Il Mundial ’86, la notte prima degli esami

Bearzot, Platini e la sfida Italia-Francia in Messico: la notte prima della Maturità. Le tracce e un conto alla rovescia tra Europe, Eco e Madonna
Enzo Bearzot
Enzo Bearzot, ct della nazionale italiana di calcio dal 1975 al 1986

The final countdown. Il conto alla rovescia finale. Eppure ogni volta riparte. E ogni volta pare riprodursi più veloce, più forte, più secco. Alla radio, in discoteca, dallo stereo incassato nella plancia dell’auto, nel video a colori che filtra dagli schermi tv. Insomma, ovunque e dovunque. “It’s the final countdown” cantano gli Europe, una allora sconosciuta band svedese che ha catturato l’Europa con quel motivetto che parte piano, poi però c’è quell’acuto che è un botto, un salto, un urlo. A squarciagola. E’ una liberazione. It’s the final countdown: da mesi è sempre lo stesso però quella sera – è il 17 di giugno 1986 – il suono pare diverso. E’ più lento, è più sottile, è più silenzioso. E’ come un alito. E’ solo un battito. E’ la notte prima degli esami – anno di maturità 1986 – in Italia. Si respira a fatica: non fa caldo, è l’emozione, è la tensione, è la vita.

Un ciclo sta finendo, purtroppo. Contemporaneamente dall’altra parte del mondo è già iniziato un altro conto alla rovescia, un’altra amara resa dei conti. Sul prato dello stadio Azteca di Città del Messico risuonano “Fratelli d’Italia” e la “Marsigliese”, sono gli inni nazionali eppure pare di sentire pure lì quel pezzo di rock made Europe. “It’s final countdown”. Italia-Francia, ottavi di finale dei Mondiali: i campioni in carica paiono già su viale del congedo. Sono sdruciti, stanchi, stremati. Sono bolliti. I cugini d’Oltralpe invece sono i campioni europei in carica. Sono giovani, freschi, sorridenti. Sono i favoriti. No, non è solo una questione di numeri anche se pure certi numeri hanno la loro importanza. Tanto per dire: il dieci azzurro sta sulle spalle di Salvatore Bagni, l’altro invece riempie le spalle eleganti di “le Roì”, al secolo monsieur Michel Platini. Si viaggia verso la resa dei conti, sembra una sfida senza storia. Un altro ciclo sembra stia finendo. Però magari chissà, magari succede il miracolo: non disperare, pregare. Ok, magari.

“Papa don’t preach”: l’estate è sull’uscio, se non ci fosse l’esame si andrebbe al mare già da un mese e il biglietto per le vacanze, per Cap-d’Ail o Santorini, è già in tasca. “Papà non disperare” canta Maria Ciccone ma per tutti è soltanto Madonna: tranquilli mamma e papà, domani si va all’esame ma adesso fateci respirare, meglio distrarsi e non pensare a quell’appuntamento. La prima prova, il compito d’italiano: in una busta sigillata quattro tracce dettate dal Ministero e un destino ignoto che aspetta, è lì dietro l’angolo in agguato. Da bravi italiani però stasera c’è una partita da guardare insieme agli amici, e quando l’Italia sfida la Francia sono sfide che non si dimenticano, succede dai tempi della disfida di Barletta. Come un’altra volta, e cinquecento anni dopo era l’estate 1978: le prime tv a colori, le prime emozioni azzurre, la prima partita del Mondiale argentino. A Mar de la Plata Lacombe segna che non è passato un minuto, però. Però il barone Franco Causio sulla fascia non lo ferma nessuno, e come il barone di Munchausen vola imprendibile: Paolo Rossi segna ed è da lì che diventa Pablito. Ci pensa Renato Zaccarelli, capitano del Torino mite e con i baffi preferito a Giancarlo Antognoni, a completare la rimonta su quei cugini che si sentono sempre superiori. Che sballo per tutti, adulti e ragazzi: i maturandi del 1986 quel giorno – 2 giugno 1978 – si sono appena congedati dalle scuole elementari. Un ciclo è finito, un altro ripartirà a settembre. La storia, si sa, va così. A scuola, pure nel calcio. Basta un episodio, un inciampo: la vita a volte fa giri immensi e poi ritorna, magari per altre strade.

L’Italia di Bearzot per esempio nel ’78 meriterebbe il titolo se soltanto Zoff non s’addormentasse su quei disperati spioventi siderali di Brandts e Haan, però quell’urlo ripetuto tre volte da Nando Martellini ai microfoni Rai – “Campioni del Mondo, Campioni del Mondo, Campioni del Mondo” – arriverà quattro anni dopo, nella più dolce delle notti Mundial. E’ l’11 luglio 1982 quando a Madrid due pipe s’incrociano e s’abbracciano sul prato. Tutto è compiuto, lo stadio Santiago Bernabeu è un tripudio tricolore che avvolge Enzo Bearzot e Sandro Pertini, bandiere davvero perché uomini di battaglie, riscatti e rivincite. Quattro anni dopo l’ex partigiano socialista ha lasciato la poltrona a Francesco Cossiga, Kossiga per chi negli anni di piombo manifestava nelle piazze sporcate dal sangue: nei sette anni da presidente della Repubblica per Sandro Pertini il palazzo del Quirinale era semplicemente l’ufficio, le due camere e la cucina invece in una mansarda di 40 metri quadri in piazza Fontana di Trevi. Il vecio friulano è al suo ultimo sbuffo in Messico, Azeglio Vicini è sull’uscio e sembra che prenda appunti: così proprio non può andare, c’è da rifare, rifondare, ringiovanire. Senza idee e senza fantasia, senza risorse e senza fiato, l’Italia ha appena ceduto di schianto ai cugini di Francia. Giresse, Tigana, Fernandez e al vertice di quel formidabile triangolo in mediana – dentro ci sono geometria, dinamismo e forza – c’è Michel Platini che segna e finalizza. Alla Francia basta dare una piccola sgasata al motore per scappar via, agli onesti pedalatori azzurri Beppe Baresi, De Napoli e Bagni – ma con un centrocampo così come si fa a sperare di passare? – non resta invece che ripiegare il libro dei sogni dopo appena un tempo. E’ come se quell’Italia al mondiale messicano non ci fosse mai andata, un senso di malinconia assale come un altro malinconico pensiero: è la notte prima degli esami, i cinque anni di liceo stanno volando via.

E’ pure tempo di spegnere la tv, un sogno italiano s’è dissolto e domani ci sarebbe pure il compito d’italiano da affrontare. Roba da togliere il fiato. “Take my breath away”: toglimi il fiato, è la colonna sonora di Top Gun, il film campione d’incassi nel quale tutti, maturandi compresi, vorrebbero essere Tom Cruise oppure l’amata Kelly McGillis. Ed è roba da togliere il fiato, nell’ultima notte prima del giorno d’esame, dar retta a quelle voci impazzite che si rincorrono per strada, al bar oppure davanti le scale di scuola, calpestate come per saggiare il terreno di scontro, come un calciatore fa due ore prima della partita. A casa papà e mamma aspettano eppure non c’è voglia di tornare, gli unici telefoni in giro sono quelli a gettoni e tutte le cabine sono vuote. I capannelli sono altrove. Quelli del classico e quelli dello scientifico, quelli del Ragioneria e quelle del Magistrale. E’ una mischia, un intreccio di volti sconosciuti eppure tutti uguali. “Ho saputo le tracce”, “mio padre ha ricevuto uno spiffero direttamente dal ministero”, “dai, andiamo a casa, mettiamoci a scrivere”. Fake news si direbbe adesso, ma nel 1986 di fake ci sono solo i jeans tipo Levis, e tanto per restare in musica “Fake” sarebbe arrivata anni dopo perché quell’anno i Simply Red cantano “Holding back the years” che più o meno tradotta fa “Trattenendo gli anni”. Ma cosa vuoi trattenere? C’è solo voglia che quella notte finisca presto, c’è solo voglia di finire presto e di andare. Voltare pagina, altro che ripassare. Ritorna quel suono, ritorna pure quella canzone. “It’s the final countdown”, un altro conto alla rovescia è partito. Un’altra resa dei conti.

C’è chi s’è armato di una cartuccera, per ogni buco un foglio di carta arrotolato, la traccia svolta di un compito di italiano, tutti convinti che ci sarà quella giusta. Uno di attualità, un altro di storia e un altro ancora di letteratura: dalla busta che il presidente di commissione aprirà solennemente di primo mattino questo uscirà, in un silenzio di scacchi. Tra quei banchi, in fila uno dietro l’altro nel corridoio che sembra quello di una chiesa e l’altare è di fronte, non ci sono pedine ma solo volti bianchi, sfiniti, stremati, tremanti. C’è chi l’indossa sotto la maglietta o a mo’ di cintura, chi ha nascosto quei fogli arrotolati nei calzini, c’è chi spera di trovare la salvezza chiedendo qualche ora dopo, “prof, posso andare un attimo in bagno?” e c’è chi si aspetta un aiuto dal professore di scuola, il famoso – che sembra pure sconcio scriverlo – “membro interno”. E c’è invece pure chi da due ore osserva tra le mani sudate quel foglio ed è ancora tutto bianco. Nemmeno una riga d’inchiostro.

“Attraverso quali esperienze avete imparato ad apprezzare la parola scritta rispetto alla pluralità delle forme espressive del nostro tempo, acquistando il gusto alla lettura e raggiungendo la comprensione del valore dell’opera letteraria?”. Da quella busta è uscita pure questa traccia, è quella di attualità. E qualcuno pensa: possibile sia di attualità? Eppure nel 1986, fino alla metà di giugno del 1986, è accaduto di tutto.

Gli Stati Uniti hanno dichiarato guerra alla Libia e nel Mediterraneo si è tornato a sparare, Spagna e Portogallo hanno aumentato le fila dell’Unione Europea, lo Space Shuttle è esploso alla partenza e i sette astronauti sono morti, a Padova è terminato il processo ad Autonomia Operaia e il professore Tony Negri se l’è cavata, all’Ucciardone è cominciato il maxi-processo alla Mafia, Ali Agca è stato riconosciuto come l’unico responsabile dell’attentato al Papa, il primo ministro svedese Olof Palme è stato trucidato, Michele Sindona è stato condannato all’ergastolo perché mandante dell’assassinio di Giorgio Ambrosoli e due giorni dopo sarà ritrovato cadavere in carcere, morto avvelenato dopo aver bevuto un caffè. E ancora, la storica prima visita di un Papa in una sinagoga, la Libia ha spedito due siluri verso Lampedusa mentre Craxi e De Mita litigano per la staffetta a Palazzo Chigi e tutta l’Europa da un paio di mesi non beve latte e quasi non mangia carne perché a Cernobyl è saltata una centrale nucleare: il pericolo di contaminazione a migliaia di chilometri è ancora reale.

Nulla, in quella traccia di attualità. E il conto alla rovescia è già partito da ore. Sei ore, poi bisogna consegnare quel foglio a righe. Il compito di letteratura è sui poeti del Novecento, quello di storia chiede una valutazione della Destra nell’Italia unitaria. Una tragedia, tanto più che per chi affronta la maturità classica la traccia d’indirizzo è sulle differenze tra la civiltà latina e quella greca. Una tragedia. No, meglio buttarsi sulla parola. A trovarne, però. “Il valore della parola scritta rispetto alla pluralità delle forme espressive del nostro tempo”. E’ il 1986: internet, mail, pagine web, forum, chat, blog, social network, e-commerce, banda larga, 5 G, cloud, Netflix e Skype sono parole che non esistono nemmeno nell’immaginario, figurarsi in un vocabolario. Quel librone con migliaia di parole è l’unico a tenere compagnia su quel banco quel giorno, e a ripensarci che fortuna che un’altra notizia sia rimasta compressa in una pagina futuristica, considerata alla stregua di una scommessa e per questo lasciata lì, come in una parentesi aperta all’ignoto: il 30 aprile del 1986 dal Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico del Cnr partiva per la prima volta internet in Italia, un semplice segnale (“ok”) che confermava la connessione tra Pisa e un computer negli Stati Uniti. Il nuovo modo di comunicare che negli anni avrebbe bruciato il valore della parola scritta, ridotta a brandelli, stritolata e malmenata.

Già, che fortuna avere quel vocabolario lì sul banco a tenere compagnia, a illuminare quel giorno, il 17 giugno del 1986. Migliaia di parole, di significati. Le “parole sono pietre” ammonì Carlo Levi. E poi le parole diventano un articolo di giornale oppure un libro, e da un libro spesso diventano un film, come nel 1986 capitò con “Il nome della Rosa”. La parola “è il più forte tra i poteri immateriali: non si pesa ma pesa”, sentenziò così Umberto Eco prima che negli anni Duemila partisse un’altra volta “The final countdown”, stavolta l’infinita disputa tra i social e la carta stampata. E dopo anni, oltre a quel fischio dell’Azteca ce n’è un altro di Eco che ancora risuona. “Io sono fedele a Hegel, la lettura del giornale è la preghiera dell’uomo moderno”. Il pallone è la parola, calciatori e giornalisti (o scrittori, mass-mediologici e dite voi perché ormai c’è di tutto in una selva indistinta dove tutti si sentono portatori di verità) soltanto gregari.

L’avrebbe capito a proprie spese quel giorno di giugno del 1986 anche Enzo Bearzot, il “vecio” campione del mondo trattato come un vecchio rimbambito. L’avrebbe capito pure chi, tremante e insonne, avrebbe passato quella notte come fosse quella del destino. No, la notte prima dell’esame è soltanto come il giorno dell’esame. E’ solo un viaggio. Il conto alla rovescia parte dopo. E poi le lancette ritornano, ognuna al proprio posto, ognuna dove merita. Tanto per dire, e tanto per tornare alla sfida tra il “rimbambito” e le “roi”. Alla voce Bearzot corrisponde una parola: biblioteca. E’ parte della collezione di libri del ct azzurro (diploma di maturità classica in tasca, l’unico ct laureato Fulvio Bernardini, dottore in Economia e Commercio alla Bocconi) donata dalla figlia all’Università Cattolica di Milano: «Famiglia e lettura erano le sue passioni oltre al calcio». Alla voce Platini invece corrisponde un’altra parola: corruzione. Vera o presunta, una storia senza parole.

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