Coni al voto, la corsa di Buonfiglio, Pancalli e Carraro tra programmi, pressioni, politica e veleni. Il finto fair-play e la caccia agli scheletri

L'incontro a Palazzo Chigi con Meloni, Malagò e Abodi e i vertici del Cio. Le manovre del gruppo Barelli-Binaghi e il filo di Petrucci. Nelle chat istituzionali, politiche e sportive girano link, norme e ombre sul passato
Malagò e Pancalli. Dietro, Barelli (foto Ferdinando Mezzelani)

Ufficialmente, non ne hanno parlato. “Che la questione del Coni resti fuori dalla porta”. Perché i panni sporchi si lavano in famiglia. E così, tutti insieme appassionatamente, ieri l’altro a Palazzo Chigi, stipati e immortalati da una foto senza troppi sorrisi, si sono ritrovati la premier Giorgia Meloni, il presidente uscente del Cio Tomas Bach accompagnato dalla presidente eletta Kirsty Coventry (entrerà in carica il 24 giugno), il presidente uscente del Coni Giovanni Malagò che è pure presidente della Fondazione Milano-Cortina 2026, l’ad della Fondazione Andrea Varnier e il ministro dello Sport, Andrea Abodi.

A Roma per il Giubileo dello Sport, il passato e il futuro del Comitato olimpico internazionale hanno chiesto informazioni sullo stato dell’arte della organizzazione della ormai prossima, imminente, Olimpiade invernale. Almeno così recitava il dispaccio fornito dall’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio. Difficile però pensare che, almeno prima, o soprattutto dopo, non ci sia stato uno scambio di vedute e informazioni, almeno tra l’uscente Malagò, Bach, e la neo-eletta Coventry, sulla campagna elettorale per il comitato olimpico tricolore. Una corsa a otto, sia pur la sfida sia sostanzialmente ristretta al duo Buonfiglio–Pancalli con l’86enne Franco Carraro nelle vesti di fastidioso terzo incomodo e di possibile ago della bilancia. Una spina, una traccia, un fattore, una via al caos oppure alla normalizzazione: la sua candidatura potrebbe essere interpretata in mille modi, non solo come fattore destabilizzante e inquinante (nel senso che la candidatura, sulla quale il Comitato elettorale del Coni se n’è lavato le mani, potrebbe essere sempre soggetta a ricorsi post voto, così come in caso di elezione) ma anche come l’ultima chance cui la politica, e la politica sportiva, si affiderebbero per chiudere una vicenda velenosa e imbarazzante, una vicenda che, una volta di più, ha rivelato come la politica abbia messo mani e piedi nello sport, alla faccia dell’autonomia richiesta dal Cio e dall’autonomia professata e sbandierata dai politici (molti dei quali, presidenti federali) stessi (le ultime puntate della vicenda sono qui, qui, qui e qui).

Continuano intanto gli incontri riservati, le riunioni semi-clandestine, le pressioni e pure i sondaggi. Al momento il boxino darebbe in quasi parità le quotazioni di Buonfiglio e Pancalli mentre per Carraro si narra di pochi, pochissimi voti che però, come per magia, potrebbero trasformarsi chissà addirittura in pioggia se fossero dirottati da una delle due fazioni (vox populi: quelle di Pancalli, ma mai dire mai) in caso di mala parata, o comunque risultare decisivi dopo la prima votazione. Al momento è difficile ipotizzare che si arrivi alla fumata bianca del conclave dopo il primo turno: servono 41 voti tra gli 81 grandi elettori, e tra questi “grandi elettori” ci sarebbero anche quelli che, ancora in queste ore, tra dichiarazioni ufficiali e incontri riservati, stanno provando a tirare le fila, a trovare la quadra.

Tra questi, si segnala il gruppo composto da Petrucci, Barelli, Binaghi e Gravina. «Barelli e Binaghi sono i migliori presidenti federali, Gravina è un amico e lo difenderò sempre», ha detto appena due giorni fa l’80enne presidente della Federbasket che prova ancora una volta a vestirsi nei panni del cardinal-tessitore. Prova ancora, dice lui, a sciogliere il filo, mentre intanto la matassa di fatto s’ingarbuglia: a nulla aveva portato il precedente summit con Gianni Letta, Pescante e Malagò, perché le posizioni sono serrate e perché, al momento, nessuno ha voglia di fare un passo indietro. Sulla scena, almeno fino al 26 giugno, dovrebbero esserci i tre candidati con i loro programmi, e invece sulla scena ci sono gli altri: quelli che li sostengono e quelli che provano ad affondarli, quelli che cuciono trame e quelli che insinuano veleni, quelli che distillano apparente serenità e quelli che invece mal nascondono l’apparente distacco.

Sulla scena restano, almeno ufficialmente, sempre gli stessi schieramenti. Buonfiglio che prova a togliersi di dosso l’etichetta “dell’uomo di Malagò”, Pancalli che prova ad allontanare quella scomoda e fastidiosa etichetta di essere “il candidato del ministro Abodi e di una parte delle politica” e Franco Carraro che in realtà, quatto quatto, sta attendendo che tutti vadano a lui mentre tanti si chiedono, «ma come è possibile che lo sport italiano possa essere rappresentato ancora da uno come Carraro?».

Dietro le quinte è un tirar di sciabole, mentre invece sulla scena in questi giorni va di moda il fair-play. «Carraro candidato? Invece di essere in sette saremo in otto, nessun problema e nessun ricorso. Carraro merita rispetto, ma non cambia lo scenario. Sto pensando già al dopo», così Luciano Buonfiglio, il 72enne presidente della Federazione canoa kayak. La sua candidatura, secondo un parere fatto circolare astutamente in diverse chat istituzionali, dicono avrebbe potuto essere soggetta a ricorsi per via di una norma del 2013 secondo cui, in base ai principi di `inconferibilità e incompatibilità nelle pubbliche amministrazioni, un presidente di federazione non potrebbe candidarsi alla guida del Coni se non ha avuto prima “un anno di raffreddamento” essendo la federazione che presiede una controllata del controllore (il Coni è ente pubblico) che mira a guidare. Detto che la norma in questione riguarderebbe anche il Comitato paralimpico (Cip), e dunque anche il presidente uscente Pancalli, davanti al presunto irto paletto Buonfiglio se n’è uscito così. «Io mi impegno, sono determinato, mi sono allenato e mi sono concentrato come quando ero atleta: dopo il traguardo alzo la testa e guardo come sono arrivato. Le chance ce le abbiamo, però ci sono tante variabili, vedo anche che cercano di tirar fuori degli argomenti giuridici che non ci azzeccano proprio niente. lo vado avanti dritto, rispetto tutti, rispetto le istituzioni, ma credo che anche lo sport debba essere rispettato».

Atleta olimpico a Montreal ’76, dirigente bancario laureato in Giurisprudenza, il 72enne Buonfiglio è presidente della Federcanoa dal 2005 (ad agosto ci saranno i Mondiali all’Idroscalo a Milano), è stato in Giunta Coni e nel Consiglio Nazionale, è stato anche il vice di Malagò dal 2013 al 2018. «Io sono un grande fan di Giovanni Malagò e se gli dessero la possibilità di fare un nuovo mandato stravincerebbe», disse così a gennaio, prima di annunciare la propria candidatura un mese dopo. Vista e vissuta, da molti, come nel segno della continuità con Malagò. Per questo, avversata dalla parte politica e federale dichiaratamente anti-Malagò, e allo stesso tempo ben vista da quella parte federale (e da quella di atleti e componenti) che in Buonfiglio ci vede un baluardo dell’indipendenza sportiva e soprattutto una familiarità con le dinamiche e le esigenze sportive in senso stretto. Non a caso, uno dei tanti veterani federali, Sabatino Aracu è in sella dal ‘93, ha detto: «I candidati? Come persone sono tutte brave, bisogna vedere cosa vogliono gli elettori. Io credo che il Coni vada dato in mano a chi lo sport l’ha gestito in questi anni. Se dovessi dare una indicazione la mia è sull’amico Luciano Buonfiglio perché oltre a essere stato un atleta olimpico è un uomo che ha esperienza vera di federazione sportiva». Aracu è anche un esponente politico, fa parte della stessa maggioranza di governo che, in questi mesi, ha provato a coagularsi intorno a un nome che potesse scalzare Malagò e aprire una pagina più “aperta” (eufemismo) verso la politica.

«Mi sembra pretestuoso definirmi il candidato della politica: mi spaventano queste etichette. Con la politica bisogna dialogare, non è un qualcosa che sta su Marte, fa parte del nostro vivere e il mondo sportivo non è completamente avulso alla politica. Oggi che si dica che io sono il candidato della politica, mi mortifica. La politica deve essere messa nella condizione di prendere le decisioni migliori ed è quello che deve fare tutta la filiera, far emergere i bisogni e ascoltare. Bisogna promuovere una cabina di regia con quelli che sono gli attori principali, aprire tavoli di confronto con coloro che devono sentirsi parte in causa del progetto. Il dialogo è il metodo di lavoro; se non ci fosse tra me e la politica o con Sport e Salute sarebbe difficile mettere tutto a sistema», ha detto ieri mattina il 61enne avvocato Luca Pancalli, presidente uscente del Comitato paralimpico e candidato alla guida di Palazzo H, nel corso della conferenza stampa di presentazione organizzatagli dalla società “Comin & Partners” alla quale hanno partecipato solo i cronisti e qualche curioso.

Non c’erano i suoi grandi elettori ad ascoltarlo, non c’erano ovviamente i politici che lo sostengono, e non c’erano – ma pare non fossero stati invitati – nemmeno i presidenti federali. Una situazione che rafforzerebbe l’immagine di un candidato calato dall’esterno per scardinare il sistema sportivo del Coni (la cassa è andata da tempo, e sta a “Sport e Salute”; a proposito, su tutta questa complessa situazione e su questa volata elettorale, sarebbe interessante sapere cose pensa e cosa fa il ministro leghista Giancarlo Giorgetti), un candidato che il ministro dello “Sport e dei giovani” Andrea Abodi – sempre ligio e attento nel tenersi istituzionalmente e diplomaticamente lontano dalla partigianeria – considera come la persona giusta (almeno tra questi candidati) per voltare pagina al Coni e dare così una spallata all’era personalistica targata Malagò. Certo, pur tenendosi stretto e compunto nella (di)sfida, ha però lasciato intendere pensiero e orientamento anche governativo sulla ridiscesa in campo di Carraro («persona straordinaria, ma c’è un tempo per ogni cosa») e ancor di più con il parere inviato dal Dipartimento al Coni sulla questione giuridica dei mandati (parere davanti al quale la Commissione elettorale del Coni però se n’è lavata le mani). E, del resto, pur senza mai esprimersi direttamente su Buonfiglio, ha lasciato spesso intendere come si aspetti «un segnale di cambiamento di indirizzo chiaro, in grado di superare la dimensione personalistica che non appartiene allo sport che per sua natura è generoso» (questa è cronologicamente la dichiarazione più fresca), segnale di cambiamento che – seguendo il filo logico di questi mesi – non potrebbe certo arrivare dall’elezione di Buonfiglio considerato (a torto o a ragione) come la promanazione dell’era Malagò. Sul palco dei concorrenti-aspiranti, non resta dunque che Pancalli…Si potrebbe dire: un endorsement indiretto…

Ancora e però. Sposato illo tempore il “cavallo di Troia” Pancalli, il gruppo politico-sportivo guidato dall’onorevole Paolo Barelli (capogruppo alla Camera di Forza Italia e presidente della Fin), dall’onorevole forzista Maurizio Casasco (presidente della Federazione medico sportiva), e da Angelo Binaghi (presidente della Federtennis) intanto valuta e riflette. Spinge su Pancalli, dicono pure con pressioni e promesse (ma queste cose accadano a ogni latitudine), però avverte come il candidato Pancalli, sia pur il pupillo di Abodi (ma questo è il vento veloso dei palazzi…), non abbia fatto breccia e che comunque il candidato Pancalli potrebbe alla fine rivelarsi come non essere il cavallo vincente. E, dunque, anche attraverso il solito gioco di sponde e lobby, ecco che, grazie agli uffici del “cardinale” Petrucci e a quelli degli onnipresenti Gianni Letta e Luigi Bisignani, sta tendendo un’altra rete, avvolgendo un filo che coinvolge Franco Carraro e che – sostiene qualcuno – potrebbe far comodo persino a Malagò. Suggestioni o verità, intanto anche Pancalli, così come Buonfiglio, ha rinunciato al ricorso contro la candidatura di Carraro: in teoria potrebbero servirgli pure i suoi voti, oppure proprio i suoi voti (o meglio, i voti dei suoi votanti) potrebbero poi spostarsi sull’86enne tre volte presidente del Coni. «Non faccio ricorso contro la candidatura di Carraro. Ci sono otto candidati ed essendo rimasto atleta, fa parte di me vivere e condividere questa competizione, che non significa essere gli uni contro gli altri, ma condividere le proprie idee, che possono coincidere oppure no. Io tutto ciò lo vedo come uno scambio di vissuto democratico», così Luca Pancalli.

Sessantuno anni, un’esperienza sportiva da pentatleta segnata a 17 anni dalla lesione spinale nel corso di una gara a cavallo, il prosieguo da atleta paralimpico costellato di medaglie, la carriera da dirigente culminata con la carica di commissario straordinario della Figc nel 2006 dopo le dimissioni del professore Guido Rossi (il 2006 fu l’anno di “Calciopoli” che coinvolse anche Carraro che si dimise da presidente Figc allo scoppio dello scandalo) e una lunghissima era come presidente del Cip (Comitato italiano paralimpico) durata ben 25 anni prima della candidatura al Coni. Al Cip lascerà il testimone al candidato unico Giunio De Sanctis, 62enne presidente della federazione bocce che per 17 lunghi anni è stato segretario generale del Cip nell’era Pancalli.

Proprio come capitato per Buonfiglio (la questione della norma “raffreddamento”) anche intorno a Pancalli è partita la desolante e barbara fase dei veleni, la caccia ai soliti presunti scheletri negli armadi. Sempre nelle solite chat ecco così che hanno cominciato a girare vorticosi link di articoli di qualche anno fa (eccone tre, sono di Corsera, La Stampa e Il Fatto, qui e qui e qui ) che rimandano ad una storia di “presunte” mazzette e di tentata corruzione, una (brutta) vicenda nata a fine 2015 e giunta agli onori della cronaca (sportiva ma anche giudiziaria) nel 2017. Una vicenda nella quale furono convolti l’allora presidente uscente della Federbocce Romolo Rizzoli, lo sfidante Giunio De Sanctis all’epoca segretario generale del Cip e nella quale finì pure l’allora presidente del Cip, Luca Pancalli. In sintesi, con una registrazione audio portata poi alla Procura della Repubblica di Roma, Rizzoli accusò De Sanctis rivelando che gli “avrebbe offerto denaro distorto dai fondi destinati allo sport dei disabili” (così si legge nelle carte processuali), in cambio della sua non ricandidatura. L’offerta in denaro (36mila euro), secondo Rizzoli, sarebbe avvenuta nel corso di un pranzo organizzato da Pancalli nel tentativo di mettere d’accordo i due rivali. Nel corso della registrazione audio, si sarebbe sentita anche la voce di Pancalli autore di una battuta che, tempo dopo, ammise esser stata sì infelice ma strumentalizzata. La vicenda si tradusse in una denuncia alla Procura delle Federbocce, in una alla Procura dello Sport presso il Coni, e una alla Procura della Repubblica di Roma. De Sanctis e Rizzoli furono deferiti. Il primo patteggiò 45 giorni di squalifica, il secondo ebbe una squalifica di tre mesi mentre il procedimento penale, dopo tre anni, si chiuse con l’archiviazione.

Prosciolto dall’accusa di frode sportiva fu invece Franco Carraro nel 2009, a tre anni dallo scoppio di “Calciopoli”, scandalo che travolse pure lui, lui presidente della Federcalcio che, al primo sentore di guai (9 maggio 2006), lasciò velocemente (proprio lui, il poltronissimo) la poltrona di via Allegri. Intercettato mentre parlava con il designatore arbitrale Paolo Bergamo – lo pregava di non sfavorire a livello arbitrale la Lazio – fu squalificato per 4 anni e 6 mesi nella sentenza di primo grado della giustizia sportiva. Una stangata che divenne carezza in secondo grado, quando sparirono i quattro anni e mezzo di stop e comparve una multa di 80mila euro. Bruscolini, per un banchiere e finanziere come lui, una bazzecola se confrontata con l’indimenticabile operazione del 2003 quando, da presidente di Mediocredito centrale, approvò in una mattina d’estate un finanziamento all’indebitata (oltre 110 mln di euro) Lazio di Cragnotti necessario alla ricapitalizzazione del club che ottenne poi nel pomeriggio il via libera all’iscrizione da parte della Figc presieduta proprio da Franco Carraro.

Ripetere ancora una volta tutta la carriera, e tutte le cariche che ha ricoperto l’autore del libro “Mai dopo le ventitrè”, sarebbe un esercizio lunghissimo, e sterile. Sterile, così come il tentativo di sbarrargli la strada alla candidatura per il Coni. Lui va diritto per la sua strada (pare che la prima investitura gli fosse confidenzialmente arrivata da Binaghi agli inizi di settembre, a Salerno, nel corso dell’assemblea della Federtennis; e intanto per restare all’attualità, alla cena con Bach e Coventry lui ci andrà, uno scatto è pur sempre importante), incurante pure della norma sul limite dei tre mandati, limite che ha già superato (per tre volte presidente del Coni, dal 4 agosto 1978 al 1987) ma che semplicemente ritiene non vigente per lui, semplicemente perché la norma è nata…dopo di lui. In quattro e quattr’otto ha così stilato anche l’ecumenico e stringato programma, dato in pasto alle agenzie. Eccolo.

“Le norme sul vincolo e sul lavoro sportivo, giuste sul piano etico e sociale, hanno creato oneri economici e appesantimenti burocratici alle società e associazioni sportive, in un momento drammatico nel mondo. Il Coni deve formulare al Governo e al Parlamento proposte concrete per aiutarle. Dal dicembre 2018 Governo e Parlamento hanno deciso di incentivare la pratica sportiva nella scuola e nella società civile. È quindi logico che chi ha grande esperienza accumulata in tanti anni di attività e di supplenza, la metta a disposizione del Governo, delle Regioni e dei Comuni. Il Coni è un Ente Pubblico, Sport e Salute è una SpA di proprietà pubblica, nella quale l’80% di chi lavora ha maturato la propria professionalità in Coni Servizi. Per obbligo istituzionale e nell’interesse dello sport, debbono collaborare e fare sinergia. Nel 2026 l’Italia ospiterà i Giochi di Milano Cortina e i Giochi del Mediterraneo di Taranto. Il ricambio ai vertici del Coni imposto dalla legge non deve interferire sui due Comitati organizzatori, che dovranno terminare il proprio lavoro in continuità. La strategia e le conseguenti decisioni devono essere assunte dal Consiglio Nazionale che si avvale del lavoro di sue commissioni e riunioni informali. È indispensabile un dibattito al quale tutti si sentano in condizione di poter dare concretamente il proprio apporto. Con questi presupposti metto a disposizione del Consiglio Nazionale la mia candidatura alla presidenza del Coni. Laddove fossi eletto proporrei alla Giunta, Carlo Mornati, che ha svolto un eccellente lavoro, come segretario generale; continuerebbe ad operare con tutto l’attuale staff, formato da eccellenti professionisti che hanno consentito a Giovanni Malagò di operare al meglio per tre mandati sportivamente straordinari”.

Un programma bipartisan, un documento che potrebbe valere per una parte o l’altra degli schieramenti, un documento adatto per tutte le stagioni. Parafrasando uno spot sciistico, sembra quasi che inviti: “Dove c’è tempesta indossate Carraro”…

 

 

 

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