L’abituale e controversa overdose di numeri (c’è chi li intrepreta e soprattutto li pesa in un modo e chi in un altro – basterebbe riannodarsi al conto delle palle-gol create, o sciupate o sventate nella sfida tra Casarano e Salernitana a seconda se il versante sia pugliese o granata – accampando così rivendicazioni e superiorità) meriterebbe, sia pur in poche righe, un’analisi più approfondita (così come la meritava la partita col Cerignola).
Dare i numeri di una partita, in fondo, è un esercizio facilissimo: basta fare il conto della serva (gol più occasioni più azioni) per arrivare (spesso) a facili (ma non solide) conclusioni. Eppure.
Eppure bisognerebbe andare tra le righe di una partita, avventurarsi tra le pieghe di una sfida, scrutare l’espressione dei volti e il movimento dei corpi, per stimare progressi, regressi e futuribilità di una squadra. Posare l’occhio dentro, per provare a guardare lontano.
Prendete la Salernitana, ad esempio. Avvinghiata e avvolta in un’overdose di numeri – 5 partite in 14 giorni, 23 giocatori nuovi sui 23 della rosa, vinte 3 (tutte in rimonta), persa una e pareggiata l’ultima – ha sommato così ai 6 punti delle prime 2 gare altri 10. Viaggia a una media di 2,28 a partita, una media-promozione o giù di lì, ma soprattutto è una buona e insperata base di partenza, considerando appunto che la Salernitana, reduce da due retrocessioni di fila, è realmente ripartita da zero in un ambiente non facile, in un clima di certo non favorevole e con una società che pare sempre eternamente sospesa a mezz’aria.
I 16 punti potevano (forse) essere di meno, ma potevano (forse) anche essere di più: in fondo col Cerignola la capolista era avanti di due gol al 70’, e a Casarano, al di là delle occasioni soprattutto offerte su un guanto di velluto all’avversario per errori di posizione o disattenzioni, ha più volte creato azioni da gol. Nell’analisi, c’è anche da sottolineare come dei 23 nuovi giocatori quasi la metà sia arrivata ben dopo Ferragosto, a pochi giorni cioè dall’inizio del campionato, e come alcuni tra gli ultimi arrivi (Tascone, Frascatore, ad esempio: e gli effetti si vedono sul prato) non abbiano svolto la piena preparazione con la precedente società. Bisogna anche rimarcare come a Casarano la Salernitana fosse priva di quattro pezzi da novanta (se Inglese ha un degno alter ego e forse anche più sebbene Ferrari non sia ancora al top della forma, certo non può dirsi la stessa cosa per Cabianca, la più bella rivelazione di questo avvio insieme a Villa, che ha già dimostrato di essere un eclettico difensore di categoria superiore, e certo non si può dire che Capomaggio possa – per garra, fisicità e tecnica – trovare un adeguato clone) e tra questi è finora mancato l’unico vero giocatore che possiede mezzi e colpi per saltare l’uomo dando ariosità e imprevedibilità alla manovra (Liguori). Certo, alle assenze bisogna aggiungere, nell’analisi, le mancanze strutturali.
Era stato sottolineato in sede di allestimento della rosa come la Salernitana si fosse dotata di difensori fisicamente possenti, ma poco veloci e svelti (un handicap che, ancor più in avvio di stagione, incide). E quest’avvio di campionato ha dimostrato i limiti del reparto, ingigantiti però anche da carenze della fase difensiva che coinvolgono anche la mediana: la mancanza di filtro adeguato (anche la capacità di aggredire l’avversario nell’altrui metà campo, recuperando palloni) finisce con lasciare pericolose zolle vuote nella propria metà di campo, con i difensori lasciati in balia dell’avversario. Troppe azioni concesse all’avversario di turno, troppe le sofferenze e troppi i tremolii: inconcepibile, per una squadra che vuole stare lì davanti. Limiti e carenze non ancora colmate.
A fare da contraltare, però, c’è un innegabile dato che va ben al di là dei numeri: paradossalmente (ma il calcio in questo è maestro) la Salernitana proprio nelle due gare nelle quali ha raccolto meno in termini di punti ha evidenziato invece un’evidente crescita per volume e qualità di gioco. Non è più quella stentata e un po’ sbilenca di avvio stagione che riusciva a vincere anche perché, grazie ai cambi, stroncava le fiaccate resistenze avversarie.
Il segnale più importante, però, è un altro. Sin dalla prima gara di questo campionato la Salernitana ha evidenziato un’identità precisa, alimentata dal carattere, dal cuore, dall’orgoglio, dal gruppo, dalla capacità di stare dentro la partita e di inseguire sempre il risultato, pur nelle avversità (e inseguire pure l’avversario: come immagine, vale per tutte la rincorsa di sessanta metri di Cabianca nella gara con l’Atalanta 23 sradicando poi il pallone all’avversario lanciato a rete).
È una squadra che non si piega e che non vuole piegarsi, che pare sempre più applicata, attaccata alla maglia, compatta dentro e fuori, che punta a sviluppare e proporre gioco più che lucrare sulle individualità. Che, dopo due anni di zero assoluto, ha riportato il pallone al centro della scena e le emozioni dentro il suo stadio. È una squadra che merita seguito e sostegno, possibilmente sempre più caloroso, specie nei momenti difficili di una gara (purtroppo la Sud non è più la Sud dell’Arechi che faceva tremare stadio e avversario e che dava forza ai granata nei momenti difficili di una gara). È una squadra che definirei seria.
Ha davanti ampi margini di miglioramento, magari confidando anche nei giusti innesti invernali: perché ci può stare sbagliare qualche mossa se in estate devi rifare tutta la rosa e tra l’altro ti ritrovi con una società che ti rallenta e ti impone paletti (prima vendere e poi…), non però dopo quattro mesi di studio (e partite).
«Per vincere servono i giocatori che fanno gol, e i giocatori che non ti fanno prendere gol». Questa è la frase pronunciata dal ds Faggiano nel giorno della sua presentazione. Ecco: dopo sette giornate (è ancora presto, certo), si può dire che se la prima parte è (quasi) compiuta, la seconda parte dell’opera deve essere completata (tra difesa e metà campo c’è da rifinire, aggiustare e completare). Certo, sempre società permettendo…





