Più che Commissione indipendente (per la verifica dell’equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche) il ministro dello Sport Andrea Abodi (e magari il regista occulto di questa creazione, e cioè il ministro del Mef Giancarlo Giorgetti) avrebbero dovuto denominarla Commissione pendente… Forse, chissà, soltanto così avrebbe potuto trovare un senso logico e compiuto. Perché un senso, e soprattutto un’esistenza salda, sicura, definitiva, proprio ancora non ce l’ha. Eppure sono passati quasi due anni da quando il progetto di sostituire la Covisoc (organismo interno alla Figc) con un’autority (sotto l’egida governativa) destinata al controllo degli adempimenti economico-finanziari dei club professionistici di calcio (e basket, in questo caso la Comtec) era spuntato fuori, attirandosi gli strali e le ire (eufemismo) della Federcalcio governata da Gabriele Gravina, del Coni guidato (all’epoca) da Giovanni Malagò e dalla Fip amministrata da Gianni Petrucci, quest’ultimo però il primo e unico a spostarsi rapidamente dalla parte filo-governativa (all’epoca c’era in ballo il finanziamento di un milione di euro per il girone casalingo dell’Europeo femminile a Bologna). Sono passati quasi due anni, e altro che acqua sotto i ponti: fulmini, saette e tempeste sono caduti contro questo “rivoluzionario” progetto di “riforma”. E ne continuano a cadere.
L’ultimo esempio? A metà della scorsa settimana. Annunciato il 29 settembre l’avvio della fase tecnica con dichiarazioni urbi et orbi dall’amministrante ministro Abodi («la Commissione parte l’1 ottobre con una prima fase di transizione veloce perché dovrà entrare immediatamente nella piena operatività; il presidente Atelli sta lavorando con tutta la sua squadra, io osservo a debita distanza perché voglio garantire il massimo dell’autonomia e indipendenza come è opportuno che sia; il rapporto con Federcalcio e Federbasket è proficuo, credo che ci sia interesse da parte di tutti che questo organismo riesca a lavorare efficacemente anche con una certa tranquillità perché è una condizione indispensabile per un lavoro che deve essere terzo e indipendente»), sistemati dopo diverse difficoltà gli uffici (temporanei) in una sede governativa in via Merulana a Roma lì dove è stato traslato l’ufficio licenze nazionali della Figc (vi sono passati tre dipendenti su quattro, il quarto proviene dalla Comtec, il concorso deve ancora essere bandito) insieme al software utilizzato dalla Covisoc, e sempre sotto la costante spada di Damocle di un’impugnazione dell’impianto normativo che la Federcalcio di Gravina sta studiando, valutando e agitando da mesi (il punto sta tutto nei costi, a regime, e cioè dal 2026 – quest’anno i costi sono a carico dello Stato – sono 1,9 milioni di euro a carico della Figc e 1,6 invece dalle leghe da ripartire tra i 100 club di calcio in base al fatturato e quelli della A di basket, tra i punti controversi da agitare c’è la giurisdizione – ordinaria o amministrativa – dei ricorsi) cercando ovunque appigli e sostegno, il cammino accidentato della Commissione Indipendente ha trovato così una velenosa cittadinanza nell’assemblea dei club di A riunitasi straordinariamente a Roma.
Tra i punti all’ordine del giorno c’era anche il tema della Commissione: recepire (pare) l’invito di Gravina a sostenere la battaglia (il 29 settembre il presidente federale aveva intanto riunito le componenti federali in via Allegri, c’erano Simonelli, Bedin e Marani) promuovendo il ricorso e l’impugnazione del provvedimento allineandosi così al punto della Figc oppure no.
Sul punto la descrivono come agitata, anzi agitatissima, l’assemblea dei club. Presidenti e amministratori delegati si sono divisi tra interventisti, attendisti e difensori dopo aver letto la nota legale firmata dall’avvocato Ruggero Stincardini, storico consulente legale della Lega calcio. Una nota interna, strettamente riservata, – che storiesport ha avuto modo di leggere – stilata dopo le richieste inoltrate dalla “Commissione approfondimenti normativi” della serie A. Dopo l’excursus normativo che ha portato dall’antica Covisoc alla nuova Commissione, e dopo aver elencato i passaggi salienti del nuovo testo normativo, l’avvocato Stincardini ha rinvenuto due profili di criticità nell’impianto normativo voluto da Abodi e votato in Parlamento. Il primo, un eccesso di delega. “Un eccesso di delega, con particolare riferimento alla violazione dei criteri direttivi, laddove il Governo non ha rispettato i principi e i criteri che la legge delega gli aveva affidato per la disciplina della materia delegata. Cioè il criterio fissato nella legge delega 86/2019 all’articolo 1 lettera i), nel quale si dispone che la decretazione delegata deve sostenere la «piena autonomia gestionale» delle federazioni sportive nazionali con il solo ed esclusivo limite dei doveri di controllo che il Governo pone sulla gestione e utilizzazione dei contributi pubblici. L’eventuale accertamento di tale vizio si traduce nella sanzione dell’illegittimità costituzionale per violazione dell’articolo 76 della Costituzione, che, come noto, va attivata in via accidentale avanti a una Autorità giurisdizionale”.
Il secondo profilo di criticità: l’eccesso e lo sviamento di potere. “Questo vizio – scrive Stincardini nella nota – attiene a sua volta, a due aspetti relativi alla violazione dell’autonomia dell’ordinamento sportivo e alla immotivata regolamentazione dei costi e della provvista dei medesimi a carico dei soggetti (individuali e collettivi) dell’ordinamento sportivo. In punto di lesione dell’autonomia dello sport si può osservare, de residuo rispetto all’assorbente eccezione di legittimità costituzionale (supra), che la sottrazione alle FSN del loro potere non solo di fissare le regole di ammissione alle competizioni ma anche di dare esecuzione alle medesime assicurando (particolarmente in tema di competizioni) piena autonomia di controlli e sanzioni, contrasta con il principio di autonomia dell’ordinamento sportivo conseguente dal generale principio di specificità dello sport affermato dal Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), dalle risoluzioni delle Nazioni Unite, e da una recente (2021) Risoluzione del Consiglio e dei rappresentanti dei governi degli Stati membri che ha espressamente affermato che le FSN devono avere «un ruolo centrale nella supervisione dell’organizzazione e del funzionamento del rispettivo sport e dovrebbero conciliare in modo democratico, equilibrato e coeso gli interessi degli atleti, dei club e delle leghe, dei tifosi e di altri stakeholders e di altre organizzazioni sportive, affinché tutti possano contribuire al sano sviluppo dello sport» e che ha invitato (paragrafo 25) gli Stati membri «a riconoscere e preservare (…) l’autonomia degli organi di governo dello sport nell’organizzazione dello sport di cui sono responsabili». Risoluzione alla quale aveva partecipato favorevolmente anche il Governo italiano che l’approvò, anche in considerazione del fatto che il principio era stato già positivamente affermato dal nostro Parlamento nella citata Legge delega del 2019. Il secondo aspetto di questo vizio può essere rilevato relativamente al non aver dato alcuna motivazione alla determinazione dei costi di funzionamento della Commissione indipendente in 3,5/mln di euro all’anno, ovvero in misura tale da determinare un incremento esponenziale dei medesimi se confrontati con i 250/mila euro all’anno (ndr: in realtà sono 350mila euro) consuntivati dalla Figc per i controlli delle tre leghe professionistiche nonché alla messa in carico alle FSN e alle società sportive l’intera provvista finanziaria; su quest’ultimo aspetto va segnalato che la Figc non ha mai posto costi a carico delle società sportive ad essa affiliate. L’eventuale accertamento di tali vizi deve essere attivato avanti la giurisdizione amministrativa e si traducono nella sanzione dell’annullamento per illiceità e invalidità”.
Tutti i club avevano già letto la nota, e dunque sono arrivati alla discussione pronti e preparati. Che fare, però, al momento del voto? Andare allo scontro oppure no? Alla domanda posta in assemblea dal presidente Ezio Maria Simonelli, è venuto giù il quasi-putiferio. Divisi e discordi, i presidenti, i pareri e le posizioni. A sorpresa (ma mica tanto) tra i più strenui difensori del provvedimento governativo e contro l’impugnazione, si è segnalato il senatore Claudio Lotito (incidentalmente c’è da ricordare come sul blocco del mercato imposto alla Lazio è in corso un’istruttoria, il presidente Massimiliano Atelli ha comunicato che a metà dicembre passerà le risultanze alla Figc), contrario a qualsiasi forma di protesta e contestazione (del resto resta sempre all’opposizione netta di Gravina), “dobbiamo lasciar fare il Governo, ma siete pazzi a contestare, dobbiamo fidarci e basta”, innescando però la reazione di altri presidenti, tra cui il presidente del Cagliari Tommaso Giulini (è nel consiglio di Lega) che, a proposito del fidarsi e non fidarsi del Governo e delle promesse di Abodi, ha sottolineato come da parecchi mesi “noi stiamo aspettando i provvedimenti promessi e annunciati su Decreto dignità, rimpatriati, stadi e pirateria e niente ancora è stato fatto…”.
È soltanto l’esempio di una sarabanda di pareri e posizioni discordi che hanno animato la riunione, chiusa sul punto con il nulla di fatto. Niente votazione e tutto rimandato. Perché? Perché pare che il presidente Simonelli abbia ricevuto una telefonata dall’amico Giancarlo Giorgetti: il ministro del Mef e vero regista di questa Commissione (e degli interventi nello sport) ha chiesto al fresco presidente di Lega serie A di stoppare qualsiasi azione contraria, di evitare proteste e contestazioni, di rinviare il voto, di aspettare con fiducia il… domani. Ha avvisato i presenti della conversazione e dei suoi contenuti – raccontano che l’espressione di Giuseppe Marotta, altro grande amico di Giorgetti e potenziale possibile candidato a presidenza Figc in caso di disastro della Nazionale e passo indietro di Gravina; alla poltrona pare però ambisca anche un altro personaggio e sarebbe un’autentica sorpresa – sia naturalmente e velocemente cambiata. E così i club hanno deciso di rinviare (almeno) il voto. Una soluzione temporanea, o definitiva? In attesa della risposta, la palla “avvelenata” per ora resta solo nella metà campo della Figc di Gravina: andrà avanti, andrà avanti da sola o continuerà a far volteggiare nell’aria la minaccia di impugnazione («ricorrere alla giustizia è sempre consentito a tutti. Anche resistere al ricorso, d’altra parte. Se dovesse arrivare, verrebbe valutato nel merito», così Atelli in un’intervista a “Il Messaggero” di venerdì scorso).
La Commissione Indipendente è partita ma resta…pendente. Sembra una strofa di una celebre canzone di Sergio Endrigo: “Partirà, la nave partirà, dove arriverà questo non si sa”.
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Rapidissima (e non esaustiva) sintesi delle puntate precedenti di una commissione annunciata da un decreto legge del maggio 2024 e mai entrata in funzione perché per oltre un anno si sarebbe andati avanti tra ostacoli interni ed esterni al governo, tra desiderata, veti e raccomandazioni, tra formule, accorpamenti e minacce di ricorsi e profili di illegittimità.
Annunciata nell’inverno 2024, introdotta con decreto legge (nota bene: i decreti sono immediatamente efficaci) a maggio 2024, originariamente avrebbe dovuto entrare a pieno regime dall’1 gennaio 2025. E invece l’avvio si è prolungato nel tempo, per altri (parecchi) mesi. Addirittura di un anno. Tanto da arrivare a un paradosso tutto italiano: rinviare l’entrata in funzione a pieno regime (1 gennaio 2026) con l’emanazione di un altro decreto legge, a metà giugno 2025, con questa dizione all’articolo 11: “Al comma 8, terzo periodo, le parole dall’ 1 gennaio 2025 sono sostituite dalle seguenti: dall’1 gennaio 2026”. Un caso più unico che raro. Un decreto legge (nel sistema parlamentare italiano è – dovrebbe essere – un meccanismo eccezionalissimo attraverso il quale il Governo fa una legge al posto del Parlamento, ferma però poi l’approvazione del Parlamento; questo spostamento di competenze tra poteri è previsto soltanto quando ci si ritrova davanti a un caso di estrema urgenza) per spostare semplicemente una data (non più 1 gennaio 2025 bensì 1 gennaio 2026), un decreto voluto per giunta dal ministro Abodi a maggio 2024. Cosa è stato, se non la certificazione del fallimento? Che cosa ha significato, se non un iter disseminato da ostruzionismi, ostacoli, “dalle procedure burocratiche e anche dalle lungaggini e dai riti della politica…” prendendo in prestito le parole spesso utilizzate in conversazioni pubbliche dal ministro. Che, per inciso, aveva trovato anche un ottimo presidente (l’economista Umberto Lago, l’articolo, di mesi fa, è qui) mentre altri articoli sulla vicenda Autority altri articoli sono qui, qui, qui e qui) però poi ha dovuto cassarlo. Il motivo? Ecco cosa disse (il 20 giugno scorso a “Il Giornale di Vicenza”) proprio il professore di Economia all’Università di Bologna, uno dei “padri” del tanto strombazzato “fair play finanziario”. «Il ministro mi ha chiamato il giorno prima della mia nomina. Mi ha detto che ritirava la candidatura perché non sarebbe passata al voto delle commissioni parlamentari. Perché? Mi ha detto perché sono stato assessore a Vicenza, in una giunta non di destra».
Alla faccia del fair play (non finanziario) al suo posto è stato invece nominato mesi dopo Massimiliano Atelli, già magistrato della Corte dei Conti (pare che il mandato come presidente anche del Circolo della Corte dei Conti sul Tevere non sia durato a lungo…) ed ex capo di gabinetto (ha dovuto lasciare dopo la nomina) proprio al Ministero dello Sport di cui era ed è ministro proprio Abodi. Dopo un lungo palleggio e dopo tanti carteggi, dalle commissioni di Camera e Senato sarebbe poi arrivato il via libera ad Abodi per gli altri componenti: la professoressa Ariela Caglio, il professore Alessandro Zavaglia, la professoressa Francesca Di Donato e il professore Giuseppe Marini (unico sopravvissuto dall’ultima Covisoc). Con loro, come membri di diritto (così come previsto dal decreto) il presidente dell’Inps (da febbraio 2024 è Gabriele Fava) e dal direttore dell’Agenzia delle Entrate (da fine 2024 è Vincenzo Carbone che ha preso il posto del dimissionario Ernesto Maria Ruffini). Quest’estate poi il faticoso e doloroso travaglio parlamentare del nuovo Decreto (30 giugno 2025) nel quale era contenuto anche il varo della Commissione: i tagli, le correzioni e gli emendamenti cambiati tra Camera e Senato, fino alla faticosa conversione cin Legge (numero 119) l’8 agosto, in pieno clima balneare.






