IL CAPITANO

Salernitana-Di Bartolomei, l’Ago dei sogni

La promozione in B del 1990: la guida del trionfo. Gol e parole, il cabaret con Fiorello, il telegramma di Andreotti. L'addio, i successi granata nel suo ricordo
Agostino Di Bartolomei
Agostino Di Bartolomei, capitano per due stagioni della Salernitana: il 3 giugno 1990 chiuderà la carriera con la promozione in B dei granata (foto per gentile concessione Antonio D'Agostino)

Il manuale del calcio. Si diceva al tempo di un giocatore che era esempio: fuoriclasse sul campo, campione fuori. “Il manuale del calcio”: spuntato da solo dal cassetto, come ne sentisse il momento. Un libro, una raccolta. Un manuale, appunto: lezioni di tecnica, di tattica e di comportamento; consigli, appunti, interviste e curiosità raccolte da Agostino Di Bartolomei, finiti dentro un cassetto e rispuntati un giorno del 2011, quando il figlio Luca ne curò l’edizione. «Il calcio deve essere un veicolo di valori, almeno questo è l’insegnamento di Ago, spero sia un regalo per tutti gli appassionati. Salerno per me è una seconda casa, è il ricordo nei Mercanti dei tifosi che chiedevano a papà la foto, l’autografo; Salerno per papà era la seconda casa dopo Roma», disse nel corso della presentazione alla libreria Feltrinelli, evento promosso in collaborazione col “Roma club Salerno – Agostino Di Bartolomei” presieduto da Pino D’Andrea. Luca il papà lo chiamava – lo chiama ancora – Ago, con il soprannome che ha fatto la storia.

Un gol in giallorosso
Agostino Di Bartolomei esulta dopo un gol all’Olimpico: è la sfida contro l’Avellino

Ago, quello che leggeva libri impegnativi. Amava l’arte e soprattutto la pittura, l’amico Renato Guttuso gli dipinse un quadro e pregò poi l’ingegnere Dino Viola di non lasciarlo mai andare via dalla Roma. Era cattolico, amico di cardinali come monsignor Fiorenzo Angelini: si narra che la visita di Silvio Berlusconi in Vaticano chiusa con una battuta dell’allora presidente rossonero a Papa Giovanni Paolo II, “lei Santità è come il Milan, lei porta la fede in trasferta nel mondo”, l’avesse propiziata proprio lui. Lui, amico del senatore Giulio Andreotti che un giorno – vigilia di Salernitana-Catania, 28esima di serie C 1989/1990 – spedì un telegramma d’auguri al capitano granata impegnato nell’ultima annata da condottiero e quel telegramma, si narra, restò sulla panca dello spogliatoio per tutta quella domenica. La domenica nella quale Agostino Di Bartolomei avrebbe fatto tutto da solo sul prato del Vestuti: due gol e un’autorete, un pasticcio confezionato insieme a Battara che però in sala stampa, quasi in forma di rispetto per l’illustre compagno, s’addossò tutte le colpe. «Ago ha colpito la palla di testa, uscendo dai pali non me ne sono accorto. Lui non poteva vedere, sono stato io a sbattergli addosso». Potenza di un condottiero romano, lui romano di Tor Marancia cresciuto sul campetto parrocchiale della San Filippo Neri appassionato lettore anche di Trilussa e Belli. E nel perché magari si spiega quell’apparente, inspiegabile e inspiegata, indole melanconica. «Sono poesie bellissime e tristi, descrivono con impietosa precisione il romano che non è un allegrone: è triste perché consapevole della sua decadenza dai tempi in cui dominava il mondo a oggi», spiegò una volta.

Non come quella volta. Quella quando fece ridere tutti. Quella volta quando, tolta dall’inseparabile borsello una copia del libro di Marcello D’Orta, cominciò a leggere alcuni passaggi del riuscito “Io speriamo che me la cavo”. In piedi accanto all’autista del bus, il microfono tra le mani come una guida turistica, i compagni a ridere per la performance nemmeno fosse un teatro e invece era un semplice fuori programma nel corso del trasferimento dall’aeroporto di Olbia a un albergo di Sassari. Salernitana prima appaiata al Taranto, alla vigilia di una trasferta delicata. Di Bartolomei sapeva persino che non avrebbe giocato dall’inizio contro la Torres dell’ex Leonardi – il dissidio plateale con Giancarlo Ansaloni s’era consumato qualche domenica prima a San Benedetto del Tronto, “lei oggi va in panchina, magari poi ai giornalisti diciamo che la scelta è stata per un problema fisico” gli aveva detto il romagnolo e lui senza scomporsi, come sempre schivo ai compromessi, “no mister, io sto bene, a questo punto vado in tribuna” – però non è mica come con Pasinato, non è mica più un emarginato ingombrante. Lui è il condottiero e la guida di una Salernitana che 70 giorni dopo colmerà 24 anni di rincorse tornando in serie B. Il 3 giugno 1990. Anno dei Mondiali, il mese di bandiere che si ripiegano.

La festa del '90: Vestuti bardato di granata
La festa del ’90: Vestuti bardato di granata per la promozione in B della Salernitana: è il 3 giugno del 1990 (foto per gentile concessione dell’associazione 19 gugno 1919)

Alle cinque della sera, ha scritto Federico Garcia Lorca. Lì nella poesia se ne andava il torero, Ignazio Sanchez Mejias prima ferito a morte e poi avvolto in un lenzuolo bianco. Qui sono le diciassette e trequarti e il triplice fischio di un abbronzatissimo Graziano Cesari ha appena sancito una triplice fine. E’ l’ultima partita della Salernitana in C dopo 24 anni di affanni. E’ l’ultima partita al Vestuti che va in pensione dopo 60 anni di glorioso servizio. E’ l’ultima partita di un campione autentico dopo 18 anni di carriera senza una macchia, la fascia al braccio e un esempio concreto per i giovani, per i compagni, per i tifosi, per gli amici ma pure per i nemici. Uno scudetto, tre volte la Coppa Italia, una finale di Coppa Campioni, 350 partite e 63 gol in serie A, 436 gare e 83 reti in gare di campionato, e questa è la numero 30 della sua ultima stagione. E mentre le bandiere granata sventolano in un frastuono assordante, la bandiera della Sud dell’Olimpico e poi del Vestuti riesce a ricordarsi data, luogo, partner e punteggio della sua prima volta. «Il 22 aprile del 1973, San Siro, Milan-Roma, 1-1», dice dando prima un fugace sguardo al cielo e poi incrociando quasi intimidito il microfono dell’inviato Rai Luigi Necco che lo sta intervistando in una baraonda, in una sarabanda di anime perse tra il bordo pista e il centro del campo. “E’ la sua ultima, Di Bartolomei?”. Agostino, l’espressione sembra quello dell’anonimo gregario che ha appena favorito il rush vincente dell’illustre capitano e non quella del capitano che ha appena terminato la sua ultima memorabile impresa nonostante il peso degli anni, deve ripeterlo tre volte. Perché prima il suono di una trombetta gli copre la voce, perché poi due tra i tanti – lo stringono quasi lo soffocano – litigano in dialetto per una questione di visibilità. Ciak si gira, la terza è la volta buona. Sì, ma mica poi tanto. «Sì, è la mia ultima», dice con un filo d’emozione Agostino. A rivederlo ancora oggi quel filmato viene ancora rabbia più che tristezza. Perché un campione così meritava sì quella cornice di passione popolare ma ben altro tipo di addio. Più sobrietà e più serietà sarebbero servite per un uomo serio in un mondo, quello del calcio, che della sua serietà poi non avrebbe saputo che farsene, abbandonandolo in un silenzio colpevole. Però il 3 giugno è un giorno di festa, al Vestuti sono in quindicimila che straripano e sarebbero almeno il doppio se il vetusto Vestuti potesse accoglierli, come si fa a contenere, come si fa a dirgli: lasciategli spazio, fatelo respirare, fateci sentire? Un giorno di festa. Come per un giorno di festa si è vestito Agostino, il capitano. Chi lo vede entrare in uno stadio pieno già due ore prima del fischio d’inizio strabuzza gli occhi e strattona il braccio. “Ma è lui, è Ago?”. Sì, è proprio lui. E’ Ago. Ha il pantalone bianco, la camicia bianca: tutto di bianco, come fosse il giorno della prima comunione.

La Salernitana promossa in B
Una formazione della Salernitana 1989/1990. In piedi, da sinistra: Di Bartolomei, Della Pietra, Di Battista, Ferrara, Battara. Accosciati, sempre da sinistra: Donatelli, Somma, Pecoraro, Della Monica, Incarbona, Carruezzo

Una comunione d’intenti. Così è cominciata la nuova stagione della Salernitana, così inizia l’ultima di Agostino Di Bartolomei calciatore. Serio e schivo fino all’ultimo giorno di capitano, fino al giorno del suo ultimo successo da condottiero. Silenzioso tanto da apparire presuntuoso, riservato tanto da sembrare scostante, superbo. E invece poche parole, sempre quelle giuste. Sue le prime frasi nel ritiro granata a Morcone. Romiti se n’è andato alla Casertana, «perché lì mi danno più soldi»: al suo posto c’è Lucchetti sceso dalla B e preso dal Cosenza e quella sua piroetta all’Andria chi la dimentica. Dalla Casertana ha detto sì il portiere Battara, in difesa c’è Somma che condividerà con Ago la camera nei ritiri e l’amore giallorosso. Il mastino Donatelli completa un centrocampo da favola con Pecoraro riconfermato come Ciro Ferrara, Mancuso, Della Pietra, Incarbona, Gagliano, Zennaro, Di Sarno, Di Battista ai quali si aggiungeranno poi Gonano e Carruezzo, e dopo il mercato autunnale Nieri, Saracino, Torri e Della Monica. In panca c’è Giancarlo Ansaloni che a Di Bartolomei consegna subito – come, altrimenti? – i galloni di capitano nello spogliatoio, di allenatore sul campo. «Possiamo lottare per qualcosa d’importante, io voglio togliermi l’ultima soddisfazione perché questo sarà il mio ultimo anno da giocatore», dice senza aggiungere altro. Un altro è proprio lui, eppure solo pochi mesi prima viveva da emarginato, da rifiuto quasi ingombrante in quella serie C dove c’è da correre e lottare. Suo il primo gol della stagione nell’1-5 preso dalla Torpedo Mosca in amichevole al Vestuti già pieno.

Pieno agosto. Come l’anno precedente, c’è la Battipagliese in Coppa Italia: stavolta sono i bianconeri a prenderne cinque, niente esoneri né rivoluzioni. La musica è diversa, pure il gruppo se ne accorge. Inizio settembre, ritiro a Bisceglie prima della sfida con l’Andria. Nell’albergo di un villaggio turistico a due passi dal mare c’è anche Rosario Tindaro Fiorello, non è ancora soltanto Fiorello ma è già uno showman incontenibile. Musica, barzellette, scherzi, imitazioni, il cabaret insomma e Diba sul palco, in prima fila con Ansaloni: chi quel giorno c’era dirà di non averlo visto mai così coinvolto, così sereno e presente a se stesso, così tanto guida di un gruppo che sta cementandosi. Lui a dare l’esempio, lui sempre in testa: tirato a lucido in allenamento e fuori dal campo, con quelle basette scure come fosse un mediorientale, con quel suo fare solido e taciturno come fosse un buddhista, a illuminare il percorso. «Spiegava il comportamento, ci invitava ad avere maggiore rispetto di noi stessi prima che degli altri. Non conta solo quello che fai sul campo diceva soprattutto a noi giovani – ricorda Ciro Ferrara, al tempo 22enne e che nel tempo sarebbe diventato tra i primi tre granata più presenti di sempre – conta come ti comporti fuori. Calarsi nella realtà, sacrificarsi, allenarsi ogni giorno per imparare qualcosa: l’anno prima si caricò sulle spalle la squadra nel momento più difficile per noi e per lui, lui che era stato messo da parte da Pasinato senza mai una parola fuori posto. L’anno della promozione venne facile: avevamo imparato anche dai suoi silenzi, dai suoi sguardi, dai suoi esempi». Un esempio anche per i più giovani. «Le prime volte al Vestuti avevo 12 anni, era il mio primo anno nel settore giovanile – ricorda Luca Fusco, un altro capitano nella storia della Salernitana, il più presente di sempre – facevo il raccattapalle in qualche domenica di campionato. Che bello vederlo giocare, che emozione una sua carezza quella volta che gli lanciai il pallone per una rimessa. Che bello aver indossato una fascia che è stata la sua. Una fascia che pesa». Un esempio anche per chi, quell’anno, giocava nelle giovanili e di giovedì spesso faceva da sparring-partner alla prima squadra. «A metà stagione vivevo tra Allievi e prima squadra – dice adesso Mark Iuliano (Grassadonia, Iuliano, Fusco, poi capisci a che servono i campioni, in quei due anni nella Salernitana si formeranno tre salernitani che arriveranno in A) che in prima squadra avrebbe esordito nel ’91 a 17 anni, 37 minuti contro il Messina – di quei ritiri ricordo le frasi. Parlava poco ma tutti ad ascoltarlo. L’ho visto sempre come un esempio. In campo, poi. Una volta Ansaloni in amichevole mi schierò accanto a lui. Che dire? Ogni giovane calciatore dovrebbe avere la fortuna di stare accanto, anche solo per qualche giorno, a un campione così». Figurarsi i tifosi, che a settembre del 1989 decidono di intitolargli un club. Il club “Agostino Di Bartolomei” a Torrione, in via Orofino. «Ago non è solo un campione, è un esempio per i giovani, un punto di riferimento per tutta la comunità, un termine di paragone», dice quella sera il presidente del club Luigi Crucito. Un riconoscimento ma anche un modo per coinvolgerlo nelle dinamiche di una città (tra gli amici l’assessore Zinna, il giornalista Gianfanco Coppola), per fargli respirare l’aria granata. C’è anche lui quella sera, uno strappo alla regola. Lui che non ama mischiarsi, lui che rifugge la prima fila, lui che pesa le parole, lui che una volta a Sandro Ciotti disse, “parlo poco anche perché non so alla gente quanto possa interessare”. Eppure è proprio quella sera che pronuncia una frase – giacca e cravatta, mica come adesso che si va sdruciti e svogliati – rimasta scolpita per sempre, tramandata di padre in figlio. «Se a Salerno si fosse vinto uno scudetto come a Verona o Cagliari i bambini prima di dire mamma e papà pronuncerebbero la parola Salernitana». Memoria. Applausi. Boato.

Il tifo granata al Vestuti
La curva Sud dello stadio Vestuti: la Salernitana vincerà il campionato nel 1990, dalla stagione seguente si giocherà all’Arechi

Come per la doppietta di Lucchetti nell’esordio contro la Samb, due gol di potenza che fanno presagire una stagione diversa: dopo tre pari e la vittoria esterna a Pozzuoli col primo gol in campionato del capitano però, sembra di ripiombare nel solito copione. Polvere e veleni. Contestato, Giuseppe Soglia lascia amareggiato piazza Casalbore, lascia anche il timone della società mentre intanto proseguono i lavori del nuovo stadio. La caciara è persino sul nome, c’è chi vorrebbe intitolarlo a Viani e chi dedicarlo a Valese, chi chiamarlo semplicemente Del Mare oppure Il Tirreno. Da lì a poco sarà Italia ’90, anno dei Mondiali e Luca Cordero di Montezemolo visita il cantiere. “Bello dice, uno stadio da serie A”, e vicino a lui c’è l’amico Agostino. Anche Soglia che lo stadio sta costrunedo sorride, ma la delusione per quella contestazione non passa. E qui Ago diventa l’ago della bilancia, l’uomo degli equilibri fondamentali. E’ lui a parlarne con il dg Franco Manni, è lui a tranquillizzare il gruppo. «Noi dobbiamo pensare solo a giocare, tutto si sistemerà – disse nello spogliatoio – ricorda Bruno Incarbona che qualche volta col capitano viaggiava verso Roma nei lunedì post-partita – siamo forti, non diamoci alibi». La risposta? E che risposta. Otto gol in due partite, 3 alla Torres e 5 al Francavilla. Otto gol e il suo nome assente dal tabellino marcatori: è una squadra di pedalatori e assaltatori, a segno vanno un po’ tutti compreso baby Carruezzo. Come nel copione di un film, il capitano i gol li riserverà per i momenti decisivi. Come quella volta.

A Catania. La Salernitana è seconda, Soglia è tornato presidente a tempo pieno, ancora imbattuti i granata al Cibali sono in 10 e sotto a 3’ dalla fine. Bettin – l’arbitro che ha estratto il rosso a Incarbona nel primo tempo cacciando pure Ansaloni per proteste, l’arbitro che avrebbe chiuso la sua carriera nella domenica più balorda della storia granata esattamente 10 anni dopo in quella maledetta domenica di Piacenza – concede un rigore per atterramento di Gonano, rientrato nel gruppo dopo una crisi ipertensiva e tanto spavento. E’ il capitano a prendersi quel pallone, a sistemarlo sul dischetto, a calciarlo con potenza e prepotenza. E’ il gol del pareggio, festeggiato con il braccio destro alzato, l’unica concessione per i fotografi e per le emozioni. Già, punizioni e rigori: saette che bruciavano le mani ai portieri, che gonfiavano una rete, che riempivano le ugole dei tifosi. A Roma prima, a Salerno poi. Forse un modo per scaricare quello che si portava dentro, nel segreto e nel silenzio. L’unica concessione alla platea, l’unico istante per diventare estroverso, per aprirsi a qualcosa di clamoroso. Poi l’anima si rinchiudeva come una cassaforte, fuori tutti. Qui resto solo io.

Come quella volta. Capita appena sette giorni dopo il rigore a Catania. Derby con la Casertana, acerrima rivale di quegli anni. I falchetti sono avanti 2-0, il capitano accorcia le distanze con una bomba centrale dagli undici metri, Montecalvo che ha sostituito Grudina nemmeno lo vede quel pallone. I loro occhi s’incroceranno pure dopo, come in un mezzogiorno di fuoco. Sembra il far-west, e invece è lo stadio Pinto. Minuto 88’, i granata sono ancor sotto, fortuna che Battara qualche minuto prima abbia ipnotizzato “Penna bianca” Ravanelli che dal dischetto – tiè! Vale pure per quel rifiuto l’anno dopo che lasciò i granata senza attacco – ha fatto cilecca. Dall’altra parte del campo, minuto 87’, Gonano è crollato in area. Un fischio gela i tifosi rossoblù, lo stesso fischio elettrizza una curva, tutta granata e a ripensarci adesso si sta ancora tutti schiacciati. “Ooohh Agostino, Ago Ago Agostino” iniziano a cantare prima ancora che Ago-gol sistemi quella palla sul dischetto. Brandani è un armadio, gli passa accanto, prova a innervosirlo. Ago è impassibile, Ago è una sentenza, Ago tira angolato e toglie la ragnatela da quell’angolo. E’ un buco. E’ il pertugio, la strada, la via. E’ la discesa. Tre vittorie consecutive, il primo posto, 500 tifosi a Capodichino il 30 dicembre accolgono i granata che nel pomeriggio hanno steso il Palermo. Una squadra nel destino. Come accadrà quella volta.

E’ il 20 maggio 1990, la Salernitana ha il match-ball in casa: tre punti sopra la Casertana e la sfida interna con il Palermo, fuori dai giochi promozione e fuori pure dall’incubo retrocessione. Salerno è già bardata a festa, il Vestuti è già strapieno due ore prima dell’inizio. Sembra una gara senza storia e invece quel giorno sarà proprio una brutta storia. Primo tempo di assalti senza risultato, poi l’onesto Cangini – chi era costui?, ah Manzoni quanto sono belli i ricordi – per due volte affetta le speranze, gela una città che strapiomba nel panico, sul ciglio del baratro. Sembra impossibile, invece è tutto vero.  «Sembra strano, purtroppo però è la verità – il capitano si riconosce dal momento, dal coraggio pure se non ha molta fantasia e in quel preciso momento Agostino Di Bartolomei prende la parola e sveglia tutti, società, compagni, tifosi, città – è un risultato che deve farci riflettere e che dobbiamo utilizzare per trovare i giusti rimedi. Forse avremmo dovuto essere tutti un po’ più umili». Due frasi che ridestano l’ambiente, ciclicamente attraversato da paure e sospetti. “Si son venduti la partita, in serie B non ci vogliono andare”, ripetono tanti. «Ragazzi, niente è perduto: solo questo ci disse Agostino alzandosi in piedi nello spogliatoio», e Somma se lo ricorda ancora quel momento. Di Bartolomei psicologo ma pure specialista in primo soccorso. Perché Bruno Carmando ha un malore appena mette piede fuori dal Vestuti, Agostino è il primo ad afferrarlo, e insieme al dottore Corrado Liguori si corre verso l’ospedale. Anche per Carmando è l’ultima stagione da massaggiatore, da uomo spogliatoio, da tuttofare. Lui è l’uomo di sangue granata. Anche lui vorrebbe chiudere con un sorriso. Uno, dopo tanti e tutti troppo amari. L’ultimo, prima di rinchiudere quell’inseparabile tuta e quelle mani sapienti nel cassetto di un armadio. Il legame con Agostino è diventato nei mesi sempre più stretto.  E’ il suo capitano, l’uomo che dall’1 aprile si è rimesso la Salernitana sulle spalle dopo l’esclusione a San Benedetto e qualche panca di troppo. Nelle ultime 9 partite della stagione 5 dei 7 gol realizzati da quella Salernitana in apnea e in affanno evidente saranno suoi, e per giunta gli altri due gol (Della Pietra a Casarano e Di Battista) nati da sue invenzioni. Gol e assist pesanti, decisivi. Il rigore contro il Monopoli nel ritorno da titolare, la doppietta al Catania (pure l’autogol del 2-1 finale), un altro rigore alla Casertana nella sfida pure questa infuocata: i tifosi rossoblù rispediti a casa senza metter piedi al Vestuti e lo zampino nel pari segnato da Giacinto Di Battista, incredulo gregario lesto nel ribattere a rete la respinta di Grudina sulla punizione bomba di Ago da trenta metri.

La Salernitana del 1990
Giuseppe Soglia, presidente della Salernitana nel’anno della promozione in serie B del 1990

L’ultimo metro. E’ sempre il più difficile da compiere, nello sport. Specie in un’estenuante gara a tappe, specie quando davanti non hai un altro risultato. Ti resta quel metro da coprire: sembra nulla e invece è paura di non farcela, sono i fantasmi che ti agitano nella notte, è la tensione di chi sta accanto che ti annulla. «Quei giorni di ritiro a Morcone furono pesantissimi, l’equilibrio più che la calma del nostro capitano furono determinanti, momenti che andrebbero vissuti da ogni calciatore per capire come trovare le energie residue quando si è prosciugati», ricorderà Mario Somma. Che a Brindisi – è il 27 maggio, 100 bus e settemila tifosi granata al seguito – si accomoderà in panca. Si disse all’epoca che fosse stato proprio Agostino a consigliare Ansaloni, chissà se è vero: meglio Torri, è più tranquillo, Mario è ancora scosso da quelle imprecisioni col Palermo.

Trasferta a Brindisi
Settemila tifosi della Salernitana a Brindisi. E’ il 27 maggio 1990.
Lo striscione della Granata South Force

Fa caldo il 27 maggio: non si respira allo stadio ma sono la paura, l’ansia, il terrore, a togliere ossigeno. “Non ci tradire” è lo striscione della Granata South Force che campeggia nel settore distinti. Non ci tradire è una preghiera che al solito sarà accolta da Agostino. Al 42’ si accomoda quel pallone servitogli al limite da Zennaro dopo l’incursione di Ferrara a sinistra: Ago quel pallone se lo aggiusta come per accarezzarlo, se lo porta avanti col sinistro come per domarlo e poi di destro lì all’angolino, a scaricarlo di potenza e precisione come per frantumare per sempre gli incubi. Sono tre punti, ne basterà uno in casa col Taranto già promosso per fare festa. Eppure la matematica non si applica al calcio, la scienza più irrazionale che ci sia. E sarà il razionale Agostino a riportare tutti sulla terra nell’angusta sala stampa dello stadio, a Brindisi. «Vittoria meritata ma non dobbiamo lasciarci andare. Un punto domenica e poi si potrà festeggiare». Sette giorni sospesi. Solo sette giorni dopo le lancette riprenderanno a camminare.

3 giugno 1990: la Salernitana è in serie B
3 giugno 1990: la Salernitana è in serie B. I giocatori fanno il giro di campo, Agostino Di Bartolomei guida il gruppo anche col bandierone

Sono le diciassette e trequarti del 3 giugno. Cesari – a proposito di arbitri, Ago quando protesta mette sempre le due braccia dietro il corpo, rispetto e distanza purtroppo che andranno smarrite – ha appena emesso il triplice fischio di una sfida senza pallone. Per dire: non un tiro in porta, nemmeno per finta. Di Ba calcia alle stelle una punizione e quella sarebbe proprio la sua mattonella. Poi liscia un passaggio corto quando il count-down sta per cominciare, Cesari gli si avvicina, “capitano che dice, le togliamo queste porte?”. Non fa in tempo a rispondere. Alle 17.46 è già baraonda, Di Bartolomei risponde a Luigi Necco, poi dice in un altro microfono, “Eh sì, ce l’abbiamo fatta”. Festa grande, giro di campo col bandierone. Lui in testa. Soglia più in là, in lacrime e portato in trionfo, lui sempre più tifoso che presidente. Sipario sul campo. Ma non è ancora finita. Ago nello spogliatoio confeziona due pacchetti, come dovesse andare a un’altra festa. Un regalo è per la moglie Marisa: sono le scarpette, il mezzo del suo mestiere, «quelle che non faceva toccare a nessuno, me le pulisco io diceva», ricorda Alfonso De Santo. L’altra confezione pesa: è la maglietta, l’ultima con il numero 8 sulle spalle. La consegnerà al figlio Luca. Ha 7 anni, poi capirà come tante altre cose, come pure ad esempio che da un gesto irreparabile possa nascere una campagna sociale. Dentro il ventre del Vestuti invece non si capisce nulla. Urla di gioia nello stanzone, urla e litigi sopra il soppalco: nel vecchio stadio che sta andando in pensione la sala stampa non esiste. Si fa tutto nella palestra della boxe che ha pure una specie di piano rialzato. Lì sopra i calciatori discutono mentre di sotto è baldoria. Con la società c’è un conto da regolare: è un accordo non firmato ma un impegno che i giocatori, in testa il capitano, considerano vergato col sangue. Invece. Invece da quel ring esce un verdetto secco, brusco, magari anche cattivo, o magari solo inopportuno. Un ko senza appello, comunque. «La squadra non parteciperà a nessuna festa ufficiale che la società organizzerà a causa del mancato pagamento del premio promozione». E’ Di Bartolomei a leggere il comunicato. Una doccia fredda. Gelata. Quattro giorni dopo giocatori e familiari festeggeranno a bordo di una motonave, una gita notturna in Costiera e ricordi indelebili. Come la festa in piazza della Concordia. Non c’è Peppino Soglia il presidentissimo che per un anno ha ripetuto sempre come una litania «tutti uniti», ma Mietta sì c’è. E’ in carne e ossa e canta “Il tuo nome sarà… Trottolino amoroso, dudù dadada”, la colonna sonora di un’indimenticabile stagione al Vestuti. Una stagione che si chiude con le parole del capitano, di chi altri se no? «La serie B è il regalo alla città, ai tifosi, a chi è stato davvero vicino alla squadra. Il ritorno della Salernitana in B è il ritorno di una grande città nel calcio – dice e l’emozione per un attimo pare quasi impossessarsene – Salerno ha una storia. La Salernitana non può e non deve fermarsi. Bisogna continuare a lavorar sodo».

Di Bartolomei all'Arechi
9 maggio 2015, la moglie di Agostino Di Bartolomei con la maglia dedicata all’ex capitano granata

Un giorno è finito, un altro sta nascendo. All’Arechi, in uno stadio dove Di Bartolomei non metterà piede. All’Arechi, quello dove anni dopo gli ex compagni Perrone e Menichini che con lui alla Roma ci avevano giocato, lo ricorderanno con parole dolci, come dolce è il ricordo della Salernitana dei romani Lotito e Mezzaroma che nel 2014 vince la Coppa Italia di C indossando una maglia che è come quella del ’90 e tra le righe c’è un filo di Ago. In quello stadio dove l’anno dopo Marisa, la moglie, sbuca dal tunnel sventolando la sua maglia nel giorno di festa per la promozione in B: è il 9 maggio del 2015 e l’avversaria è la Casertana, proprio la squadra a cui Di Ba ha segnato di più nei suoi due anni di granata. In quella città dove il figlio Luca, ormai grande, tornerà per presentare “Il manuale del calcio”, lezioni di tecnica, di tattica e di comportamento: consigli, appunti, interviste e curiosità raccolte dal papà Agostino.

Salernitana all'Olimpico nel segno di Di Bartolomei
Lo striscione dei tifosi della Salernitana all’Olimpico: è il 5 giugno 1994, andata semifinale playoff contro la Lodigiani. “Semplicemente: Guidaci ancora ago!”

E sempre sullo sfondo l’Arechi, dove quella serie B conquistata a fatica nel ‘90 è già svanita appena l’anno dopo. Tre anni ancora e poi uno sparo, uno soltanto. Alle otto del mattino, così c’è scritto sul freddo referto autoptico: un colpo solo, partito da una Smith & Wesson calibro 38 e finito dritto al cuore. Dritto al cuore, come nelle sinistre parole di presagio confidate a un amico, qualche giorno prima. «Gardini avrebbe dovuto spararsi al cuore, non alla testa». Sono le 8.52 del 30 maggio 1994, sul terrazzo a strapiombo sul mare di Castellabate giace un corpo accanto a una sedia. Bianca. Bianca come il lenzuolo che coprirà per sempre quella bandiera, giallorossa sì ma pure granata: Agostino Di Bartolomei. Sei giorni dopo la Salernitana gioca a Roma, nel suo Olimpico, nel suo stadio, quello che nell’ultimo giorno di Ago capitano – 26 giugno 1984, finale di Coppa Italia contro il Verona – gli ha dedicato l’ultimo commovente e polemico saluto: “Ti hanno tolto la Roma non la tua curva”. E in quello stadio, in quella curva che adesso è coperta – è il 5 giugno 1994, semifinale andata playoff promozione contro la Lodigiani – ci sono diecimila tifosi granata e c’è un altro striscione. “Semplicemente: guidaci ancora Ago!”. E’ un urlo che diventerà rincorsa, è uno sparo dritto al cuore, nel cuore di un’altra storia palpitante. Come ci fosse un ago a cucirne i capitoli. La promozione in serie B nel ‘94 e quattro anni dopo un’altra ancora più bella, quella in serie A del 1998. L’esordio guarda un po’ proprio all’Olimpico, la prima partita proprio contro la Roma. Tutto di un fiato, tutto con un sospiro. Ogni volta dando sempre però prima uno sguardo al cielo. Da manuale del calcio. Proprio come quel 3 giugno del 1990 fece Ago, il timido e indimenticato.

(2 – fine)

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