INDISCRETO

Gravina e un azzurro sempre più tenebre: quattro anni di battaglie senza riforme. L’Italia del pallone resta nelle mani del passato

Dopo l’eliminazione della Nazionale prova a restare in trincea, spera che Mancini resti per evitare la valanga. Mentre la politica e il mondo sportivo si interrogano, il numero uno di via Allegri deve guardarsi alle spalle. Nell’ultimo anno ha condotto campagne che adesso potrebbero tornargli contro: non solo la A, ma anche i Dilettanti sono in fermento. E Tavecchio prepara la riscossa
Gravina e Viglione a poche ore dalla sfida Italia-Macedonia (foto dal sito Figc)
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Scorre la sabbia nella clessidra. Rovesciatasi dopo il rovescio della nazionale azzurra a Palermo nella semifinale playoff, più che dalla Macedonia eliminata da debolezze e presunzione dell’intero movimento tricolore, trascinata nel baratro e nell’umiliazione da un pallone sempre più sgonfio gestito da una federazione incapace, miope, attempata, ostaggio di dirigenti nel pallone per interessi e stipendi, mica per competenze ed esperienze: l’Italia fuori dal Mondiale intanto per la seconda volta consecutiva s’interroga, dibatte, promette. Il colpo inferto dalla Svezia nel 2017 portò alle dimissioni a furor di popolo di Carlo Tavecchio, in consiglio federale attaccato proprio da Gabriele Gravina, all’epoca presidente della Lega Pro. «Il calcio italiano ha bisogno di una svolta, dobbiamo assumerci tutti delle responsabilità. Per un atto di generosità dobbiamo tutti fare un passo indietro. Non ce l’ho con Tavecchio, anzi non è nemmeno il primo responsabile: abbiamo bisogno di un rinnovamento».

Le ombre del passato. Così a novembre del 2017: quelle parole fecero da apripista alla giravolta. Insieme a Gravina, si rivoltò poi la Lega Nazionale Dilettanti di Cosimo Sibilia, proprio la Lega espressione del ragioniere Tavecchio assurto poi al soglio romano. Un’altra mano ce la mise poi il presidente federale Giovanni Malagò che provvide al commissariamento. Chiuso dalle nuove elezioni a inizio 2018, chiuso con un accordo: Gravina sarebbe stato presidente federale fino al 2020, poi ci sarebbe stato il passaggio di testimone a Sibilia per il successivo quadriennio olimpico, il garante dell’accordo proprio l’ex presidente federale Giancarlo Abete che da via Allegri s’era dimesso dopo il flop al Mondiale del 2014. Le cose però poi sarebbero andate diversamente: Gravina avrebbe preso pieno possesso di via Allegri e dal quinto piano non è più voluto andare via. Via via s’è blindato, contorniato da dirigenti e signorsì, perseguendo una campagna di guerre intestine. Complice la pandemia, le nuove elezioni spostate al 2021: il suo programma elettorale sintetizzato dal titolo “Rinascimento azzurro”, la sua battaglia vinta su Sibilia diventato il nemico acerrimo, da azzerare, l’elezione giunta grazie all’appoggio delle varie componenti, dispensate ad esempio in piena pandemia da contributi a fondo perduto e deroghe ad adempimenti (Aic, Aiac, Leghe).

Il mandato e le guerre. A febbraio del 2021 così il nuovo mandato federale, sul tavolo avrebbe messo riforme e rinnovamento. Rimaste tutte – ma proprio tutte – solo sulla carta. C’era sempre altro da fare, sempre altri cui badare. Da quel giorno sarebbe partita soprattutto una serie infinita di battaglie: dai tamponi della Lazio utilizzati strumentalmente per eliminare il nemico Lotito agli arbitri, rea l’Aia del neo-eletto Trentalange di non essersi schierata apertamente con lui (ma nemmeno con Sibilia) in fase pre-elettorale tanto da promettere il taglio del 2% di peso elettorale, dai fondi (Cvc) in Lega A appoggiando il piano ScaroniCairo e – è proprio storia recente – la campagna sempre in Lega A per sostituire al dimissionato Dal Pino un altro uomo di fiducia. Solo qualche esempio, per non parlare delle continue richieste di soldi e ristori al Governo e gli attacchi al sottosegretario Vezzali. Mesi e mesi di guerre, come quella portata nel campo della Lega Nazionale Dilettanti, l’unica voce avversa rimasta prima che in Lega A si ribaltassero idee e posizioni: costretto infine Sibilia alle dimissioni soffiando sui presidenti dei Comitati, costretto poi il vicario Pellizzari a desistere dal commissariamento affidandosi ad un parere del Collegio di Garanzia del Coni, imposto quindi Abete come commissario straordinario e poi come unico candidato. Proprio una settimana fa – il 21 marzo – eletto presidente della Lnd. Certo, una vittoria di Gravina. L’unica, però, della sua fallimentare gestione. Una vittoria di Pirro nella Lega a cui ha promesso di togliere il 10% del peso elettorale, una vittoria nella Lega spaccata sul vicario, una Lega in cui (ri)avanza bellicoso Carlo Tavecchio. Proprio l’uomo che aveva fatto fuori. Perché l’ex sindaco democristiano di Ponte Lambro non ha certo dimenticato: astutamente, tenendosi coperto, dopo aver ottenuto l’eliminazione del nemico Sibilia, adesso prepara la rivincita proprio su Gravina. «Io non mi dimetto. Non capisco perché una sconfitta sul campo debba tramutarsi in sconfitta per il progetto federale. Il mio va avanti, non ci sono elementi paragonabili a quelli del 2017, ho la piena fiducia di tutte le componenti federali e anche all’esterno. Devo difendere il calcio italiano, e i suoi interessi. E poi Tavecchio fu costretto a dimettersi perchè c’era Malagò che premeva». Così l’attuale presidente federale – rimettendo in campo Malagò, il presidente del Coni troverà il tempo per tornare sulla rivelazone di Gravina fatta nel corso di una intervista Repubblica? – ha provato ad arrestare lo scorrere della sabbia nella clessidra. Che invece scende. Inesorabilmente. S’è rovesciata un’altra volta, ora c’è solo da attendere, dai palazzi del pallone (non solo italiano) a quelli della politica il coro è quasi unanime: Gravina ha fatto il suo tempo. La finestra dal quinto piano di via Allegri si sta per chiudere. Prova a resistere, il pressing su Mancini affinchè resti quasi vinto: sa bene che se il ct gettasse la spugna la valanga travolgerebbe anche lui. Altro che programmi, progetti, piani. Eppure, appena una settimana fa, proprio nel corso dell’elezione di Abete in Lnd, il presidente federale aveva detto. «Questo è il tempo della competenza e della fiducia. Non dobbiamo aver paura del cambiamento. Costruiamo il futuro, tutti insieme. Un anno fa la Lega nazionale Dilettanti non era decisiva per il sistema federale. Ho sentito la responsabilità di colmare le distanze tra centro e periferia. Convinto della necessità che il sistema andasse rivitalizzato dalla base». Parole pronunciate tre giorni prima della sfida con la Macedonia, dopo aver imposto una settimana prima al consiglio federale la nomina di Ghirelli (Lega Pro) come suo vice-presidente e quella del presidente dell’Assocalciatori Umberto Calcagno come suo vicario federale: è questo il quadro dei vertici federali, questo il vertice della piramide calcistica italiana.

Gravina e un azzurro sempre più tenebre: quattro anni di battaglie senza riforme. L'Italia del pallone resta nelle mani del passato
Tavecchio, Matarrese, Carraro

Una settimana che sembra un secolo. «Non dobbiamo avere paura del cambiamento»: queste le parole ripetute nel discorso all’assemblea elettiva che avrebbe all’unanimità eletto il già due volte presidente federale Giancarlo Abete come presidente dei Dilettanti spaccandosi però nella scelta del vicario. In prima fila c’erano Carraro, Matarrese, Tavecchio. La fotografia del passato, del presente e del futuro del calcio italiano. Calcio italiano cui per farne una radiografia basterebbe fotografare l’ultimo anno vissuto in Lega Dilettanti: sentenze di giustizia sportiva, alleanze e tradimenti, salvataggi e promesse, minacce e pressioni, contributi federali (l’ultimo di 3,2 milioni di euro) elargiti a cascata. Niente dimissioni: non firmerà le proprie Gabriele Gravina che a poche ore dalla sfida con la Macedonia era invece al campo “Tenente Onorato” di Palermo. Con lui, al mattino, il fidato consigliere giuridico Giancarlo Viglione, con lui il generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello e il comandante del Comando Militare Esercito Sicilia, il generale di Divisione Maurizio Angelo Scardino: a poche ore dalla Macedonia c’era da celebrare il rifacimento del manto erboso e degli spogliatoi del campo sportivo finanziati dalla Figc. Fotografie prontamente pubblicate sul sito della Figc che potrebbero accompagnarsi magari a una perfida constatazione: per allenarsi e per continuare nella guerra e nelle mille battaglie, il presidente federale si affida all’Esercito. Pronto com’è ad armare altre guerre, pronto a difendersi dagli attacchi, pronto a subire l’attacco proprio da quella Lega che ha dilaniato ma che gli sembra(va) domata. In fondo la storia è fatta di corsi e ricorsi. E quello che sembra un nuovo inizio a volte non è che l’inizio della fine.

Il quadro della Lnd. Chissà se a Gabriele Gravina, uomo di buone letture e apprezzabili doti oratorie, sarà venuta alla mente la frase di Neville Chamberlain, il Primo Ministro inglese che aveva sperato di mantenere la pace con Hitler e Mussolini, quando affermò: “In guerra non ci sono vincitori, ma tutti sono perdenti, qualunque parte possa vantarsi di avere vinto.” Appena sette giorni fa, all’indomani dell’elezione del nuovo vertice della Lnd, si poteva comunque stilare una lista di vincitori e vinti. Almeno secondo la logica che domina via Gregorio Allegri da quando si è insediato l’ex presidente del Castel di Sangro. O si è con lui oppure contro di lui. Con tutte le voci di dissenso da reprimere, da ridurre al silenzio. In questa logica tra i vincitori, certo, non poteva che esserci e sentirsi e vedersi proprio lui, Gravina. Ha lavorato ai fianchi di Sibilia sin dall’inizio del suo secondo mandato, infastidito dal continuo ricordo che il parlamentare campano faceva, in pubblico e in privato, del patto non rispettato che prevedeva l’alternanza tra Gravina e Sibilia. Fatto fuori Sibilia, fatto accomodare sulla poltrona di presidente della Lnd il suo mentore Giancarlo Abete, il presidente Figc poteva, a giusta ragione, considerarsi il vero vincitore della guerra di conquista dei Dilettanti. Con quali conseguenze, lo dirà solo il tempo. Un altro vincitore, sia pure con molti distinguo, può considerarsi Giancarlo Abete. Quello che, con una simpatica definizione, è stato descritto come l’inventore del “trapianto di poltrone”, indubbiamente può dirsi soddisfatto per aver conquistato l’ennesimo prestigioso traguardo. Di sicuro a titolo personale, forse meno utile per la Lnd. L’ex parlamentare democristiano dovrà infatti ancora combattere con l’interpretazione del Collegio di Garanzia dello Sport presso il Coni che, con il parere n. 6 del 1 ottobre 2018, ha sostenuto che non si fa distinzione tra componenti eletti o di diritto nell’ambito del consiglio federale. Con la conseguenza che, grazie alla sua elezione, la Lnd potrebbe trovarsi nella paradossale situazione di passare da 6 a 5 voti utili in consiglio, mancando proprio quello del suo presidente, che ha già superato i tre mandati previsti dalla Legge numero 8 del 2018. E se a questo dovesse abbinarsi quella che, stando ai rumors federali, sembra un destino già segnato, cioè la drastica riduzione della rappresentatività della Lnd, passando dall’attuale 34% al 24%, a prescindere dall’aspetto personale per Abete vorrebbe dire caratterizzare la sua presidenza come il momento di maggior danno per la Lega Dilettanti, tra voti in meno in consiglio federale e ridotta rappresentatività per la prossima governance. Se a questo si aggiunge che era proprio Abete il “garante” di quel famoso patto Gravina-Sibilia, la sua elezione alla Lnd e proprio in sostituzione di Sibilia, suonerebbe più come premio al venir meno del ruolo di garante che un riconoscimento ai meriti personali. Particolare non trascurabile inoltre, passato nel più totale silenzio anche tra gli stessi delegati che l’hanno poi eletto, è che l’Abete commissario avrebbe approvato, senza alcuna modifica, proprio quel bilancio che era stato ritenuto corretto dall’allora vice presidente vicario Ettore Pellizzari e che, per tale motivo, aveva suscitato le ire di ben quattordici presidenti dei comitati regionali che ne richiedevano la decadenza. Altro vincitore, per la complessiva gestione del “dietro le quinte”, è Carlo Tavecchio. L’attuale presidente del comitato regionale Lombardia nonostante, per gli evidenti dissidi interni, abbia faticato non poco a raggiungere, dopo diverse ore, il numero legale per costituire l’assemblea della sua regione, è riuscito a far ricompattare la potente area Nord sul nome del vice presidente vicario Christian Mossino, così raggiungendo un duplice importante obiettivo, frutto di un lungo lavoro (leggi qui). Il primo, sbarrare la strada al suo vecchio nemico Luigi Repace, il presidente del Comitato Umbria, oggetto di un ricorso ora alla Procura generale del Coni avanzato da Fiorucci dopo che le legittime domande sono cadute nel vuoto della giustizia federale: poteva candidarsi come presidente del comitato Umbria nel 2021 dopo tutti i mandati ricoperti? può ancora ricoprire la carica? (leggi qui). Il secondo obiettivo raggiunto: piazzare un uomo di sua fiducia al fianco di Abete, così da controllarne le mosse e, soprattutto, garantirsi che i patti della vigilia siano rispettati. Il ragioniere di Ponte Lambro punta a insediarsi al vertice della cassaforte della Lnd, quella “Lnd Servizi s.r.l.” oggi temporaneamente gestita dallo stesso Abete, dalla ex segretaria (in pensione) amministrativa Gabriella Lombi e dal consulente fiscale Edmondo Caira. Questa la prima cambiale in scadenza: Tavecchio si accontenterà solo di questa, o dopo la disfatta della nazionale, tornerà tutto in discussione, pronto a prendersi la completa rivincita, soffiando sul malcontento? Chi di spada ferisce, di spada perisce, recita un detto. In una Lega Dilettanti spaccata, sicuramente nel novero dei vincitori possono citarsi il neo eletto vice presidente vicario Mossino, il vice presidente dell’area Nord, il ligure Giulio Ivaldi, e il suo collega in rappresentanza dell’qrea Centro, il sardo Giovanni Cadoni, a quanto pare molto stimato dallo stesso Abete. Sin qui i vincitori. Già si intravede uno sgomitolare.

Guai ai vinti. Ma è anche dall’altra parte che promettono di arrivare i guai, veleni pericolosi, magari ricorsi. Tra gli sconfitti in prima linea c’è Luigi Repace. Il presidente del Comitato Regionale Umbria ha sperimentato sulla propria pelle la “strategia del taxi” adoperata dal presidente federale Gravina. Era successo nel recente passato anche con l’ex vice presidente della Divisione Calcio a 5, Di Gianvito, sollecitato a opporsi al commissariamento della Divisione adottato da Sibilia ed affidato alle cure giuridiche del fido Giancarlo Viglione, salvo poi essere brutalmente abbandonato all’esito della sconfitta, giuridica e non solo, decretata dal Collegio di Garanzia dello Sport che ritenne il provvedimento di commissariamento esente da censure. La storia si è ripetuta con Repace. Blandito e coccolato con promesse di promozioni e ruoli al vertice, il presidente del comitato Umbria, ancora una volta affidato alla “regia” di Viglione, si era reso protagonista della “auto-convocazione” dei 14 presidenti dei Comitati Regionali alla vigilia dell’approvazione del bilancio della Lnd. Tutti ospitati, a spese dei rispettivi Comitati e delle società ovviamente a Perugia, i quattordici presidenti regionali ai quali si aggiunse anche il vice presidente dell’area Centro, Gianmario Schippa, altro nome finito nel dimenticatoio nel breve volgere di qualche settimana, elaborarono un documento, secondo i bene informati scritto personalmente da Viglione, con il quale chiedevano alla Figc di commissariare la Lnd ed impedire che il reggente Pellizzari portasse al voto la stessa Lega. Come è finita, è storia nota. La coesione dei 14 presidenti si è sciolta come neve al sole e Repace, che aspirava a diventare presidente della Lnd e poi, con l’arrivo di Abete, aveva mitigato le proprie aspirazioni alla carica di vice presidente Vicario, è stato brutalmente sconfitto nell’urna. Cinquanta i voti favorevoli a Mossino e appena 34 quelli per l’umbro. Che, evidentemente amareggiato per aver compreso troppo tardi di essere stato usato e gettato dal duo Gravina- Viglione, ha abbandonato l’assemblea elettiva della Lnd scuro in volto. Ha già provato a sondare il terreno in casa Lotito, ora studia le mosse. Altro sconfitto, per la regione che rappresenta e non solo a titolo personale, è Sandro Morgana, il presidente del comitato regionale Sicilia. La sua regione aveva uno dei vice presidenti, l’ingegnere Santino Lo Presti, bruciato grazie all’alleanza tra Morgana e Repace. Gli unici due, combinazione chissà forse non fortuita, che risultano eletti nei rispettivi Comitati apparentemente non rispettando quanto previsto dalla Legge 8 del 2018, visto che al momento dell’approvazione della Legge non erano in carica e, di conseguenza, non avrebbero potuto aspirare ad un ulteriore mandato conseguendo oltre il 55% dei consensi. Morgana, inoltre, da ex coordinatore dell’area Sud, ha raggiunto il poco onorevole primato di vedere frantumata l’alleanza dei comitati di quell’area, tenuto conto che, per la designazione del vice presidente, sono stati ben tre gli aspiranti alla carica: il molisano Piero Di Cristinzi, il siciliano Santino Lo Presti e il neo eletto Saverio Mirarchi. Altro sconfitto appare senza dubbio il presidente del Comitato Campania Carmine Zigarelli. Non solo per aver sottoscritto il documento di Repace, così clamorosamente schierandosi contro il suo mentore e padre putativo sportivo Cosimo Sibilia, ma per aver puntato sull’elezione di Repace quale vice presidente vicario, non votato, a quanto si dice, da diversi suoi delegati ancora legati a filo doppio con lo stesso Sibilia. Per lui qualcuno ipotizza nei prossimi mesi grandi difficoltà anche interne, in un clima certo non rasserenato dopo la scarsa partecipazione delle società all’ultima assemblea. La Lega Nazionale Dilettanti è una polveriera, la pancia del calcio italiano è in piena sofferenza: i bilanci sono in rosso, e dopo l’eliminazione dai Mondiali, le casse federali saranno più vuote. Che accadrà? Si andrà con le solite?

La solita platea. Guardando alle prime file dell’assemblea della Lnd si può certo affermare che se c’è un sicuro grande sconfitto questi è il calcio italiano. Vedere tutti lì, in una data simbolica, com’è per l’appunto il 21 marzo che segna l’inizio della primavera, stagione metaforicamente da sempre associata alla gioventù, seduti uno accanto all’altro, Matarrese, Carraro, Ghirelli, Gravina, Tavecchio, Abete, Ulivieri e ancora, il presidente del Comitato Lazio Zarelli, quello del Molise Di Cristinzi, il siciliano Morgana, il pugliese Tisci, insomma persone che per motivi anagrafici o di carica occupano poltrone da almeno trenta anni, ha suscitato almeno grande tristezza. Tutti attaccati ai loro incarichi, tutti a lottare per non mollare, senza un cambio generazionale, senza lasciare spazio a nuovi dirigenti e a nuove idee. Tutti accomunati, nella finta amicizia che li lega l’uno agli altri, da una grande frase di Eschilo “La cosa peggiore per i potenti è che non possono fidarsi degli amici.” Gravina, sprofondato e asserragliato in trincea con elmetto e baionetta, farebbe bene a leggerla e rileggerla questa frase: quale amico sarà il primo a pugnalarlo?

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