Seneca, l’ombrello e il mare

Facebook
Twitter
WhatsApp
Telegram

Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Per analizzare compiutamente la frase di Lucio Anno Seneca bisognerebbe riportare le lancette indietro fino al primo secolo dopo Cristo e ci vorrebbe un po’ di tempo. Non ce n’è molto, però. E poi, come sostiene il detto, il tempo è tiranno. Il passato è un puntino che si fa sempre più piccolo e lontano, il tempo presente invece è come un fiocco che si scioglie senza nemmeno cadere sulla terra. E poi il fisiologico e naturale movimento delle lancette sul pianeta Terra è calibrato in avanti. E dunque, guardiamo avanti.

Avrebbe voluto riportare le lancette all’indietro la bimba vestita di biancoscudato: se ne stava lì ad aspettare che entrassero i calciatori ma lei lì non voleva starci. Lì qualche metro avanti la linea di metà campo, lì davanti alla tribuna centrale. Forse impressionata, forse stranita ed emozionata, impaurita. Ha cominciato a piangere, a implorare con gli occhi la mamma, qualche metro più indietro. Un’assenza che rischiava di rovinare il cerimoniale di accoglienza, un buco, avranno pensato, un po’ troppo evidente. Come riparare, come riempire? “Torna lì, è un attimo e poi vieni via”. Lei niente, lei lì col ditino implorante: voglio andare. Un bacio, una carezza, un incoraggiamento. È scappata ma poi sarebbe ritornata. Gabriella Borgia (segreteria organizzativa/agonistica della Salernitana) e Mara Andria (direttore generale Holding Idi srl) le avevano sussurrato parole rassicuranti. Piano riuscito però il pianto no, quello sarebbe ripreso. A singhiozzi. Ribery ad accarezzarla, persino l’arbitro sciolto.

Sciolta invece dopo nemmeno 45’ la Salernitana, dissolte tutte le solide sicurezze disseminate e recepite da gran parte dell’ambiente negli ultimi due mesi, a voler star proprio stretti. Stretta da emergenze e deficienze, la squadra avrebbe tenuto per un tempo, poi si sarebbe liquefatta. Sul campo sembrava ci fosse una squadra (l’avversaria) allineata, sintonizzata, una squadra ambiziosa di serie B e un’altra che al momento forse se fosse in serie B sarebbe costretta a stringere i denti. Sensazioni, s’intende. Come una sensazione quella voglia di andar via prima del fischio finale, vista l’inutilità di star lì a osservare quello strazio, non legato al risultato ma allo stato dell’arte, come uno specchio che riflette la stessa (doppia) immagine. Pareva che le lancette del tempo fossero tornate indietro, a tutte quelle stagioni che la Salernitana di Lotito e Fabiani avviava in piena emergenza, in un via vai di calciatori e d’impotenza sul mercato. Chissà se almeno la bimba vestita di scudocrociato sarà riuscita a scappare prima di quei 7’ di recupero mentre i diecimila e passa dell’Arechi erano ancora lì, qualcuno a imprecare e qualcun altro a chiedersi: «Ma è tutto vero?». Il display di quel 60 pollici “piazzato” come maxischermo (ma uno che va allo stadio perché ha bisogno del maxischermo?) impietosamente a ribadire il risultato finale. Pur togliendo quel display, non sarebbe cambiato.

Il tempo scorre in fretta: mentre la Roma rifilava 5 gol allo Shakhtar (“a vederli giocare così, tutti insieme, viene quasi da stropicciarsi gli occhi”: questo l’incipit del pezzo di Andrea Pugliese su “La Gazzetta dello Sport) e Mourinho si godeva i “fab four” davanti a 65mila paganti, l’Arechi registrava oltre 10mila spettatori paganti, più degli altri tre stadi “messi insieme” dove s’era giocata la giornata di Coppa. File e qualche intoppo ai tornelli, le solite proteste (mentre più di qualcuno calcolava sul costo dell’abbonamento, sul prezzo dei tagliandi per la Roma e su quella dicitura “sconto del 30%” ma il risultato pur con la calcolatrice in mano pare non gli tornasse), il solito rosario insomma proprio in imminenza della Madonna del Rosario che si festeggia a Ferragosto: anche qui tornare a gennaio 2022 sarebbe un esercizio lungo, faticoso mettersi a sbobinare quel fiume di parole fuoriuscito nella sede della Caffè Motta. Avrebbe un’aroma bruciato. Meglio guardare avanti. Ai Distinti chiusi per squalifica, eppure qualche sediolino mancante. Alla curva Nord ancora e sempre chiusa per incapacità, negligenze, inefficienze. Ai servizi igienici. Ai sediolini sporchi, alle carte e ai mozziconi. Anche qui bisognerebbe tornare indietro con le lancette, a tutti quegli spot dell’amministrazione comunale, del sindaco, dei consiglieri, degli assessori e soprattutto di chi tiene in piedi da decenni questo carrozzone che però adesso va in cerca di nuove adesioni perché ci sono le Politiche ed è un intreccio assai velenoso. Anche qui, l’aroma è ormai andato bruciato.

Come le bruciassero i piedi, avanti e indietro, su e giù ai bordi del campo: immortalata nella foto prima della gara in compagnia di un ex assessore con tanto di cartellino al collo (pare abbia un ruolo di consulenza esterna alla struttura), un volto che da almeno due anni segue da vicino le sorti del club, anche quando era in mano d’altri, la dottoressa Mara Andria s’è consumata quasi più dei calciatori. Una direttiva al team manager Avallone, una parola con lo speaker, un foglio delle formazioni in mano, un passaggio dietro la panchina, una telefonata. Una partita nella partita per il direttore generale della Holding Idi srl, incarico svelato da De Sanctis il giorno prima in conferenza stampa. Magari anche la dottoressa Andria avrebbe voluto riportare indietro le lancette del tempo, al tempo in cui da responsabile della comunicazione della Pegaso aveva questioni di altro tipo da affrontare. Però indietro non si può tornare. Il presente non è che un ponte sul futuro: bisogna muovere i piedi, e andare. Anche se con abiti diversi, ieri all’Arechi la più operativa nell’organigramma societario, («tre persone ho in alto» aveva detto De Sanctis) visto che il presidente Danilo Iervolino non c’era. La sua prima assenza all’Arechi, niente sfilata e niente pacche sulle spalle ai calciatori per l’imprenditore di Palma Campania: pacche e abbracci a staff e calciatori li avrebbe invece riservati ai suoi il presidente (a stelle e strisce) del Parma prima della gara.

E a fine gara, in sala stampa, sarebbe rispuntato Davide Nicola: lui al microfono e Mara Andria al suo fianco. In mano un ventaglio, come fosse un ombrello. Ad accompagnare e seguire le parole in diretta del tecnico. Che avrebbe tenuto il profilo un po’ più basso, sia pur una frase invece dimostri come anche un “grande motivatore” possa avere – comprensibile visto il logorio della vita moderna direbbe Calindri – un momento di sbandamento. «Dal primo giorno lavoro con ragazzi che arrivavano da contesti diversi e si pensava fossero di passaggio, in questo momento ne abbiamo bisogno». La Salernitana è in piena emergenza, infortuni e ritardi di condizione: non un bel modo per motivare chi almeno sta in piedi, eppure il messaggio l’allenatore pare continui a mandarlo alla casella di posta giusta… Giusto un momento. Dopo Nicola, in sala stampa sarebbe ricomparso anche un laconico De Sanctis. Una pacca a Nicola, uno sguardo d’intesa con la dottoressa Mara (deve esserci un filo a legare questo bel nome alle vicende granata degli ultimi dieci anni, ma tu guarda come è curioso il destino) Andria e poi: «Porto un messaggio della società, ringrazio gli 11mila tifosi che il 7 agosto sono venuti ad assistere alla partita». Diesse e adesso pure postino: se per dire i tre portieri in rosa avessero pure loro un accidenti, Morgan sarebbe pronto persino a rimettersi i guanti. Magari tutto rientra in quel modo “trasversale di intendere il calcio” come da comunicato d’investitura di metà giugno.

Giusto con un guanto appena appena sufficiente la società oggi ha invece annunciato di aver affidato l’incarico di responsabile del settore giovanile a Stefano Colantuono. Anche qui bisognerebbe riportare le lancette indietro fino al 27 di giugno, ma anche qui l’esercizio è inutile. La Salernitana non l’ha scelto: l’aveva in casa e doveva comunque corrispondergli un lauto stipendio, ora spalmato in tre anni. Una scelta “obbligata”? Chissà, intanto Colantuono dovrà confrontarsi con La Rocca che è nel settore giovanile granata da anni, e con il figlio dell’avvocato Fimmanò, una new-entry di gennaio. E dovrà rapportarsi a De Sanctis che mantiene gli occhi sulla Primavera. Da due giorni è diventata un cult la sua frase, pronunciata in conferenza stampa. «Io e l’allenatore? Vi basta sapere che la mia tesi a Coverciano era: “Moriremo insieme”, questo per dirvi di come intendo il rapporto con un allenatore». Moriremo insieme: una citazione che avrà fatto piacere a tutti gli amanti delle canzoni di Califano. Ricordato specie per: “Tutto il resto è noia”. Una noia come tutta quella lunga di potenziali acquisti sfumata, anche De Sanctis costretto a resettare le lancette dell’orologio, a spostarle dal Rolex all’Hamilton. Tornando alle canzoni e a Califano, protagonista persino in un film di Sorrentino, “L’uomo in più”: una pellicola che affronta il dietro le quinte dei protagonisti pallonari e canori, persi tra promesse e delusioni. Anche lì, vite logorate nell’impossibile tentativo di riportare le lancette all’indietro. Non si può. Bisogna guardare avanti. E stare sempre attenti al meteo.

Stamattina ad esempio Salerno s’era svegliata così (nella foto): acque chiare, mare “calma piatta”. In serata è andata a dormire almeno rinfrescata dal temporale, per domani invece è scattata l’allerta meteo. Probabili burrasche per mare. E burrasca è stata segnalata questo pomeriggio anche sul campo, pare in un confronto serrato tra staff dirigenziale e tecnico. Si va in cerca di una rotta.

Si chiude, tornando al punto d’inizio. In tema marinaro, il punto di tutto torna nelle mani dell’armatore. “Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Chissà, forse alla Pegaso non si studia Seneca. Un ripasso almeno gioverebbe, almeno un passaggio trasposto al pallone: non è una questione di nomi, parole, copertine. È solo una questione: l’obiettivo.

 

© 2022 riproduzione riservata
Facebook
Twitter
WhatsApp
Telegram

Articoli correlati