Dieci candidati sull’ottovolante del traballante Coni che intanto, mentre aggiunge e disgiunge pezzi, precipita verso un burrone, lì dove il fango stenta a coprire la farsa. Dieci candidati. Venghino signori, venghino. Sette validati, un altro ammesso sì, ma pur sempre sospeso su filo da un fastidioso asterisco soggetto a eventuali ricorsi, e due bocciati (pare propensi al ricorso) per “mancanza di requisiti”: è questa la colorata fotografia restituitaci dal verbale di chiusura sulle candidature alla presidenza Coni (e per la Giunta) firmato, dopo ben cinque ore, dalla commissione elettorale composta da Alvio La Face, Michele Signorini, Alessandro Cherubini. Sette, anzi otto (ah, quell’asterisco…) ufficialmente in corsa, o magari nove, o forse tutti e dieci: comunque un numero esagerato. Venghino signori, venghino: le porte del circo sono aperte. Dentro c’è una folla sproporzionata, un numero da circo che sigla il (triste) primato nella centenaria storia del Comitato olimpico nazionale italiano, mai prima d’ora imbrattato da tale tragicomica commedia, una commedia degna di una saga elettorale-amministrativa di un qualsiasi centro di provincia quando nell’agone compaiono, e precipitano, candidati e liste civetta. La bagarre si è trasformata in caciara. Ed è appena l’inizio.
Allacciarsi le cinture prego, che nei prossimi venti giorni l’ottovolante prenderà parabole e traiettorie acrobatiche, azionate, attraversate e tagliate da disegni e interessi diversi eppure perversamente convergenti tra chi muove le fila di questa commedia all’italiana. E non è mica detto che tutto finisca col voto del 26 giugno, quando gli 81 grandi elettori dovranno scrivere un nome sulla scheda. Sette candidati, anzi otto se su quell’asterisco non ci sarà una battaglia che per ora appare e scompare davanti a un orizzonte continuamente variabile; nove o dieci se i ricorsi dei due esclusi dovessero essere accettati.
Magari l’hanno fatto per mettersi al di sopra del Cio dove, qualche mese fa, avevano corso in sette per afferrare il testimone dell’uscente Bach e quel testimone dal 25 giugno sarà di Kirsty Coventry, prima donna presidente nella storia del Comitato Olimpico Internazionale. Però qui siamo in Italia, dove è di semplice routine passare dalla prima donna alle primedonne, che poi non sono le sportive (tra la pletora di candidati nessuna quota rosa) ma semplicemente i signori (maschi) della politica e della cosiddetta politica sportiva (esiste, in Italia?), tutti con anagrafe datata, e tutti che si danno di gomito per assemblare il più grande pastrocchio-papocchio (il senatore Calderoli l’avrebbe definita porcata?) della storia dello sport italiano. Più che afferrare il testimone (di Malagò), qui pare si tratti solo di occupare (o mantenere) poltrona (e poltrone, e rendite), termine che ben si completa, of course, con potere e politica.
Potere e politica: non poteva allora che comparire lui sulla scena, sebbene sulla scena per intanto ci stia con un ingombrante e fastidioso (per lui, per chi lo sostiene) asterisco. La Commissione elettorale (poteva mai entrare a piedi uniti? in fondo sono dirigenti, sia pur lautamente retribuiti) ha ritenuto sì idonea e completa di requisiti la sua candidatura che però aveva poche ore prima ricevuto rilievi (su profili normativi che rimbalzano dall’epoca del fascismo fino a quelli della seconda Repubblica…) dal Ministero dello Sport, rilievi espressi in risposta alla richiesta di un parere avanzata dal Coni di Malagò. Per questo, i tre dell’Ave Maria (pardon, della Commissione), lavandosene le mani, hanno verbalizzato il via libera con un asterisco (“rimettiamo la valutazione agli organi decisionali di grado superiore della presente procedura”) sì, ma pur sempre solo con una straordinaria e significativa postilla finale. Sgranare gli occhi, please: “Ove attivati”. Tradotto. Per noi è tutto ok, ma se qualcuno ricorre, che si accomodi: valuterà il Collegio dei Revisori, e poi magari nel caso il Consiglio Nazionale proprio nel giorno del voto, e poi se non bastasse chissà, magari si potrebbe arrivare al Collegio di Garanzia (c’è chi sostiene come un parere informale la presidente Gabriella Palmieri Sandulli lo abbia già pronto), e poi al Tar, al Consiglio di Stato, o forse no: boh!
Al centro di questo nuovo e antico labirinto non poteva che esserci l’85enne sempre arzillo Franco Carraro detto anche “il poltronissimo”, una carriera da dirigente sportivo iniziata a 22 anni, e per i successivi 63 un filo ininterrotto di incarichi sportivi (tre volte presidente Coni, la prima nel ‘78; due volte presidente Figc e una volta commissario straordinario; commissario e poi anche presidente di Lega A ma solo a star stretti, che l’elenco è infinito), strascichi giudiziari (esempio: lasciò via Allegri allo scoppio di “Calciopoli”; beccato da un’intercettazione col designatore Bergamo, dalla giustizia sportiva fu squalificato per 4 anni e 6 mesi, poi in secondo grado la sanzione fu commutata in ammenda pecuniaria; assolto invece nel processo per frode sportiva) e straordinarie operazioni, tra cui questa: come presidente di Mediocredito nel 2003 al mattino garantì la ricapitalizzazione della Lazio di Cragnotti nonostante 110 milioni di euro di debiti e nel pomeriggio, da presidente Figc, ne ratificò la regolare iscrizione al campionato. «Non so fare altro che il presidente», così aveva detto in un’intervista pubblicata il 31 dicembre scorso da “La Stampa”. Era un segnale premonitore…
La sua è una storia piena pure di incarichi politici (per tre volte ministro, e da ministro insieme anche sindaco di Roma tanto per dire) e bancari, una rete diventata nel tempo una potentissima lobby che ha sempre coltivato grazie ai cosiddetti “saloni romani” (il regno della moglie, la signora Sandra) e lì dove nel tempo avrebbe stretto un inossidabile rapporto con il potentissimo (e sempre celato) Gigi Bisignani e con Gianni Letta che pare anche stavolta l’abbia lanciato e incoraggiato a rimettersi sulla scena in nome della consueta e ritrita ragion di stato, lasciando così il (presunto) confino (attualmente è il riconfermato presidente della Divisione calcio paralimpico e sperimentale Figc).
Un nome, una possibilità e una candidatura (insieme a quella del figlio Luigi, per ora presidente della federazione internazionale del padel) che su questo sito era stata raccontata più di un anno fa (leggi qui, era marzo 2024): un nome, una possibilità e una candidatura diventate un filo che nel corso di questi sedici mesi ha cucito manovre e azioni abbarbicandosi intorno a una vera e propria finzione di Stato (leggi qui) che in realtà altro non era (e non è) che una guerra intestina al “nemico” Giovanni Malagò posta sull’assunto che, come capo dell’ente pubblico, il presidente uscente del Coni non potesse andare oltre il terzo mandato mentre intanto, in barba a una legge (legge Lotti del 2018), a una successiva sentenza-parere della Corte Costituzionale poi travisate e modellate da una norma approvata in una notte d’estate (luglio 2023, i maligni la definirono “norma salva-Barelli”) e infine in seguito alle “modifiche” volute dal ministro dello Sport Andrea Abodi, tutti i grandi vecchi, tutti gli antichi e inossidabili papaveri federali possono liberamente regnare sine die nelle loro a volte feudatarie federazioni e dare inoltre le carte per la presidenza dell’ente che dovrebbe poi (anche) controllare proprio le loro gesta. Far fuori Malagò, non concedergli la possibilità di un altro mandato o anche solo una proroga fino a Milano-Cortina (l’Olimpiade voluta e conquistata dal Coni di Malagò) era (ed è) semplicemente una questione di potere (da afferrare) e personale (gelosia).
Almeno questo è quanto ci restituiscono gli eventi di questi mesi, e di questi ultimi giorni. E a render ancor di più il senso della finzione, ecco arrivare fresca fresca la possibilità, appena avanzata da Fratelli d’Italia (il partito della premier Meloni) di “riaprire” al terzo mandato per i governatori regionali… Proprio nel giorno della chiusura delle candidature Coni: singolare, no?
Tonando all’attuale e velenosa matassa a cinque cerchi. È una plastica questione politica e di potere che rischia di far implodere però anche chi ha posizionato la bomba. Per mesi tutti, ma proprio tutti, hanno ripetuto a ogni piè sospinto: “La politica resti fuori dallo sport, lo sport deve essere autonomo”. Sono gli stessi che però da mesi lavorano e brigano per affondare (ancor più) le mani della politica e del potere sullo sport tricolore: in fondo poi non c’è nemmeno da sorprendersi, perché tanti presidenti (o dirigenti) federali sono anche parlamentari, politici, finanche portaborse di politici. Gli stessi che da decenni governano (regnano) nelle federazioni, sempre più centri di potere politico. Il risultato? Eccolo davanti a chi, adesso, sgrana gli occhi. Magari li sgranerà anche il ministro Abodi che appena due giorni fa, ai margini di un’iniziativa sul bullismo organizzata dalla Lazio di Claudio Lotito, senatore nel gruppo di Forza Italia, aveva detto, «Carraro candidato? Penso che una candidatura sia sempre legittima, se rispetta le norme. La mia posizione sulla candidatura di Carraro l’ho espressa in una lettera al presidente del Coni e credo sia giusto che sia lui a renderla nota. Ma comunque credo che Carraro sia una persona di straordinario valore, ma ogni cosa ha il suo tempo…», rispondendo così, con mascelle serrate, a una domanda sull’allora ancora solo supposta candidatura dell’85enne Carraro. L’ingenuo Abodi aveva forse pensato che quell’avvertimento potesse suonare sinistro alle orecchie dell’ex senatore Carraro fino a stopparlo, e invece l’arzillo Carraro è andato avanti per la sua (non proprio sua soltanto, eh) strada, candidandosi e infischiandosene di un parere (forte lui di un parere commissionato a marzo all’avvocato Luigi Medugno che per anni ha lavorato con Figc e Lega targate Carraro) che ne vieterebbe candidatura (e rielezione) e che, comunque, rischierebbe (e rischia) di produrre ricorsi, giudizi, azioni (e reazioni) a catena, uno scenario sul quale c’è chi sta lavorando con la trovata del “pacificatore”, chi vi lavora (e briga) per trarne vantaggio e chi invece per far esplodere tutto.
In realtà c’è chi ha già (mediaticamente) suggerito di cucire questa veste – “il pacificatore” – addosso al profilo stentoreo di Franco Carraro, notato nei giorni degli Internazionali d’Italia al Foro Italico come il più elegante e il sempre presente, pur se sotto un caldo boia alle tre del pomeriggio; sempre sorridente e impettito nel palco d’onore che ha ospitato per un giorno anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al fianco del “padrone di casa”, il presidente della Federtennis Angelo Binaghi, considerato il vero astuto (o incauto?) regista dell’operazione Carraro, nata inizialmente forse come opera di disturbo e invece… Il “pacificatore”? Il normalizzatore? Il traghettatore? Oppure il “sostituto di Pancalli”? O il profilo che potrebbe star bene pure a Malagò? O un candidato lanciato e poi bruciato? Oppure il pasdaran della guerra fino all’ultimo colpo, pardon, voto? Mentre si affollano domande e interlocutori, si va in ordine sparso alla conta.
Sette o forse otto, se Carraro tiene e resiste a eventuali ricorsi: tanti sono i candidati che si contenderanno il voto del 25 giugno. L’elenco comprende Luciano Buonfiglio, Luca Pancalli, e appunto Franco Carraro (quello con l’asterisco): sono i tre intorno ai quali si sta giocando una partita di scacchi, sono i tre intorno ai quali si disputerà l’aspra contesa alla quale faranno poi da corollario l’82enne Mauro Checcoli (ex olimpionico nell’equitazione a Tokyo ’64), il 71enne medico sportivo Pino Macchiarola, l’avvocato toscano Carlo Iannelli (il papà di Giovanni, un giovanissimo ciclista morto nel corso di una gara nel 2019, una fine tragica e ancora oscura con il papà che strenuamente si sta battendo da anni contro un muro di gomma), il 65enne Pierluigi Giancamilli, consigliere federale del pentathlon (federazione guidata dal forzista Fabrizio Bittner, anche responsabile della Divisione sport del partito che porta ancora nel simbolo l’immagine del defunto Silvio Berlusconi) e Duccio Bartalucci, già candidato alla federazione sport equestri, mentre il 58enne ex surfista Ettore Thermes e l’ingegnere marchigiano Saimon Conti, che da mesi sta battendosi contro un muro di gomma nella sua campagna di denuncia di irregolarità e conflitti d’interesse nella Federvela, sono i due, per ora, non ammessi.
Tornando a Carraro e alle norme. La sua candidatura pare sconfinare nell’assoluta irresponsabilità: è una decisione che non ci si sarebbe mai aspettati da un uomo delle istituzioni, sportive e politiche. La sua posizione, al di là di un mero parere (di parte), è infatti chiaramente insostenibile e, soprattutto, espone un organo importantissimo, qual è il Coni, a una serie di impugnazioni (anche in sede giudiziaria) se venisse eventualmente eletto, e comunque tali da contaminare la votazione. Perché se ad esempio a un altro candidato mancassero cinque voti per essere eletto, e cinque voti fossero andati a Carraro, quel candidato potrebbe legittimamente impugnare la votazione; e ancora: un altro candidato, magari sconfitto da un altro che non sia Carraro (al quale qualche voto andrebbe) potrebbe sempre impugnare la votazione, facendo invalidare l’elezione del (in questo caso, terzo) vincitore. Si rischia, con la candidatura di Carraro, di mettere ancora di più il Coni nel caos, esponendolo a figuracce su scala planetaria.
Perché la candidatura di Carraro non è sostenibile? Perché, ad esempio. Se una legge oggi prevedesse in linea generale che per fare il carabiniere bisogna possedere una laurea, questo vale per chi già l’ha conseguita, e per chi deve conseguirla. Tradotto: se la legge (vigente) prevede che non ti puoi candidare al Coni se hai già fatto tre mandati, non importa quando quei tre mandati siano (stati) fatti. È un limite oggettivo che si applica a chiunque, indipendentemente dal periodo nel quale sono stati consumati, prima o dopo la (nuova) legge. Sono requisiti, a tutela dell’Ente, che Carraro (così come Malagò) non ha. Eppure, Carraro va avanti. Lo fermeranno? Riuscirà la politica? Bah. Far candidare Carraro significa infettare l’elezione: chiunque dei candidati non eletti potrà sempre impugnare il voto dicendo che i voti di Carraro sarebbero andati a lui oppure che la sua presenza ha fuorviato la formazione del processo decisionale dei votanti. E Tar e Consiglio di Stato non saranno teneri: la legge vieta più di tre mandati e questa regola si applica a tutti perché i tre mandati sono sempre tre mandati, indipendentemente dal periodo nel quale sono stati esercitati.
La politica, già (qui e qui le precenti puntate). Quando si racconta di una campagna elettorale, di solito si fa spazio alle parole e ai programmi dei candidati. Sarebbe l’abc del giornalismo. Nel caso della volata elettorale per il Coni però c’è da fare una correzione: l’abc casca a pennello, ma qui sta per Abodi–Barelli (anche Binaghi)-Casasco; per raccontare compiutamente della velenosa campagna elettorale bisogna allora descriverne mosse, alleati, nemici e obiettivi. L’obiettivo non dichiarato ma palese, era eliminare totalmente dalla partita Malagò, fargli terra bruciata. Dopo aver in punta di diritto difeso l’invalicabile limite dei tre mandati per la presidenza Coni, si è passati così alla ricerca e alla costruzione del candidato che potesse arrivare già in prima battuta all’elezione. Un obiettivo difficile da raggiungere, visto che Malagò conserva peso, ascendente e un pacchetto di fedelissimi capace di poter arginare la controffensiva avversaria e magari chissà, arrivare pure a dama: un obiettivo però possibile, se il peso di promesse, pressioni e prebende riuscisse a scardinare e scalfire una parte della metà campo avversaria.
Il vero regista dell’operazione è sicuramente l’onorevole romano Paolo Barelli, il “signore” delle piscine e da oltre vent’anni re incontrastato della Fin, nemico giurato di Malagò e capo della delegazione parlamentare di Forza Italia alla Camera dei Deputati. Secondo un suo non proprio estimatore, la sua visione sportiva sarebbe assai asciutta e semplice: comandare, dirigere e guidare (indirettamente, si intende) il Coni e Sport e Salute, come se le due unità (divise anni fa, per volontà del ministro Giorgetti, ora al Mef) si ritrovassero come d’incanto riunite in unico cono d’ombra politico-economico-sportivo. Una direzione unica con la quale controllare lo sport (straordinario veicolo d’immagine) e quindi il Coni, e al tempo stesso il consenso e la cassa (Sport e Salute), e quindi la politica e gli affari: del resto tutto passa dalle mani e dalla volontà di Barelli (dispensatore di incarichi, a Roma pare si dica “gargarozzone”) che pare abbia addirittura più peso del vice-premier e ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani che, per inciso, da qualche giorno, è diventato suo consuocero (la figlia del ministro ha sposato il figlio dell’onorevole). Il suo candidato è Pancalli: i malpensanti dicono solo perché così potrebbe manovrarlo a proprio piacimento (inciso: il segretario generale del Coni, in caso di elezione dell’ex presidente del Cip, sarebbe Sanzo, diventato segretario generale della federazione pentathlon governata dal forzista Bittner) e sempre le voci di dentro riferiscono come all’operazione Pancalli abbia lavorato, e continui a farlo, un altro deputato forzista, e cioè Maurizio Casasco, responsabile del Dipartimento economico di Forza Italia e, pure lui come Barelli, presidente di una federazione (guida da decenni quella dei medici sportivi).
La candidatura di Pancalli non hai mai fatto fare salti di gioia all’alleato Fratelli d’Italia, che però ha sempre manifestato la volontà – a partire dalla premier Meloni – di togliersi dai piedi Malagò (anche il presidente Mattarella pare si sia speso inutilmente, per una sua conferma), e quindi, pur di arrivare allo scopo, mano libera a Barelli… Dal canto suo il povero e mite Pancalli, che ha un breve passato nella Giunta Marino (targata Pd) a Roma, ha sempre rifiutato l’etichetta di candidato della politica, e di una parte della politica. Immaginarsi dunque il grande lavoro, anche diplomatico, cui è stato obbligato il ministro Abodi che, pure lui, fa il tifo per Pancalli: lo considera, insieme alla sua storia, come il profilo giusto per ridare al Comitato olimpico nazionale italiano una guida più sobria, più regolamentare e più vicina al Palazzo, insieme al concetto di sport come missione sociale e non solo agonistica. Un modo come un altro però, per dare e propagandare – sempre tenendosi attentamente dentro un profilo di cortesia istituzionale – la candidatura di Pancalli. Che però non ha mai fatto realmente breccia tra i presidenti federali (e tra gli altri delegati al voto), almeno non tanto da poter aspirare concretamente al ruolo di “governatore” a Palazzo H, almeno non tanto da poter chiudere definitivamente, con un margine di sicurezza, l’era Malagò.
E, allora, ecco spuntare qui l’idea di una terza via, che potesse eventualmente sostituire in corsa la non troppo vigorosa rincorsa di Pancalli e che comunque si frapponesse alla candidatura di Buonfiglio, considerato come il “delfino” di Malagò: in realtà il presidente della Federcanoa non ha mai rinnegato il legame di stima e amicizia con l’uscente presidente Coni ma non ha nemmeno mai ufficialmente detto di volersi muovere sullo stesso solco, eppure avrebbe potuto legittimamente farlo. Allo stesso tempo, pur manifestando una certa simpatia per la candidatura, «trovo giusto che i presidenti federali si scelgano uno di loro come presidente», Malagò si è (finora) tenuto ben distante dall’endorsement, pur se in alcuni passaggi pare adesso mancare della necessaria lucidità. In fondo la figura di Pancalli è vista, all’interno di molte federazioni, come lontana dal mondo sportivo e assai più vicina all’area politica: un fattore che pesa, che sta pesando. Pancalli viene vissuto da gran parte del mondo sportivo federale come un candidato non istituzionale ma politico e poi si porta appresso, ma anche questa non è colpa sua, l’immagine stridente di un profilo vicino al Pd e caldeggiato da Abodi: come dire, non fa fare salti di gioa nè da una parte, nè dall’altra.
Anche Buonfiglio però non pare in grado (per ora) di strappare al primo turno i 41 voti necessari, e su di lui pesa il “marchio” di essere il candidato vicino a (se non di) Malagò. In questi giorni, raccontano, sia diventato come Pietro prima del canto del gallo. “Malagò? E chi lo conosce…“, pare abbia più volte detto a chi provava a carpirgli una dichiarazione. E, questo aspetto, pare abbia infastidito, e non poco, chi resta fedele al presidente uscente. Inciso: nella prima votazione serve il 50% più 1 degli aventi diritto al voto, nella seconda eventuale tornata serve la maggioranza assoluta tra i presenti, dalla quarta passa chi prende (chi afferra) semplicemente più voti. Immaginarsi…
E dunque, in questo clima d’incertezza, confusione, e frapposizioni, è cresciuto il terreno fertile sul quale Binaghi (comunque vicino a Barelli) ha lanciato la candidatura di Carraro, ricevendone in cambio un convinto sì magari con la promessa di concedere campo libero. E così, insieme a Carraro, ecco tornati sulla scena altri personaggi di un tempo che pareva passato: insieme all’inossidabile Petrucci, ecco tornare sulla scena anche Pescante. In questi giorni, una serie di riunioni, incontri e messaggi ha attraversato le due sponde della capitale, così come pare siano rimaste accese sino a notte tarda qualche giorno fa le luci a Palazzo Chigi, dove si è tenuta una riunione tra alcuni capo gabinetto di ministeri, alla ricerca di una quadra che mettesse, leggi e norme alla mano, un freno al desiderio di Carraro di tornare sulla scena a distanza di 47 anni dalla sua prima elezione al Coni, e che per giunta non provocasse orticaria anche alla premier, che pare non gradisca (eufemismo) il ritorno di un personaggio che appartiene al trapassato remoto e anche perché le era stato assicurato che Pancalli – il male minore anche per lei – ce l’avrebbe fatta. “Magari se Carraro si presenta, Pancalli si sfila”, avrà pensato qualcuno. E qualcun altro, come fosse un conclave: “Se Pancalli al primo turno dimostra di non potercela fare, allora dirottiamo i voti su Carraro che poi pescherà pure dall’altra parte”. Situazione caotica e in continuo divenire, che paradossalmente potrebbe però persino favorire il partito di Malagò e dei suoi seguaci. “Avete visto, la politica ci ha messo mano e guardate come è finita? Con un disastro…”.
In una delle ultime riunioni prima della chiusura delle candidature, avrebbero animatamente discusso intorno ad un tavolo Carraro, Letta, Pescante e Malagò e qualcun altro (c’è chi dice persino il ministro, che però smentisce) nel tentativo di ristabilire un quadro più sereno e chiedendo a Malagò di favorirlo, magari facendo più di un passo indietro. Secondo fonti vicine al presidente uscente del Coni, il tentativo sarebbe stato solo quello di “fargli piegare la testa”: il tentativo è andato a vuoto dopo un burrascoso abbandono della riunione. C’è chi addirittura ipotizza come, dal caos e dalla disputa normativa sulla validità della candidatura di Carraro, possa trarne vantaggio proprio Malagò: perché se al voto si andasse accompagnati da una serie di ricorsi, e se al voto si andasse con anche Carraro tra i candidati, e se pur Carraro non venisse eletto, ci sarebbe sempre la possibilità di contestare la validità non solo dell’eletto, ma proprio della riunione assembleare. A cascata, che accadrebbe?
È intanto questo l’ambientino che il presidente uscente del Cio Bach (che ha sempre ammonito la politica a tenersi lontana dallo sport, e invitato lo sport a non farsi tentare dalla politica) e il nuovo presidente del Comitato olimpico internazionale Coventry troveranno la prossima settimana, quando saranno a Roma per il “Giubileo dello sport”. Dopo il ricevimento da papa Leone XIV, saranno ospiti di una cena alla quale sono state invitate personalità della politica, dell’economia e dello sport. Malagò ha fatto sapere che non andrà, mentre Carraro, membro d’onore del Cio, ha assicurato la sua presenza, pronto a farsi immortalare col suo solito sorriso, accanto ai vertici del Cio. In fondo lui si sente in piena corsa, pronto a tagliare vittorioso il traguardo; un cavallo di razza che ha già astutamente lanciato messaggi a destra, sinistra e centro, e prima di tutto a Malagò quando ha parlato di continuità, quando gli ha riconosciuto i successi sportivi nei suoi tre mandati, quando ha confermato che terrà Carlo Mornati come segretario generale.
Pronto a risalire le scale di Palazzo H, come fece la prima volta. Era il 1978, e nell’Italia dilaniata dalle bombe e dal terrorismo, nell’Italia che si interrogava sul rapimento Moro e sui 5 miliardi del Vicenza alla Juve per Paolo Rossi, finiva l’era di Giulio Onesti, per 32 anni presidente del Coni. Finiva pugnalato dalla congiura di due presidenti federali, Nostini e Nebiolo, che avrebbero portato la sfida davanti al Tar e al Consiglio di Stato. Allora, come fosse oggi. Era invece il 4 agosto 1978, il giorno del record del mondo di Sara Simeoni a Brescia, quando Franco Carraro fu eletto al Coni, come il rampollo di Onesti. Quarantasette anni dopo lo scenario pare uguale, ma triste e desolato. Mortificante. Per l’Italia, e per lo sport italiano. Che non meritava una fine così…






