La figurina di Puliciclone

E' l'ultima domenica di marzo, la prima con l'ora legale. Il calcio è fermo ma un campione lo rianima
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Paolo Pulici e un album delle figurine Panini, acquistate ai tempi

La figurina a colori se ne sta in una pagina aperta per caso. E’ una domenica di marzo del 2020, è l’ultima del mese e la prima con l’ora legale. Il sole è pallido e il pallone non rotola. La figurina se ne sta in un piccolo riquadro quasi sospeso tra quello di Francesco (detto Ciccio) Graziani e quello di Romano Cazzaniga, il gemello del gol nato a Subiaco che vinse i Mondiali in Spagna mentre lui stava al mare in Sardegna (Enzo Bearzot, il Vecio cuore granata, al Mundial s’era portato da ventiduesimo Franco Selvaggi, granata da quell’estate) e l’eterno dodicesimo perché tra i pali c’era il “giaguaro” – al secolo Luciano Castellini – e contro un giaguaro la corsa, si sa, è persa già in partenza.
La figurina se ne sta come sospesa in una paginetta ingiallita ma è memoria, è l’anno ‘75/76 delle figurine Panini. L’album del calcio – raccoglitore un tempo immaginifico e in questo tempo così sbiadito – di un pallone adesso sempre più sgonfio, smarrito, sbilenco. Fermo, mentre finge di capire decurtandosi gli stipendi corre sottobanco a chiedere 700 milioni di euro come aiuto di Stato.

Tra Graziani e Cazzaniga, tra il centravanti e il secondo portiere, se ne sta invece la figurina di Paolo Pulici detto Paolino e soprattutto “Puliciclone”, che fu Gianni Brera a chiamarlo così e quindi per gli scolari di allora l’undici del Toro non era Paolo e non era Paolino, non era Pulici e non erano virgolette. Era solo Puliciclone, perché al maestro si obbedisce. La figurina che una mano tremante e sognante ha incollato un giorno di inverno di 44 anni fa, se ne sta adesso come più grande, tra quella di due compagni e lui al centro e Claudio Sala un po’ più in là, come se il “poeta del gol” facesse ancora l’ala destra tra dribbling, pennellate e cross al centro.

E come fosse ancora al centro di un’area di rigore in attesa di un traversone troppo lungo e troppo scomodo per andare a raccoglierlo, se ne sta invece Paolino Pulici, nato a Roncello (provincia di Milano) il 27 aprile del ’50, lui che su quel pallone ci arrivava sempre. Staffilate e incornate, così forti che restano ancora dentro la memoria. 172 gol con la maglia del Torino, 437 partite dal ’67 all’82 tra campionato e coppe, goleador granata di tutti i tempi, 21 reti e il titolo di capocannoniere (come nel ’73 e nel ’75) nell’anno dello scudetto (era il Torino di Radice, del primo calcio totale in Italia, del calcio all’olandese che Sacchi e il Milan e gli olandesi sarebbero arrivati anni dopo), il primo e l’ultimo (1976) granata dopo la tragedia di Superga e 16 gol l’anno dopo non bastarono per il bis perché la Juventus di Trapattoni e Bettega il tricolore se lo cucì per un misero punto alla fine di un testa a testa memorabile.

Numeri da bomber, eppure non ne raccontano la dimensione, un po’ come i numeri di adesso che tanti copiano e incollano come se fossero loro i contagiati da un virus, tutti presi da statistiche, previsioni e modelli matematici da offrire e forse per molti Teorema è solo il titolo di una canzone (1981) di Marco Ferradini, canzone che avrebbe a suo modo fatto la storia degli innamorati ripudiati. Come il mondo del calcio ha forse ripudiato e dimenticato troppo presto Paolino detto Puliciclone, quello che segnava di destro e di sinistro, veloce e potente assieme, implacabile dal dischetto, devastante nel gioco aereo. Gol indimenticabili, come quel pallonetto da 35 metri a Dino Zoff in un derby contro la Juve ed il tuffo a incornare nella porta di Boranga il 16 maggio del 1976, la domenica dello scudetto al Comunale contro un’altra bianconera, il Cesena. Solo 5 gol in nazionale e solo 19 presenze, e l’incredibile primato di aver partecipato a due Mondiali (’74 e ’78) senza aver mai messo il piede in campo. Pochi gol (8) quando lasciò il Torino: era l’estate dell’82 e il presidente Orfeo Pianelli aveva appena ceduto il club. Arrivò un giovane diesse – si chiamava Luciano Moggi – a dargli il benservito. Andò all’Udinese e giocò al fianco di Zico, e quando tornò al Comunale i tifosi del Toro presero a fischiare un proprio giocatore – Gigi Danova – ogni volta che andava a contrastarlo perché avrebbero voluto vedere un altro gol di Puliciclone. Che chiuse la carriera alla Fiorentina ripensando alla prima volta in serie A, lui che arrivava dal Legnano.

Anche quella volta era di domenica e anche quella volta era marzo. Non c’era ancora l’ora legale ma sul prato, da avversario, c’era il suo idolo. Era il 23 marzo del 1967 e al Comunale si giocava Torino-Cagliari. Finì 0-0 nonostante da una parte ci fosse Pulici e dall’altra parte un certo Gigi Riva, quello a cui Gianni Brera – il maestro – aveva messo il soprannome “Rombo di tuono”, cresciuto pure lui al Legnano e diventato leggenda in azzurro e al Cagliari. Riva che quella domenica, quando lo vide tremante all’esordio, gli diede una pacca sulle spalle e una spinta, lui che a 15 anni faceva 10” e 5 sui cento metri, lui troppo veloce – raccontò un giorno – tanto da essere scartato dall’Inter dopo un provino perché “è troppo veloce per giocare al calcio, meglio si dia all’atletica”. Sì, dissero proprio così Invernizzi e Herrera al papà. “Coraggio, chi arriva dal Legnano è sempre speciale”, gli disse invece Riva quel giorno, e sono passati 53 anni e sei giorni da quel giorno. Dal ’90 i giorni di Paolino Pulici invece sono racchiusi in quattro chilometri, come un’altra area di rigore. Se ne va da Roncello dov’è nato a Trezzo dove allena (gratis) i pulcini dai 6 agli 8 anni. Che adesso incollano altre figurine mentre la sua si riaccende in una pagina aperta per caso. In una domenica di marzo del 2020, l’ultima del mese e la prima con l’ora legale. Il sole è quasi scomparso e il pallone continua a non rotolare. Anche Pulici e la sua figurina se ne stanno sospesi, in attesa di un calcio che trovi il tempo, il modo e l’ora di ricominciare. Davvero.

P. S. Scrivo solo perché qualcosa dovrò pur fare

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