Omar, la bussola e il Gobi

Una sfida nella sfida per Di Felice, bloccato nel deserto in Mongolia
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Omar Di Felice nel deserto del Gobi: lui e la sua bicicletta (foto dal profilo ufficiale della pagina fb)

“Un uomo solo è al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi”. E’ il 10 giugno del ’49, è la voce dell’inarrivabile maestro Mario Ferretti, è la frase solenne che declina e declama la storia. Settantuno anni dopo c’è solo un altro uomo, solitario, in fuga e sui pedali. Non è la Cuneo-Pinerolo ma la Ulan Bator-Altai, il suo nome non è Fausto Coppi ma Omar Di Felice.
Non esiste una sfida insormontabile se si accetta di prendere, e perdere, tempo: però bisogna dimenticarsi dei minuti, delle ore, dei giorni così tutti indifferentemente eguali. No, non esiste l’impresa impossibile se ci si affida alla bussola proprio quando la vita diventa un labirinto di paure e affanni, quando sembra senza una via d’uscita. Cos’è la vita senza una direzione, senza una bussola? In un Mondo che pare averla dimenticata e smarrita, Omar Di Felice la sta tenendo invece stretta al proprio fianco: è la sua amica, inseparabile e necessaria. E’ lo strumento obsoleto eppure indispensabile – lì, oggi e adesso, lì a settemila chilometri dall’Italia, stessa latitudine di Cremona ma lì sabbia, vento, neve e deserto sono le uniche compagne di viaggio – che lo sta guidando in sella ad una bici di dieci chili e il peso di un kit di sopravvivenza sempre più leggero verso Ulan Bator, la capitale della Mongolia, la terra del leggendario condottiero Gengis Khan, sovrano un tempo del più vasto impero (Asia Centrale, Cina, Russia, Persia, Medio Oriente e parte dell’Europa orientale) della storia umana. Ed è una storia umana – coraggio, resilienza e l’elenco continuatelo voi perché altrimenti al punto di questo viaggio non si arriva – quella di questo trentanovenne romano, ciclista estremo, un no limits che ha già attraversato Capo Nord, Alaska, Canada trionfando in alcune delle più massacranti gare di ultracycling e che la passione l’ha presa ispirandosi a Pantani, che quando è partito dall’Italia, ed era il 21 febbraio, puntava “semplicemente” alla traversata in solitaria del deserto del Gobi, oltre duemila chilometri in uno dei luoghi più inospitali del mondo, tanto più in inverno (Reinhold Messner che c’era riuscito nel 2004 l’aveva attraversato a piedi ma a primavera inoltrata) quando il termometro oscilla tra i meno 10 (di giorno) e i meno 20 (di notte) gradi. Quando è partito dall’aeroporto di Roma, insieme alla bici, a una scorta di acqua e cibo, agli attrezzi per la manutenzione del mezzo e ai dispositivi tecnologici per raccontare la sua avventura, ha aggiunto una scorta di biscotti di pasta frolla preparati dalla compagna e una buona dose di paura, “perché i primi mi ricorderanno casa e la seconda scaccerà la tentazione di sentirsi supereroi”. Perché aver paura aiuta ad affrontarla e superarla.

Un viaggio nel viaggio, un’impresa nell’impresa, una sfida nella sfida. Che non finisce mai, se si conosce la direzione, se in pugno hai la bussola. E così, mentre il mondo si è fermato, Omar Di Felice sta continuando a pedalare. Pur di non sentirsi prigioniero, s’è inventato un altro viaggio, lui che l’attraversamento del deserto del Gobi l’aveva completato, quasi come da cronoprogramma nonostante i controlli e i check-point miitari (sono stati loro a comunicargli che il rientro in Italia era stato sospeso sine die), in quasi tre settimane. Perché anche in Mongolia adesso hanno chiuso le frontiere e lui, chiuso e in quarantena nella stanza di un anonimo hotel di Ulan Bator non voleva proprio starci. No, non dopo aver dormito in una tenda nel deserto spazzato dal vento, dopo esser stato ospitato in una iurta bevendo latte di capra e vodka, dopo aver ammirato il tramonto in silenzio su una montagna di duemila metri e la fuga dalle orme dei lupi, dopo la solitudine nella steppa e nel deserto e dopo il sorriso del nomade che chiede di barattare la bici con la moto: in un istante avrebbe perso tutto quello che aveva trovato.

E così, dopo aver rifiutato il passaggio delle autorità che lo avrebbe riportato nella capitale in un paio di giorni, ha scelto di restare in sella alla sua bici e invece di uscire da Ovest, ad Altai, lì dove aveva completato l’impresa, ha ripuntato il Nord, Ulan Bator, lì dove era cominciato il suo viaggio. Di nuovo in sella, di nuovo a pedalare, di nuovo da solo. Ancora montagne e ancora deserto, ancora freddo e gobbe, senza piste tracciate e sulla sabbia: è un’impresa pure solo da descrivere. S’è preso altro tempo “sperando che la situazione si sblocchi e che ci sia la possibilità di tornare a casa, sarà ancor più difficile e lunga però a me le sfide piacciono, sto vivendo in una giostra di emozioni ma ora il mio pensiero è all’Italia, mi viene da piangere per le notizie che arrivano ma forza e coraggio che ce la faremo”, ha scritto – quando il satellitare glielo consente – in uno dei post che cadenzano il diario di viaggio. E così si è rimesso a sfidare il vento, “un vento maledetto e fortissimo, laterale e contrario, che spesso mi manda letteralmente indietro”. Indietro no, lui adesso deve andare avanti. Non gli servirà contare il tempo, lo aiuterà conoscere la direzione giusta. Mongolia, marzo 2020. C’è un uomo solo, in viaggio e sui pedali. In pugno ha una bussola. Il suo nome è Omar Di Felice.

P. S. scrivo solo perchè qualcosa dovrò pur fare
#losportèunvirusmeraviglioso #labussoladiomardifelice

© 2020 riproduzione riservata

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