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Il piano Figc e il muro della serie A: tira e molla sulle riforme del calcio. Il cerino di Gravina, la corsa elettorale e la voglia di ribaltone

Le bozze della Federcacio e le continue sottolineature della Lega A che vuole più autonomia e maggior peso elettorale prima di approvare il resto del piano. Lo scontro si accende, presidente federale e serie A guardano al Governo mentre soffia vento di tribunali

Riformare, innovare, risanare. In fondo utilizzano le stesse parole, eppure Figc e Lega serie A continuano, pervicacemente, a parlare lingue diverse. Ne fanno il punto di forza. Ne fanno una questione di priorità, e di tempi. Prima innovare per poi risanare e dunque infine riformare: così continuano a ribadire i presidenti dei club di serie A mentre Gabriele Gravina insiste nel tenersi sulla linea del Piave che sbandiera da quattro anni e cioè: prima risanare per poi riformare e dunque infine innovare il sistema calcistico tricolore. E mentre gli scopi dietro cui si snoda la strategia della Lega A sono quelli di affermare il proprio primato nel sistema, di avere maggiore autonomia e di incassare nuovi introiti, quelli del presidente federale sono conservare il proprio potere, tenersi aggrappato agli equilibri del voto e mantenere gli impegni, assunti con la Uefa di Ceferin innanzitutto. Il (nuovo) balletto sul tema riforme va avanti da un mese, tra spunti, bacchettate, proposte surreali, continue riunioni. Si riuniscono le componenti (cioè le Leghe), si riuniscono le delegazioni delle Leghe che in via Allegri a Roma si interfacciano col presidente Gravina e col suo tavolo di lavoro, si riuniscono (con modi carbonari che però poi vengono spiattellati di proposito alla stampa) alcuni club, le big per così dire. Le parti si scambiano parole “pacate” mentre si passano freddamente bozze e proposte, ogni volta poi la bozza (siamo già alla quarta) viene ritoccata, rivista, modificata. Ogni volta le parti restano lontane, continuando a percorrere strade parallele destinate a non incrociarsi mai. «C’è bisogno di una scossa», ha detto Gravina partecipando giorni fa alla trasmissione “Giù la maschera” su Radio Rai. “Se non ora, quando?” c’è invece scritto nella premessa alla bozza di proposte di riforma redatta dalla Lega di serie A. Tra parole e bozze, si procede con la solita musica in sottofondo. Una musica che sa di disastro.

Da quando Gravina, l’ultimo di gennaio, aveva detto, solenne e severo: «A febbraio presenterò un piano, poi vorrò sapere nomi e cognomi di chi approva un progetto di salvaguardia del calcio e chi, invece, ha semplicemente fatto enunciazioni di principio nel volere delle riforme ma non ha intenzione di realizzarle. A quel punto non sarò più destinatario di accuse di staticità. Io ci sto mettendo la faccia. La mia è una missione, un servizio. E se non viene inteso perché c’è voglia di ballare sul Titanic, io tolgo la musica». Da un mese (non fossero bastati gli anni), si naviga a vista. E la nave (appesantita dai debiti, oltre 1,3 miliardi di euro è il rosso dei venti club di A al 2023 solo per limitarsi al dato finanziario) rischia di infrangersi, naufragare, affondare. Come sempre, nel mare magnum del nulla di fatto. Altro che riforme, altro che risanamento, altro che innovazione. Altro che rinascimento, tanto per restare a un termine caro (e abusato) al presidente federale Gravina. La nuova, modificata, bozza di riforma stilata dalla Figc dal titolo “Piano strategico del sistema calcio” che è stata presentata ieri – bozza già rivista dopo i rilievi e gli incontri con le componenti nelle scorse settimane – rischia di ricevere nuove limature e altri depennamenti. Soprattutto, rischia di finire nel cassetto. Tanto che, parafrasando un antico proverbio “una mela al giorno leva il medico di torno”, si potrebbe dire: una modifica al giorno leva la riforma di torno.

L’ultima puntata s’è snodata negli ultimi due giorni. Ieri l’altro la prima parte è andata in onda in Lega Calcio a Milano. Al termine dell’assemblea dei venti club di A, alla vigilia del nuovo incontro in Federcalcio, il presidente Lorenzo Casini ha detto: «Per quanto riguarda i temi federali, l’assemblea ha esaminato il documento trasmesso dalla Figc e sulle priorità che Lega serie A aveva indicato l’assemblea non è rimasta soddisfatta, perché viene posticipato l’intervento relativo alla governance del sistema federale e il riequilibrio dei pesi e della rappresentanza anche in riferimento alla Lega serie A. L’assemblea pone come pregiudiziale per le riforme che si affronti questo tema, in coerenza con il percorso che la serie A ha avvitato qualche settimana fa di valutazione di un modello simile a quello inglese, cioè di maggiore autonomia. La sostenibilità economico-finanziaria è una priorità per la Lega serie A, che l’ha indicata nel proprio documento di riforme. L’assemblea ha infatti deliberato di attivare una commissione composta da tutte le squadre per elaborare un documento relativo ai criteri di licenza e iscrizione al campionato, così come avviene con le altre leghe».

Come dire: caro Gravina, tu non vuoi riconoscerci il peso che ti chiediamo nella governance calcistica, non ci riconosci il valore e il primato, tu continui a sbandierare le riforme sotto la veste della sostenibilità finanziaria prima di darci l’autonomia, e allora ai conti (e alle misure) ci pensiamo noi, questa riforma per noi non va bene, non riconosce le priorità e le nostre richieste. E ancora: al calendario ci pensiamo noi, fa nulla che in serie A si giochi mentre si gioca anche in Champions, con le gare che dal prossimo anno si moltiplicheranno in attesa poi, dal 2025, di partecipare anche al campionato mondiale per club voluto dalla Fifa di Infantino. In sintesi: due bei ceffoni “pacatamente” assestati alla Figc e dire che nelle stesse ore, da Macerata, in una lectio magistralis all’Università, Gabriele Gravina prima diceva, «noi siamo il campionato più bello del mondo, non abbiamo perso l’appeal rispetto a quello, che da più parti, si cerca di diffondere come messaggio non sempre attuale» e poi si lanciava in una formula che avrebbe rinverdito quelle politiche in voga negli anni ‘70/80, tipo “geometrie variabili e sfiducia costruttiva”. «La riforma del calcio italiano è indispensabile. È indispensabile non sotto il profilo della superficialità legata alla semplice riforma dei campionati, ma occorre una riforma complessiva del calcio italiano. Dobbiamo riscrivere delle nuove regole dello stare insieme. Dobbiamo essere espositivi per la riforma di tutto il calcio italiano a cominciare dall’aspetto economico-finanziario». La seconda parte è invece andata in onda ieri, in via Allegri a Roma, nella riunione tra le componenti, quando è stata esaminata la bozza ridefinita dalla Figc, le famose 47 pagine che fanno da contraltare al documento in dodici punti (e 45 voci) della Lega A. Ancora una volta la Lega A ha puntato i piedi: prima la riforma della governance e poi il piano economico-finanziario di riforme e tutto il resto. Altrimenti niente da fare, altrimenti ognuno per la propria strada. E se Gravina ha l’esigenza di presentare la riforma (fatta) al Governo, la Lega A pensa di presentare un suo progetto al Governo. Strade parallele destinate a non incrociarsi mai. Se non in tribunale? Chissà. Il cambiamento continua a restare uno slogan.

Punti di contatto e punti di elettricità, punti e priorità diverse che Gravina a “Radio Anch’io Sport” il 20 febbraio aveva invece soffusamente racchiuso in questa frase: «Una scossa c’è stata, ma prima di innovare dobbiamo sanare e mettere in sicurezza il sistema. I punti di contatto, le divergenze riguardano il format, ma prima o poi si arriverà a rivedere anche quello della A, mi auguro all’interno della Lega A». La richiesta-proposta di scendere a 18 club, fatta a Gravina da Milan, Juve, Inter e Roma (su delega), accartocciata dal voto in assemblea. A guidare la prevedibile opposizione la prevedibile iniziativa di Lotito, spalleggiato cautamente da De Laurentiis (che in fondo in fondo sarebbe per la A a 18) e da Cairo, l’editore di Corriere e Gazzetta (basta leggere i resoconti di questi giorni per capire come Cairo non sia più allineato a Gravina) e il presidente del Torino. Fino a poco tempo fa acerrimi nemici, stavolta sulla stessa lunghezza d’onda Lotito e Cairo, che così avrebbe commentato. «Volevano fare la Superleghina, hanno sbagliato in pieno…».

Risanamento, sostenibilità finanziaria, paletti più alti, riforma dei format dei campionati: parole che risuonano da anni, sempre le stesse. Cambiano copertina ma il succo resta quello. Ad esempio il progetto Fenice (leggi qui), presentato da Gravina al Governo (c’era ancora Draghi e c’era ancora la Vezzali) risale all’estate del 2021: a rileggerlo si trovano le stesse identiche proposte, anche nei format. Così come la richiesta di maggiore autonomia, sul modello Premier, avanzata dalla Lega A: era la primavera del 2022 (leggi qui e qui) quando, guidati dal duo Lotito-De Laurentiis, la serie A insorgeva, la serie A capace di vincere poi in tribunale la guerra con la Figc sull’indice di liquidità (pronta anche adesso ad adire le vie legali se saranno approvate, senza il proprio consenso, norme su indicatori e licenze). Ed era dicembre 2022 quando Gravina (leggi qui) annunciava la convocazione di un’assemblea straordinaria per modificare lo Statuto e abolire il “diritto di intesa”, considerato l’ostacolo al suo progetto di riforme. Tutto sempre rimandato. Come le riforme, promesse da quando era stato eletto nel 2018 succedendo al defenestrato Tavecchio. Il primo mandato (ridotto) non ha lasciato tracce, e anche il secondo (pieno) mandato rischia di andare in bianco.

Il punto sembra stare tutto qui. Perché è iniziata la lunga volata elettorale, tutte le federazioni affiliate al Coni andranno al voto per eleggere i presidenti nella finestra stabilita da Gianni Malagò tra settembre e dicembre. Forte per ora dell’appoggio di tutte le componenti ad eccezione del 12% della serie A – la percentuale sommando Lega Pro, Dilettanti, allenatori e tecnici e persino il 2% dell’Aia di Pacifici arriva all’82%, all’88% in attesa che l’assemblea della Lega B (del fedelissimo Balata) che però ancora ondeggia, ratifichi il via libera – Gravina punta al terzo mandato consecutivo. Punta a candidarsi presentandosi con l’approvazione di una riforma del sistema calcio. E se ci arrivasse invece senza nulla in mano, o meglio con il cerino acceso in mano? La domanda continua a rimbalzare nei corridoi della politica-sportiva romana e risuona sempre più forte nei corridoi della Lega di serie A. Quel, “vogliono far fuori Gravina”, è un bisbiglio che corre di bocca in bocca: in attesa, chissà se vana, di trovare un candidato alternativo e in grado di coagulare consensi e in attesa di un nuovo risiko di poltrone che potrebbe partire dopo l’estate, ecco materializzarsi un’ipotesi da non trascurare. Costringere Gravina al nulla di fatto, o portarlo sino allo sfinimento lasciandogli una riforma dimezzata, priva di contenuti, bollato dalla serie A come il presidente che tarpa le ali al calcio italiano: costringerlo a presentarsi solo con un foglio di carta, insomma. L’immagine del numero uno della Federcalcio ne risulterebbe così scalfita, appannata dall’ennesimo giro (semi)vuoto. Da non dimenticare poi che la Lega serie A l’ha giurata a Calcagno, presidente dell’Assocalciatori che ha portato a casa la vittoria con l’abolizione governativa del Decreto Crescita. Un nemico giurato, al quale la A non riconosce il ruolo di vice-presidente, e per giunta vicario, in Figc.

Un primo punto la Lega A intanto l’ha portato a casa nei giorni scorsi: costringere all’annullamento dell’assemblea straordinaria già fissata per l’11 marzo (convocare un’assemblea di questo tipo ha anche un costo, oltre 300mila euro di spese tra location, viaggi etc etc.) che avrebbe dovuto abolire il diritto d’intesa. Gravina deve aver sentito puzza di bruciato, avrà intuito che l’11 marzo si sarebbe arrivati ad un plastico scontro. E così ecco fulmineamente accolta la proposta formulata dall’amico Giancarlo Abete (Gravina due anni fa l’ha riportato in Federcalcio prima costringendo alle dimissioni Cosimo Sibilia, poi commissariando la Lnd, infine facendo eleggere Abete presidente) che con una formula assai democristiana (dei tempi andati) l’ha pregato di rinviare l’appuntamento “vista la complessità del processo intrapreso”. Abete che ieri ha fatto mettere a verbale che “l’urgenza manifestata dalla A sulla governance nasconde la volontà di frenare sulle riforme economico-finanziarie-strutturali“. Una considerazione: perchè allora rinviare l’assemblea straordinaria dell’11 marzo (sarebbe stata la vera riforma, sarebbe quantomeno stato il redde rationem) sulla base della comunanza di intenti e della voglia di dialogo per poi passare bruscamente e repentinamente all’approvazione a colpi di maggioranza (senza la A, e forse senza la B)?

Abete che, per inciso, in Lnd inizia ad avere problemi, se è vero ad esempio che il vice-presidente vicario Mossino sta muovendo mari e monti in vista delle nuove elezioni. Gravina, sempre per inciso, che nella sua riforma del format ha messo nel mirino il suo antico feudo della Lega Pro,  destinata a ridursi in un girone. Proprio a Firenze, una settimana fa, ha esibito una sua nuova dimostrazione di forza. L’assemblea dei 60 club doveva eleggere un consigliere federale, posto cavante da otto mesi: il presidente Figc sponsorizzava l’amico abruzzese Sebastiani del Pescara mentre pare che il presidente di Lega Pro Matteo Marani (voluto un anno fa proprio da Gravina) auspicasse l’elezione di Andreoletti, presidente dell’Albinoleffe. Ai voti ha vinto Sebastiani, dunque Gravina: 28 a 18 il computo delle schede. E sempre in Lega Pro proprio la scorsa settimana si è assistito a un (poco) edificante balletto. Mercoledì scorso in un comunicato ufficiale da Firenze si annunciava la prima direzione arbitrale (Cesena-Pineto la gara scelta) con una telecamera sul petto dell’arbitro con tanto di ringraziamenti a Sky e all’Aia: sarebbe stata la prima volta della “referee cam” in un campionato di una lega europea. L’annunciata svolta storica è finita però nel cassetto appena ventiquattro ore dopo, con lo stop dell’Ifab che da Zurigo (la Svizzera lì dove hanno sede la Uefa e la Fifa) vietava l’esperimento.

Un esperimento continua a restare questo progetto di riforme del sistema calcio. Dalla pagina 17 della bozza iniziano le proposte federali, ridefinite dalla Figc e ripresentate ieri alle componenti nell’incontro (informale) in via Allegri. Seguono tre principali indirizzi: “stabilità economico-finanziaria”; “maggiore competitività delle gare ed attrattività dello sport”; “valorizzazione del sistema calcistico nel sociale” per poi snodarsi lungo un lungo elenco di interventi da attuare. Dagli indicatori economico-finanziari al rafforzamento, introduzione e innalzamento degli indici, da più stringenti criteri di ammissione ai campionati a un aumento dei controlli della Covisoc, dall’investimento nei settori giovanili alla composizione delle rose (la Figc vuole introdurre il 6 più 6 che riguarda i giovani formati nei vivai in Italia e quelli dei club contro il 4 più 4 in vigore e stabilito dall’Uefa, per non parlare della questione extracomunitari…), dalla bocciatura della proposta della Lega A sul ritorno della multiproprietà al calcio femminile, dall’introduzione di sistemi di tax credit e del rinnovo dei crediti di imposta per sponsorizzazioni ai club professionistici alla contribuzione nei confronti dei club del sistema scommesse.

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Nell’ultima parte ci sono le date fissate per arrivare all’approvazione della riforma. Il 27 febbraio (ieri, cioè) la condivisione di tutte le componenti, il 6 marzo l’approvazione degli interventi da parte del “tavolo”, il 28 marzo l’approvazione della prima parte del piano in consiglio federale, a fine aprile l’approvazione in consiglio della seconda parte degli interventi e a fine giugno l’approvazione dell’ultima parte. Quella cioè su due punti focali, al centro dei dissidi con la Lega A che lo ha detto a chiare lettere, no alla A a 18 e più potere ai venti club di A: nuova sostenibilità strutturale del sistema (con annessa modifica del valore del “paracadute” e la redistribuzione della mutualità; ad esempio scomparendo gran parte dei club di C si recupererebbero 18 milioni di euro, l’esempio vale per capire quanto sia inutile, nemmeno un milione a testa per i club di A…); semplificazione del modello di governance. Quindi i punti reali di scontro: il format dei campionati e una diversa distribuzione e revisione dei pesi all’interno in assemblea federale e di rappresentanza nel consiglio Figc. Tanto per ricordare, l’8 febbraio Casini aveva detto: «Sconcertati da Gravina, impensabile non riconosca il ruolo della serie A». Sulle tre pagine in questione, al momento, appare questa scritta: “Interventi da definire a seguito della validazione delle prime due fasi del piano complessivo”. Scritte su una bozza che rischiano di restarci per sempre, diventando la pietra tombale al piano riforme di Gravina. Del resto il detto ammonisce: una modifica al giorno leva la riforma di torno…

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