Italia, un trionfo d’oro e la pizza indigesta

La rivalità tra Spagna e Italia e una sfida leggendaria a Barcellona ’92, vinta dal Settebello ai supplementari
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Tuffarsi nell’acqua e urlare che sì, è finalmente è finita. Tuffarsi in piscina in un urlo collettivo e gridare che sì, siamo i più forti. Tuffarsi insieme, trascinando nell’acqua colorata d’oro il tricolore e urlare al mondo che sì cara Italia, noi siamo la squadra più forte del mondo, pure se ci chiamano mangiatori di pizze e invece noi siamo il settebello. Noi siamo il sette d’oro. Come quel giorno, come quella squadra. La squadra. Che vinse l’oro – e non è una leggenda – un minuto prima che a bordovasca risuonassero gli inni nazionali. Un oro vinto dentro il tunnel degli spogliatoi: soltanto il rumore delle ciabatte spezzato da un frastuono, un urlo cattivo e la rabbia di ricacciarlo in gola quel maledetto urlo che ancora rimbomba. “Vamos a joder estos comapizzas”.

E’ il 9 agosto 1992. Attolico, D’Altrui, Bovo, Pino Porzio, Campagna, Caldarella, Fiorillo, Franco Porzio, Pomilio, Gandolfi, Ferretti, Silipo, Averaimo. No, non è Zoff, Gentile, Cabrini…., che è come una filastrocca mandata a memoria e ancora si tramanda, non è Madrid e non è nemmeno il Bernabeu. Di fronte non c’è la Germania di Breitner e Rumenigge, e non è nemmeno l’11 luglio del 1982 con la pipa che se ne sta sulle labbra di Sandro Pertini e re Juan Carlos che cerca impotente di placare la dirompente esuberanza di un 86enne partigiano che se ne infischia del protocollo in un campo di calcio. Che Juan Carlos di Borbone è l’unico che ancora c’è dieci anni dopo e accanto a lui stavolta ha il principe Felipe, e pazienza se due file più giù se ne sta semi-nascosto l’immarcescibile Giulio Andreotti che si prende gli improperi dei mille italiani – circondati da altri 17mila, 17 mila colorati di giallo e rosso pronti a matare i “mangiapizza”- che “Mani pulite” è appena iniziata e la “Seconda Repubblica” è ancora lontana.

E’ il 9 agosto 1992. Non è una notte magica e non è nemmeno una notte mundial. E’ un pomeriggio afoso, è il pomeriggio di una sfida che diventa imbrunire e quando finisce – sei supplementari dopo i tempi regolamentari, 46’ di gioco effettivo di fughe, rimonte, risse, sviste arbitrali che dilatano il tempo all’infinito – lascia due nazioni stremate, stese, senza forza. In lacrime e inebetite, ormai distanti dopo essere state attaccate, aggrappate, avvinghiate, a quella maledetta vasca. Lì dove nuotano insieme resistenza e potenza, lì dove resteranno – ormai naufraghe – la gioia e il dolore. La sassata di Gandolfi con la palla che passa sotto le braccia a 32” dalla sirena sotto le braccia di Jesus Rollan e il nome del portiere spagnolo sembra un presagio, un’altra palla – la scaglia disperato a 3” dal gong Oca – che sbatte sulla traversa di Attolico. La palla rimbalza sull’acqua. Al di qua della porta. Non è gol Spagna, niente settimo supplementare. E’ finita invece, e siiiiiii, è oro Italia. La voce annegata, sommersa dall’estasi e da un tuffo, due ore dopo aver ascoltato nel tunnel degli spogliatoi quell’urlo in spagnolo, “vamos a joder estos comapizzas”.

E’ il 9 agosto 1992, è l’ultima giornata della venticinquesima edizione delle Olimpiadi. Piscine Bernat Picornell – Parco Olimpico del Montjuïc, Barcellona. Gli spagnoli sognano una chiusura in bellezza della rassegna a cinque cerchi, quella che li ha riempiti d’oro come mai. Sognano il partido perfecto guidati da un fuoriclasse assoluto chiamato Manuel Estiarte, catalano, che ha indossato le calottine di Savona e Pescara (e Pescara è casa sua); sono allenati da un croato, Matutinovic, e in semifinale hanno superato gli Usa senza troppi affanni. Davanti hanno l’Italia, che invece ha appena visto sfumare il sogno del sestetto di Velasco, la squadra di pallavolo più forte del secolo che avrebbe dovuto mettersi al collo un oro scontato e l’Italia di Maldini e del calcio l’ha sbattuta fuori proprio la Spagna. L’Italia si aggrappa allora alla pallanuoto, che la finale l’ha conquistata a sorpresa, dopo una battaglia infinita contro il Csi, la sigla sotto la quale giocano gli ormai ex sovietici: 9-8 e la mossa che decide la sfida è piazzare il più giovane del gruppo – Carlo Silipo – ad asfissiare il totem Apanasenko. A guidare gli azzurri c’è un serbo che poi diventerà cittadino italiano: si chiama Ratko Rudic, ha già vinto due ori olimpici consecutivi nella pallanuoto guidando la Jugoslavia, ed è da poco scappato dalla guerra che ha frantumato i Balcani. Sei anni prima, e sempre in Spagna, con la sua Jugoslavia aveva matato il settebello nella finale mondiale di Madrid al termine di otto, interminabili, supplementari chiusi 12 a 11 e racchiusi tutti in due frasi. La rabbia di Mario Fiorillo, “sarebbe stato meglio perdere 10-1”, il rimpianto di Sandro Campagna, “chissà se avremo mai un’occasione come questa”. Sandro Campagna già, perché in fondo nella storia e in uno sport massacrante e onesto come la pallanuoto, tutto torna: Sandro Campagna che un anno fa – era il 2019 – avrebbe vinto un mondiale (dopo un altro, nel 2011) da allenatore dell’Italia nella finale contro la Spagna, giocata in Corea del Sud e chiusa 10 a 5. Un’altra partita perfetta, non però la partita del secolo, non come quella.

E’ il 9 agosto del 1992, il quarto tempo di una sfida tra costumi e calottine strappate, tra rigori sbagliati e segnati, tra decisioni arbitrali visionarie e sangue che bagna la vasca, “brutalità” ed espulsioni, sta per finire. Mancano due minuti: l’Italia, in testa sin dall’inizio, è avanti di due grazie a Ferretti (7-5). Sembra fatta, e invece no. La Spagna ha un sussulto d’orgoglio, Estiarte l’avvicina e poi Oca l’agguanta, la palla vola sopra le braccia di Campagna e Fiorillo beffando Attolico. Una partita finisce per lasciare spazio ad un’altra. Leggendaria.

E’ il 9 agosto del 1992, è passata un’ora e mezza da quell’urlo “vamos a joder estos comapizzas” esploso negli spogliatoi e sulla tavola – sono 33 i metri che separano le due porte in quella vasca – si sta apparecchiando una battaglia di resistenza. Di muscoli e di nervi. Primo supplementare senza gol. Nel secondo, su rigore Estiarte porta la Spagna per la prima volta col naso avanti. Mancano 40 secondi. Ferretti però è un lampo, fulmina Rollan a venti dalla sirena. Altri tre supplementari, la partita diventa una corrida, gli arbitri (un cubano e un olandese) non fischiano più nulla, zero gol e solo scontri, proteste, mani nei costumi e pugni addosso. Così fino all’ultimo minuto del sesto supplementare. Ferretti – un colosso di 194 centimetri – affonda nell’acqua manco fosse una piuma però, mentre affonda e gli arbitri non fischiano, vede con la coda dell’occhio Nando Gandolfi che tira senza pensare e quasi senza vedere: il pallone schizza sull’acqua, s’infila sotto le braccia di Rollan. Gonfia la porta e si gonfiano le ugole azzurre. Gandolfi esulta e fa il gesto del lazo, quello che fanno i cowboy in un rodeo. L’oro pare ormai preso e messo al collo. Restano secondi in apnea: il tiro di Oca, la palla che si stampa sulla traversa a 4 secondi dalla fine e che ricade sull’acqua, al di qua della porta. Non è gol e non è settimo supplementare. E’ oro, siiii, è Italia.

E’ il 9 agosto del 1992, la partita del secolo è finita da appena un secondo. L’Italia che sta a casa è stesa, stremata, sfibrata. L’Italia che ha lottato e vinto nella piscina catalana sta tutta nella vasca e dentro c’è pure Rudic, fradicio. Nuotano nella gloria i tredici che due ore prima avevano sentito quell’urlo sinistro nello spogliatoio, “vamos a joder estos comapizzas”. Saranno pure mangiatori di pizze ma solo loro, gli italiani, sanno come si fa a vincere l’oro olimpico.

E’ il 9 agosto del 1992, la partita è finita da nemmeno mezz’ora e la cerimonia di premiazione non è ancora iniziata. Prima di salire sul gradino più alto del podio Marco D’Altrui sta provando a fare un’altra impresa. Cerca un telefono, deve avvisare suo padre Geppino (olimpionico a Roma ’60) che in famiglia è arrivato un altro oro. Anche se Geppino già lo sa perché la partita l’ha vista, serrato in casa. Divorato dalla tensione, paralizzato dall’estasi. Come tutti quelli che avevano appena finito di guardare alla tv la partita. Quella perfetta. Quella del secolo. Quella che non si dimentica.

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