L’Italia dai canestri d’oro: lo storico trionfo di Nantes e una “scuola” azzurra perduta

Nel 1983 l’Italbasket sul tetto d’Europa: quella storica medaglia vissuta tra i canestri di Riva e Meneghin e la voce rotta dall’emozione di Aldo Giordani. Il capolavoro di Gamba e la rissa con la Jugoslavia
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Il tabellone segna 101-92, l’orologio indica che mancano venti secondi alla fine, la voce di Aldo Giordani ai microfoni Rai è un sibilo dolce, antico, indimenticato: «La voglio proprio vedere questa medaglia, ora voglio vedere chi ce la toglie. Scusatemi, sono emozionato e lo confesso anche un po’ commosso e di questo me ne scuso. Ma in trent’anni di telecronache, in sedici campionati europei che ho veduto, mai avevo visto una squadra azzurra trionfare come sta facendo l’Italia questa sera». È il 4 giugno 1983, il palazzetto di Nantes s’è trasformato in una serra, ci sono trenta gradi e non c’è l’aria condizionata. Il parquet s’è trasformato in una sorta di corrida, le “furie rosse” provano a bloccare gli azzurri appena toccano il pallone: si va avanti così da almeno due minuti, avanti con il fallo sistematico, l’ultimo disperato tentativo di rimonta del quintetto di coach Diaz Miguel. Sull’altra panchina siede Sandro Gamba, al suo fianco c’è Cesare Rubini che è il capo delegazione della nazionale azzurra di basket: ogni volta dalla panchina arriva il segnale, si va in lunetta e non si tiene la palla, perché non c’è ancora la regola dei tiri liberi obbligatori e non esiste ancora il fallo anti-sportivo. Il segnale è inequivocabile: non abbiamo paura della corrida, abbiamo i nervi saldi, siamo i più forti.

Mancano venti secondi alla sirena – Caglieris è un folletto imprendibile, sarà un’altra volta freddo e preciso in lunetta – e l’Italia è vicina al trionfo, è lì, a un passo dal tetto d’Europa. L’ha sfiorato due volte, ma il ricordo affonda nella notte dei tempi, alle finali perse nel ’37 a Riga battuta dalla Lituania e poi nel ’46 a Ginevra, sconfitta dalla Cecoslovacchia. Quella del 4 giugno 1983 è la sua terza finale continentale, è la prima che sa tutto di Occidente, è la prima che coniuga la pallacanestro nell’idioma latino. Perché nell’albo d’oro dell’Europeo di basket ci sono solo nazionali dell’Est Europa, l’Unione Sovietica e la Jugoslavia a fare razzia di quella medaglia d’oro: nella notte di Nantes invece si stanno sfidando Italia e Spagna, la prima ha battuto la Jugoslavia nel girone eliminatorio dopo una battaglia trasformatasi in rissa, la seconda ha sorprendentemente eliminato l’Unione Sovietica in semifinale. Sul tetto d’Europa l’Italia c’è da più di un decennio, a livello di club. Dopo le cinque Coppe dei Campioni conquistate in un decennio da Varese, appena quaranta giorni prima Cantù allenata dall’ex coach della nazionale Primo ha alzato per la seconda volta consecutiva la grande Coppa superando (sempre in Francia) a Grenoble in finale un’altra italiana, la Milano di coach Dan Peterson. E l’anno dopo sarà la Roma di Valerio Bianchini a iscriversi nell’albo d’oro (poi ci sarà la doppietta di Milano alla fine degli anni ’80): trionfa in Europa mentre la Roma calcistica – che aveva vinto lo scudetto proprio nella primavera del 1983 così come il quintetto guidato da Larry Wright – piange per la sconfitta ai rigori contro il Liverpool, seconda sconfitta consecutiva per un’italiana in finale, perché il 26 maggio, proprio quando comincia l’Europeo di basket, la Juventus di Trapattoni, Platini, Zoff e Paolo Rossi è andata in bianco ad Atene contro l’Amburgo, trafitta da Magath dopo appena nove minuti e incapace di reagire .

Profuma d’oro invece il basket italiano, “È il trionfo di una scuola” scrive in un’editoriale su “La Gazzetta dello Sport” Enrico Campana e a rileggerlo adesso – adesso che da trent’anni Gianni Petrucci comanda il basket italiano – vien quasi da piangere. In Italia ogni club poteva mandare a referto solo due stranieri, il livello della competizione tricolore era alto e diffuso (Varese, Milano, Cantù, Bologna, Pesaro, Torino, Napoli e infine Roma), pare un assurdo ma gli impianti erano più capienti, accoglienti e affollati di adesso, i settori giovanili sfornavano talenti, il ct della nazionale di turno durava a lungo, aveva mano libera e non era mica il bersaglio quotidiano delle paturnie del presidente federale. “L’oro di Nantes”: è così che verrà celebrato quel trionfo, è così che viene ancora ricordato. Il basket italiano che splendeva e si specchiava nell’oro: poteva essere una miniera infinita e invece, dopo la vittoria azzurra a Parigi (’99) e quella di Bologna alle soglie del Duemila in Eurolega, dopo quello squillo prepotente alle Olimpiadi di Atene (2004) il parquet tricolore riflette triste un movimento in crisi prolungata e nerissima. Colori opachi.

È invece colorato d’oro e d’azzurro quel giorno a Nantes, è il 4 giugno 1983. L’Italia se ne sta incollata allo schermo della tv, certo non è nel pallone come era successo un anno prima per il trionfo della nazionale di Bearzot ai Mondiali. Vola però l’Italia dei canestri in un’estate velocissima, come volerà poi Azzurra sulle acque mentre il Mondo sta appena scoprendo il “figlio del vento”. Il ventenne Carl Lewis ha vinto ai Trials cento, duecento e salto in lungo, misure sbalorditive che gli regalano subito quell’etichetta. Due mesi dopo ai Mondiali di Helsinki – indimenticabile pure la volata di Alberto Cova che vincerà i diecimila bissando l’oro continentale, sarà tris nel 1984 con l’oro olimpico – vincerà tutto, trascinando pure la staffetta al record del mondo precedendo l’Italia di Tilli, Simionato, Pavoni e Pietro Mennea.

Caglieris, Marzorati, Brunamonti (play), Riva, Gilardi (guardie), Sacchetti, Villalta, Alberto Tonut, Bonamico (ali), Vecchiato, Costa e Dino Meneghin (pivot): sono questi i dodici cestisti guidati in panca da Sandro Gamba. Il coach è su quella panchina dalla fine del ‘79 (il suo primo assistente è Sales), da assistente è stato nominato capo allenatore al posto di Giancarlo Primo cui non si perdona il deludente quinto posto all’Europeo casalingo causato anche dall’assenza di Pierluigi Marzorati preso dalla laurea in Ingegneria, e al suo primo anno ha portato l’Italia in un posto impensabile. Sul secondo gradino del podio alle Olimpiadi, le Olimpiadi di Mosca. Quelle del boicottaggio. Mancano gli Usa che ai quei tempi però mandavano sempre la selezione universitaria è vero, ma ci sono regolarmente l’Unione Sovietica del fuoriclasse Belov e della quercia Tkatchenko e la Jugoslavia dei cecchini Kicanovic e Dalipagic. L’Italia batte l’Unione Sovietica, poi batterà proprio la Spagna in semifinale arrendendosi però alla Jugoslavia in finale. Tre anni dopo di quel gruppo in Francia ci sono otto superstiti, al posto di Sylvester, Della Fiori, Solfrini e Generali vestono la canotta azzurra Costa, Tonut, Caglieris e Antonello Riva: lui è il ventunenne cecchino di Cantù che di lì a poco diventerà “Nembo Kid”, uno dei magnifici dodici di quell’oro indimenticabile, quell’oro di Nantes conquistato contro la Spagna. Il primo oro continentale per l’Italia. «Mi scuso per la commozione, ma in trent’anni di telecronache non avevo mai visto l’Italia così in alto» sta intanto ripetendo l’equilibrato Aldo Giordani ai microfoni Rai. Anche lui non si contiene più, in quei minuti finali che sembrano non finire mai, la Spagna va al fallo sistematico provando a guadagnare punti sui nervi. È l’epilogo della rassegna continentale, l’ultimo atto. E dire che il primo aveva visto di fronte le stesse avversarie, Italia e Spagna insieme nel girone (a sei) di qualificazione alle semifinali (le prime due dei due gruppi in sfide incrociate). Tutta la rassegna in dieci giorni, la prima partita contro la Spagna di Corbalan e Lopez Iturriaga. Vinta di un punto dall’Italia (75-74), canestro sulla sirena di Marzorati servito dal compagno di club Riva. Poi gli azzurri avrebbero travolto la Svezia, demolito la Grecia di Galis e Yannakis e infine avrebbe surclassato la Francia padrona di casa. L’ultima sfida è quella decisiva, si gioca a Limoges contro la Jugoslavia. È la squadra più forte, la favorita. Ha Cosic che gioca a Bologna e Delibasic, ha Petrovic, e poi Dalipagic e Kicanovic che gioca in Italia con la maglia di Pesaro.

È il 30 maggio ‘83, gli Azzurri devono sfidare l’avversaria che tre anni prima a Mosca le ha negato l’oro olimpico e che non batte in un Europeo da 28 anni. Sulla carta non ci sarebbe pronostico. «Vinceremo noi, siete così prevedibili», ha sentenziato il coach slavo Giergia. Gamba invece ha costruito una squadra dove almeno in dieci sono titolari, non esistono gerarchie se non la presenza del 33enne Dino Meneghin e non esiste un quintetto base: l’Italia ha tre play di fosforo, ha una guardia tiratrice letale, ha un’ala infallibile e ha un sistema preciso. Si gioca forte in difesa, si va sul contropiede e sulla circolazione veloce della palla. La risposta di Gamba al coach avversario? Quasi profetica, quel signore garbato scherza ma…: «Come li fermeremo. Con la difesa P38…». La tensione sul parquet si taglia a fette, a fette Dalipagic fa la difesa azzurra: ne mette 15 solo nel primo tempo, all’intervallo l’Italia è sotto di 6. Riva non è il solito, sente la tensione, Gamba gli preferisce Gilardi. Ne esce un parziale di 37-20 e a 5’ dalla fine l’Italia è avanti di 11. La partita è nervosa, cattiva, i veleni di anni tra le due squadre si rivelano in ripetuti contatti al limite dell’antisportivo. Nel primo tempo Bonamico aveva alzato un po’ il gomito su Kicanovic, blocchi spesso al limite del codice penale, parole grosse volano in tutte le lingue del mondo. All’improvviso, il disastro. Meneghin fa il quinto fallo stoppando Petrovic, Petrovic e Gilardi battibeccano ma la situazione sembra ancora in controllo. È un attimo. Kicanovic perda la testa e sferri calci nella pancia di Villalta, a pochi centimetri c’è Gamba che si butta in campo per difendere il suo giocatore. Il coach e il fisioterapista azzurro Sandro Galleani inseguono la stella di Pesaro, nel tutti contro tutti Villalta colpisce Dalipagic, che lo guarda quasi esterrefatto: “Renato, ma che fai? Sono io!”. Seguiranno scuse e abbracci. Nel frattempo un paio di jugoslavi salgono sul tavolo degli ufficiali di campo mentre Grbovic corre verso la panchina e torna in campo con un paio di forbici, quasi a volersi fare giustizia coi fendenti di quelle lame. Lo bloccano subito, anche perché sul parquet è piombata la gendarmeria francese. Dieci minuti di sospensione, quando la partita riprende non c’è più storia. L’Italia vola, batte di 15 gli slavi e conquista la semifinale. L’Equipe titolerà il giorno dopo: “Una rissa da strada”. Gamba dirà a caldo: «Sono pagato anche per difendere i miei giocatori. Kicanovic ha colpito Villalta a tradimento e poi è fuggito. Mi dispiace solo di essermelo lasciato scappare. Sono indignato con Kicanovic, uno che prende i soldi da noi e si comporta così». Kicanovic: «Non giocherò più in Italia. La mia vita vale più di ogni altra cosa: gli italiani volevano farmi fuori, Gamba voleva ammazzarmi».

L’Italia ha “ammazzato” la finale, ha stordito le “furie rosse” che adesso, disperate sul parquet, provano a braccare quelle maglie azzurre. Mancano venti secondi alla sirena, il tabellone dice 101-92 per l’Italia, Caglieris va di nuovo alla lunetta mentre Aldo Giordani si commuove e l’Italia davanti alla tv strabuzza gli occhi. Nel Palais des Sports de Beaulieu di Nantes invece ci sono più di trenta gradi, è una serra opprimente che toglie il respiro. Di fronte di nuovo Italia e Spagna, dieci giorni dopo l’esordio nella competizione, quello vinto sulla sirena dagli azzurri: l’Italia ha vinto la semifinale contro l’Olanda, la Spagna ha eliminato l’Unione Sovietica. Gli azzurri hanno gli occhi della tigre: sprintano, segnano, difendono. Recuperano uno svantaggio di nove, vanno avanti. Fino a tredici punti di vantaggio, poi lo spavento. La Spagna recupera, si fa sotto, arriva a meno due trascinata da San Epifanio e Corbalan. Però il quintetto azzurro è una sinfonia, il 32enne Caglieris è il più piccolo di tutti ma è una trottola, Villalta buca la retina, Sacchetti e Vecchiato sono gregari indomabili, Gilardi un leone, ognuno ha messo il proprio mattone per arrivare sin lì.

A venti secondi dalla fine, quando persino Aldo Giordani non si tiene più. «Sono un po’ emozionato e anche un po’ commosso, e di questo me ne scuso. Ma non avevo mai veduto l’Italia così in alto». Così in alto, sul tetto più alto d’Europa. Quando suona finalmente la sirena il tabellone segna 105-96, l’Italbasket per la prima volta è campione d’Europa. È il 4 giugno 1983. È l’indimenticabile ore di Nantes.

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