L’Italia e quella volée contro Pinochet

L'impresa della nazionale di tennis a Santiago del Cile nel 1976: sei i protagonisti di una vittoria sulle polemiche di politica e società italiana
L'Italia vince la Coppa Davis
Santiago del Cile, 19 dicembre 1976: l'Italia vince la Coppa Davis. Barazzutti, Pietrangeli e Panatta alzano l'insalatiera d'argento, dietro c'è Bertolucci, alla destra di Panatta invece Zugarelli

E’ una fotografia in bianco e nero che l’ottantasettenne Nicola Pietrangeli conserva ancora: piegata in quattro, se ne sta stretta nel suo portafoglio. Il ciuffo elegante di Adriano Panatta, la fascia sulla fronte di Corrado Barazzutti, le dolci rotondità di Paolo Bertolucci, i baffi alla Burt Reynolds di Tonino Zugarelli. E poi il sorriso da piacione dell’ex fuoriclasse diventato capitano non giocatore che impugna un’insalatiera in un tardo pomeriggio di fine dicembre e che quasi nasconde lo sguardo severo ma soddisfatto di Mario Belardinelli, il papà di quelle anime così divise e così tanto diverse, il direttore tecnico di quella squadra che seppe essere unita accantonando gelosie e antipatie, che seppe essere una vera nazionale davanti a una nazione invece dispersa, distratta, distante. Una squadra capace di issare l’Italia sul tetto più alto del Mondo: mostrava al cielo quell’insalatiera d’argento prezioso chiamata Coppa Davis mentre l’Italia volgeva lo sguardo da un’altra parte. Rinchiusa e rintanata come era, nelle proprie paure. Come se quella nazionale non le appartenesse, come se quei campioni di sport non fossero figli suoi, come se quella non fosse una semplice partita di tennis ma invece un regolamento di conti con un sanguinario regime. Avvolta dal terrore e dalla crisi, eppure è un’Italia pronta a dividersi, a macerarsi, a frammentarsi, a incendiarsi, a contraddirsi. A colorarsi di rosso, di bianco, di nero: lo sport che diventa politica, e “un caso di Stato” sarà quella finale. “Sono fascisti”, urla una parte. “No, sono solo tennisti”, replica l’altra. Al centro di quell’Italia, loro. Impalati, impazienti e imperfetti. Sei personaggi come sei chiodi storti, come i sei chiodi storti che per scaramanzia viaggiano nel borsone di Adriano Panatta in giro per il mondo in quegli anni Settanta, come i “Sei chiodi storti” ritratti in un libro scritto qualche anno fa da Dario Cresto-Dina. Sei chiodi storti che quarantaquattro anni dopo tengono ancora in piedi una tavolozza, ancora vivida, ancora piena. Anche se i ricordi sembrano sbiaditi e quei colori, quel rosso, quel bianco e quel nero, adesso e finalmente paiono dolcemente sfumati. Sei chiodi storti che reggono un tavolo di legno tarlato e sopra il tavolo resiste una fotografia, in bianco e nero. E’ la foto di un anno. La foto di un viaggio. La foto di una vittoria.

La vittoria, il viaggio e l’anno. Tormentati. E’ il 1976, l’Italia conquista la Coppa Davis superando a Santiago il Cile del sanguinario dittatore, il generale Augusto Pinochet. Sotto la foto di quell’anno ci vorrebbero due didascalie. In una i nomi dei protagonisti, come una filastrocca imparata a memoria, senza spazio nè commento: Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli. Nell’altra quelli della politica e della società italiana, a corredo una frase di Pier Paolo Pasolini. Attuale allora, e adesso come mai: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”.

Un anno intenso, il 1976. Un anno di prime volte. Per la prima volta arriva in edicola il quotidiano “la Repubblica”. E’ in formato tabloid, è stato fondato da Eugenio Scalfari insieme al principe Carlo Caracciolo e al gruppo Mondadori: nell’estate del ‘75 il direttore del settimanale “L’Espresso” era stato ospite di Andrea Rizzoli, editore del “Corriere della Sera” che aveva dichiarato guerra rilanciando un altro settimanale, “Il Mondo”. Nella serata del brindisi aveva così deciso di dare battaglia al quotidiano di via Solferino, “controllato” dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli. E’ una piccola macchia ma si allargherà travolgendo tutto, persino la presidenza della Repubblica due anni dopo, costringendo Leone alle dimissioni: lo scandalo Lockheed è agli albori, nasce da una commessa di acquisto di aerei fatta dall’Italia a una società statunitense. Dopo anni e due commissioni d’inchiesta, si scoprirà che politici, ministri e faccendieri italiani hanno intascato tangenti per miliardi. Gli Stati Uniti continuano a controllare il Belpaese anche se Carter succede a Nixon mentre in un anonimo garage della California Steve Jobs e Steve Wozniack fondano la “Apple”. Una mela avvelenata tocca invece a Isabel Martinez Peron, scalzata da un golpe in Argentina: il generale Videla instaura una feroce dittatura, l’ennesimo atto dell’operazione “Condor” benedetta dai servizi segreti americani e dalla segreteria di Stato sulla cui poltrona siede Kissinger, l’amico dell’avvocato Agnelli. Era già successo in Brasile, in Paraguay, Uruguay, Bolivia e Cile negli anni precedenti: con la forza e con il sangue gli Usa provano così a soffocare il vento socialista che spira in Sudamerica. E’ piena guerra. Guerra Fredda sì, ma anche guerra reale.

E’ la prima volta di una donna ministro, in Italia: nel governo Andreotti che nasce a luglio dopo le elezioni politiche che per la prima volta hanno portato al voto i diciottenni, Tina Anselmi diventa ministro del “Lavoro e della Previdenza Sociale” ed è pure la prima volta di un comunista eletto presidente della Camera dei Deputati. Tocca a Pietro Ingrao succedere al socialista Sandro Pertini. Il via libera rientra nell’appoggio esterno dato dal Partito Comunista Italiano al Governo Andreotti, un monocolore democristiano nato dopo che il “Moro ter” e il “Moro quater” sono durati lo spazio di un lampo.

Non è stata un lampo la campagna elettorale, in una nazione che fatica a reggersi in piedi. La nube tossica composta da diossina inquina l’ambiente di Seveso e dintorni ma l’aria sociale, economica e politica che si respira è pesante, drammatica, lacerante. La lira svalutata del 12%, l’inflazione reale supera il 25%, la cedolare secca sui dividendi dai titoli azionari e la prima super tassa, quella sulle auto diesel, contribuiscono al malcontento, non certo al risanamento delle finanze statali. Il terremoto in Friuli poi è una scossa potente, letale, mortale. Come continuano a morire innocenti servitori dello Stato: prima il giudice Coco trucidato dalle Brigate Rosse, poi il giudice Occorsio ucciso dai proiettili di Ordine Nuovo. Insieme a loro, cadono poliziotti e carabinieri, uomini della scorta, passanti. Vite valorose spezzate da mani vigliacche. L’attacco nero e rosso al cuore dello Stato diventa ogni giorno più crudele, il conto dei caduti si fa sempre più cruento.

Bombe e attentati, cellule nere e rosse che con le armi seminano paura e terrore. La campagna elettorale è attraversata da scontri, cortei, slogan. La sinistra extraparlamentare e le forze di estrema destra, le donne che manifestano contro la legge che dichiara reato l’aborto, gli studenti che si uniscono alla protesta degli operai. La Democrazia Cristiana vacilla. Si paventa il sorpasso del Pci, tanto che Indro Montanelli inviterà tutti, specie missini e liberali, “a turarsi il naso e votare Dc” mentre Enrico Berlinguer in un’intervista a Giampaolo Pansa, dichiara di “sentirisi più sicuro di qua”, e cioè nella parte controllata dalla Nato, “che di là”, e cioè nella parte sigillata dal Patto di Varsavia. A Mosca non la prendono bene mentre a Washington fanno di tutto per scongiurare il sorpasso. Che non ci sarà: il Pci arriva al massimo storico, quasi il 35% dei voti ma non basta a scalzare lo scudocrociato che conquista il 38% dei consensi. E’ in nome del bene supremo della nazione, che si arriva all’accordo governativo, al “compromesso storico”: i deputati del Pci si astengono nel voto sulla fiducia alla Camera, escono dall’aula del Senato al momento della votazione. Equilibri precari.

Su un equilibrio che pare precario, intanto va avanti anche l’Italia del tennis. A giugno, profittando del forfait di Bjorn Borg per la prima volta vincitore sull’erba di Wimbledon, ha superato la Svezia dentro un Foro Italico diventato arena. E così che accede alla finale della zona Europea. L’Italia è ai piedi Adriano Panatta: a maggio ha vinto gli Internazionali di Roma superando l’argentino Vilas, la fascia tra i capelli e la fama di poeta e playboy dopo il flirt con la principessa Carolina di Monaco. Un mese dopo ha vinto anche a Parigi superando il pallettaro Solomon: qualche ora prima del match s’accorge di aver perso le scarpette preferite, ne ha un altro paio a Roma recapitate in tempo per scendere sul centrale del Rolland Garros da un amico, imbarcatosi sul primo volo di linea utile. E’ il primo italiano dopo Nicola Pietrangeli a vincere un torneo del Grande Slam. Diventa il numero quattro al mondo: quando va al servizio e si tocca quel ciuffo prima di lanciare la pallina, fa trattenere il respiro. Diventa il gesto di tutti, neofiti e tennisti conclamati: le racchette sono ancora con il telaio in legno e le corda di budella, ce n’è persino una che porta il suo nome e va a ruba nei negozi specializzati. Adriano Panatta è insieme ribelle e borghese, è il figlio del custode dell’esclusivo “Circolo Parioli”, il nonno invece è un amico del partigiano Nenni. Ha simpatie di sinistra, piace alle ragazze, eppure dietro quell’aria guascona si nasconde un ragazzo semplice che dopo una vittoria dice, “la felicità dura sessanta secondi, il tempo di pensare ce l’ho fatta, ed è già svanita”. Ha cominciato a giocare a tennis perché papà Assenzio non aveva i soldi per iscriverlo a nuoto. Ha cominciato a giocare a nove anni, e nel 1976 diventa il campione che tutti vorrebbero essere. Gioca d’attacco, quando va a rete fa la volée e se la palla lo scavalca lui ci arriva lo stesso, tirandola giù dall’altra parte con una torsione del corpo che viene ribattezzata “veronica”.

Meno orpelli e niente volée per Corrado Barazzutti, l’altro singolarista tricolore. E’ asciutto e silenzioso, è friulano come Enzo Berazot che in quei giorni sta modellando la nuova nazionale di calcio dopo un 4-2 rifilato in amichevole alla Romania. Gioca da fondo campo e tira forte, negli angoli e sulle righe. Lo chiamano ussaro, spesso però sono i demoni e le paure che s’impossessano di lui, rendendolo fallibile e fragile. Lui e Panatta, la notte e il giorno. Quasi non si parlano. Non si prendono. Panatta sta sempre con Paolo Bertolucci, milanese tracagnotto che però ha un braccio sinistro da fuoriclasse: fosse un po’ meno panda, sarebbe un campione. E’ il compagno di doppio di Adriano Panatta: si allenano insieme, stanno sempre così vicini che spesso li trovano persino al night. Un posto dove non c’è mai stato Antonio, che poi sarebbe Tonino Zugarelli. E’ il quarto uomo, la riserva, l’ultimo della nazionale. E’ nato e cresciuto in una baracca sul Tevere, il Colosseo l’ha visto per la prima volta a sedici anni, ha perso una falange del pollice destro però la racchetta l’impugna benissimo. Sognava di diventare calciatore per sfuggire a povertà e disagio, a sedici anni fu preso dalla Roma che però poi lo girò all’Almas. La prese malissimo, tanto da salutare tutti scegliendo di andare a raccattare laute mance da raccattapalle e come sparring-partner nei circoli dove la borghesia romana si divertiva giocando a tennis. Non gioca quasi mai negli incontri ufficiali della nazionale, Pietrangeli lo convoca solo perché quello è il regolamento e perché una riserva può sempre servire in caso d’infortuni improvvisi. Eppure sarà proprio lui, l’ultimo, la riserva, lo scarto, a regalare all’Italia la vittoria nella finale della zona Europea della Coppa Davis.

Si gioca a Londra, sulla temutissima erba di Wimbledon. Panatta e Barazzutti non stanno bene: il primo ha un braccio dolorante, l’altro è vittima di una lombalgia. Pietrangeli lo sostituisce con Zugarelli che adatta perfettamente il suo rovescio monco all’erba inglese. Attaccando senza sosta, sottomette prima Taylor e poi John Lloyd poi famoso per essere diventato mister Evert, cioè il marito della assai più brava e bella Chris. Inghilterra battuta per 4-1, appuntamento a Roma per la semifinale mondiale. Contro l’Australia, contro i canguri che schierano i veterani Newcombe e Roche e il più giovane Alexander. E’ fine settembre e sembra non finire mai, quella sfida. Barazzutti rifila un tre a zero a Newcombe però Alexander riserva lo stesso trattamento a Panatta. Che nel doppio, insieme a Paolo Bertolucci, annichilisce la coppia più forte del Mondo. Parrebbe fatta se Barazzutti non si facesse prendere dalla paura, se non si facesse dominare dai demoni proprio al fotofinish del singolare con Alexander che chiude la terza giornata. Finisce col perdere senno e partita, chiusa impugnando la quarta racchetta dell’incontro. Le altre l’ha distrutte, tra attacchi di ira e imprecazioni. Tocca a Panatta matare lo spareggio: sul due pari Italia e Australia si danno appuntamento al giorno dopo perché ormai è buio, a Roma. Adriano dopo tre ore supera Newcombe in un Foro Italico che è diventato il Circo Massimo. Dopo quindici anni l’Italia è in finale di Coppa Davis. E’ come la finale dei campionati del mondo di calcio. Sfiderà il Cile, che ha vinto senza giocare l’altra semifinale: come già successo tre anni prima nel calcio, l’Urss non si è presentata a Santiago in segno di protesta contro il regime di Pinochet. Un nome e un regime che stanno per spaccare l’Italia. Anche allora presa da colori che non significano nulla. Impalata, immobile davanti al semaforo dell’incapacità.

E’ autunno. Un “autunno caldo” che diventerà caldissimo. Scandali, corruzione, terrorismo, crisi economica: gli Usa hanno fatto sapere che se i comunisti entreranno al Governo non arriverà più un dollaro. Persino la liberazione del boia tedesco Kappler non smuove troppo le coscienze: l’Italia è in ginocchio eppure si ferma. Si divide. Si spacca, per quella trasferta. Per una partita di tennis. Come se quattro ragazzi – il più anziano ha 26 anni – che impugnano una racchetta di legno e che davanti hanno l’occasione della vita, dovessero invece essere loro gli alfieri di una causa che il Mondo finge di non conoscere, visto che ad esempio la Fiat lavora regolarmente con il Cile, visto che gli Usa hanno favorito l’ascesa di un dittatore sanguinario e che nessun embargo è stato promosso nei confronti di quel regime. Si divide la politica, si spacca l’opinione pubblica, s’infiamma il dibattito. Mancano due mesi alla fine di un anno funesto, per giunta bisesto e per giunta nello Zaire – adesso Repubblica Democratica del Congo – ha cominciato a diffondersi un virus letale. Si chiama Ebola, è mortale. Provocherà morti e terrore ma nulla, i riflettori in Italia e nel Mondo sono tutti puntati sulla sfida Cile-Italia, finale di Coppa Davis, programmata per il 18, 19 e 20 dicembre del 1976.

Diversi per carattere, caratteristiche, identità e talento, imbrigliati da un capitano non giocatore carismatico e ingombrante, è qui e così che quattro ragazzi italiani si fondono in una sola anima, in un solo spirito, in un solo pensiero. Non sono fratelli, non sono amici, però sono forti e completi: vogliono fare solo il loro mestiere che in quegli anni è anche tanta passione e in Coppa Davis poi si rappresenta una nazione. Vogliono andare a giocare, vogliono andare a prendersi quella Coppa Davis. No, invece. Forse, magari. Vediamo, però. E’ questa, al solito, la risposta della politica e della società italiana. E come sempre c’è chi urla nelle piazze, e chi invece lavora nelle segrete stanze.

“Non si gioca a volée col boia Pinochet”, “Panatta mercenario, Pinochet sanguinario”: comincia così, con slogan urlati nelle strade e in tv, la “partita” più difficile. “Le sinistre urlano? Si calmeranno”, dice Franco Evangelisti, braccio romanesco e robusto del presidente del Consiglio Giulio Andreotti. La Dc ha paura di schierarsi, è propensa alla spedizione ma si astiene, passa la palla al governo sportivo ma il Coni di Giulio Onesti interpella la Federtennis prima di prendere una posizione, che non prenderà. Il Partito Comunista è lacerato: vuole smarcarsi dal regime cileno ma il precedente dell’Unione Sovietica condiziona gli uomini di Botteghe Oscure: mentre Berlinguer riflette a Botteghe Oscure, Paietta attacca Pietrangeli in un infuocato dibattito radiofonico. “Fascisti, se andate a giocare”. “Quante ipocrisia e quanta buffoneria, dovete togliermi il passaporto se non volete farmi andare”, dice Pietrangeli che poi prova a minimizzare. “L’insalatiera? E’ soltanto una coppa, la vinciamo e poi dentro ci metteremo la sangria”. I socialisti di Craxi sono contrari alla spedizione, la sinistra extraparlamentare anche di più.

Il tennis è come il pugilato, è una sfida di uomini che si tirano fendenti: solo loro sul ring e sul court, e nel tennis non è come nel pugilato. Non è previsto il pareggio. Soli restano i tennisti italiani, e intorno a loro la disputa diventa sempre più accesa. Aspettano una decisione, che non arriva. Il tempo scandisce parole, parole, parole. Che diventano pure canzoni. Persino Domenico Modugno se ne inventa una per l’occasione che dice no, non si deve andare. Come lui, il gruppo andino degli Inti Illimani, esuli da due anni in Italia come altri settecento cileni che hanno chiesto e ottenuto asilo politico. Che fare?

Giocare legittimando così il generale Pinochet oppure rifiutarsi, rischiando però di dare ancora più risalto al regime cileno con il rischio ancor più reale che la popolazione cilena e l’intero Sudamerica si stringa in un afflato nazionalista alla dittatura? “Se si vogliono condannare i delitti contro la libertà del regime di Santiago, l’occasione più preziosa è rifiutare la presenza in Cile”: così scrive Eugenio Scalfari in un editoriale su “la Repubblica”, quotidiano che nei primi anni di vita ha scelto di non dedicare una colonna – non una pagina – allo sport. Ma Cile-Italia non è più una partita di tennis. E’ un caso di Stato. Nasce persino un comitato di boicottaggio, viene occupata la sede della Federtennis. E mentre la politica sceglie di non scegliere e non decidere, il segretario del partito comunista italiano Berlinguer mantiene una corrispondenza segreta e fitta con l’omologo cileno. Corvàlan scrive dalla clandestinità ma il messaggio arriva nitido, nel palazzo di via Botteghe Oscure: “Meglio partecipare, il rifiuto darebbe maggior forza a Pinochet”, il dittatore che nello stadio Nacional accanto a quello del tennis ha fatto torturare e uccidere migliaia di oppositori, uomini e donne che hanno manifestato, lottato per la libertà. Uccisi, incarcerati, torturati, scomparsi: quanti, dall’11 settembre del 1973 quando Allende s’è ucciso alla Moneda pur di non cedere alla dittatura. Però non è che il Mondo da tre anni si sia mosso.

Certo, il sangue è rosso, rossa è la terra dove Italia e Cile dovrebbero sfidarsi sotto rete. Il messaggio dell’opposizione arriva chiaro in Italia. Berlinguer si smarca. Senza clamore e pubblicità, rompe il fronte. Affida al delegato dello sport del partito, il sardo Pirastu – il compito di recapitare il via libera ai giocatori italiani. In tv, nel corso dell’ennesimo dibattito televisivo a venti giorni dalla finale, dice però molto all’italiana: “Ci abbiamo provato a non mandarvi, ma adesso siamo i primi a fare il tifo per voi”. Il 7 dicembre a Montecitorio, mentre la “prima” alla Scala di Milano è protetta da duemila uomini delle forze dell’ordine, arriva il via libera del ministro Antoniozzi. L’Ital-tennis può partire, può andarsi a giocare la Coppa Davis. La decisione però non produce sostegno, attenzione, accompagnamento. La Rai decide di non seguire l’evento, niente inviati ma soltanto partite in differita, affidate a Guido Oddo: dovesse succedere qualcosa, le telecamere non “potranno” riprendere. I tennisti e Pietrangeli partono di nascosto, a Fiumicino: c’è timore di contestazione, si teme il gesto folle e violento di qualche oppositore.

“Se ce la fanno giocare, la Coppa la vinciamo. Siamo più forti, potrei rimettermi pure io i calzoncini e scendere in campo”, aveva detto Pietrangeli nei giorni di constestazione, lui l’unico a battersi come un leone per difendere il diritto dei suoi ragazzi, dell’Italia, a giocare la finale di Davis. Dopo il primo giorno, il vaticinio sta per diventare realtà. Barazzutti e Panatta vincono i primi due singolari. Il doppio può chiudere la sfida. Prima del giorno, però c’è sempre una notte. Una notte inquieta. Tormentata. Travagliata. Come quei giorni, come quella scelta. Come quella spedizione, come quell’Italia che da lontano non segue e non si appassiona all’evento. “Paolo, dobbiamo fare qualcosa, Paolo ce l’hai una maglietta rossa?”. Panatta ha bussato alla porta della camera d’albergo dove Bertolucci non sta dormendo. “Adriano, ma sei pazzo? Una maglietta rossa? Lo sai che significa? Ci potrebbero arrestare o addirittura sparare. No, è un affronto troppo grande”. Sfiancato, stremato dalle insistenze del suo compagno di doppio, Bertolucci tira dalla borsa la maglietta rossa. “Va bene, pure in mutande. Ma facciamo presto. Vinciamo, e poi dimentichiamo tutto”. Una maglietta rossa. Soli, ancora più soli. Soli, contro tutti.

La indossano sul centrale di Santiago, la maglietta rossa: sulle tribune ci sono i generali ma non c’è Pinochet, si scoprirà poi esserci pure Renato Vallanzasca, omicida e ergastolano rifugiatosi in Cile. La partita è difficile, la sfida in equilibrio. Le magliette rosse di Panatta e Bertolucci sono sudate. Sono ancora più rosse, rosse come il sangue degli innocenti uccisi dalla dittatura di Pinochet. Anche il tennis è una dittatura, una dittatura dominata dai nervi e dalla resistenza: attimi fulminanti di sogni e poi montagne di speranze che precipitano nel buio, un attimo dopo. Sul 2-1, italiani e cileni tornano negli spogliatoi. Al rientro, il doppio azzurro non indossa più la maglietta rossa. Veste di blu: le immagini che arrivano dalla tv sono in bianco e nero eppure la differenza cromatica si nota. Come si nota la superiorità della coppia Panatta-Bertolucci. Si fa presto. Gioco, set, partita. E’ la vittoria, è la Coppa Davis: l’annuncio in Italia lo dà via radio l’inconfondibile voce di Mario Giobbe. E’ quasi notte, l’Italia quasi dorme e nemmeno se ne accorge. Non ci saranno feste né festose accoglienze nemmeno il giorno dopo. Nemmeno giorni dopo al rientro clandestino pure quello, di quei quattro ragazzi che hanno saputo essere una nazione. Divisi, diversi, distanti ma determinati, duri, decisi. La felicità dura un minuto, ha detto Panatta. A Santiago del Cile il 19 dicembre del 1976 festeggiano solo quei “sei chiodi storti” sul centrale. Impugnano quell’insalatiera, dentro non c’è il sangue ma nemmeno la sangria. La gloria, questo sì. L’Italia del tennis è sul tetto del Mondo ma l’Italia accoglie l’evento come un fastidioso intermezzo, finalmente messo alle spalle. Festeggiano quasi senza sorrisi. Senza emozioni, mentre i cileni sportivamente applaudono.

Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli, Pietrangeli e Belardinelli. Sono loro i sei chiodi storti che reggono ancora quella tavolozza, quarantaquattro anni dopo. La tavolozza è sopra un tavolo smerlato. E sopra il tavolo, resiste solo una fotografia perché le immagini della Rai si sono perse e quelle della tv cilena sono andate distrutte in un rogo. Resiste un filmato amatoriale. E quella foto. E’ in bianco e nero, eppure è ancora viva. A guardarla anche adesso, ci si impiega molto meno di un minuto. Giusto il tempo di riassaporarla, quella felicità. Genuina, eppure clandestina.

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