INDISCRETO

Plusvalenze, il flop di Chinè e le bolle di sapone. Il capo della Procura conserva il posto tra gli imbarazzi del Mef e i silenzi di Gravina

Tutti assolti nel processo di primo grado, club e dirigenti. Esito scontato. Le 195 pagine dell’accusa dissolte, un manifesto del lavoro del procuratore federale che aveva puntato sulle valutazioni di transfertmark. Il capo di gabinetto del Ministero dell’Economia e Finanze non dà le dimissioni, il presidente federale ancora non gliele chiede
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Solo e sempre bolle di sapone, le bolle di Chinè. Titolo più azzeccato non c’è per infiocchettare l’esito del processo sulle plusvalenze. Tutti assolti, club e dirigenti. Che terminasse così – “sono solo barzellette” – s’era scritto prima ancora che iniziasse il dibattimento. Già il 2 aprile (leggi qui). Nessun merito. Il pronostico era facilissimo, bastava aver letto le carte, bastava aver seguito gli sviluppi di questa vicenda sin dal giorno dell’inizio – da quella mail del presidente della Covisoc Paolo Boccardelli inviata al Procuratore capo Figc Giuseppe Chinè che il 21 ottobre l’avvertiva di una indagine della Consob conseguente a un’indagine della Procura della Repubblica di Torino – bastava conoscere modi e metodi della giustizia sportiva. Bastava non farsi abbindolare, come sempre. Come sempre ecco parecchi quotidiani e tv a battere sul sistema plusvalenze, sul giorno del giudizio, sulla scure federale: tra media partner e amici, bisogna pur dar merito al lavoro della Figc, del suo presidente Gravina, o no? Il risultato è che adesso parte degli sportivi, degli appassionati, dei calciofili, gridano all’ingiustizia, all’ennesima vittoria dei furbi, all’ennesimo capolavoro di artifici contabili, alla sconfitta degli onesti. Mai come stavolta, niente di più lontano dalla realtà.
La realtà è che questo processo non aveva alcun fondamento. Non l’aveva semplicemente perché la Procura federale non aveva (e non ha) nessun documento, nessun elemento, nessuna prova, per scardinare un sistema che dura da almeno due decenni. Non le aveva, non è stata capace di trovarne, non è stata in grado di arrivare al punto. Le 195 pagine dell’inchiesta sono come un manifesto. Della opacità, incapacità e doppio peso della giustizia sportiva italiana, delle capacità (incapacità?) del procuratore federale Chinè che per portare a processo club e dirigenti s’è affidato a otto commercialisti e alle valutazioni del sito Transfertmark. A proposito, ecco quanto dichiarato da Martin Freundl (gestisce le statistiche della Bundesliga per il noto portale) – al giornale investigativo tedesco Follow The Money: «È una cosa folle. Trascorro un po’ del mio tempo libero al computer per fare una stima e l’industria del calcio prende sul serio queste valutazioni? È irreale». Dice lui: folle e irreale.
E invece non c’è niente di folle o irreale nel pallone italiano, il processo sulle plusvalenze ne è solo l’ultimo esempio. Si può sostenere che la Figc lo abbia imbastito – a tempo di record(!) – solo per lavarsi la coscienza, solo per spaventare qualche “nemico”, solo per togliersi dalle ombre e scansarsi dai sospetti, solo per evitare che con le indagini della Procura della Repubblica di Torino (e Milano) non si dicesse: ma la Figc di Gravina perché non indaga? E proprio Gravina da mesi ripete: «Non esiste un criterio oggettivo per valutare le plusvalenze».
Non c’è niente di folle e irreale, è tutto vero: il procuratore capo Chinè (quello dei tamponi Lazio, quello del caso Suarez in soffitta, quello del primo Juve-Napoli) che si affida alle valutazioni di un sito di mercato è anche il capo gabinetto del Ministero dell’Economia e Finanze. In un Paese normale, un minuto dopo l’esito del processo (tutti assolti, ma poi perché se venivano deferiti club e dirigenti a pagarne le eventuali conseguenze non dovevano essere i club in maniera afflittiva?) avrebbe sentito la dignità di rendere le dimissioni. Le avrebbe già dovute dare un anno fa, quando omise (dimenticanza, poi sanata successivamente) di dichiarare la possibile incompatibilità tra il ruolo di procuratore capo federale e di capo gabinetto del Mef. Due interrogazioni parlamentari non hanno prodotto risposte. Chinè è ancora lì.
Non se n’è andato Gravina nemmeno dopo il flop mondiale conservandosi lo stipendio (240mila euro da presidente del Club Italia), non s’è dimesso Ghirelli dopo l’esclusione del Catania, non s’è dimesso Calcagno (presidente Aic) che però esprime vicinanza ai giocatori etnei, non se ne è andato Ulivieri che è il direttore della scuola allenatori di Coverciano ed ha appena preso 4 turni di squalifica perché ha ricoperto di insulti un arbitro continuando pure dopo l’allontanamento. Perché dovrebbe andarsene, Chinè? In un Paese normale, dopo un flop del genere, il presidente Figc dovrebbe pretendere le dimissioni del procuratore capo federale. Non lo fa, e non lo farà. Perché? Perché è tutto funzionale, perché fa tutto parte del gioco. Si chiama bolle di sapone.
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