CALCIO

Salernitana, l’amore è nelle sconfitte

Il 19 giugno 1919 nasceva il club granata. Giugno è anche il mese di due delusioni: la serie A persa a Bergamo e l’anno dopo a Pescara
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su whatsapp
WhatsApp
La curva Sud dell'Arechi
Coreografia nella curva Sud dello stadio Arechi: il bandierone granata in una foto in bianco e nero: la Salernitana passione di un'intera città (foto archivio personale)

Dentro. Fino al cuore, fino a farlo andare su di giri. Dentro. Fino a farselo scoppiare, fino a fartelo scoppiare. No, non è vero che si conservano solo i ricordi di storiche vittorie con annesse e debordanti sfilate: le bandiere al vento, il petto gonfio e quell’urlo, “sì, siamo noi i più forti”. No, nel cuore si sedimentano le delusioni, e sono quelle più cocenti a nutrire come linfa la passione, ad alimentare l’eterno incondizionato amore per la maglia. Quella nata 101 anni fa: era bianca e celeste ma poi sarebbe diventata granata, era il 1919, era il 19 di giugno. Eppure giugno (Maggio, Nicola Maggio fu il primo a indossare la fascia di capitano) è anche il mese di un tramonto, anzi di un doppio tramonto: truce, tremendo e triste per la Salernitana. “Triste, solitario y final” è il romanzo di Osvaldo Soriano ma qui non c’è nessuna indagine da completare, non c’è una resurrezione da celebrare. Di più, qui non c’è nessun lieto fine da incorniciare. Qui c’è soltanto la storia di una squadra e di un popolo che tutt’assieme, quando il viaggio è appena finito, ha gli occhi bagnati, sbarrati verso il cielo. Le giornate di giugno sono le più lunghe dell’anno eppure due non passeranno mai. 11 giugno 1995, 9 giugno 1996: due volte in due anni, l’epilogo è analogo. L’ultimo giorno di viaggio è crudele, roba da chiedere danni e rimborso ma cosa vai a pensare, quelle sono emozioni che non ritornano e come per tutte quelle vere, come dice pure la réclame, non c’è prezzo. Succede due volte in due anni, e i numeri che restano nell’archivio sono ingombranti, faticano persino a uscire, come pesassero il doppio: 76 partite, 119 punti, 103 gol. Numeri da promozione, da sballo, da serie A. Eppure non bastano. Per due anni di fila un gol, un maledettissimo gol in più da segnare e uno stramaledettissimo gol in meno da non prendere, distanzierà i vincitori dai vinti.

I tifosi della Salernitana a Bergamo
I tifosi della Salernitana davanti allo stadio di Bergamo prima della sfida contro l’Atalanta dell’11 giugno 1995

Si viaggia e si gioca, si vince e si tifa. Quello è il calcio, questa è la Salernitana 1994/1995. Si diverte e diverte. Inarrestabile quando apre la manopola del gas, non c’è chi la fermi. Accelera come fosse sopra una moto, col vento nei capelli e le curve sotto la pioggia. Gioca, segna e vince, sul prato. Un dominio. I nostalgici del ventennio direbbero pure sul mare e sul cielo ma questo è un biennio che la terra, il mare e il cielo accompagnano i tifosi che intanto la seguono ovunque. Viaggi felici e leggeri fino a quel maledetto ultimo giorno, quando il ritorno diventa lento e appiccicoso, quando il dolore intasa e non ha un traguardo dove arrivare. Così troppo veloce e così tanto potente, tanto e troppo da sbandare all’ultima curva. “Mister, stavolta non abbiamo sbandato proprio all’ultima curva”, è questa la prima frase che Aniello Aliberti sussurrerà a Delio Rossi con un sorriso liberatorio, come si fa dopo un pericolo scampato, il 10 maggio del ’98 sul prato dell’Arechi. Quel giorno, quel filo e quel traguardo finalmente spezzati.

Spregiudicata, sbarazzina, sa solo sprintare: è semplicemente la Salernitana più bella, è la Salernitana della stagione cadetta 1994/95. Certo, 101 anni sono 101 formazioni e 101 storie, ognuno ne conserva ricordo e giudizio.  Giusto così. Però. Però quella Salernitana è matricola nella prima serie B che concede i tre punti a vittoria. Però quella Salernitana neo-promossa al mercato non ha praticamente comprato nessuno, anzi ha perso Tosto, mentre Bettarini, Lemme, Conca e Vadacca sono gli unici innesti, gregari che tutti insieme non sommeranno 10 presenze dall’inizio, è la stessa squadra – un manipolo di sconosciuti – che il 22 di giugno 1994 ha conquistato la promozione, un’avventura cominciata con la diserzione e la contestazione e finita al San Paolo trasecolante e in tripudio. Però quella Salernitana non ha nemmeno un presidente e quel baffo appuntito e sagace di Franco Del Mese veglia e vigila su tutto e su tutti: Pasquale Casillo è agli arresti domiciliari e in una stanza d’ospedale a Roma incontrerà a fine maggio Aliberti, vendendogli poi ufficialmente le quote il 19 di ottobre. Però quella Salernitana ha il peso ingombrante di quell’altra che tre stagioni prima aveva fatto solo da comparsa dopo venticinque lunghi, umilianti e logoranti anni di serie C e l’ultima volta che nella serie cadetta i granata avevano fatto torneo di testa era stato appena dopo la Seconda guerra. Però quella Salernitana quando si rialza dopo tre sconfitte di fila (Chievo e Piacenza sbancano l’Arechi dopo il salasso a Cesena) inizia a prendersi punti, partite e proscenio: 14 gol in 4 partite, 12 punti. In serie B e in Italia iniziano a pensare che in quel giardino dell’Arechi ci sia un nuovo Eden. Gli danno persino un nome, Rossilandia. Sì, proprio così Rossilandia, quando dopo i cinque gol rifilati al Cosenza ne ha consegnati a domicilio ben quattro al Pescara. Un crescendo rossiniano, partito il 23 ottobre ad Andria. La Salernitana dopo 50 anni è di nuovo protagonista in serie B e Salerno gonfia il petto, fiera di quel manipolo di sconosciuti – da Rachini a De Silvestro, da Grimaudo a Tudisco, chi li ha mai calpestati quei prati? – che arriva all’ultima tappa spinta dal cuore e dal coraggio, sospinta dall’urlo di quattromila. Lì, come fosse un duello da mezzogiorno di fuoco, lì al vecchio Brumana che sembra la terra polverosa davanti a un saloon del Far-West anche se è diventato Azzurri d’Italia, lo stadio dell’Atalanta che due anni prima s’era arrampicata fino ai quarti di Coppa Uefa.

I tifosi della Salernitana a Bergamo
I tifosi della Salernitana a Bergamo, tra uno spicchio di curva e la gradinata laterale: 11 giugno 1995, Atalanta-Salernitana finirà 2-1 per i nerazzurri

E’ l’11 giugno del ’95, è la drammatica sfida che mette in palio l’ultimo posto per la serie A. La classifica dice. Atalanta quarta con punti 63, Salernitana quinta a quota 61 e potevano essere due in più se solo Rastelli da Scafati a 9’ dalla fine – il più basso eppure a segno di testa – non avesse impattato il siluro di Tudisco imbrattando la domenica precedente in un Arechi vestito già a festa e piange persino Tosto, gioca nella Lucchese ed è l’ex. Piove a Bergamo, e fa quasi freddo. E’ una pioggia sottile, quella più fastidiosa, bagna le ossa e vela gli occhi. Si chiama Giovanni Pisano e ne ha già segnati 21, è il capocannoniere a sorpresa della serie B, per lui far gol è (quasi) un gioco da ragazzi. Da quello spicchio lassù in alto si vede e non si vede, tra i fumogeni e i celerini, le sciarpe e le bandiere, e in quello spicchio arriva di tutto, altri fumogeni, altre aste, monetine e persino le pietre. Per due volte il capitano scaglia un pallone gonfio di acqua e di rabbia ma per due volte sbaglia a un passo dalla porta nerazzurra. Pare sinistra, stregata, sprangata. Accidenti. Ganz invece è un diavolo davvero – magari anche per questo lo prenderà il Milan di Berlusconi dopo due anni all’Inter – che sbuca tra due statue, due angioletti di sale. Perché Grimaudo e Fresi stanno lì a guardare beati e incantati, “lo prendo io, no prendilo tu”. Intanto quel diavolo di Ganz ha già fatto secco Chimenti. Dall’altra parte Ferron invece vola all’incrocio e nella gola di Fresi e di tutti resta l’urlo del gol. E’ la sua ultima in granata, Facchetti e Moratti sono in tribuna a godersi il nuovo centrale dell’Inter che ha bruciato la Juventus staccando un assegno da nove miliardi. Quel cartellino sarebbe della Salernitana di Aliberti però a Foggia don Pasquale se ne aspetta una parte. Questa però è un’altra storia.

La Salernitana di Bergamo
La formazione della Salernitana che affrontò l’Atalanta a Bergamo l’11 giugno del 1995. Da sinistra a destra: Tudisco, Strada, Fresi, Grimaudo, Facci, Breda, Ricchetti, Iuliano, De Silvestro, Chimenti e Pisano. L’allenatore era Delio Rossi (foto archivio personale)

Invece la storia può scriverla la Salernitana quel giorno, la neopromossa che in un anno potrebbe fare il doppio salto. Piove e fa freddo l’11 giugno 1995 al vecchio Brumana, ormai restano solo 45’ per rimontare i nerazzurri, trasformando quel giorno bagnato in un giorno di gloria. Sembra un’impresa impossibile ma per quel gruppo granata – undici mesi di tridente e di gol, segni di dominio disseminati sui prati d’Italia – “nothing is impossible”. No, niente è impossibile. Anzi quando Pietro Strada (accidenti a quella pomata spray che l’ha tenuto fermo per settimane per paura di uno stop per doping) pennella una punizione all’incrocio – Ferron è di sale e Grimaudo raccatta per primo quel pallone gonfio d’acqua e di rabbia che ha gonfiato la rete – restano venti minuti e la paura di non farcela ha solo il colore nero e azzurro. I granata sprintano e assediano, la Salernitana ha un solo risultato davanti perché soltanto una vittoria le regalerebbe la promozione. Quella serie A che a agosto pareva un insulto e invece è lì, basterebbe solo un altro sussulto. Basterebbe un ultimo taglio, un’ultima folgorante accelerazione. La specialità della casa De Silvestro-Ricchetti, ed è proprio il “re del taglio” a sfiorare il raddoppio. Bergamo e l’Atalanta respirano, trattengono il fiato. Sperano Salerno e la Salernitana. Fremono, trepidano. C’è tutta la città incollata allo schermo a seguire la diretta su RaiTre, quattromila sono allo stadio perché solo quattromila biglietti di curva e gradinata laterale hanno concesso e uno spicchio così compatto, granata e grondante, non si sarebbe più visto. S’esaltano. Più forti di tutto, più di quella che sembra una maledizione che di numero non fa 17 ma 22: sì, in stagione per 22 volte i granata hanno colpito un palo avversario. Magari è arrivato il momento di passare all’incasso. Grimaudo e Facci sono le ali delle due ali, Strada e Pisano si allargano e si accentrano, Montero e Magoni però sono cagnacci che mordono i polpacci. Dura poco, troppo poco però. Sogni e speranze infrante e stoppate, rispedite al diavolo dalla zuccata d’uno stopper. Ha i capelli dorati Valentini, d’oro è solo il tramonto bergamasco sul finire – è il minuto 82’ – di quel giorno.

Marcia su Bergamo
I tifosi della Salernitana, scortati dalle forze dell’ordine, attraversano il centro di Bergamo: è l’11 giugno 1995, Atalanta-Salernitana finirà 2-1 e per i granata sfuma la promozione in serie A

L’11 giugno 1995. Finisce 2-1, finisce con Antonio Chimenti a terra, immobile, occhi lucidi e zero voglia di rialzarsi. Provano a sollevarlo quelli della panca ma lui niente, sembra che dica “lasciatemi, io resto qua”. Qua, insieme a quei quattromila stipati e schiacciati in quell’angolino, bersagliati da bengala, pietre e fumogeni nerazzurri. Qui piangono tutti, se ne stanno tutti a terra i giocatori, distesi e disseminati su quel prato che pare una spiaggia di reduci: Fresi, Grimaudo, Tudisco. Tutti. E lì sopra, in quello spicchio, tutti e quattromila piangono e contemporaneamente cantano, ringraziano e urlano. Delio Rossi va lì sotto e fa ciao ciao con la mano. Sta dicendo addio ma nessuno ancora ci crede, tra quei quattromila in fondo nessuno ancora lo sa. Cantano “resta con noi”, poi passano a un impetuoso “Deliorossialè, Deliorossialè”. Una preghiera, uno slogan tutto attaccato, un filo che si spezzerà dieci giorni dopo. Il tempo di un’altra processione. Prima ce n’è un’altra, quella che quattromila faranno dallo stadio alla stazione, scortati da carabinieri e celerini, le finestre di Bergamo socchiuse e sorprese a vederli così, massicci e compatti come in quel film, “365 giorni all’alba”. Ed è inutile chiedersi per chi suonano quelle campane in un silenzio spettrale, in un tramonto da ricordare. Suonano per quella Salernitana sbarazzina e spregiudicata, sempre pronta a tirare fuori il cuore, a farlo andare su di giri. Fino a farselo scoppiare, fino a fartelo scoppiare.  Gli occhi chiusi e quella foto che non va via. Quella foto che resta dentro. La foto prima dell’inizio, la foto ancora oggi appesa ovunque. Tudisco, Strada, Fresi, Grimaudo, Facci, Breda, Ricchetti, Iuliano, De Silvestro, Chimenti, Pisano. In piedi, da sinistra a destra. In piedi, e il braccio dell’uno sulle spalle dell’altro. Come in quella curva. Quella formazione e quella partita no, non si dimenticano. E’ il tramonto di un biennio, dieci giorni dopo: tifosi, cronisti e curiosi da ore sotto casa del romagnolo al parco Arbostella, Delio indossa la maglia del Real Madrid e quando sbuca dal portone – c’è il Foggia che l’aspetta e un anno dopo sarà esonerato dopo aver perso allo Zaccheria 3-1 proprio contro la Salernitana, partita persino sospesa dall’arbitro, il commissario Cardona – dice sferzante: “Io qui non resto, io da qui me ne vado, ad Aliberti l’ho detto da tempo”. 

Un vaso rotto, cocci difficili da rimettere insieme: pare una rincorsa impossibile e invece rieccola. Un anno dopo, un’altra volta ancora è lì, a un metro, a portata di mano. Una sola vittoria per dire sì, stavolta non abbiamo sbandato all’ultima curva, l’ultima di un’altra folle corsa. La Salernitana del debuttante Colomba pescato a Novara da Peppe Cannella ha ripreso il testimone di quella precedente. Prima corre, poi inciampa, si rialza, riprende a volare. La serie A un’altra volta è vicina, anzi vicinissima. E invece arriva un altro ruzzolone, nell’appuntamento più facile, nel giorno più impensabile, anche questo finito con troppa acqua negli occhi. Lacrime di rabbia e incredulità. “No, non ci credo, non è mica possibile”. Il 9 giugno è solo il congedo, è in un giorno di fine maggio che tutto succede. E’ il 26 maggio del ’96: la Salernitana, gambe molli e testa assente, perde rocambolescamente a Cesena, contro un avversario senza più stimoli. Però Hubner è un panzer inarrestabile, Pirri invece un folletto svampito e svagato, prima sbaglia un rigore e poi un appoggio a due metri dalla porta. Finisce 3-2 per i bianconeri: Tudisco, Grimaudo, un’altra volta Chimenti, piangono a dirotto. Distesi su quel prato verde, l’erba è ancora naturale: nulla di artificiale negli occhi di settemila tifosi granata, sono ancora sugli spalti. Settemila volti mirano al vuoto. Nessuno va via, la partita è già finita però tutti restano sui gradoni. Impietriti. In attesa. Le radioline accese, la speranza non è ancora morta: il Perugia di Gaucci, la rivale nella corsa promozione, sta pareggiando al Curi col Venezia, arbitro Stafoggia di Pesaro. Minuti che sembrano ore, il fiato trattenuto, il destino sospeso. La speranza dura solo 9’ però. Interminabili, tanto che sembrano un’altra partita. Il Perugia e il quarto posto sembrano ancora vicini, a un passo. E invece scompaiono, si dissolvono in un miserabile fischio. Max Allegri segna dal dischetto che i granata sono già sotto la doccia. Una doccia gelata per loro e i settemila. Paralizzati, pietrificati tra gli spalti e il parcheggio. Mancano due gare alla fine: 90’ prima Salernitana e Perugia erano affiancate, 54 punti e granata avanti negli scontri diretti. Novanta minuti dopo gli umbri avanti di tre: accidenti a Pirri, maledetto Hubner, maledetto Manuzzi. Nell’ultima giornata l’esodo a Pescara e quel “io ci sono” all’Adriatico (lo stesso stadio e un altro giorno di giugno – il 26 del 1991 – infausto, lo spareggio perso col Cosenza ai supplementari) assume più il senso del ringraziamento che del possibile festeggiamento.

Pescara-Salernitana, 9 giugno 1996
Pescara-Salernitana, 9 giugno 1996: i tifosi della Salernitana nella curva dello stadio Adriatico

A 90’ dalla fine la classifica concede una flebile speranza, ancora una. E’ sottile e perfida, ma galleggia: Perugia quarto a 58, Salernitana quinta a 57. Un solo punto eppure pare un oceano, si perde in un mare di combinazioni al limite del surreale. Eppure a un certo punto Salerno s’illude, quasi ci crede. Perché Giovanni Pisano segna subito mentre il Perugia non passa contro il già promosso Verona. Che poi però cala le braghe e i granata – tramortiti – saranno raggiunti dal Pescara. Una beffa nella beffa: quando al minuto 81’ Tommasi ripareggia al Curi, la Salernitana sarebbe di nuovo in paradiso però contemporaneamente Giampaolo fa secco Chimenti, e poi il Perugia segna di nuovo, vince 3-2 e conquista la promozione. La serie A per la Salernitana sfuma un’altra volta, appena un anno dopo: rimpianti e lacrime, rabbia che diventa invasione di campo e un indegno scontro tra tifoserie. Un altro epilogo crudele, un altro viaggio di ritorno nel silenzio. Un’altra campana quel giorno di giugno suona per quel sogno ammazzato, suona per quella Salernitana. Dissennata ma sempre dentro. Dentro, pronta a tirare fuori il cuore, a farlo andare su di giri. Dentro. Fino a farselo scoppiare, sino a fartelo scoppiare. Capita da 101 anni, succederà ancora. Resterà, sempre dentro.

© 2020 riproduzione riservata

condividi

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su whatsapp
WhatsApp

Altre storie