Samuele rivede il sole

Manfredi è tornato a casa: il buio è alle spalle e una bici lo aspetta
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Samuele Manfredi sul podio e con il tricolore (foto da bicitv.it)

Aspettare il sole. Sentirsi di nuovo liberi. Tornare a fare fatica. Ma intanto sorridere, e non smettere di pedalare anche se la bici e i giorni di salite e discese, di curve e rettilinei, di fughe e gambe che mulinano per prepararsi al Mondiale della consacrazione, mancano da troppi giorni. Inverno, primavera, estate, autunno e ancora inverno. Fanno cinque stagioni e quindici mesi. Da quel maledetto 10 dicembre 2018, da quella strada tra Loano e Pietra Ligure, lungo i pendii di Toirano nel savonese – tra le colline si aprono le celebri grotte della Basura e del Colombo e il mare è blu in dissolvenza – il panorama intorno a Samuele Manfredi è cambiato spesso. Dalla sala operatoria al letto in sala di rianimazione per un mese, dalla terapia intensiva alla sedia a rotelle, dalla palestra in un centro di riabilitazione specializzato a Ferrara all’escursione in kajak in un laghetto artificiale, come premio: eppure i suoi occhi continuano ad affacciarsi soltanto su una scena. Occhi che fissano uno striscione, che puntano il traguardo. “Sono un corridore impegnato in una corsa molto lunga e dura – così disse a settembre dopo l’ultima di una serie di operazioni, nella pancia gli hanno inserito una scatola che rilascia una sostanza in grado di impartire al cervello gli impulsi giusti, perché le braccia di Samuele ora vanno ma le gambe troppe volte si muovono ancora rispondendo a riflessi condizionati – mi ritrovo con la ruota bucata sotto la tempesta ma so che dietro di me sta per arrivare l’ammiraglia e soprattutto so che la tempesta sta per finire, perché lo sento e perché lo hanno detto le previsioni meteo. Ecco, sto semplicemente aspettando il sole”. Da quel giorno. Dal 10 dicembre del 2018. A quaranta all’ora va sulla sua bici e un automobilista non rispetta lo stop: l’impatto è tremendo, come tanti in questi anni tragici di impatti fatali sull’asfalto e di ciclisti (amatori e campioni, l’ultimo è Michele Scarponi) che volano in cielo (254 nel 2018 secondo un’indagine Aci/Istat su un totale di 17.521 incidenti, dato più aggiornato non c’è) lasciando sbigottimento e incredulità perché no, non si può morire di sport. Non si può finire così, rimpallandosi colpe e responsabilità, accuse e rimpianti. “Mi sono svegliato in ospedale e non capivo. Poi mi hanno spiegato, inutile piangersi addosso. Dico soltanto che accade troppo spesso; in Italia succede troppo spesso di morire o farsi male solo perché si va in bici”, dice adesso Samuele che la sua fuga ancora non l’ha conclusa. Quindici mesi, da quel giorno. La corsa in ospedale a Pietra Ligure, l’equipe medica – la stessa che qualche anno prima ha salvato la vita al pilota di formula uno Kubica – che lo sottopone ad un delicato intervento di chirurgia intracranica per ridurre l’edema e che poi lo tiene in coma farmacologico per un mese in un lettino della Rianimazione. Quando si sveglia non può muoversi, incapace persino di parlare. Sorride soltanto, ai genitori, ai medici e agli amici che vanno a trovarlo, compreso il ct della nazionale juniores di ciclismo che lo attendeva per i Mondiali nello Yorkshire. Perché Samuele Manfredi è un campione delle due ruote, è la più promettente stellina azzurra. Perché, quando vola via dalla bici, non ha ancora 19 anni ma da juniores ha già messo in fila vittorie e avversari.

Primo nella Gand-Wevelgem, secondo alla Parigi-Roubaix, l’oro individuale su pista nell’inseguimento agli Europei e l’argento continentale a squadre. Perché è già sul taccuino del ct dei professionisti – lui che ha appena firmato per una squadra francese – quel Davide Cassani che l’ha ammirato sulle strade di casa, che l’ha visto letteralmente scattare al primo chilometro della Gran Fondo di Faenza e arrivare primo e solitario dopo una fuga di 88 chilometri alla media di 41 chilometri orari con un vantaggio sul gruppo di due minuti.

Da quel 10 dicembre del 2018 invece le lancette dell’orologio di Samuele hanno cominciato a muoversi più lentamente, scandendo tappe difficili, complicate, solitarie. Il risveglio dopo un mese di coma, il corpo che è come un manichino, incapace di muoversi e di parlare, poi il trasferimento in un centro di riabilitazione a Ferrara, la palestra, la piscina e la fatica; anche due sedute al giorno, sette ore per recuperare la normalità, con i medici ed i riabilitatori che gli chiedono se non sia stanco e lui no, “ma solo perché loro non sanno cosa sia la fatica, perché solo chi ha fatto ciclismo sa che significa”. E poi mamma Giovanna che si è trasferita dalla Liguria a Ferrara e che cucina per fargli ritrovare forza e peso, le piccole trasferte insieme a Paolo, il papà che arriva nei fine settimana e via a visitare musei, città e montagne nel lento recupero verso la normalità, verso la risalita. Che in fondo significa pedalare per riprendersi la propria vita. Due giorni fa è tornato a casa, dopo quindici mesi Samuele Manfredi è tornato a vedere il suo panorama anche se la sua fuga non è ancora finita. Due giorni fa ha compiuto 20 anni e come regalo i medici di Ferrara gli hanno dato lo start. Temporaneo. Perché in ospedale c’è l’emergenza sanitaria da fronteggiare e la riabilitazione di Samuele non è ancora completata. Solo un traguardo volante anche se adesso lo striscione d’arrivo si intravede e Samuele può voltarsi felice (“perché mi sto riprendendo la mia vita, perché mi rimetterò la mia maglietta da ciclista” ha detto a Bettiol che l’aveva chiamato in una chat organizzata dalla Gazzetta dello Sport), quasi a sincerarsi che non lo insegua nessuno. Come il ciclista che ha indovinato l’ultima fuga, quella vincente. Sotto il sole.

P. S. Scrivo solo perché qualcosa dovrò pur fare.

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