«Lo sport può avere un ruolo fondamentale per la nostra politica estera e per l’export, tanto è vero che ho deciso di aprire un ufficio relativo alla diplomazia dello sport alla Farnesina». Così il ministro degli Affari Esteri e vice-premier, il forzista Antonio Tajani – già dispensatore a ottobre del 2023 (leggi qui) del conferimento del titolo di “Ambasciatore italiano all’estero” al ct della nazionale di calcio Luciano Spalletti (il figlio del ministro nel 2023 veniva assunto in Figc, leggi qui), i cui frutti, intesi come attività di ambasciatore, non è ancora dato sapere – in occasione della presentazione del progetto “Sport e Innovazione del made in Italy”. Parole che confermano, testimoniano e, soprattutto spiegano, quanto il movimento sportivo rivesta sempre più un ruolo fondamentale nei processi economici, sociali e politici del Belpaese.
L’iniziativa nasce grazie a un accordo tra “Sport e Salute SpA” (partecipata del Mef, il ministero è attualmente guidato dal ministro leghista e varesino Giancarlo Giorgetti, artefice nel 2018 del passaggio, e della trasformazione, da “Coni servizi SpA” appunto a “Sport e Salute SpA”, diventata così il vaso economico comunicante tra Stato e sport, e diventata la cassaforte dello sport italiano, sottratta così al Coni: la nomina dei vertici è decisa dal ministero dell’Economia e Finanze su indicazione “dell’autorità di governo competente in materia di sport, sentito il Coni”; i finanziamenti (oltre 300 milioni di euro) alle federazioni sportive, enti privati, arrivano da lì (basta dare un’occhiata al paniere Istat); le federazioni sono però affiliate al Coni – il Comitato olimpico nazionale italiano ha anche poteri di vigilanza e controllo su di esse – che è però ente pubblico), l’Ice-Agenzia (Istituto commercio estero) con la collaborazione delle federazioni del nuoto (Fin), del tennis e padel (Fitp) e dell’atletica leggera (Fidal). Alla cerimonia c’era anche il ministro dello Sport Andrea Abodi e c’erano i presidenti della Federnuoto (l’onorevole e capogruppo di Forza Italia alla Camera, Paolo Barelli che è presidente della Federnuoto ininterrottamente dal 2000), del tennis Angelo Binaghi (governa la Fit ininterrottamente dal 2001) e dell’atletica Stefano Mei (è appena al suo secondo mandato alla Fidal, federazione che intanto il 31 maggio nell’assemblea generale a Salerno eliminerà dal proprio Statuto il vincolo massimo dei due mandati per un suo presidente…): presenze di peso, accompagnate anche da alcune significative dichiarazioni.
Barelli: «Le società sportive hanno sostituito lo Stato, invito il ministro Giorgetti ad aiutare il sistema». Binaghi: «Serve maggiore copertura mediatica in chiaro degli eventi per far crescere il settore». Mei: «Mancano una struttura sociale e una cultura dello sport a scuola». Parole che chissà come saranno risuonate all’orecchio di Abodi, che è sì il ministro dello Sport ma anche dei “Giovani”. «Abbiamo una visione complessiva, e strumenti che nessuno ha al mondo. Lo scenario è emozionante e stimolante, non c’è spazio per dispersione di energie o interesse personale, e siamo convinti che, con questo modello, il sistema sportivo sarà uno straordinario alleato. Non abbiamo una visione di momento, ma di lungo periodo»: così il ministro che intanto, a gentile domanda, fissava anche un altro tipo di orizzonte temporale. «Le elezioni al Coni del 26 giugno? Io già penso al 27 giugno. Mi concentro su ciò che devo fare, ho rispetto delle dinamiche autonome del Coni e auspico, senza invasione di campo, una discontinuità significativa nel modo di stare insieme, nel modo di generare armonia e di seguire obiettivi che sono sempre comuni. Il 26 giugno arriverà e si potrà ricominciare a lavorare bene».
Autonomia, discontinuità, armonia, ricominciare: tutte parole (alcune in antitesi), contenute in una sola frase, plasticamente risuonate però come un laconico dispaccio che il ministro ha pronunciato provando a mantenersi in un precario equilibrio e apparente distacco dalla guerra intestina che si sta invece consumando proprio in questi giorni (lo è da mesi in realtà) sull’elezione del nuovo presidente del Coni e dispiegatasi su un campo di battaglia che vede coinvolte forze politiche, economiche e sportive (quanti sono i presidenti federali che ricoprono anche importanti ruoli politici e governativi?) a conferma degli intrecci, delle commistioni e degli interessi in gioco, e anche del blocco tra anti e pro Malagò, e sul post Malagò. «La corsa tra Pancalli e Buonfiglio? Pancalli è una persona seria. È lui contro il nulla cosmico», ha detto Binaghi sempre nel corso dell’iniziativa su sport, made in Italy e diplomazia tenutasi venerdì scorso nei saloni della Farnesina. Curiosamente (incidentalmente, casualmente?), l’iniziativa è frutto della collaborazione-commistione tra i soggetti che più si sono spesi nel mettere una barriera, un freno, un argine, alla rielezione di Malagò che avrebbe potuto ricandidarsi se solo fosse stata modificata una norma di legge (quella sul limite dei mandati) nata (e trasformata) dopo una lunga e controversa storia, vicenda nata nel 2018 con la legge numero 8 (legge a firma dell’allora ministro Pd Luca Lotti) poi passata attraverso il vaglio della Corte Costituzionale su profili di legittimità e illegittimità costituzionali (2023, sentenza numero 184), da cui sarebbe poi però discesa una “scialuppa” politica sotto forma di emendamento (voluto dalla maggioranza di Governo, alla Camera portato dall’asse composto da Barelli e Casasco, quest’ultimo presidente da decenni della Federazione medici sportivi) passato con un blitz in Commissione in una notte di luglio (2023) mentre si votava su un decreto della Pubblica amministrazione, e poi relativa votazione del Parlamento, una “interpretazione” che sarebbe poi stata modellata dal decreto Sport del maggio 2024 a firma del ministro Abodi. Una storia infinita che può essere ricostruita anche leggendo i tanti articoli pubblicati su questo sito. Una vera e propria finzione di Stato (per ricapitolo, basta leggere ad esempio qui).
Su questo sito, proprio qualche giorno fa (leggi qui), si è dato conto invece della bagarre, dello scenario (e dei movimenti, e degli attori) sul quale si sta consumando la battaglia per la poltrona di presidente del Coni, a poco più di un mese (si vota il 26 giugno) delle fatidiche urne. Su questo scenario si muove il fronte legato all’uscente Malagò e quello che gli si frappone: in quest’ultimo, è chiaro e dichiarato il silente (ma pesante) coinvolgimento di alcuni attori politico-sportivi (Barelli, Casasco, Giorgetti), quello senza filtri (Binaghi), quello diplomatico (Petrucci: «Lo sport deve essere autonomo, ma i soldi allo sport li dà la politica e quindi con la politica bisogna parlare…»), mentre faticosamente prova a tenersi lontano il ministro Abodi, e mentre intanto è caccia ai voti, sfrigolio di pressioni politiche, continui passaggi di campi.
A tal proposito, proprio nell’articolo di qualche giorno fa si era scritto del possibile passaggio di campo di Mei, considerato (prima) un fedelissimo di Malagò e ora (forse) dall’altra parte, cioè quella che punta su Pancalli, sponsorizzato da una parte della politica trainata dall’onorevole Paolo Barelli, braccio destro e sinistro del ministro Tajani, consuocero del vice-premier Tajani (sono la stessa persona..). C’era anche lui alla cerimonia della Farnesina, e chissà se, prima, durante o dopo, i presenti (Barelli, Tajani, Abodi, Binaghi, Mei) abbiano parlato anche delle imminenti elezioni Coni, mentre intanto va completandosi il quadro dei votanti (eletti i rappresentati di atleti e tecnici, e delle Discipline sportive associate).
Restando ancorati alla stringente attualità, chissà se i presenti abbiano (anche) commentato le motivazioni pubblicate giovedì scorso dalla Consulta per la quale “il divieto del terzo mandato” è un “principio fondamentale”, motivando così la sentenza di incostituzionalità della legge della Regione Campania che avrebbe invece consentito al governatore uscente Vincenzo De Luca di potersi candidare per il suo terzo mandato consecutivo. Il divieto di un terzo mandato consecutivo per il presidente della Giunta regionale rappresenta “un principio fondamentale in materia elettorale, ai sensi dell’articolo 122, primo comma, della Costituzione“, hanno scritto. Per i giudici, il divieto del terzo mandato consecutivo è cioè un limite pensato per bilanciare il potere attribuito al presidente eletto direttamente dai cittadini e per evitare eccessive concentrazioni di potere. La Corte ha sottolineato come questo limite non attiene alla forma di governo regionale, che è materia demandata agli statuti, ma rientra nella disciplina elettorale, di competenza del legislatore statale. Di conseguenza, le Regioni non possono derogare a questo principio, nemmeno con proprie leggi successive. Perché c’è un limite invalicabile, per tutte le leggi, da qualsiasi ordinamento provengano: non possono entrare in conflitto con i principi costituzionali. E questo dovrebbe saperlo bene anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che mette la firma quando c’è da promulgare una legge, ed è tra l’altro una persona che rivendica spesso la sua passione per lo sport: non è sorprendente che nulla abbia obiettato quando c’è stato da controfirmare la legge che ha sostanzialmente aggirato un preciso dettato, regalando ai presidenti di federazioni sportive la vita eterna?
Qualcuno intanto si chiederà, magari obiettando: ma cosa c’entra ad esempio la legge (in materia sportiva) che regola i mandati dei presidenti di federazione con quella legislativa e amministrativa che regola e disciplina i mandati dei presidenti di regione? C’entra, c’entra…
Come? Ecco. La Costituzione contiene le regole fondamentali dell’ordinamento statale: è la grundnorm. È cioè la base e il fondamento di tutta la gerarchia normativa italiana. Tutte le norme degli ordinamenti secondari devono rispondere ai suoi principi. Le regole fondamentali dell’ordinamento statale si applicano anche agli ordinamenti derivati, quale è ad esempio l’ordinamento sportivo. Tra i principi fondamentali dell’ordinamento statale è scolpito il limite dei mandati (la Corte Costituzionale ieri l’altro ha ribadito: non si può andare oltre i due mandati, in generale si può dire: se la legge fissa un limite, non si può scavalcare, nemmeno con una maggioranza più qualificata). Ne discenderebbe quindi che questa regola si applica (o dovrebbe applicarsi) anche all’ordinamento sportivo (in questo caso, sarebbero tre mandati, come era stato stabilito cioè dalla legge originaria, ma concentriamoci su una questione di fondo: il limite o meno ai mandati): un ordinamento che esiste grazie all’ordinamento statale non può mica contenere regole che vadano contro chi gli ha dato la vita, o no? In Italia, in questa Italia, va (sempre) così.
Perchè è successo. Perché la norma è stata applicata (mantenuta) solo per il Coni (in quanto Ente pubblico) ma non più anche alle federazioni sportive che, pur rispondendo a principi privatistici, ad esempio ricevono contributi statali, e sono tra l’altro soggette al controllo (e rispondono allo Statuto del Coni). È successo, come se nulla fosse, perché dopo la legge 8/2018 che stabiliva il tetto massimo ai mandati per il presidente del Coni, per i presidenti di federazioni e per i presidenti degli organi territoriali, in costanza di un giudizio sulla richiesta di profili di costituzionalità della legge, la lobby dei presidenti federali (quelli di lungo corso, i cosiddetti monarchi) guidata dall’onorevole Barelli (l’emendamento fu infatti ribattezzato da molti come norma “salva-Barelli”) era riuscita a far passare in Parlamento un emendamento che portava a delle “correzioni”, mantenendo il tetto del limite dei mandati per il presidente Coni perché Ente pubblico, e riconoscendo invece la possibilità ai presidenti federali oltre il terzo mandato di potersi candidare ed essere eletti a vita purché capaci di ottenere una percentuale di voto pari almeno ai due/terzi dei voti. Qualche mese dopo la Corte Costituzionale spiegò i profili d’incostituzionalità della legge 8/2018, riconoscendo però come si dovessero ritrovare nelle elezione (e per i mandati) dei presidenti degli organi territoriali periferici, ma che invece quella legge (8/2018) aveva un senso (il limite ai mandati dei presidenti federali) perché posta “a tutela anche degli interessi delle federazioni, la cui efficienza e la cui imparzialità potrebbero essere compromesse dalla formazione di un gruppo di potere interno all’organo direttivo, che ne metta a rischio la stessa autonomia, e perché utile a favorire il ricambio e limitare rendite di posizione”. E così, tra i festeggiamenti della casta politica-sportiva, tutto sarebbe finito in barzelletta, pardon in carta straccia, a luglio 2023. Un provvidenziale salvataggio arrivato giusto pochi minuti prima dell’irreversibile naufragio: destinati all’oblio e a cedere un trono (con rendita) detenuto da decenni, 24 presidentoni (su 50) si ritrovarono così improvvisamente resuscitati da quella legge ed avevano poi cercato di giustificare il colpo di mano nascondendosi dietro una sentenza della Corte Costituzionale che invece, solo pochi mesi dopo, aveva giudicato illegittimo il limite dei tre mandati, ma con riferimento agli organi territoriali delle federazioni (che sono però cosa ben diversa dalla presidenza: basti pensare che per le cariche degli organi territoriali periferici ad esempio non è previsto un compenso..).
Varata la legge che cancellava così il limite dei tre mandati, i relativi beneficiari si sarebbero poi nascosti dietro una sentenza della Corte Costituzionale che è stata fatta passare, all’italiana, per un “liberi tutti tranne uno”, dove il tranne uno è il presidente del Comitato olimpico nazionale italiano, cioè il presidente dei presidenti di federazione. Per carità: qui non si tratta di difendere Malagò o la figura del presidente del Coni. Se deve esserci un limite, un ricambio, che ci sia per tutti. Se poi ci sarebbe una legge a dirlo…
E invece il balletto sarebbe continuato per un altro anno, tra l’avanti tutta e il dietrofront del ministro Abodi (basta dare un’occhiata al fiume di dichiarazioni) fin quando sarebbe arrivato, nel decreto sport (maggio 2024) poi convertito in legge, la parola (pietra) tombale alle speranze di chi sognava in un radicale cambiamento (e rinnovamento) nei vertici delle federazioni sportive: in fin dei conti, il decreto, in estrema sintesi, limava solo la percentuale da ottenere per i presidenti federali inserendo poi una postilla: l’uscente battuto, avrebbe gestito il secondo round elettorale… Grazie a questo stratagemma, ecco che magicamente (basta vedere i risultati per il rinnovo delle presidenze federali del quadriennio 2025-2028) tutti i presidenti federali di lungo corso hanno ottenuto facilmente un nuovo (in alcuni casi il decimo di fila) mandato.
Prima delle elezioni Coni, su questo sito, si era scritto che “la democrazia dei 2/3” era una burla. Ma quale sprovveduto poteva pensare che chi ha governato una federazione (erogando soldi, distribuendo cariche, nominando giudici, insomma un monarca) per dodici anni o più, possa essere superato da un new comer…? Forse solo il disincantato (e ingenuo) ministro Abodi ci poteva credere, eppure gli sarebbe bastato leggere quanto aveva scritto la Corte Costituzionale nella sentenza sulle nomine degli organi periferici dello sport (sentenza 148/2023). Qui un breve, ma significativo, passaggio: “…Al riguardo si può osservare che – mentre normalmente la finalità perseguita con previsioni che pongono limiti alla libertà di associazione corrisponde a uno specifico interesse di rango costituzionale, diverso dalla libertà di associazione, e in ipotesi anche contrastante con essa – la peculiarità della norma censurata è che introduce una misura funzionale anch’essa, in ultima analisi, alla tutela di quella medesima libertà. L’obiettivo perseguito incidendo sul regime delle candidature è, infatti, quello di favorire l’accesso di tutti gli associati in condizioni di uguaglianza alle cariche direttive, e dunque, in definitiva, di consentire alla stessa autonomia organizzativa dell’associazione di esprimersi nella sua pienezza, superando cristallizzazioni interne derivanti da rendite di posizione di chi abbia già rivestito a lungo quelle stesse cariche…”.
Come è potuto accadere, allora? Come è stato possibile questo stravolgimento? In soccorso ci arriva, dalla storia e dal diritto, questa frase. “Quod principi placuit, legis habet vigorem”: quello che piacque al principe ha forza di legge. Si può dire che, nel caso specifico, il “principi” risponda per caso al nome del forzista Paolo Barelli (presidente Federnuoto e capogruppo Forza Italia, consuocero del vice-premier Tajani e dichiarato nemico di Malagò, uno di quelli che se fosse rimasta intatta la legge 8/2018 non avrebbe potuto più ricandidarsi)? Si può affermare che il suo volere, grazie anche al liscio dell’ex presidente di Lega B e attuale ministro pro-tempore Andrea Abodi, senza il cui parere favorevole il Parlamento non avrebbe certo potuto approvare il decreto del maggio 2024, abbia regalato e confezionato una così palese e colossale finzione di Stato?
Quindi, se l’abbattimento del limite dei tre mandati non è costituzionale (la Corte Costituzionale lo ha ripetuto di nuovo proprio in questi giorni per la legge elettorale della Campania) perché è stato fatto? Forse lo si può spiegare allora solo nella logica del brocardo, quel “quod principi placuit…”. Ma quel brocardo è di Ulpiano, un giurista che fu assassinato nel 228 dopo Cristo. A quell’epoca aveva un senso. Ma da allora sono però passati ben duemila anni; oggi siamo (o meglio, dovremmo essere) in democrazia, dove le regole (e le leggi) le rispettano tutti. E invece, come sempre, i potenti di ogni era e latitudine, sono “legibus soluti”, cioè fanno un po’ come gli pare. Volete un’altra dimostrazione? Eccola. All’Aci era stato da poco rieletto (ottobre 2024) Angelo Sticchi Damiani, al suo quarto mandato consecutivo: prima e dopo l’elezione, una furiosa battaglia a colpi di ricorsi e decreti. Sino a quello del Governo Meloni che ha decretato la sua decadenza, perché l’Aci viene considerato ente pubblico (sebbene con natura anche di federazione sportiva) e quindi, in questo caso sì, ecco che esiste il limite dei tre mandati. Quindi, con un decreto legge qui (Aci) è stato ribadito il limite dei mandati, mentre solo qualche mese prima era stato abolito il limite dei tre mandati (per tutte le altre federazioni) sempre con un decreto legge.
«Irricevibile la candidatura di Geronimo La Russa alla presidenza dell’Aci, non siamo la Repubblica dei famigli»: così aveva tuonato mesi fa Francesca Ghirra, capogruppo di Avs in commissione “Attività produttive” della Camera. «Abbiamo presentato un’interrogazione al ministro delle Infrastrutture, questa pratica di promuovere persone delle famiglie di governo alle cariche pubbliche o parastatali non è tollerabile in una democrazia», aveva aggiunto l’onorevole. Tuoni e fulmini destinati all’oblio mentre intanto il figlio del presidente del Senato si avvicina alla poltrona di presidente dell’Aci – una poltrona pare da 800mila euro l’anno – con la benedizione degli uomini di sport e della politica tricolore, che poi in molti casi sono la stessa cosa, grazie al giochetto dei mandati sì mandati no (una sorta di spada di Excalibur). Le mani della politica e il volere del principi (Barelli) porteranno così Pancalli (che intanto prova a togliersi di dosso l’ingombrante sponsorizzazione politica) sulla poltrona che fu dell’inarrivabile Giulio Onesti? Restano pochi giorni per saperlo, e per scongiurare il rischio che la partita per la poltrona di presidente del Coni diventi l’ennesima partita di giro. Magari, dopo l’apparizione al Foro Italico, il presidente della Repubblica Mattarella riuscirà a mettere un freno all’ingordigia della politica travestita da sport…






