprio da Gravina. Presidente federale alle prese poi con un’altra intricata vicenda, quella degli arbitri scoppiata dopo la bomba del procuratore “narcotrafficante” Rosario D’Onofrio, il conseguente commissariamento della giustizia sportiva e infine le indotte dimissioni del presidente dell’Aia Alfredo Trentalange: a fine dicembre, dopo la conclusione delle indagini della procura Figc, è partito il countdown sul deferimento di Trentalange, un deferimento che non è stato però ancora ufficializzato mentre anche tra i fischietti sono iniziate le grandi manovre elettorali e tra i candidati (la maggioranza uscente pare punterebbe su Katia Senesi) potrebbe esserci pure il nome di Danilo Giannoccaro che proprio Gravina un anno fa pare avesse caldeggiato come coordinatore delle relazioni tra gli arbitri e i club di A e B (nomina poi avvenuta) sostituendo così Rocchi, nominato designatore della Can. Un altro fronte assai delicato continua a essere quello della “gestione” del caso Sampdoria-trust-Ferrero (la Doria farà la fine del Parma di Ghirardi?) mentre un altro fronte caldo s’è (ri)aperto dopo gli scontri tra tifosi sull’A/1 e sulle misure da concertare tra Figc e Governo, Governo che dopo aver concesso in extremis l’ennesima rateizzazione dei pagamenti fiscali e contributivi (e dopo aver vergato l’adesione alla candidatura per Euro 2032 ed essersi impegnato sul betting) si aspetta che le riforme – sbandierate e più volte promesse – inizino ad uscire dal libro dei sogni per finire su carta vergata da inchiostro. Un fiume d’inchiostro virtuale è invece scorso dal giorno della rielezione a capo della Figc nell’inverno del 2021, nel vuoto anche le ultime e continue richieste (e minacce con l’abolizione del diritto di veto) alle varie Leghe di trovare una sintesi per un piano di riforme: tra meno di dieci giorni è previsto un altro consiglio federale.

Chissà se ne verrà fuori qualcosa di concreto o si resterà nel pantano, come dimostrato dal fiume d’inchiostro speso in questi mesi (leggi qui) tra dichiarazioni, scambio di accuse e lettere velenose, con l’ex presidente di Lega Pro Francesco Ghirelli protagonista bulimico. Proprio le sue dimissioni, arrivate due giorni dopo la débacle nell’assemblea straordinaria che avrebbe dovuto approvare a mani basse la riforma del format – dimissioni pare consegnate dopo uno scambio di vedute proprio con Gravina che nemmeno una parola di commiato e di onore delle armi ha avuto nei confronti dell’ex alleato, nemmeno nell’ultimo consiglio federale dello scorso anno (leggi qui) – hanno aperto un fronte di guerra assai caldo. Tutto per quel 17% della Lega Pro da tenersi stretto o da conquistare: truppe da una parte e dall’altra a muovere pedine, a avanzare o bruciare candidature, a cercare alleanze oppure a smontarne altre. Chi a inseguire una sponda, chi a studiare l’offensiva, chi a preparare un colpo di coda, chi a disegnare un ipotetico golpe. Tutti accomunati da un unico pensiero: prepararsi alla volata del 2024, partendo dalla battaglia per la presidenza in Lega Pro.

Corsi e ricorsi. In fondo la storia degli ultimi anni insegna come proprio dalla Lega Pro sia partita la scalata a via Allegri. Nel 2016 il consigliere Gravina con l’appoggio anche di Ghirelli sbalzò Mario Macalli dalla presidenza (eletto con 31 voti, 13 a Pagnozzi e 7 a Marcheschi ora in Parlamento con Fdl) e due anni dopo proprio da Firenze promosse il ribaltone costringendo l’allora presidente federale Carlo Tavecchio alle dimissioni dopo la mancata qualificazione al Mondiale: diventato presidente grazie al patto (poi disatteso) con Cosimo Sibilia, lasciò il posto a Firenze a Ghirelli, eletto la prima volta con una maggioranza bulgara: 48 voti, 7 bianche e una scheda nulla, vice-presidenti Cristiana Capotondi e Jacopo Tognon. Ghirelli rieletto poi nel 2021 con 49 voti (3 allo sfidante Andrea Borghini): dopo aver convinto Marcel Vulpis a ritirare la candidatura come antagonista, il giornalista sarebbe stato eletto vice-presidente insieme a Luigi Ludovici. Nel discorso post elettorale il riconfermato presidente disse solenne: «Gli obiettivi sono la sostenibilità e la riforma dei campionati, abbiamo costruito una squadra forte e unita per realizzare punti fondamentali». Un anno dopo, passando sopra innumerevoli disastri tutti nel silenzio generale (basta il caso Catania? basta il congelamento dei calendari e l’avvio del campionato rinviato di un mese nell’ultima estate dopo la causa intentata dal Campobasso?) invece tutto finito in frantumi nel salone di un albergo a Fiumicino. Niente decollo del format e niente riforma, anzi tutti a terra, tutti a casa.

Il voto contrario, le telefonate, il ribaltone. L’esito delle urne il 15 dicembre scorso avrebbe infatti sconfessato i pronostici della vigilia. La conta delle schede avrebbe triturato le solide convinzioni di Ghirelli. Il differenziale tra voti favorevoli e contrari (24 no su 59 votanti) avrebbe alimentato la caccia agli affossatori e prodotto vari retroscena. Di certo c’era che Ghirelli fosse convinto che la riforma passasse, sia pur con qualche voto contrario: persino nella serata pre-elettorale, tra i delegati già presenti per il voto, era data per certa. Sul tavolo solo qualche ora dopo invece l’epilogo avrebbe scatenato la caccia ai contrari e a un tragicomico balletto su motivi, motivazioni e mandanti: “le big erano contrarie, no erano le piccole ad esserlo e via discorrendo”. Discorrendo, si sarebbe invece poi appreso come il plotone si fosse ingrossato di ora in ora, specie in quelle serali della vigilia elettorale: c’è chi giura di aver ascoltato la telefonata che dall’alto (molto in alto) sarebbe arrivata a un presidente di una società “piccola” invitando a votare contro la riforma. Al presunto elenco di big (Entella, Catanzaro, Padova, Avellino e Pescara pare guidassero il fronte del no), pare si fossero poi aggiunte Feralpisalò, Vicenza, Novara, Pordenone, Reggiana e Crotone: la conta però sarebbe arrivata sino alla ragguardevole cifra di 24 no. Una sconfitta sonora, fulminante, pare accolta senza troppe sorprese a Roma. Inchiodato dai numeri più che dall’esito, un laconico Ghirelli due giorni dopo avrebbe così consegnato le dimissioni, decisione presa pare dopo una telefonata con Gravina che lo metteva davanti a una scelta inderogabile. La reggenza della Lega Pro affidata così al vice-presidente vicario Marcel Vulpis che, dopo il traghettamento, ha fissato per il 9 febbraio le nuove elezioni: sonda il terreno e punta a candidarsi come presidente. Un nome e una candidatura che però pare non piacciano troppo a Gravina. Anzi.

Il voto, i candidati. La Lega Pro sarà la prima a votare con il nuovo sistema previsto dal riformato statuto. Per le candidature alle cariche elettive è prevista la preventiva designazione da parte delle società associate: la percentuale minima non può essere inferiore al 15% e quella massima non deve essere superiore al 30%. Servono quindi almeno 9 firme di società per candidarsi e il deposito delle firme con candidatura deve avvenire entro dieci giorni dal voto. Mancano meno di venti giorni all’ufficializzazione dei candidati (voto il 9 febbraio) e al momento l’unica candidatura quasi certa è quella di Marcel Vulpis che nella squadra, come vice-presidenti, presenterebbe De Nigro e Zicchieri. Il resto è invece una lunga sequela d’indiscrezioni legate a dei movimenti trasversali, sotterranei e frastagliati. Alleanze, manovre, promesse: tutti pronti a bruciare l’avversario, tutti a cercare una quadra, tutti a inseguire una sintesi. È così che fioccano voci e spifferi: candidature presunte, candidati probabili e altri meno probabili. Si vocifera ad esempio della candidatura di Paolo Francia: già in passato l’ex direttore di Rai Sport aveva accarezzato l’idea presentandosi come vice presidente: una volta però ritiratosi dall’agone e un’altra volta sconfitto. Tra i vari movimenti si segnala il silenzio (apparente) dell’ex Francesco Ghirelli che finge disincanto e disinteresse eppure c’è chi sostiene come non abbia assolutamente ripiegato dalla velleità di candidarsi come presidente federale tra un anno e mezzo, sfidando così Gravina. Sarebbe stato sondato (pare da Catanzaro, Albinoleffe e Renate e qualche altro club) anche l’ex presidente federale Carlo Tavecchio: anche lui ha ancora il dente avvelenato nei confronti di Gravina ma l’offerta sarebbe stata declinata. Per adesso si dedica solo al Comitato Lombardia Dilettanti (in Lnd la situazione inizia a farsi incandescente, e qui il 34% di peso elettorale conta parecchio) come presidente.

Un’altra candidatura ventilata sarebbe quella del commercialista (anche della Fininvest ai tempi della presidenza di Silvio Berlusconi) Ezio Maria Simonelli che due anni fa fu bruciato da Balata nella corsa alla presidenza della Lega B e bruciato poi nella corsa al posto di consigliere indipendente in Lega serie A. Mentre l’opposizione a Gravina cerca un candidato forte, credibile e vincente, viene segnalato come assai attivo il presidente federale Gravina che conosce bene il mondo della Lega Pro, che considera la Lega di Firenze come una sua roccaforte nella quale ha ancora peso, appeal e ascolto. Quel 17% è troppo importante da mantenere. Come? Magari assistendo all’elezione di un presidente che gli assicuri sostegno in consiglio federale. Magari favorendo la ricerca di un candidato votabile e vincente, da rinforzare assicurando alle società di Lega Pro aperture e orizzonti: una parola decisa sulla riforma del format e sulle riforme complessive e poi un altro impegno rassicurante almeno per le scadenze federali dei versamenti, perché il 16 febbraio i club dovranno dimostrare di aver saldato i debiti non compresi nella rateizzazione e qui s’intravede un’ecatombe se non arriverà qualche altro provvedimento. Un primo confronto con alcuni club (Entella, Pescara, Potenza, Olbia, Feralpi?) ci sarebbe già stato. Per sondare il terreno, per aprire un confronto, per far scattare il passaparola. L’orizzonte però resta scuro, oscuro e frastagliato. Vulpis non pare abbia l’appoggio di Gravina, e comunque pare non possa conquistare la maggioranza nel corso del voto: valuta, riflette, sonda.

Dall’ombra è poi emersa un’altra possibile candidatura: è un filo che potrebbe sciogliere il nodo, è il profilo di un altro valente giornalista. Come documentato in questo tweet con tanto di foto.

 

Giovedì scorso il presidente federale Gravina in compagnia del suo braccio destro Giancarlo Viglione ha pranzato in un ristorante a due passi da via Allegri: insieme a lui c’era Matteo Marani che da un anno è anche l’apprezzato direttore del “Museo del calcio” a Coverciano. A tavola Gravina gli avrebbe esposto la questione Lega Pro e chiesto di valutare una sua candidatura a presidente, assicurandogli almeno una base di trenta voti che dovrebbe garantirne l’elezione (restano da trovare le deleghe, cioè le firme dei club per la candidatura). L’indiscrezione non è rimasta solo uno spiffero: nelle ore è diventata sempre più forte. Gravina ne avrebbe poi parlato anche con Giancarlo Abete. Marani scioglierà le riserve? E nel caso, supererà incertezze e resistenze? Pare che Sky e l’ad Marzio Perrelli siano rimasti un po’ interdetti e pare anche che Malagò (molto amico di Perrelli) non l’abbia presa troppo col sorriso questa ipotesi. Inoltre c’è chi sostiene come possa essere una candidatura non in grado di raccogliere ampi consensi, anche se venendo calata da Gravina dovrebbe appunto superare la barriera mentre intanto la mischia si fa serrata.

Nella selva s’è aggiunta un’altra indiscrezione. Gravina ieri ha incontrato l’ex ministro dello Sport (ai tempi di Renzi premier) Luca Lotti che da un mese fa il consulente per l’Empoli tenendo i rapporti con Figc e Lega serie A.  Gravina ha parlato con l’ex ministro (ancora impelagato nella vicenda Consip) della candidatura, considerando anche come il nome di Lotti possa essere comunque gradito al ministro Abodi, visto che fu proprio l’allora ministro a nominarlo al Credito Sportivo ma spiegandogli che per ora il candidato è Marani. Un’ipotesi da tenere in ballo? Una seconda carta da tenere in caldo, in attesa che Marani sciolga i pensieri? Le domande rimbalzano forti mentre rimbalza anche un’altra ricostruzione, assai tattica: e se Gravina puntasse ancor più a frammentare il voto ottenendo dall’urna un nulla di fatto (schede bianche, schede nulle, pochi voti ma divisi tra più candidati, nessuno che superi il quorum) e così magari costringendo la Figc al commissariamento della Lega Pro (la Lnd è stata commissariata un anno fa dopo la guerra a Sibilia e poi il commissario Abete è diventato presidente, tra l’altro anche sull’Aia pende ancora la minaccia di commissariamento) e ancora, se il commissario alle strette dovesse farlo proprio Gravina (o anche il consigliere giuridico Giancarlo Viglione)? In fondo la Lega Pro è stata il suo trampolino di lancio, e proprio dalla Lega Pro potrebbe tentare il rilancio in vista delle elezioni del 2024 evitando che a Firenze vada uno pronto a fargli la guerra legandosi alla fronda della serie A. Qualcuno forse penserà: scenario lunare. Eppure pare l’esatto fotogramma dello scenario pallonaro italiano: un deserto di uomini e idee, una selva di congiurati e figuranti.

Servirebbe un’apocalissi. Ma chi potrebbe mai provocarla? Per ora il ministro Andrea Abodi si tiene stretto nel suo algido abito istituzionale anche se chi è convinto che aspetti solo il momento giusto per avviare un repulisti; descriverlo poi in asse con Gravina pare un disegno azzardato e non proprio indovinato. Per adesso il presidente del Coni Giovanni Malagò che non vive certo un momento di fulgore si tiene (pur se viene segnalato un certo suo fastidio verso il movimentismo del vertice federale pallonaro), e tiene a galla un’alleanza che gli serve per non affondare. Per adesso Claudio Lotito si muove nell’ombra, guidando col suo potente peso (la A pende ormai dalle sue labbra, e dopo la norma “Salvacalcio” anche nelle altre Leghe il consenso è in aumento) un gruppo che va in cerca del profilo giusto (magari col sostegno politico) e intanto valuta (valuterebbe) una promessa bisbigliatagli sotto le feste: se non si mettesse più tanto di traverso sulla questione arbitri, la serie A potrebbe ricevere il 2% del peso elettorale che sarà tolto all’Aia, e un’altra quota (scenderà quella della Lnd, potrebbe scendere anche quella della Lega Pro) da dividersi con la serie B. In fondo il calcio italiano è questa cosa qui: tutti a muoversi senza il pallone, tutti a giocare sul filo dell’equilibrismo. A strapiombo, sul vuoto del burrone. Nessuno mai che caschi. Nessuno però ci casca più.

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