Ilicic e il clic di Bergamo

Le bare trasportate sui camion militari e il ricordo della guerra
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Josip Ilicic e il pallone del Mestalla dopo la tripletta (foto da profilo ufficiale dell'Atalanta)

Clic. All’inizio, o alla fine di questa storia – la fine è il mio inizio è il testamento di vita di Tiziano Terzani – c’è un fotogramma. Solo questo. Cesare Fiumi avrebbe scritto che si trascina dietro un nugolo di pensieri. E che raccontarlo forse serve a farlo respirare.
Clic. Una funerea processione di mezzi militari s’allontana dalla centralissima via Borgo Palazzo, dove a Bergamo c’è il cimitero: trenta camion dell’Esercito trasportano settanta bare verso i forni crematori di Modena, Domodossola, Acqui, Parma, Piacenza perché quello cittadino – in funzione h24 – è al collasso pure lui. Una immagine da teatro di guerra che rimbalza dai balconi dei palazzi, balconi vuoti perché i bergamaschi – paura e dolore, stremo e silenzio – sono dietro le finestre. Un’immagine di guerra. Come quelle che costringono a scappare: ma lì, ora e adesso, non si può. Dietro una di quelle migliaia di finestre magari se ne sta nascosto pure Josip Ilicic (in realtà abita a Milano) che 29 anni fa riuscì a scappare da un’altra finestra tragica, una guerra fratricida, via e lontano da un’utopia durata il tempo del maresciallo Tito, la mitica Jugoslavia – sei repubbliche (e due province autonome), quattro lingue e tre religioni – che in un attimo brucia e si frantuma: piovono proiettili e cadono bombe, ma almeno sai chi è il nemico anche se il giorno prima era tuo fratello e con te giocava sotto la stessa bandiera.
Clic. Stavolta intimo perché mai scattato. Che si porta nel cuore, e dalla testa non andrà, perchè non può, andare via. Ilicic, nasce in Bosnia nel 1988 (sì, la vita è un incrocio di destini e coincidenze, l’Atalanta nell’88 sta in serie B ma si arrampica fino alla semifinale di Coppa delle Coppe e l’Ilicic di Mondonico si chiama Oliviero Garlini, un passato alla Nocerina e una parentesi alla Lazio) poco prima che i Balcani scoppino; passaporto croato, cittadinanza slovena, a tre anni con la famiglia – padre ammazzato dai serbi prima che nascesse – scappa da Prijedor (Bosnia Erzegovina) e arriva a Kranj (Slovenia), la città dove vent’anni prima è nato Gregor Fucka, il cigno del basket italiano, campione tra i campioni grazie al fiuto di un altro inarrivabile maestro slavo, Boscia Tanjevic che, come Ratko Rudic nella pallanuoto, è manna dal cielo per l’Azzurra sportiva. Infinito e dinoccolato Gregor, infinito e dinoccolato pure Josip che a 9 anni sogna di emulare il fratello e che a 14 è già quasi un metro e novanta ma di basket non vuol saperne perchè se ne sta tra il cortile e la tv a ripassare mille volte il dvd con le gesta di Shunsuke Nakamura, giapponese che intanto a Reggio Calabria sul prato del Granillo sta facendo rivivere Holly e Benji. Colpi di sinistro al pallone – duri e affilati, come i dribbling, dolci e stretti – tutti così perfetti che persino il pallone finisce per ammirarli. Sono tutti così adesso, adesso che a 32 anni Josip s’è scoperto fuoriclasse. L’indolente e incostante diventato un inarrestabile iradiddio, perché dopo i 30 è un’altra vita.

Un altro clic. Fotogramma del 10 marzo 2020: in un stadio Mestalla vuoto, il lamentoso sloveno che i compagni chiamano “la nonna” (guai a chiedergli come sta alla fine di un allenamento o il giorno dopo la partita, “Non bene amico, non bene”, risponde quasi in automatico tanto che Gasperini ha smesso pure di incrociarlo), segna 4 gol al Valencia trascinando l’Atalanta ai quarti di finale di Champions e si fa fatica a capire quale sia l’impresa più grande. La matricola delle matricole che incanta l’Europa e Ilicic che fa come solo Messi, Lewandowski e Mario Gomez, e cioè poker in una gara ad eliminazione diretta di Champions. Prima di tornare a casa col pallone, insieme ai compagni mostra in mondovisione una maglia bianca su cui c’è scritto a pennarello “Bergamo è per te, #molamia” che, tradotto dal dialetto, sta per resisti, non mollare. Bergamo non chiudere gli occhi, Bergamo non avere paura. Ne ha avuta Josip, così tanta da non voler neppure più addormentarsi perché – racconterà poi – non voleva finire come Astori. E in quel buio sta il suo clic, lo scatto che trasforma il buio in luce. Agosto 2018, venti giorni in ospedale, al Papa Giovanni XXIII. Un banale ascesso dentale gli provoca un’infezione batterica, l’ingrossamento dei linfonodi al collo; le terapie antibiotiche cambiano ma senza successo. “Avevo paura di addormentarmi la sera, avevo paura di non risvegliarmi e di non poter rivedere la mia famiglia, al calcio io non ci pensavo più” confesserà qualche mese fa, quando in Italia e in Europa per lo sloveno dallo sguardo vitreo ha cominciato a farsi strada la candidatura al “Pallone d’oro”. Perchè da quando ha battuto il virus e le paure non s’è fermato più: cinque triplette in una stagione come solo Messi e Aguero e reti memorabili, come quella al Borussia Dortmund, lui che attaccante puro non è. Perchè lui è inquadrabile e inarrestabile. Undici gol il primo anno in nerazzurro, 12 il secondo, addirittura 21 in 29 presenze in questa stagione che s’è fermata il 10 di marzo, proprio nel giorno della tripletta al Mestalla, quando s’è portato via il pallone che ha poi donato all’ospedale di Bergamo per beneficenza e in segno di riconoscenza.

Un altro pallone tornerà presto a Bergamo e ovunque, ma simbolicamente ripartirà da via Borgo Palazzo e finirà all’incrocio. Sarà l’inizio di un’altra storia. Vorrà dire che il primo fotogramma – Bergamo, Ilicic, tutti noi davanti a quei carri – è tornato a mischiarsi con gli altri. Clic.

P. S. Scrivo solo perché qualcosa dovrò pur fare

#losportèunvirusmeraviglioso #ilclicdiilicic #molamia

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