Donato, sprint in corsia

L'unico italiano ad aver disputato due finali olimpiche negli 800 e ora nella battaglia più difficile
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Donato Sabia alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 (foto da atleticalive.it)

Il cielo, dalla stanza in cui si trova adesso, non si vede. Non c’è luce e quasi manca il respiro. Ed è un po’ come tornare indietro nel tempo, a un giorno d’estate di 36 anni fa. Anche lì c’era un tunnel da percorrere, e anche lì c’era chi l’aspettava alla fine di quel tunnel. Da Potenza a Los Angeles e ritorno c’è un mondo intero, e c’è soprattutto la vita di Donato Sabia, 56enne potentino che quel suo giorno del 1984 lo racchiuse così, come un dipinto nella cornice del salotto. “Avevo 20 anni, il Memorial Coliseum era uno stadio con 100mila spettatori e con le tribune a strapiombo che arrivavano sulla pista. Noi atleti vi accedevamo da un tunnel buio, e solo alla fine riuscivi a vedere la luce. Così mi ritrovai catapultato sulla pista, davanti ad un muro umano, al mio fianco avevo campioni visti prima solo in tv. Una luce fortissima”.

Erano le Olimpiadi di Los Angeles, la prima Olimpiade di Donato Sabia che correva gli 800 metri e la sua vita da mezzofondista stava appena sbocciando. Adesso invece la sua vita sta correndo in una stanza d’ospedale – Terapia intensiva al San Carlo di Potenza, il papà 80enne che se n’è andato per sempre da due giorni e forse lui nemmeno lo sa, la mamma pure lei in ospedale – attaccata com’è ad un respiratore, in attesa di rivedere la luce. Sta un po’ meglio e adesso gli manca solo l’ultimo allungo, lo sprint decisivo per tagliare il traguardo che è adrenalina, acido lattico ed esaltazione ma la linea bianca, la luce, ancora non la vede. E sembra di risentirla, la voce di Paolo Rosi – che Paolo Rosi e Giampiero Galeazzi sono le voci che non si dimenticano quando rivivono dentro al cuore le Olimpiadi davanti alla tv – “straordinario Sabia, straordinario” a chiudere quell’allungo negli 800 sulla pista di Los Angeles che lo fece scoprire al mondo e pure all’Italia. Che Sabia quasi non sapeva chi fosse, ragazzone alto e fiero venuto dalla Basilicata a sfidare i campioni.

Giorni di buio e di luce, pure quelli. Erano le Olimpiadi di Los Angeles, le Olimpiadi del boicottaggio, il blocco sovietico (tranne la Romania) a casa; e furono le Olimpiadi di Carl Lewis, 4 ori nell’atletica nella stessa edizione come solo Owens a Berlino ’36. Dovevano essere pure le Olimpiadi di Sebastian Coe, inglese longilineo che quattro anni prima s’era fatto beffare a Mosca dal connazionale Steve Ovett, e invece restò beffato di nuovo. Perché gli mise il naso davanti il brasiliano Cruz; secondo Coe e quinto il ragazzo venuto dalla Lucania, Donato Sabia. Quinto, ad un passo dal mito, l’inglese detentore all’epoca del record del mondo, il primo a scendere sotto l’1’ e 42” cancellando quello della gazzella cubana Juantorena, a sua volta frantumatore del record mondiale per tre anni detenuto da un altro italiano però nato in Sudafrica, il leggendario Marcello Fiasconaro. Che nel ’73 quel record l’aveva stampato in un 1’43”7 a Firenze, lì dove nel 1984 Sabia si fermò a 1’43”e 88. Il tempo di un flash.

Ad un passo dal record, ad un istante dalla storia. “Un decimo in atletica è un’eternità”: così disse anni dopo, cancellando in un altro flash i rimpianti mentre chiudeva la carriera – costellata da troppi infortuni, quei tendini che non gli hanno mai dato né pace né tregua – dentro una valigia. Si era fatto alla corte del professore Carlo Vittori, che fu pure il maestro di Pietro Mennea; il professore al quale Sabia avrebbe sempre bonariamente rimproverato di non avergli dato troppo spazio sui 400, perché il giro della morte “quello che ti toglie il fiato, era nelle mie corde”. Unico italiano a disputare per due volte la finale sugli 800 alle Olimpiadi. Perché dopo Los Angeles ci fu Seoul nell’88 e in Corea chiuse settimo, dentro una finale guadagnata con una semifinale da batticuore, ripresa per i capelli negli ultimi venti metri. Come anni prima aveva ripreso la finale degli Europei indoor, perchè a volte la vita si gioca davvero al fotofinish. Come se fosse un flash. Svezia, Goteborg, 1984: in finale con l’ultimo tempo tra i ripescati, primo tra i primi, medaglia d’oro. Come fosse il cambio di una staffetta, quella tra la rabbia e la gioia.

Ed in staffetta Sabia ci ha corso, eccome. Era il 1983 e insieme a Maliverni, Zuliani e Ribaud fu quarto ai Mondiali di Helsinki. E cinque anni dopo, alla vigilia delle Olimpiadi in Corea, fu tra i promotori del primo sciopero dell’atletica italiana, devastata dalla guerra fredda tra Nebiolo e Gattai, il presidente della Fidal e il numero uno del Coni a farsi i dispetti. Milano, campionati assoluti, convocazioni olimpiche già decise. La 4×400 azzurra ha il sesto tempo stagionale: il Coni che ha già ripescato altri atleti senza il tempo dice no mentre Nebiolo vuol forzare la mano. Gli staffettisti si sentono presi in giro, uno di loro rimedia un blocco notes e comincia a scrivere un comunicato. E poi lo legge: è Donato Sabia, tra lo stupore dei cronisti e dei presenti, a comunicare che i finalisti della gara dei 400 hanno deciso all’unanimità di rinunciare a correre. Loro si rivestiranno e lasceranno il campo. Fu una battaglia di onore e rispetto. Che per Sabia divenne ragione di vita e che anni dopo gli costò anche l’esilio. Sì, perché in una confessione pubblica rivelò come la Fidal (Federazione italiana atletica leggera) nel 1987 gli avesse “proposto il doping” per superare i malanni al tendine. “Lo sport ad alti livelli costringe a compromessi, io scelsi di non accettarli”. Dopo quella frase le piste italiane gli furono precluse e lui s’inventò un’altra corsa.

A Malta, e da tecnico della federazione di atletica centrò la terza partecipazione alle Olimpiadi, volando in Australia. Poi il ritorno a casa, a fare l’allenatore dei ragazzi e al Comune di Potenza – ufficio sport – come esperto di promozione dell’attività sportiva agonistica. Due mesi fa stava in uno spot a spiegare le ragioni della candidatura di Potenza a “Città europea dello sport 2021”, pronto a tirare la volata. Ma ora c’è un’altra pista e c’è un altro traguardo da centrare; glielo ha urlato pure Sandro Donati, un altro suo maestro di atletica e di sport, il portabandiera della lotta al doping. “Donato, tu sei un fuoriclasse, conto sulla tua eccezionalità”. E dentro quella stanza del San Carlo, lì dove il cielo ancora non si vede, è già scattato per l’ultimo allungo e il tragardo quasi lo intravede: un tuffo e il buio sarà solo un brutto ricordo. Come una medaglia di legno che s’accende di luce, che diventa d’oro.

P. S. Questo articolo è stato scritto quando le condizioni di salute di Donato Sabia lasciavano intravedere spiragli di ottimismo. Purtroppo però Donato Sabia è morto il 7 aprile, le sue ceneri riposano nel cimitero di Potenza.

P. S. Scrivo solo perché qualcosa dovrò pur fare
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