In tasca ha sempre i santini di san Leopoldo e san Giovanni Bosco, è amico del cardinale Bertone, in una recente intervista ha confessato come in gioventù fosse stato attratto dai riti dei preti e che forse a quest’ora sarebbe stato un cardinale se non avesse scelto un’altra strada, e ha pure aggiunto che la cambierebbe – la sua carriera, sportiva e politica – solo con quella del papa, «perché è l’unico che parla sempre di pace», (l’intervista a La Stampa è del gennaio scorso). A proposito di papi e santità, in uno degli ultimi consigli Federbasket aveva ricordato ai presenti, naturalmente elevandosi dalla nuda e comune terra: «Quando ero presidente del Coni e ci fu il Giubileo, sono stato cinque ore accanto a papa Wojtyla all’Olimpico, la mia modestia è stata tale da dire: a chi capita di stare cinque ore accanto al Papa se non a Petrucci?».
Perché allora meravigliarsi se l’ottantenne Gianni Petrucci, proprio in coincidenza con i tumultuosi giorni romani di riunioni e tele politiche cardinalizie propedeutiche al conclave, abbia deciso di indossare (o è stato investito del compito?) i panni del cardinal-mediatore-tessitore nella furiosa, incerta e confusionaria battaglia per il futuro presidente del Coni post Malagò, il cui nome dovrebbe uscire dalle ristrette urne (83 sono gli elettori) il 26 giugno? Se una telecamera potesse registrare i suoi movimenti (non solo i suoi), certamente oscillerebbe continuamente tra le diverse (e opposte) sponde sulle quali batte (e ribatte) il già quattro volte presidente del Comitato olimpico italiano e presidente della Fip ininterrottamente dal 2013 (e prima ancora, dal ’92 al ’99), un movimento ondulatorio (e adulatorio) che va dalla sinistra alla destra passando per il centro, che un giorno s’ammanta di interessi solo sportivi e il giorno dopo si schiaccia sui desiderata politici, che a giorni alterni viaggia tra il favore-fervore verso il candidato federale (Luciano Buonfiglio) e quello spinto (ma nemmeno poi da tutta la maggioranza governativa) dalla politica (Luca Pancalli), trame che all’apparenza sarebbero ammantate dalla real-politik ma che invece appaiono soltanto come obsoleti residui di ancien regime, il tutto al solito miseramente (e desolatamente) sotteso tra l’essere pro e contro Giovanni Malagò e anche su questo Petrucci ha ondeggiato, e continua a farlo.
E in questo suo continuo ondeggiare, ecco allora che pare gli sia balenata (o gli è stata soffiata?) una “meravigliosa” idea (ricordate Cesare Ragazzi che perde i capelli e registra il brevetto del trapianto?), sottesa da questi “lineari” ragionamenti (alla faccia di quello che, fino a pochi mesi fa, redarguiva: “fuori la politica dallo sport”): 1)Buonfiglio è troppo schiacciato su Malagò, addirittura è una sua pedina, anzi un manichino e non ha il dovuto standing: voti Buonfiglio ma poi è come se restasse Malagò e il Governo non lo vuole, e però è il Governo che dà (o dovrebbe) dare i soldi allo sport, e senza soldi non si cantano messe (aggiungiamo noi: e non si continua a regnare nelle federazioni sine die grazie al cadeau del ministro Abodi col suo decreto del maggio scorso, alla faccia del cambiamento e della discontinuità…), tanto per restare in tema e poi al momento non ha mica la maggioranza dei voti dei presidenti federali e allora…; 2)Pancalli è un candidato che non sfonda, ha sì le simpatie del ministro Abodi ma poi in fondo chi decide e architetta – pur tenendosene astutamente e apparentemente lontano – è il ministro leghista Giorgetti, e poi Pancalli non accende certo le simpatie di Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia per via anche di quella sua (vecchia) esperienza nel centrosinistra dell’ex sindaco di Roma (Marino) pur se il senatore forzista Paolo Barelli (il più vicino al vice-premier Tajani, e in passato, come accaduto con Gravina, Forza Italia ha difeso il presidente Figc mentre il partito della premier lo voleva fuori e Abodi stava in mezzo…) antico oppositore di Malagò (come Binaghi, ma, tanto per dire, Binaghi un mese fa al Consiglio Nazionale c’è andato, mentre il presidente della Federnuoto ha disertato) spinge (al momento) su Pancalli, ma magari se si trova un altro sarebbe meglio…3) e se questo terzo fosse un candidato che, soffiato e sospinto dalla politica che intanto però si muove con prudenza per non dare a vedere, riesca a coagulare forze e fare sintesi tra le diverse anime (per i programmi tocca ripassare un’altra volta, ma chissà poi quando…) presentandosi come un “pacificatore”, un “traghettatore”, una personalità esperta, una capace di dialogare con la politica pur vestendo i panni dello sportivo, uno che possa finalmente mandare al macero l’immagine e lo standing del presidente Coni più vincente di sempre?
E così l’idea è diventata un tentativo, un’esplorazione, una ricerca al terzo candidato (in realtà il quarto, visto che in pista, ed è l’unico che al momento ha ufficializzato la candidatura – i termini scadono alle ore 14 del 5 giugno – è Ettore Thermes che viaggia in solitaria e senza speranze), stando bene attenti però a non bruciarsi, a non scoprirsi, naturalmente alternando il lancio di dardi e caramelle sul campo avverso. Un tentativo come fosse una specie di lancio di un sasso nello stagno: vediamo che effetto fa?, naturalmente ricorrendo anche ai soliti canali mediatici (fare sempre la dovuta attenzione alla cronologia degli interventi e anche ai media che danno spazio), così tanto generosi in questi giorni nell’offrire e pubblicare interviste ai vari attori della vicenda. Un esempio?
«Noi presidenti federali continuiamo a essere autoreferenziali e in contrasto con la politica. Basta: serve dialogo col Governo, anche se non se ne condivide l’orientamento. Serve un presidente che porti discontinuità col passato e che sia di rottura, non deve essere un discrimine che debba per forza essere un presidente di federazione. Bisogna inserire i pesi massimi nella vice-presidenza e in Giunta. E deve esserci il calcio. Gravina, e se non lui, Marotta. Poi devono entrare Barelli e Binaghi. Buonfiglio? Non è bruciato, se ha i voti verrà eletto. Non posso parlarne male, ma conosco il curriculum degli ex presidenti in rapporto al suo… Bianchedi? A me andrebbe pure bene, ma ho visto le facce dei colleghi quando è stata proposta: mi pare già caduta nel dimenticatoio… Pancalli? L’ho voluto come mio vice, l’ho nominato commissario in Figc. Ci sono rimasto male su alcune cose, vedremo il programma. Malagò? Promosso per la sua conoscenza dello sport, mi astengo sul giudizio politico».
Così il navigato nocchiere Gianni Petrucci in un’intervista sul Corsera del 4 maggio scorso, cioè dopo le due infruttuose (e agitate) riunioni di Consiglio Nazionale e Giunta. Dopo aver ricordato di aver spesso chiesto consiglio a Gianni Letta (che lo abbia rifatto anche stavolta?), l’ottantenne ex presidente del Coni è poi involontariamente inciampato in una frase che ha plasticamente dimostrato come il niet al quarto mandato (o proroga) a Malagò sia stata una questione meramente politica (e personale), che cioè, dopo la legge numero 8 del 2018 e i rilievi di costituzionalità sollevati dalla Consulta e le riaperture del 2023, il decreto legge 71 del 31 maggio 2024 a firma del ministro Abodi (i maligni, ma non solo, dicono che abbia tenuto il punto solo sul no a Malagò abbandonando invece tutte le altre questioni sui cui pure aveva mosso rilievi pesanti, e questo perché gli sarebbe stato ripetuto che questa di Malagò era la linea del Piave) si sia palesemente rivelato come una finzione di Stato (qui l’articolo nel quale era stata affrontata la questione) prendendo a pretesto la differenza tra la natura pubblicistica del Coni e quella invece privatistica delle federazioni. «La cassa ora la tiene lo Stato, specie con le federazioni medie e piccole che vivono di contributi pubblici», ha detto Petrucci.
Dunque, anche con i soldi pubblici i presidenti di federazione possono restare in eterno a guidare la macchina, mentre il presidente del Coni (Ente che tra le sue funzioni ha quella di controllare l’operato dei presidenti, delle federazioni e della giustizia sportiva federale..) non può ricandidarsi per più di due mandati (tanto per dire, Aracu e Rossi sono al loro nono consecutivo, Binaghi sta al tennis dal 2001, Barelli al nuoto dal 2000, di Petrucci s’è detto..) solo perché il Coni è un ente pubblico, così come lo è il Cip che se fosse stato riunito al Coni avrebbe impedito all’avvocato Pancalli (al suo posto andrà Mario Giunio De Sanctis) di potersi candidare. A proposito di candidature, e prima di raccontare alcuni retroscena, ecco cosa altro ha detto Petrucci il 4 maggio. «Il mio candidato? Ho in mente un nome, ma non lo dirò mai. Se lo facessi scoppierebbe uno scandalo, finirei al confino con Binaghi e Barelli. Io candidato? No, non mi interessa nemmeno un posto da vice e nemmeno in Giunta. Il mio no è definitivo? Sì, soprattutto se le cose vanno avanti, male, come stanno andando». Dunque, almeno a parole Petrucci si sarebbe tirato fuori dalla mischia dei pretendenti…
Credergli? Abile al solito a simulare e dissimulare, anche due anni fa aveva giurato e spergiurato (c’è una intera rassegna stampa a testimoniarlo) che non si sarebbe ricandidato per il quarto mandato consecutivo alla Fip e poi invece l’ha fatto, non senza muoversi come un peso massimo (vedasi lotta al Comitato Lombardia) pur di arrivare alla meta, ottenuta con un vantaggio risicato sul rivale Valori. Ora chiede discontinuità per il Coni, e c’è (tra questi Malagò) chi gli ha ricordato come «da quale pulpito arrivi la predica…». Nel suo muoversi da cardinale-tessitore, c’è chi vedeva (e ancora c’è qualcuno che ci vede) un’astuta mossa per candidarsi a traghettatore sulla poltrona del Coni, ruolo a cui aveva pensato un altro ottuagenario ex presidente federale, e cioè Franco Carraro che a 85 anni suonati è stato da poco rieletto presidente del Consiglio direttivo della Divisione calcio paralimpico e sperimentale della Figc. Un’idea che ha accarezzato e per la quale avrebbe chiesto anche un parere pro-veritate che certificasse come la candidatura del già tre volte presidente Coni potesse essere considerata valida. Sarebbe però arrivato, come una doccia fredda, un informale alt dal Collegio di Garanzia del Coni presieduta da Gabriella Palmeri Sandulli, un alt che potrebbe e dovrebbe valere anche per Petrucci che al Coni c’è stato per quattro quadrienni di fila. Si tratterebbe, comunque, di una forzatura (la candidatura) che potrebbe dar luogo a ricorsi e nuove baruffe: dunque, meglio provare a cercare un’altra strada. Nella lista dei papabili, oltre al duo Carraro-Petrucci, sarebbero così finiti (e valutati) i nomi di Pescante (un altro ex), Pagnozzi (il candidato di Petrucci che nel 2013 entrò al conclave Coni da presidente e ne uscì cardinale, battuto da Malagò…) e dell’attuale segretario generale del Coni Carlo Mornati.
Pescante si è subito sfilato, e s’è sfilato pure Pagnozzi che anzi ha lasciato anche la carica di segretario generale dei comitati olimpici europei, carica che è andata (oltre ad un lauto stipendio) proprio a Carlo Mornati, considerato fuori dai giochi per una conferma al comitato olimpico italiano. Tra i nomi, sarebbe uscito anche quello di Gravina ma il presidente Figc al momento non si muove (sarebbero però da tenere in conto le prossime mosse di Beppe Marotta, varesino come Giorgetti, che dall’Inter potrebbe andare via) e anche, perché sorprendersi?, quelli di Diego Nepi Molineris, attuale amministratore delegato di “Sport e Salute”, la partecipata del Mef che ha ormai le mani sullo sport (è la cassa). Il suo coinvolgimento (anche non come presidente) – questo il pensiero – sarebbe anche un modo per liberare il posto da occupare poi con Giuseppe De Mita. Una candidatura che piace alla maggioranza di Governo (a Fratelli d’Italia ma anche alla Lega di Giorgetti), e un profilo che potrebbe (o poteva?) essere interessato proprio in costanza delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina dove comunque sarebbe da arginare la presenza di Giovanni Malagò come “padre” di queste Olimpiadi e presidente della “Fondazione Milano-Cortina 2026”. Nepi Molinieris, in passato assai legato a Malagò, al Coni fu assunto proprio da Gianni Petrucci… L’idea sarebbe però rimasta a mezz’aria mentre intanto i bene informati assicurano come Petrucci si stia ancora muovendo (ma sempre oscillando da una parte all’altra) per cercare di capire quanti voti potrebbero andare alla (sua) causa specie se la candidatura di Pancalli non dovesse fare breccia. In sostanza: capire quanti voti potrebbero essere drenati e spostati, e quanti “traditori” ci sarebbero nel campo avverso (cioè quello che al momento sostiene Buonfiglio) considerato il recinto-fortino di Malagò.
Tra le esplorazioni, ci sarebbero state quelle verso federazioni ad esempio come il pentathlon, il triathlon, il taekwondo. E quella, più pesante, verso la Fidal di Stefano Mei, considerato (prima) come un fedelissimo di Malagò. «Rivendico la mia trasversalità, è presto per fare nomi. Sono per una gestione il più possibile unitaria. Sarà una volata molto lunga», ha detto il 3 maggio scorso in un’intervista al “Corriere dello Sport” il presidente della Fidal che intanto sta apparecchiando l’assemblea generale del 31 maggio a Salerno in un consesso che cambierà una norma allo statuto, eliminando l’incandidabilità del presidente uscente reduce da un doppio mandato. «Sono fortunato come Binaghi», ha poi aggiunto Mei che, intanto, dicono, sarebbe pronto a fare il passo sul fronte avverso specie se gli venisse assicurato l’appoggio alla candidatura dell’Italia come Paese organizzatore dei Mondiali di atletica nel 2029 o nel 2031 (ma il flop dell’ultimo Europeo dovrebbe insegnare e ammonire…).
L’accostamento al presidente della Federtennis, che proprio in questi giorni celebra al Foro Italico gli Internazionali – che ha uno stretto legame con Nepi Molinieris – riporta anche alle dichiarazioni che proprio Binaghi ha rilasciato in questi ultimi giorni, al “Corriere della Sera” e poi a “La Stampa”. «Partecipo a riunioni e incontri, anche quello che aveva organizzato Malagò per verificare se, finita un’era, si possa aprirne un’altra diversa dal passato. Me ne sono andato perché dopo aver ascoltato Malagò, dopo aver apprezzato l’intervento di Petrucci – lui sì che è stato un grande presidente del Coni – avrei dovuto ascoltare Buonfiglio… Sarebbe come ricominciare col peggiore esponente del vecchio sistema. Non è possibile considerare i politici come i nostri peggiori nemici. Giorgetti, con la sua riforma, è stato più efficace di diecimila volte rispetto al Coni. Rispetto Pancalli, è un candidato degno, ma lo considero come l’ultimo della lista». Parole inequivocabili che riportano alla “famosa” lista segreta e carbonara e che testimoniano dell’asse con una parte del Governo e con Petrucci, parole che – secondo i soliti bene informati – Binaghi ha pronunciato per conto anche e soprattutto di Paolo Barelli, il capogruppo forzista alla Camera che si tiene al momento lontano dalla scena e che, secondo qualcuno, finirà con le ossa rotte nella sua battaglia (e in quella del suo capo e futuro consuocero, Tajani: a presto le nozze tra i virgulti delle due famiglie) così come avvenuto quando veniva “sponsorizzato” Gennaro Terracciano per un posto alla Corte Costituzionale. Parole che non sembrano, del resto, un manifesto convinto nei confronti di Pancalli che, dal canto suo, prova a “rimontare” per ora affidandosi a una più efficace campagna d’informazione (si è affidato a una società che si occuperà di irradiare pensieri e programmi), provando a smarcarsi dall’ombra della mano politica e anche da chi sottolinea come non appartenga alla “famiglia federale”.
Così a “la Stampa”, qualche giorno fa. «Con la politica è tempo di dialogare ma lo sport e il Coni non devono essere subalterni. Condivido il pensiero di Petrucci, a cui sono molto legato. Politica invasiva? Non ho mai visto nella mia vita la politica come un concorrente. Può occuparsi di sport, ma non occuparlo. Il suo è un valore aggiunto se si occupa di welfare o di promozione della salute e della legalità. Non è vero che non vengo dalla famiglia federale o da un altro mondo, sono stato vice presidente al Coni e commissario in Figc e nella Federdanza. Io voglio ricreare armonia all’interno del Coni e dello sport. Al momento il dato politico è che non c’è convergenza su un unico candidato e quindi il movimento è spaccato».
Tornando alla politica. Se ne sta per ora in posizione di (finta) attesa. Attende, magari preoccupata di “perdere” la partita se il duello dovesse cristallizzarsi su una posizione d’ingerenza marcata nel voto. E così il ministro Abodi (per qualcuno sarebbe stato il candidato ideale per Palazzo H…), dopo le stoccate che per mesi ha riservato a Malagò, si è limitato a rilevare come, «decideranno gli 83 elettori, a me interessa che chi verrà eletto sappia segnare discontinuità con il passato», dichiarazione alla quale sarebbe poi seguita quella di Binaghi, «in Abodi abbiamo un riferimento straordinario, siamo in pace con noi stessi, e felici».
Se Pancalli prova a smarcarsi dal peso politico, è indubbio che una sponsorizzazione diretta di una parte politica su alcuni (o parecchi) presidenti federali (ricordate il nodo della cassa?) potrebbe aiutarlo a recuperare posizioni nel duello con Buonfiglio, considerato come in vantaggio anche per il solo fatto di essere sostenuto da Malagò. Malagò (per il quale pare si sia speso, anche lui vanamente, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella) che, per inciso, almeno pubblicamente, si è limitato a dire solo come trovi giusto «che i presidenti federali pensino a un presidente federale per la presidenza Coni, al momento s’è presentato solo Buonfiglio tra questi e quindi direi un’ovvietà, ma comunque dirò la mia preferenza solo il 6 giugno, quando cioè sarà completato il quadro delle candidature». Dal suo canto Buonfiglio, dopo una stilettata a Petrucci («servono pesi massimi? La Federcanoa ha vinto due medaglie a Parigi e due Mondiali, non ricordo vittorie o presenze del basket…»), ha detto che «la mia posizione si è rafforzata, che serve un presidente federale al Coni perché solo chi conosce queste realtà sa di esigenze e problemi, Abodi mi ha assicurato neutralità». Negli ultimi giorni si racconta come abbia provato un po’ ad allontanarsi dall’ombra di Malagò per evitare che, appunto, la sua candidatura appaia solo come una pedina nel disegno “malagoniano” e come segno di continuità di regno. Per questo, pur ricordando come «Malagò sia stato un grandissimo presidente e che sarà la prima persona con la quale mi confronterò in caso di elezione; ma insieme a lui mi confronterò con Giorgetti e Abodi, così come potrei ricevere suggerimenti giusti da Petrucci e Carraro», ha poi aggiunto come «Malagò quando è stato eletto non veniva da una federazione mentre io sì, e questo è un segnale di discontinuità col passato». Passaggi e distinguo magari legittimi in campagna elettorale che però a qualcuno dentro il Palazzo hanno fatto dire, «Buonfiglio ultimamente sta mostrando di non voler essere un figlio di Malagò e chissà se questo potrebbe nuocergli…». In un altro passaggio, Buonfiglio ha anche sottolineato come, per il buon governo della macchina Coni, ci sia bisogno «di un segretario generale assai capace».
Anche per questo ruolo sono in corso le grandi manovre. Al fianco di Pancalli viene attribuita la presenza dell’ex schermidore Salvatore Sanzo (ex presidente Coni Toscana) ed ex segretario della federazione canoa kajak. Da poco è diventato segretario generale della federazione del pentathlon moderno, federazione guidata da Fabrizio Bittner che è, incidentalmente, anche responsabile del Dipartimento Sport di Forza Italia e con questo si potrebbe dunque chiudere il cerchio pensando alla spinta di Barelli in direzione Pancalli. Per il ruolo di segretario generale al fianco di Buonfiglio, aveva preso piede la pista Alberto Miglietta, già amministratore delegato di Coni Servizi e attualmente presidente della Federazione Pesi. Negli ultimi giorni però ha preso corpo e sostanza un’altra pista, pista che condurrebbe a Michele Signorini, attualmente responsabile delle “Attività giuridiche e regolamentazione sportiva” del Comitato olimpico italiano.
Tra manovre, sondaggi, veleni e colpi bassi, continua intanto la marcia di avvicinamento alla fatidica data della scadenza delle presentazioni candidature (5 giugno) e delle urne (26 giugno, nel nuovo centro di preparazione olimpica “Giulio Onesti”). Gli exit poll del pre-conclave al momento darebbero in vantaggio Buonfiglio che però non avrebbe la certezza del quorum assoluto (servono 42 voti nella prima votazione, dalla successiva basta la maggioranza dei presenti, nella storia delle elezioni Coni non si è mai andata oltre la prima votazione).
Un sondaggio più completo potrebbe essere fatto la prossima settimana, perché tra il 15 e il 19 maggio saranno eletti i 15 rappresentanti di atleti e tecnici con diritto di voto. Tra le candidature, ci sono quelle di Paltrinieri, Datome, Busà, Bacosi. Un pacchetto consistente di voti che potrebbe rivelarsi decisivo, facendo pendere l’ago da una parte o dall’altra tra due schieramenti che al momento appaiono cristallizzati, e che potrebbero funzionare da effetto trascinamento e domino. Ai voti dei presidenti federali (50, ma Aci e Tiro a segno, commissariate, non dovrebbero partecipare così come l’Aereo Club), bisogna aggiungere dunque quelli dei rappresentanti di atleti e tecnici (15 voti), ma poi anche quelli dei rappresentanti delle discipline sportive (3), del rappresentante delle Benemerite (1), di quelli degli Enti di promozione sportiva (5), dei rappresentanti dei Comitati regionali (3) e provinciali (3). Al voto hanno diritto anche il presidente uscente Malagò, Federica Pellegrini e Ivo Ferriani perché membri del Cio. Entro il 5 giugno (ore 14) vanno depositate le candidature alla presidenza. Mancano poco più di venti giorni: troppo pochi per imbastire, allestire e definire il lancio (con velleità di vittoria) di un’altra candidatura? Alla domanda c’è chi risponde come sia molto difficile ma, quando si tratta di Coni, le sorprese sono sempre dietro l’angolo (e c’è chi soffia sul possibile jolly, il 78enne Luca Cordero di Montezemolo).
La parola definitiva arriverà il 26 giugno, sarà come un conclave, e dunque sempre bene mutuare la massima, adattandola all’uso: chi entra presidente ne esce perdente. Non ci sono santi che tengano, e nemmeno i santini di Petrucci…E, comunque vada, da sottofondo a queste elezioni resteranno le parole dell’ex presidente del Cio, Bach, che più volte ha ripetuto come la politica debba restare fuori dallo sport e non debba farne un uso per fini di potere. Più volte, da destra, da sinistra e dal centro, hanno detto, a parole, di aderire convintamente a questo invito. E invece, come dimostra questa tornata elettorale, la politica italiana ha le mani (e non solo) sullo sport. Alle urne poi andranno (anche) una serie di presidenti federali che sono incidentalmente anche onorevoli o senatori: possibile che riescano a tenere separati il piede destro da quello sinistro? Chissà cosa ne pensa, ad esempio, l’onorevole Paolo Barelli…






