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Henry Rono, la gazzella dei record che correva tra la pista, l’alcol e la depressione

Atletica leggera. Nel 1978 il keniano stabilì 4 primati del mondo in 4 specialità diverse del mezzofondo in appena 81 giorni. L'oro mancato alle Olimpiadi, le cadute e la risalita. È morto a 72 anni, povero e dimenticato

Povero, dimenticato, consumato dalla malattia: così Henry Rono ha terminato la propria corsa. A 72 anni, in un letto d’ospedale di Nairobi, dopo dieci giorni di agonia. Il Kenya, ancora in lutto per la tragica morte del giovane primatista mondiale della maratona Kelvin Kiptum, adesso piange la triste e maliconica fine di un leggendario campione d’atletica che quattro anni fa era rientrato dagli Stati Uniti chiedendo un sostegno economico al proprio Governo per poter almeno sopravvivere.

Il “Signor Ritorno” stavolta non ce l’ha fatta a tornare, non ce l’ha fatta a riprendersi tra le mani il proprio destino dopo aver trascorso una vita sempre in bilico tra corse, rincorse e uscite di pista: i quattro primati del mondo conquistati in quattro diverse specialità del mezzofondo (tremila, tremila siepi, cinquemila e diecimila metri) stabiliti nel giro di appena 81 giorni nell’anno di grazia 1978 e con i record sarebbero arrivate la fama, la gloria e i soldi degli sponsor, ma come abituali compagne di viaggio sarebbero arrivate però anche la depressione, l’alcolismo, la povertà.

Henry Rono era il “Signor Ritorno” perché ogni volta, dopo esser sprofondato tra i demoni della malattia e la dannazione del vizio, da grasso e malandato tornava all’improvviso imprendibile su una pista d’atletica, lì dove correva come una gazzella, capace di stabilire un nuovo primato del mondo (nel 1981) sui cinquemila metri dopo aver passato due anni a bere anche quaranta litri di birra al giorno; frullato, divorato e consumato dall’alcol e dalla depressione.

Il suo primo viaggio nel 1976: la borsa di studio della Washington State University un’opportunità che non si lasciò scappare dopo aver perso le Olimpiadi di Montreal disertate dal Kenya. Scappava negli Stati per fuggire dalla povertà, dalla tragica morte del padre in una fattoria del “padrone bianco”, dalla piantagione di tè doveva lavorava dodici ore al giorno per potersi pagare gli studi. Scappava da un destino segnato per inseguire il suo mito.

Folgorato dalle vittorie olimpiche del connazionale Kip Keyno a Città del Messico prima e Monaco poi, aveva iniziato a correre da ragazzino, nel villaggio di Kiptaragon: aveva un passo diverso da tutti gli altri, correva senza mai perdere il ritmo, accelerava quando gli altri arrancavano. Se li lasciava dietro in una scia di vittorie che l’avrebbero fatto conoscere al Mondo, il mondo che sarebbe caduto ai suoi piedi nel 1978, sino a eleggerlo “sportivo dell’anno”. Capace di stabilire quattro primati del mondo nel mezzofondo in appena 81 giorni in quattro diverse specialità: 7’32″1 sui tremila; 8’5″4 sui tremila siepi; 13’8″4 sui cinquemila; 27’22″5 sui diecimila.

Cinquantasei vittorie su sessanta gare in una sola stagione lo trascinano sotto la luce dei riflettori. Firma ricchi contratti con gli sponsor, partecipa a meeting internazionali, diventa un testimonial ricercato. La fama e i soldi però lo trascinano nel baratro, in preda ai fumi dell’alcol e ai tormenti della depressione il campione keniano si eclissa. Ogni volta prova a curarsi, a debellare il male, riprende a correre ma poi ci ricasca. Quella cometa accesa nel 1978 diventa una luce al neon. S’accende e si spegne. Persa l’Olimpiade del 1980 a Mosca, torna sulla scena l’anno dopo stabilendo un nuovo primato del mondo sui cinquemila metri, però l’altalena tra trionfi e tracolli continua. Lo arrestano in una banca del New Jersey, scambiato per un rapinatore mentre stava solo spedendo in Kenya i soldi vinti tagliando per primo il traguardo di una maratona. Si mantiene facendo il lavavetri di auto in una rimessa a Portland e poi il fattorino in un aeroporto del New Mexico guadagnando 2 dollari (più mance) al giorno. Ogni tanto si ricorda di essere un campione, di aver ricevuto un dono divino: ogni volta torna in pista dopo rocamboleschi viaggi.

Un giorno del 2002, a 50 anni, decide di smettere. Decide che è tempo di finirla, che non può più vagabondare per l’America, che la sua corsa non può finire in un letto di ospedale o peggio, per strada, come un sentatetto. Sconfigge per sempre alcolismo e depressione, si mette a insegnare atletica ai ragazzi. A chi va intervistare quella leggenda tornata ancora una volta sulla pista, dirà col sorriso. «Voglio che si sappia che sono tornato a correre, devo mostrare alla gente che pure se vieni dalla strada e diventi senzatetto, puoi sempre riprendere in mano la tua vita. Come ho fatto io».

Quattro anni fa il ritorno nel suo Kenya, lì dove adesso s’è spento. Il “Signor Ritorno” non tornerà più ma resterà per sempre quel suo viaggio unico e insuperato. Quattro primati del mondo in quattro diverse specialità del mezzofondo stabiliti in 81 giorni.

 

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